(^ 3 y^é
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
M PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRIj AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI , CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NOIf
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DI GAETANO MORONI ROMANO
PRIMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ
GREGORIO XVI.
VOL. XI.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
MDGCCXLI.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
C
CAV
VJAVALCHINI Caklo Alberto Gui-
jyottoTiO, Cardinale. Carlo AlbertoGui-
dobono Cavalcliini nacque a Tortona,
nel i683, da nobile lignaggio. Dopo
aver ottenuto la laurea, si recò a
Milano, ove si rese celebre nel di-
ritto, e fu aggregato al nobile col-
legio dei giudici e dottori di quella
città. Passò poscia a Roma, e qui ,
nel I 7 1 6, da Clemente XI venne a-
scritto tra gli avvocati concistoriali;
e da Benedetto XIII, nei 1725, fu
fatto votante di segnatura. In se-
guito ebbe le dignità di promotore
della fede, vescovo, segretario della
congregazione del concilio, canonista
e correttore della penitenzieria, ed ai
9 settembre 1743, Benedetto XIV
10 creò Cardinal prete di s. Maria
della Pace, poi prefetto della con-
gregazione dei vescovi e regolari ,
colla protettoiia de' monaci celestini
e cappuccini ; e, morto il Pontefice,
gli sarebbe succeduto nel pontificato,
se non avesse avuto 1' esclusiva dal-
la corte di Francia. Clemente XIII,
eletto invece di lui nell'anno 1758,
CAV
subito lo destinò suo prodatario, e
gli conferì il vescovato d' Ostia e
Velletri, cui governò assai lodevol-
mente. 11 ponte d' Ostia, eh' era di
legno, fu da lui fatto costruire di
pietra ; il perchè quel pubblico a
segno di riconoscenza gli eresse un
monumento nel palazzo della co-
mune. Mori a Roma, decano del sa-
gro Collegio, nel 1774» ^' novanta
anni e trentuno di Cardinalato, com-
pianto per le sue virth ed egregie
doti. Il suo corpo, com'egli avea
ordinato, fu esposto e sepolto nella
basilica de'ss. XII apostoli.
CAVALCHINI Francesco Gumo-
BONO, Cardinale. Francesco Guido-
bono Cavalchini nacque in Torto-
na ai 4 dicembre dell'anno 1755.
Recatosi in Roma neh' età di anni
tredici, sotto la direzione del pre-
cedente Cardinale di lui zio, terminò
i suoi studi nel collegio dementino,
quindi nell' accademia ecclesiastica.
Nel 1779, Pio VI lo nominò came-
riere segreto soprannumerario, e nel-
r anno appresso prelato domestico.
6 CAV
Nel 1784 lo promosse a ponente
di consulta, e ad assessore del go-
verno, e nel 1787 a primo assesso-
re criminale del medesimo tribuna-
le. Rimase in questa carica sino al
1791, in cui fu fatto chierico di ca-
mera. Di poi, nel 1801, Pio VII lo
nominò governatore di Roma, e nel
concistoro de' i4 agosto 1807, lo
creò Cardinal diacono, riserbandolo
però in petto. Ma nell' anno seguen-
te fu ari'estato dai francesi, che al-
lora occupavano Roma, fu rinchiu-
so per tre mesi in Fenestrelie, e
quindi rilegato nei dipartimenti me-
ridionali della Francia. Ristabilito
nel i8i4 il governo pontificio, egli
riassunse la carica di governatore
di Roma, e la esercitò sino ai 6
aprile del i8i8, epoca in cui venne
• pubblicata dallo stesso Pio VII la
sua promozione alla sagra porpora,
col titolo diaconale di s. Maria in
Aquiro. Venne annoverato a nove
congregazioni cardinalizie, oltre la
prefettura di quella del buon governo,
alla quale il nominò nell'anno 182.5
Leone XII, alla cui elezione era
intervenuto. Ma essendo stato non
molto dopo sorpreso da incomo-
di, che non gli permettevano più
di uscire di casa, nell'anno 1827, ri-
nunziò a sì laborioso uffizio. Eser-
citò tutte le cariche con energica
fermezza, massime quella di gover-
natore di Roma, e con tale inalte-
rabile giustizia, che ancora viene ce-
lebrata. Ornò la sua chiesa diacona-
le di ricchi arredi sagi-i, ed ebbe
verso i poveri una carità quanto
generosa altrettanto più lodevole ,
dappoiché fu così segreta, che non
si conobbe che dopo la sua morte,
la quale avvenne ai 5 dicembre
1828, dopo lunghissima malattia,
e dopo aver ricevuto con tenera di-
vozione i sagrumcnli di santa Chic-
CAV
sa, spirando colla tranquillità del-
l' uomo giusto. Questo insigne por-
porato fu esposto, e sepolto nella
predetta chiesa di s. Maria in A-
quiro.
CAVALIERE. Eques. Grado e
nome, che significa carica di milizia
o di dignità, derivante dalla voce
cavallo. Venendo la milizia divi-
sa in uomini a piedi ed a ca-
vallo , questa seconda fu riputala
più nobile, ed i cavalieri acquista-
rono lustro e celebrità per aver
militato pei principi, osservato de-
terminate leggi, con governo e di-
rezione degli altri, come definisce il
Sansovino, Origine de cavalieri pag.
I. Perlochè la dignità di cavaliere
è il primo grado d' onore dell'anti-
ca milizia, che da vasi con certa tal ce-
rimonia a coloro, i quali si erano resi
illustri, distinguendoli in siffatta guisa
dall'altra gente di guerra. Così, sot-
to il nome di Ordini militari ed e-
questri, si debbono intendere alcu-
ni corpi di cavalieri, fregiati di de-
corazioni, e di privilegi, che furono
istituiti da varii Pontefici, impera-
tori, re, e principi sovrani, per ri-
munerare i servigi di quelli a'qua-
li li conferirono, e per dare una so-
lenne e luminosa prova di benevo-
lenza e stima all'ingegno, alla fe-
deltà, al valore, e alla virtù. In
questo Dizionario, ai rispettivi arti-
coli, si ragiona dei diversi Ordini
cavallereschi sì esistenti, che sop-
pressi.
I Dizionarii della crusca, della
lingua italiana, e delle origini fanno
varie distinzioni sulla voce cavaliere
o cavaliero, il perchè noi sol qui ri-
porteremo quelle, che ci seinbi'ano
in proposito. E detto cavaliere co-
lui, che è ornato di dignità caval-
leresca, la quale è di jiiìi maniere.
Infatti in quattro mudi sun fatti, o so-
CAV
levansi fare i cavalieri ; cioè cavalie-
ri bagnali, cavalieri di corredo, cava-
lieri di scudo, e cavalieri di arme. I
cavalieri bagnati si facevano con gran-
dissime cerimonie, e conveniva che
fossero bagnati, figurando con ciò la
lavanda da ogni vizio. I cavalieri di
corredo erano quelli, che con la veste
verde bruna, e con la dorata ghir-
landa pigliavano la cavalleria. I ca-
valieri di scudo erano coloro, che
venivano fatti cavaheri, o dai popoli,
o dai signori, e andavano a pigliare
la cavalleria armati, e colla bai'bu-
ta, o elmetto in testa, I cavalieri di
arme erano quelli, che nel princi-
pio delle battaglie, o nelle battaglie,
non che dopo di esse, nelle pubbli-
cazioni di pace,o delle tregue, nelle
grandi solennità della Chiesa, e spe-
cialmente nella pentecoste, nella con-
sagrazione, od iucoixtnazione dei re,
nella nascita dei principi delle case
regnanti ec, si facevano cavalieri.
Eranvi eziandio cavalieri di terra, e
di mare, e ve ne furono poi anche
di toga, come pure cavalieri eccle-
siastici. I grandi cavalieri si chia-
mavano vessilliferi , i minori bac-
cellieri : tutti poi erano obbligati
alla osservanza di molte cose, che
trovansi notate negli scrittori di ca-
valleria. Porta il titolo di cavaliere
anche chi vive cavallerescamente,
alla grande, con lustro, e da gentil-
uomo, e talora si estende infino ai
re , l'/r nohilìs, patrìcius. Cavaliere
di corte vale uomo di corte, e nella
romana diconsi cavalieri di spada e
cappa, i camerieri secolari del Pa-
pa, dalla spada che cingono al fian-
co, e dalla forma dell' abito. Cava-
liere fu anche usato in significato
di nobile, e di condizione cavallere-
sca, equestris. Cavalieri erranti di-
consi da' romanzieri quelli di uu
certo Ordine di cavalleria , che
CAV '7
per Istituto doveano difendere gli
oppressi, e proteggere specialmen-
te le donne. 1 cavalieri presso gli
antichi romani erano, come diremo, il
secondo grado di nobiltìi dopo quello
de' senatori.
Dice poi il Bonanni, nel suo Ca-
talogo degli Ordini equestri e mili-
tari, che alcuni cavalieri di milizia
ecclesiastica, sebbene applicati alle
armi, sono cavalieri di religione, e
di chiesa, come i gerosolimitani, i
teutonici ec, ed altri sono cavalieri
di ordine, di croce, e di collana ,
fatti dai principi, come quelli della
giarrettiera, del tosone, dello Spiri-
to Santo ec. Non sono di vita mo-
nastica, né fanno professione di rego-
la, ma solo sono sottoposti alla legge
di cavalleria, fondata in termini di
onoi'e. Altri finalmente sono cava-
lieri dello sperone d'oro, che il ci-
tato Sansovino chiama comuni, dap-
poiché in ogni città, da ogni prin-
cipe erano creati di qualunque qua-
lità e condizione , e talvolta non
degni del cospicuo grado . Il Can-
cellieri, nelle sue Dissertazioni bi-
bliografiche, pag. 8, facendo il pa-
ragone se sia meglio applicarsi alle
lettere, o alle armi, e se più nobi-
li sieno queste o quelle, dice che
certamente i dotti sono stati consi-
derati per eguali ai militi, o cava-
lieri, essendovi i milites litteratij i
milìtes clerici, senza parlare del-
l' antico detto, cedunt arnia togae.
Vi ha una decisione di Bartolo, da
cui rilevasi, che dopo un decennio
d' insegnamento, un dottore di gius
era ipso facto cavaliere. V. Bettinelli,
Risorgimento ec, l. 122.
Origine de^ Cavalieri e loro diffe-
renti specie.
Si crede che l' origine de' cava-
lieri rimonti alla più remota anti-
^ CAV
chità, e sia un ritrovato di quei
primi, che erano mossi o da ingim'ia
ricevuta, o da onesta volontà di ri-
cuperare il perduto, o da voglia di
conquistare, o di procacciarsi gloria.
Ne riporta alcuni esempi il menzio-
nato Sansovino, aggiungendo che fra
i romani l'origine de' cavalieri si
deve a Romolo, dappoiché avendo
stabilito il suo stato, gli diede per
grandezza, e maggior sicurezza tre
centurie di cavalieri, la prima chia-
mata Ramnense dal nome di Ro-
molo, r altra Tiziense da Tito Ta-
zio re sabino, la terza Luceria. Non
fa Tito Livio altra menzione di ca-
valieri: molto ne pai'la Plinio nel
libro XXXIII capo li, dicendo fra
le altre cose, che dopo molte mu-
tazioni fatte dell' Ordine de' cavalie-
ri. Cicerone fu finalmente quello,
che stabili l'Ordine equestre nel suo
consolato, e lo pacificò col senato,
gloriandosi anch' egli di essere usci-
to da loro. Il perchè appunto da
quell'epoca l'Ordine equestre co-
minciò ad essere il terzo corpo nel-
la repubblica, e s'incominciò nelle
iscrizioni ad aggiungersi al senato ,
ed al popolo romano, mettendosi
dopo di questo siccome aggiunto di
nuovo. Tuttavolta il Giustiniani ,
Historie cronologiche degli Ordini
equestri j pag. 4, chiama quelli isti-
tuiti da Romolo, dei Cornicularii ,
e fa menzione dei Rndiani, Ranicn-
si, e Taziensi, tutti Ordini equestri
de' romani. L' intenzione pertanto di
quello, che pel primo ordinò cava-
lieri, fu per servirsi dell' altrui va-
lore militare, o per custodire la pro-
pria persona, o per guardia del pub-
blico. 11 valore militare fu adun-
que eletto dal principe come prima-
rio oggetto di essere esaltalo ed o-
norato a questo grado di cavalleria,
senza punto riguardo alla nobiltà,
CAV
ricchezza, ed altro della persona am-
messa all' Ordine equestre, che per
altro dovea essere fornita di valore,
l'cligione, e belle doti, e più degli
altri era obbligata a servire il prin-
cipe con fedeltà.
Volendo poi dire de' cavalieri ro-
mani antichi suaccennati, essi divide-
vansi in tre ordini, o classi, cioè in
senatori, in cavalieri, ed in plebei.
I cavalieri, come dicemmo, sino dal-
la fondazione di Roma , erano quelli,
che nelle guerre esercitavano la mi-
lizia a cavallo, somministrato loro e
fornito dal pubblico erario. Dopo
r istituzione di Romolo primo re di
Roma, vennero ampliati nel numero
prima da Tarquinio Prisco quinto re,
e poscia da Servio Tullio di lui
successore, il quale li decorò di piìi
splendido ed onorevole grado di di-
gnità. In progresso, essendo salito il
popolo romano al sommo di grandez-
za e possanza per le vaste sue conqui-
ste, principiò a ricevere ne' suoi e-
serciti la cavalleria delle vinte na-
zioni, per lo che l'Ordine de' cava-
lieri soffrì vm notabile cambiamento :
laonde all'epoca dei Gracchi, e nel
cominciar del consolato di Cicei'one,
i cavalieri altro non erano che una
classe di cit,txdini doviziosi non ap-
partenenti alla milizia inferiore, né
al ceto dei patrizi, superiore però a
quello della plebe , disfinguendosi
principalmente da questa per un a-
nelio d' oro, che portavano lìel dito,
secondo il costume degli antichi
cavalieri appartenenti all'esercito ,
come meglio si dirà. Godevano i
cavalieri romani molli privilegi, e
molte preeminenze, una delle quali
era di poter passaré^-n^novero d'.'sc-
natori quando il merito ne li rendeva
degni. A tal effetto ogni cinque an-
ni venivano passati in rassegna dai
censori, che rigorosamente ne csa-
CAV
minavano le azioni, e trovatele de-
gne (li castigo, o vedendoli an-
dati in miseria a cagione dei vizii,
li privavano della cavalleria, e li
riducevano all'ordine de'plebei. Ri-
guardo poi alle vestiinenta dei
cavalieri, siccome è nolo che i
romani usavano la tonaca cui so-
vrapponevano la toga, cos\ veni-
vano distinti in diversi ordini dal-
l'essere essa pili o meno ornata,
ovvero affatto semplice. Ed è per-
ciò, che i plebei vestivano toga li-
scia, i senatori ornata con grandi
fregi di porpora, e i cavalieri con
altrettanti ornamenti, ina di minor
grandezza. Questa toga poi dicevasi
clava ta^ perchè gli ornati erano a
foggia delle teste de' chiodi, sebbene
da molti si ritenga, che tali fregi
altro non fossero che fiori, o liste di
porpora di maggior o minor gran-
dezza, a seconda dell' ordine della
persona. Certo è che la toga pei
romani era come il manto ai gre-
ci, che assumevano sulla tonaca, la
quale solo cuopriva le ginocchia,
mentre quella essendo amplissima,
giungeva sino a terra. Alcuni asse-
riscono, che la toga fosse chiusa di-
nanzi, e serrala ai fianchi con una
cintura; ma i più vogliono, che fosse
interamente aperta, e fermata solo
su di una spalla, per lasciar libe-
ro r uso del destro braccio, il che
vediamo ne' monumenti, che tuttora
ci restano. Tuttavolta il principal
distintivo de' cavalieri romani era
l'anello d'oro, cui portavano nel
dito anulare della mano destra, il
quale vuoisi che fosse semplice, a
distinzione dei senatori, 1' anello dei
quali aveva in mezzo una pietra.
Però alcuni sono di opinione, che
s^i r uno che l' altro fossero intera-
mente simili, il che sembra più pro-
babile, serveudosi gli antichi di ta-
CAV 9
li anelli per sigilli, come dicesi al-
l'articolo Anello {Vedi), e portandolo
i plebei di ferro. K. il citato Bo-
nanni pag. XCIX, del cavaliere ro-
mano antico.
Succeduti alla romana repubbli-
ca gì' imperatori, non solo conser-
varono gli Ordini equestri, ma ezian-
dio ne istituirono di nuovi, come
abbiamo dal citato Giustiniani pag.
4, notando per uno dei più cospi-
cui quello de' cavalieri augustali i-
stituiti da Tiberio, Di quest'Ordine
fregiò queir imperatore sì Druso suo
figliuolo, e sì Tito, Claudio, e Ger-
manico di lui nipoti, senza mento-
vare altri personaggi. Seguì poscia
1' erezione dell' Ordine equestre del
cinto e speroni d'oro, poi cambia-
to nel cinto della spada colf uso
degli speroni, che nell' armare ogni
cavaliere di onore si accostuma
dai principi. Vuole inoltre il San-
sovino, trattando della dignità dei
cavalieri, che gl'imperatori, ad imi-
tazione degli antichi romani, pre-
miassero q'uelli, che si erano distin-
ti per valore guerriero con co-
rone a proporzione de' fneriti; il
perchè sono note le corone di quei*-
cia, di gramigna, d'olivo, di mirto,
d' oro ec, non che con donativi di
cavalli, armi, ed abbigliamenti mi-
litari, mentre chi li riceveva, diligen-
temente conservava tali onorevoli
testimonianze a perenne memoria.
GÌ' imperatori, a chi avevano distin-
to col nome di cavaliero, diedero il
titolo di commilitone, od altri no-
mi rispettabili , per eccitare viep-
più la virtù e il coraggio in loro,
e destare 1' emulazione negli altri.
In Firenze vi aveva una compa-
gnia di volontarii, che erano de'più
celebri giovanetti della città , e
chiamavansi cavalieri della bandai
per un' insegna eh' essi portavano ,
IO CAV
di colore rosso in campo verde. Il
Villani fa menzione tie' cavalieri ban-
' deresi, e di corredo, de' cavalieri di
scudo, d' un cavaliere fatto dal sin-
daco del popolo romano all' altare
di s. Pietro, bagnato nella conca
del paragone, ove si bagnò Costan-
tino. Tale fu anco Cola di Rienzo,
famoso tiùbuno di Roma nell' assen-
za de' Papi in Avignone, il quale
prese i pomposi titoli di candidato
dello Spirito Santo, cavalier Ni-
cola Severo, clemente liberatore di
Roma, zelatore dell'Italia, amatore
del mondo, e tribuno augusto, e
con essi sottoscriveva le sue lettere;
ed allorquando riportò una vittoria
sui Colonnesi, prese di ciò argomen-
to per armare il suo figliuolo ca-
valiere della vittoria. In Francia
prima di tal' epoca, già nel secolo
decimo, l'Ordine cavalleresco consi-
steva in im' associazione di nobili
uniti per la protezione dei deboli,
e per comune difesa contro gli a-
busi, che derivavano dalla confusio-
ne dei poteri feudali , anzi nel de-
clinare del secolo XI questa riunio-
ne di guerrieri prese una forma le-
gale insensibilmente, pei-chè illustrata
dall' ei'oismo, e prese un posto fra
le istituzioni. Ed è perciò, che sem-
pre più il titolo di cavaliere fu con-
.siderato una dignità, che dava il
primo rango nell'Ordine militax-e, e
non conferi vasi se non per mezzo
d'una specie d'investitura, con ce-
rimonie e giuramenti. Sino dall'età
di sette anni al giovane destinato a
divenir cavaliere , davasi una edu-
cazione guerriera e leligiosa . Il
primo grado era quello di paggio ,
quindi di scudiero, e nel terzo lu-
stro dell'età i suoi genitori lo pre-
sentavano con una candela all'altare
])er farne oblazione. Il sacerdote cele-
brante toglieva dalla mensa dell' al-
CAV
tare, una spada, e una cintura , e
dopo averle benedette , ne cin-
geva il fianco del giovanetto, che
allora principiava a portarle. Questi
scudieri si dividevano in più classi:
eranvi gli scudieri di onore, o del
corpo, cioè della persona del princi-
pe o della dama; eravi lo scudiere
di camera, o ciambellano, lo scudiere
scalzo, il coppiere, lo scudiei'e della
scuderia , della panettei'ia ec. Nei
combattimenti lo scudiere era atten-
to ai movimenti del suo signore
per somministi'argli, quando occorres-
se, nuove armi, riparargli i colpi, rial-
zarlo se caduto, e dargli un altro ca-
vallo, tenendosi solo nei limiti della
difesa. Quindi all'età di ventuu an-
no gli scudieri potevano essere pro-
mossi al cavalierato. Ciò per altro non
si osservava per tutto. Dalle storie di
Spagna abbiamo, Surita lib. 2. capo
5, che i re d' Aragona giunti alla
età di venti anni, oppure contraendo
matrimonio, erano armali cavalieri, e
senza ricevei'e la C(«'ona erano chia-
mati re, il perchè Innocenzo III nel
1206, diede loro il privilegio di esse-
re coronati; e quando Pietro III ve
d'Aragona meritò nel 1283 le cen-
sure ecclesiastiche di Martino IV ,
volle intitolarsi Pietro d' Aragona
cavaliere padre di due re, e signore
del mare.
In progresso si crearono dai piin-
cipi sovrani cavalieri anche in tempo
di pace, non perchè essi sieno milita-
ri, ma perchè come i militi fossero
ornati di egual dignità, e relativi pri-
vilegi, e quanto più il principe è pos-
sente, tanto è più cospicuo il cavaliere
fatto da lui. Fra le cerimonie, che
praticavansi nella creazione d'un ca-
valiere in tempo di pace, si faceva
precedere la fimzione dai digiuni ,
e dalle preghiere, ed eranvi dei
padrini per armarlo. Gli si poneva-
CAV
no gli speroni cominciando dai sini-
stro, la corazza, i bracciali, le mano-
pole, poscia gli si cingeva la spada,
dandoglisi da quello, che conferiva il
grado, tre colpi di spada sulla spalla
o sul collo, per significare tutti i tra-
vagli, ai quali doveva essere prepara-
to. Indi gli si diceva: zrt nome diDio,
ovvero di un santo, io tifo cavaliero,
sii pio e coraggioso. Allora gli si pre-
sentavano il cimiero, lo scudo, la lan-
cia, ed un cavallo, eh' egli montava
air istante, e caracollava con leggia-
dria coir asta, o colla spada.
Quando gì' imperatori romani si
portarono a Roma per essere corona-
ti dal Papa nella basilica vaticana, par-
tendo quindi con solenne cavalcata per
la basilica latei'anense, e venendo ac-
compagnati sino a Castel s. Angelo
dai medesimi Pontefici, giunti sul con-
tiguo ponte Elio, solevano creare al-
cxmì cavalieri. Di fatti abbiamo fra
gli altri, che l'imperatore Sigismon-
do, dopo essei'e stato coronato nel
1433 da Eugenio IV, fermandosi sui
ponte s. Angelo, creò molti cavalieri
aureati tanto italiani che tedeschi, del-
la quale cosa parla l' annalista Rinal-
di, presso un codice mss. di Paolo Re-
nedetto maestro di cerimonie. Così
Federico III imperatore, nel 14^2,
dopo essere slato coronato in s. Pie-
tro, e accompagnato sino a Castello
da JNicolò V, nel traversare il ponte s.
Angelo, fece molti cavalieri dello spe-
rone d' oro, parlando dei quali il Bo-
nanni dice, che furono duecento set-
tantacinque, e il Novaes ne enumera
duecento ottantuno nella vita di Nico-
lò V. Percuoteva l'imperatore ciascun
cavaliere per tre volte colla sua spa-
da. Il Nauclero, presso il mentovato
Rinaldi ad annum i^5i, n.° 2, ecco
come descrive tal funzione: « Caesar
» in pontem Hadx'iani profectus est,
" ubi Albertum fiatrem, pKuesque
CAV II
» duces,el comites in militiae proveiit
" honorem , ter quemque perculiens.
>' Trecenti co die percussi milites ".
Racconta poi il Platina, nella vita di
Paolo li, che, ritornato in Roma Fe-
derico III, fu ricevuto «lai Papa con
grandissimo onore, e eh' egli trovan-
dosi in castello, li vide ambedue sotto
un pallio o baldacchino, mentre tor-
navano dal Laterano al Vaticano, e
clie il Pontefice si fermò, ed aspettò
sul ponte, finché l'imperatore creò in
quel luogo alcuni cavalieri. Dopo che
Carlo V fu coronato in Bologna nel
1 53o dal Pontefice Clemente VII, con
esso andò per la città in solennissima
cavalcata, dopo la quale si recò alla
chiesa di s. Domenico, ove i canonici
lateranensi lo fecero canonico, quindi
lerminatd tal funzione, l'imperatore
creò molti cavalieri. In una relazione,
che possedè mss. il eh. bolognese Gae-
tano Giordani, ecco quanto si legge
avendola riportata nella nota 67 nel-
l' illustrazione di Lettera inedita ec. ,
Bologna i84i- sull'incoronazione di
Carlo V : »» l' imperatore colla spada
» nuda toccava la testa di chi voleva
« essere cavaliere dicendogli esto nii-
» les: ma allora tanti furono i chie-
« ditori affollati intorno alni, i quali
" dicevano : Sire, Sire, ad me, ad me,
»» eh' egli costretto e stanco, sudando
« persino nella faccia, per togliersi da
» quella calca, inchinò sopra tutti la
w sua spada, ed esprimendosi verso i
» cortigiani colle parole /io«/?oc?o max,
» perfinire soggiunse; estote milites:
» estote milites todos, todos: e cosi re-
plicando, gli astanti si partirono cava-
» beri e contentissimi". Ritornato poi
Carlo V alla sua residenza, fece cava-
lieri quelli, che nella cavalcata avevano
portato le insegne o stendardi di Bo-
logna, cioè i gonfalonieri del popolo,
delti tribuni della plebe del primo
quadrimestre. 1 sovrani creano oggi-
12 CAV
di cavalieri per mezzo de' loro di-
plomi, e talvolta lo fecero anco col-
la viva voce, o di Ordini equestri da
loro istituiti, o di altri preesistenti.
Secondo il Sansovino, fu Paolo III,
che pel primo creò cavalieri in Ro-
ma, nomitiando a tal onore Nicolò da
Ponte senatore veneto. Ma prima di
lui non mancano testimonianze, come
si potrà vedere ai rispettivi articoli
degli Ordini equestri, anzi si legge
nella sua vita, che eresse un Ordine
di quattrocento cavalieri, i quali com-
peravano il loro posto, e ne avevano
dalla dogana la rendita annuale di
cento scudi : certo è però che con bol-
la emanata nel i54o Paolo III con-
fermò i privilegi dei cavalieri dello
sperone d'oro. Di siffatti cavaliew, che
appartennero alla classe de' vacabili,
ne furono di varie denominazioni, co-
me di cavalieri di s. Pietro, cavalieri
di s. Paolo, cavalieri del giglio, j'ulii,
pii, laurelani, e simili. Fra' diversi di-
stinti ceti della corte e curia roma-
na, come i famigliari nobili ed intimi
dei Papi, neir essere dichiarati conti
palatini, erano pur creati cavalieri ,
anzi concessero i Papi ai Cardinali le-
gati, ai vescovi assistenti al pontificio
soglio, e ad altri personaggi, il privi-
legio di crearne un determinato nu-
mero. Ed uno dei privilegi, che gode-
va la romana principesca casa Sforza
Cesarini, non comune a verun' altra
famiglia, neppure pontifìcia, come os-
serva il Ratti della famiglia Sforza,
Roma 1794 parte I, pag. 264, 265,
e ^.^Q, era quello di creare cavalieri
dello sperone d'oro, o milizia aurata,
non che conti del sagro palazzo ed
aula lateranensc. Questa rara prero-
gativa la concedette a sì celebre e
nobilissima famiglia il sovrano Pon-
tefice Paolo III, Farnese, in conside-
razione dei grandi meriti e lustro di
essa, già sovrana del ducato di Mila-
CAV
no, e di altri stati, per le speciali be-
nemerenze che aveva colla s. Sede, e
per la stretta parentela , cui le era
congiunto. Confermarono tal privile-
gio Giulio III, Gregorio XIII, e Sisto
V, per cui il capo della famiglia Sfor-
za Cesarini accordava tal distintivo, a
quelle persone che, ne reputava degne
per ingegno, e virtù, con diploma che
spediva in Genzano o altro suo feudo.
1^. Litlercp. aposlolicce quihus nonnulla
de equestri auratae militiae decernun-
iur, che il regnante Papa Gregorio
XVI emanò a' 3i ottobre i84i- Con
tali lettere ,• nel ritornare all'antico
splendore l' ordine dello sperone d' o-
ro , ha il Pontefice stabilito anco i com-
mendatori fissando per Io stato ponti-
fìcio il numero di essi a centocinquan-
ta, e quello dei cavalieri a trecento ; ha
aggiunto al nastro rosso di seta il colo-
re nero, e sullo smalto bianco della cro-
ce, l'immagine di Papa s. Silvestro I ;
ed ha derogato al pi'ivilegio che i pre-
decessori aveano accordato ad alcune
distinte famiglie, di concedere cioè il
medesimo ordine, acciocché in appres-
so non abbia alcuna forza, e vigoi'e.
Di quest'Ordine poi equestre, ed au-
rato, comechè se ne parli all' articolo
Sperone d'oro, diremo che vuoisi isti-
tuito da Costantino il Grande, e con-
ferito a quelli, che in privato e in
pubblico facevano continuamente la
guardia alla sua persona , come le
guardie nobili, e gli svizzeri la fanno
oggidì al Papa. In oltre legavano ai
piedi dell'imperatore gli sproni, don-
de presero il nome e l'impresa i ca-
valieri, portando nel petto la croce
a otto punte collo sprone pendente.
S. Pio V volle ripristinarh sotto il no-
me di pii , ed ampliarli , prescrisse
che essere dovesse nobile la posterità
di un cavalierato cui assegnò ren-
dile, in seguito però continuò a
chiamarsi dello sperone d'oro. Vuol-
CAV
si ancora, che l'Ordine dello spe-
rone d' oro fosse approvalo da s.
Silvestro I , e che ne decorasse lo
slesso Costantino istitutore. J\on ha
guari in Roma si sono ristampale
le Memorie storiche siiW anticliilà ,
ed eccellenza dell' Ordine aurealo,
ossia dello spron d' oro.
Finché durò la repubblica veneta,
questa teneva un ambascialore a Ro-
ma presso il Papa, e prima di par-
tire dalla sua ambasceria veniva
creato cavaliere della milizia aurata
con quelle formalità , e cerimonie,
che andiamo a descrivere, mentre
è degno di osservazione, che a nin-
no de' suoi ambasciatori la repubbli-
ca permetteva ricevere decorazio-
ni equestri , meno che dalle ma-
ni del Sommo Pontefice. La fun-
zione si faceva nel palazzo apostoli-
co abitato dal Papa nella camera
dell'udienza privala , se l'ambascia-
tore era incognito, e nella stanza
avanti la cappella segreta del Qui-
rinale, ed in quella del s. Offizio al
Vaticano , o nella camera de' para-
menti, se r ambasciatore aveva lat-
to il pubblico ingiesso in Roma ,
nel qual caso adoperavasi la sedia
gestatoria, perchè la funzione si lé-
ceva in pubblico, mentre nella pri-
vata , il Papa adoperava una sedia
camerale. V'intervenivano, mediante
pontifìcio invilo, i Cardinali veneziani,
oltre il Cardinal segretario di slato,
vestitii di sottana, rocchetto, mezzetta
e manlelletta, sedendo nei banchi, ed
Alessandro \ 111 vi fece assistere an-
che i Cardinali aggregati alla nobil-
tà veneziana, alla cui nazione egli
apparteneva. 11 Diario di Rovi a ^
num. 3i3 dell'anno 17 19, riporta
la funzione fatta da Clemente XI ,
coll'ambascialore veneto nobile Duo-
do, il quale fu coi»dollo in carroz-
za al palazzo apostolico, dal conci t-
CAV i3
ladino Cardinal Priuli , che è del
seguente tenore.
Clemente XI assiso sotto baldac-
chino sulla sedia gestatoria nella
camera de' paramenti, e vestito di
sottana, (àscia, rocchetto, mezzetta
e stola , ricevette l' ambasciatore in
abito senatorio a' suoi piedi, accom-
pagnalo dai maestri delle cerimonie,
dopo aver fatto le tre consuete ge-
nuflessioni , mentre due cappellani
segreti ginocchioni ai lati del Pa-
pa, sostenevano l'uno il secchio del-
l'acqua santa coll'aspersorio, e l'altro
la spada nuda d'oro ornala di dia-
manti. Clemente XI , deposto il ca-
mauro, si alzò in piedi, e servito
di libro e candela da dvie arcive-
scovi assistenti al soglio, benedi la
spada colle preci del pontificale ro-
mano, e ricevuto dal Cardinal de-
cano l'aspersorio, la bened'i, ricevendo
pure dal medesimo la spada, la quale
pose nelle mani dell'ambasciatore di-
cendo: » Accipe gladium istum, in
« nomine Patris, et Filii, et Spiri-
» lus Sancii , ut eo utaris ad de-
» fensionem tuam, ac sanclae Dei
« Ecclesiae, et ad confusionem ini-
'» micorum crucis Cbristi , ac fidci
» christianae, et quantum humana
» fragililas permiserit , cum eo ne-
» mine in injusle la-das ; quod ipse
» praistare dignetur, qui cum Patre,
»> et Spiritu sancto vivit et nguiit
" Deus per omnia ssecula saeculoruni.
» Amen ". 11 piimo maestro delle ce-
rimonie Cassina prese quindi la spa-
da dall'ambasciatore , la ripose nel
fodero, passandola a d. Carlo Alba-
ni nipote del Papa, che la cinse al
fianco dell'ambasciatore, il quale al-
zatosi in piedi, dopo averla cavala
dal fodero, tre volte spiritcsanienle
la mosse, ed avendola strisciala sul
b) accio sinistro, la ripose nel fodero.
Indi il Pontefice pxese dalle muui
14 CAV
del Cardinal decano una preziosa
collana d'oro lavorata, con medaglia
.simile pendente , col ritratto dello
stesso Clemente XI da una parte ,
e nel rovescio coli' immagine del Sal-
vatore in atto di sostenere la croce
coH'epigrafe : factvs est principatvs
Ejus svPER HVMERVM Ejvs. Il Papa la
pose al collo dell'ambasciatore, dan-
dogli l'abbraccio di pace , dicendo :
Pax tecurn. L'ambasciatore allora
tornò a sfoderare la spada , la de-
pose nelle mani del Pontefice, che
tre volte leggiermente gliela battè
sulle spalle, dicendo : Esto miles pa-
cificus^ strenuus, Jidelis, et Deo de-
voluf. Ripigliata dall'ambasciatore la
spada, e postala nel fodero, il Papa,
dandogli un piccolo schiaffo, gli dis-
se : Exciteris a sornno malitiae, et
vigila in fide Christi, et fama lau-
dabili. Ciò detto, il marchese Astal-
li capitano delle guardie del corpo
pose all' ambasciatore gli speroni
d' oro di squisito lavoro (i quali in
uno alla spada siccome erano degli
ambasciatori , dovevano precedente-
mente mandare al palazzo apostolico),
mentre il Papa diceva : Speciosus
forma prae Jìliis homimimj acciri'
gere gladio tuo super femur tuum,
potentissime: indi Dominus vohiscuniy
coll'orazione propria. Dopo di che,
l'ambasciatore baciò il piede al Pon-
tefice ringraziandolo ossequiosamente,
e ne ebbe amorevole risposta in lo-
de della repubblica , e della di lui
persona, e nobilissima prosapia Duo-
do. Quindi il Cardinal primo dia-
cono levò la stola a Clemente XI ,
che, benedetti i Cardinali, e l'amba-
sciatore col suo corteggio, fl^ce ritor-
no alle sue camere, mentre l'aniba-
scialore avendo deposta la collana,
la spada, e gli speroni (che ritirò (ut
suo famigliare, per attendt;re the
la repubblica, lu quale uou vulu-
CAV
va che a' suoi sudditi , come di-
cemmo, si conferissero ordini eque-
stri, avanti che gli mandasse quel-
lo dello stolone d'oro, cui sole-
va mandare a Roma contempora-
neamente al suo ambasciatore fi-e-
giato dal Papa delle insegne del
cavalierato della milizia aurata) , si
restituì col Cardinal Priuli al palazzo
di s. Marco sua residenza. Nella
mattina seguente l'ambasciatore pel
suo maestro di camera, mandò al
Papa in donativo un quadi'o di
cristallo intagliato, rappresentante un
miracolo di s. Clemente ; ed il pre-
fetto delle cerimonie pontificie ri-
mise all'ambasciatore il consueto ro-
gito da lui come protonotario apo-
stolico rogato, facendo fede della fun-
zione seguita , ed aggregazione alla
milizia equestre aurata, alfine di go-
derne le preeminenze e le prerogative
relative. Talvolta è poi avvenuto, che
la spada venisse cinta da un principe
romano, o dal principe assistente al
soglio, e che gli speroni, in man-
canza dei capitani delle guardie del
corpo o cavalleggieri , fossero posti
all'ambasciatore dal capitano della
guardia svizzera pontificia, come si
legge nel numero 8 1 3 del Diario
RonianOj che descrive quando Inno-
cenzo XIII nel ijii decorò dell'Or-
dine equestre 1' ambasciatore veneto
Cornaro. Analogamente alle descritte
cerimonie, il citato Sansovino, par-
lando delle insegne de' cavalieri,
pag. 8, dice che se l'anello era an-
ticamente distintivo cavalleresco, po-
scia i principi adottarono lo sperone
d'oro, o di metallo dorato, e vuole
che Filelfo, il quale fiori nel XV seco-
lo, [)el primo chiamasse per tal'insegna
i cavalieri aurcati ; e che il donativo
<l('gli speroni voglia significare come
r uill/io del cavalicro si dee fare a
cavallo, col quale appunto si ado-
CAV
pera Io sprone. Anticamente, se il
cingolo, o cintura , che si pone al
cavaliero, fosse stato perduto, egli re-
stava privtìto dei privilegi e delle pre-
rogative, che gli concedevano le leg-
gi; quindi è che il principe creando
un cavaliere, gli cinge la spada,
ovvero con essa gli tocca la testa
per significare, che colla spada dee
mostiare il suo valore, per cui è
fatto cavaliero, e con quella difen-
dere il suo promotore, dovendo
perciò essere coraggioso e virtuoso.
Riguardo poi al conferimento della
collana, come particolar insegna di
special favore, ricorda il detto San-
sovino, che i nobili romani usavano
nella giovanile età la bolla d' oro
appesa al petto, e che Faraone vo-
lendo esaltare Giuseppe, gì' impose
al collo una collana d'oro; mentre
gli stessi lomani nelle guerre dava-
no ai loro confederati collane d'oro,
ed ai propri concittadini solo colla-
ne d' argento, ciò che in seguito fu
imitato dagl' imperatori, solendo do-
nare collane di due specie, chiamate
duplares e simplares^ a proporzione
dei meriti di quello cui volevano
onorare. E finalmente egli dice, che
per riguardo al colore delle insegne
di cavaliero, il rosso fu il principale.
Gli altri, come le insegne, le deco-
razioni, gli emblemi, le croci ec.
furono espressamente stabiliti dai fon-
datori degli Ordini militari ed eque-
stri , pei motivi per cui l' istituirono,
siccome può vedersi agli articoli
rispettivi, ove si scorgeranno gli Or-
dini equestri eziandio di donne.
I Diari di Roma riportano le
funzioni e le cerimonie praticate
nel conferimento degli Ordini eque-
stri in Roma, sia dal Papa, che
dai Cardinali, ed altri. Si legge, nel
numero 226 dell'anno 17 18, la fun-
zione pel cavalierato di Oisto con-
CAV l'i
ferito da un Cardinale, con facol-
tà compartitagli da Clemente XI, al
cavalier Rusconi scultore, di quattro
statue degli apostoli per la basilica
lateranense. Fu eseguita quella fun-
zione dal Cardinale nel proprio pa-
lazzo, sotto il trono, con rocchetto
scoperto, cioè con sottana e moz-
zelta. Nello stesso numero, pag. 24,
egualmente si legge, che i cavalieri
di s. Stefano, nella chiesa di s. Ca-
terina da Siena, dopo la messa can-
tata, diedero l'abito, e la croce, e
posero la spada e gli speroni ad un
nuovo cavaliere; quindi nel numero
636 nel detto anno 1718, nei nu-
meri 199, e 200, legeesi il diploma,
e la funzione dell'Ordine della Cro-
ciera fatto conferire dall' imperatri-
ce, per le mani del Cardinal Scrat-
tembach, comprotetton; di Germania,
alla marchesa Lancia IJichi, dimo-
rante nel monistero di s. Anna,
nella cui chiesa ebbe luogo la fun-
zione. Nel Diario dell'anno 1721
viene riportato, che il priore dell'Or-
dine di s. Stefano, nella chiesa di
s. Giovanni de' fiorentini, diede l'abito
militare di cavaliere di giustizia a
certo Valletti, il quale, secondo il
costume, fece dispensare i guanti agli
astanti. 11 numero 648 del medesi-
mo anno racconta, che il gran priore
di R.oma dell'Ordine gerosolimitano
presentò ad Innocenzo XIII , per
parte della sua religione, due croci,
una delle quali gioiellata, pel di lui
nipote d. Carlo, che il medesimo
Papa aveva dichiarato cavaliere mi-
lite di giustizia; quindi il Pontefice,
dopo aver celebrato la messa, assiso
in trono in una delle sue camei-e,
pose al petto del principe nipote la
croce di Malta. Il numero 729 del-
l'anno 1722 riporta la decorazione
dell'Ordine della croce stellata , con-
ferito nella chiesa d'Araceli dal p.
i6 CAV
Diaz teologo imperiale, per coin-
inissioiie dell' imperatrice presidente
dell'Ordine, alla marchesa Acco-
ramboni del Drago. Nel 1782 Cle-
mente XII fece decorare l'architetto
Ferdinando Fuga colia croce di ca-
valiere, da monsignor Acquaviva
maggiordomo, che gliela impose nel-
la sua cappella, come si ha dal
numero 2362. Nel lySS Benedetto
XIV, ad istiUiza del re di Sardegna,
diede formalmente la croce di com-
mendatore dell'Ordine de' ss. Mauri-
zio e Lazzaro, al proprio nipote d.
Giovanni Lambertini, nel modo che
descrive il numero 632 1; mentre il
numero 8248, dell'anno 177 1, ri-
porta quando Clemente XIV creò
cavaliere aureato Nicolò Erizzo II,
ambasciatore della serenissima re-
pubblica di Venezia. I numeri io54,
e io58 del citato Diario di Roma,
anno 1784, riportano, che Pio VI
nella sala del concistoro, e colle pre-
scritte cerimonie vestì monsignor
Braschi suo nipote, che precedente-
mente avea dichiarato gran priore
di Malta in Roma, dell'abito e della
croce dell'Ordine de' ss. Maurizio e
Lazzaro, speditagli dal re di Sarde-
gna, per mezzo del ministro conte
Valperga. Oltre la croce di brillanti,
gli diede quel monarca una couì-
n)enda coll'annua rendita di duemila
duecento scudi, dichiarandolo inoltre
suo gran ciamberlano. Furono pre-
senti alla funzione i Cardinali pala-
tini e nazionali, il ministro, e i
cavalieri dell'Ordine. Finalmente, nel
numero 2o44 dell'anno 1794» evvi
la descrizione della seguita funzione,
in cui il gran maestro dell'Ordine
gerosolimitano con diploma njagi-
strale, e breve pontificio facoltativo,
fece decorare della croce di divozio-
ne di lai Ordine la dama Virginia
Masliaui Severi di Rieti.
CAV
Il sommo Pontefice crea i cavalie-
ri con breve apostolico, e i sovrani,
i gran maestri, e i dignitarii degli
Ordini equestri militari e religiosi,
li annoverano ad essi mediante di-
plomi, che da alcuni chiamansi an-
che bolle. I Cardinali legati a laierc
conferivano, per indulto della Santa
Sede, dodici cavalierati dello speron
d'oro, e pel medesimo privilegio,
i vescovi assistenti al soglio ne con-
ferivano quattro, con diploma, la
cui formula si legge nel Parisi, Istru-
zioni, tomo IV, pag. 5, e seg., av-
vertendo egli , che siccome il cava-
lierato è titolo secolare, tuttavia il
diploma di solo conte palatino si
dà anche agli ecclesiastici colle limi-
tazioni, che le parole aurata; mili^
lice equitan si debbano tralasciare
se la persona sia ecclesiastica, come
per essi si omettono le parole enserii,
et aurata calcaria. Il Sansovino a
pag. 93, Origine de' Cavalieri , del-
l'edizione del i566, tratta Degli sta-
hilimenli, leggi, ed ordini convenevoli
ad ogni cavaliere. Del medesimo
autore, ed argomento abbiamo altra
edizione in libri IV, colla data di
Yinegia i683, Ordini equestri, mi-
litari, ed ospitalari. In essa fa la
distinzione della cavalleria, Equiluni
ordo, in mililare, regolare, onoraria,
e sociale.
CAVALIERI. Ordine de' presi-
denti della Pontificia Accademia
di s. Luca. La romana Pontifìcia
accademia delle belle arti, veneran-
da per la sua antica origine, chiaris-
sima per famosi professori, e rispet-
tabile per in)portanti servigi resi alle
arti liberali, meritava l'alta protezio-
ne, e lo incoraggiamento de' Sommi
Pontefici, sotto i cui auspici, e quello
de' Cardinali protettori Federico 13or-
romei, Paleotlo del Monte, dei due
Barberini , e poscia de' camerlenghi
CAV
di s. Romana Chiesa, mi labilmente
prosperò , e fioiì in modo , che la
sua riputazione suona grande e ce-
lebrata per tutta l' Europa, ed ovun-
que si stima come supremo tribu-
nale nel fatto delle arti. Vantando
r accademia la sua origine nel se-
colo XIV, segna per principale me-
cenate Sisto IV, che nel 1478 l'in-
novò le antiche costituzioni dell' u-
ni versila, ciocche pur fecero il se-
natore di Roma, e i conservatori
del popolo romano. Paolo IH con
suo breve nobilitò l' arte della scul-
tura, dichiarandola scienza studiosa,
emula della natura. Ed il valente
pittore Girolamo Muziano ottenne
dal magnanimo Pontefice Gregorio
XIII una bolla, datata ai i5 otto-
bre 1^77, colla quale venne isti-
tuita r accademia romana di belle
arti, sotto la medesima invocazione
di s. Luca evangelista, cui Sisto V,
a mediazione di Federico Zuccari ,
si mostrò largo di grazie e favori , e
con sua bolla del i588 approvò
quella dell' immediato predecessore.
Quindi, nel i593, sotto il ponti-
ficato di Clemente Vili , lo stesso
Zuccari fu eletto dagli accademici
in loro principe, titolo che le acca-
demie d'Italia davano ai loro capi,
o presidenti; e fu egli il primo che,
ai i4 novembre di detto anno, pre-
siedette alla prima accademia presso
la chiesa di s. Martina, con tutta
formalità , sedendo in luogo emi-
nente , collo scettro accademico , e
pronunziò analogo discorso suU' ac-
cademia del disegno, e sulle nobili
arti della pittura, scultura, e ar-
chitettura. Poco dipoi Paolo V, con
breve del 1616, compartì all' acca-
demia il privilegio di liberare ogni
anno un reo per la festa del suo
l^rolettore s. Luca. Gregorio XV
nel 1621 approvò gli statuti e i
CAV tj
capitoli ; ciò che pur fece Urbano
Vili, nel 1627, assoggettandole le
arti di Roma. Ci'cscendo successiva-
mente la fama dell' accademia , nel
1675 quella reale di Torino, sotto
Vittorio Amadeo II duca di Savoja,
ne implorò, ed ottenne l'aggrega-
zione; ciocche pur fece nell'anno
seguente quella regia di Francia ,
colla sanzione di Luigi XIV , co-
municata per mezzo del suo ministro
Colbert, ove fra le altre distinzio-
ni concedute al presidente dell' acca-
demia di s. Luca , evvi quella di
potere in caso di malattia, o assen-
za del direttole dell'accademia di
Francia in Roma [Vedi), supplir-
ne le veci col titolo di rettore. Ter-
minò il secolo XVII, con celebrarsi
nel 1690 il primo centenario del-
l'erezione dell'accademia di s. Lu-
ca , con decoro e splendidezza.
Incominciò il secolo XVIII assai
propizio per essa , stante i premii
assegnati alle arti dal dotto Cle*
mente XI, e la prima pubblica pre-
miazione si effettuò neir augusto
Campidoglio l'anno 1702. Fu pu-
re nel medesimo pontificato, che
r accademia rinnovò la sua impre-
sa, rappresentandola in un triango-
lo equilatero, simbolo dell'egualità,
ed unità delle tre nobili arti, com-
posto del pennello, scalpello, e sesto,
con entro il motto : aequa potestas)
e nel 1 7 1 4, coli' autorità dello slesso
Clemente XI, ne vennero modificati
gli statuti. Benedetto XIV, e poi
Clemente XIII furono benemeriti
della scuola del nudo in Campido-
glio. Nel ponliftftalo di qjiest' ulti-
mo, Pio Balesti'a nel 1762 istituì
erede delle sue facoltà l'inclita ac-
cademia pontificia , in aggiunta dei
fondi destinati ai concorsi capitolini.
Correndo l'anno 1782 seguì l'unio-
ne dell' accademia Clementina delle
VOL. Xf.
i8 CAV
belle arti di Bologna istituita fino
dal 17 IO in quella città, alla no-
stra di s. Luca. Nel medesimo anno
Papa Pio VI ridusse ad un sessen-
nio i due concorsi dementino e Ba-
lestra , e fu nel 1793 che l'acca-
demico cav. Bartolomeo Cavaceppi
istituì suo erede universale l' acca-
demia.
Memorabile divenne per essa l'an-
no l'jg^, e per la promulgazione
dello statuto, e per la celebrazione
del secondo anno secolare, ma più
di tutto pegli amplissimi privilegi
conceduti dal generoso Pio VI , il
cui elenco riporta il chiarissimo Mel-
chiorre Missirini, già benemerito se-
gretario dell' accademia, nelle applau-
dite Memorie per servire alla sto-
ria della romana Pontificia acca-
demia di s. Luca, fino alla morte
di Antonio Canova, pubblicate in
Roma nel 1823 pei tipi de Roma-
nis. Fra tali privilegi merita di es-
sere ricordato quello, che niun li-
bi-o e scrittura, in cui si tratti di
cose spettanti alle tre arti sunnomi-
nate, possa stamparsi in Roma sen-
za la revisione ed approvazione del-
l'accademia di s. Luca. Importante,
e del nostro argomento, è il ripe-
tere quanto riguarda il principe prò
tempore di essa, che il Pontefice
nel sanzionar lo statuto con breve
de' 12 giugno 1795, dichiarò co/z/e
palatino per quel tempo che fun-
geva l'ufficio, col diritto d'intito-
larsi tale, e di usare le insegne pro-
prie de' conti palatini ne' pubblici
atti, e nelle funzioni accademiche.
Pio VII fu benemerito dell' ac-
cademia, per l' eminenza di gloria
cui portò il suo cupo, e per tutto
quello che fece per essa nella pro-
tezione accordatale, siccome largo e
benefico colle aiti belle, ch'ebbero
tanto incremento nel suo immortai
C \ V
pontificato, e il cui nome sarà iu
perenne benedizione anco presso gli
accademici. Dappoiché egli confer-
mò nelle scuole ogni ramo di utile
insegnamento nelle scienze del di-
segno, ciinsiderato sotto ogni aspetto
delle Ire arti primarie, dispose pre-
mi annuali pegli allievi, e di mng-
giori privilegi la distinse, e in ogni
maniera la beneficò, come diffusa-
mente racconta nelle citate Memorie
il Missirini.
Finalmente eccoci a vedere i prin-
cipi , o presidenti dell' accademia ,
creati cavalieri dal predetto sovrano
Pontefice. L'anno 1806, fu eletto
a cuoprir la carica di principe del-
l'accademia il cavalier, ora barone
Vincenzo Camuccini, pittore roma-
no, a cui si deve lode per aver
grandemente concorso co' suoi stu-
di, ed esimie opere alla ristorazio-
ne dell' eleganza, della nobiltà e di
una perfetta filantropia nell' arte
pittorica, per aver egli sopra ogni
altro studiato sul divin Raffaello,
onde meritò, che ad onta dell' età,
la quale non giungeva a quella vo-
luta dallo statuto, fosse con nuovo
esempio concordemente proclamato
principe. Toccò pure a lui pel pri-
mo la ventura di fruire le pratiche
fatte dal zelante predecessore An-
drea Vici, per un segnalato onore al-
l'accademia compartito dal detto Pio
VII, Chiaramonli, di Cesena, il qua-
le con isplendida e perpetua onori-
ficenza, volle qualificare questo an-
tico stabilimento delle arti ; ed in
virtìi del breve de' aS settembre
1806, si degnò creare im luiovo
Ordine di cavalieri, detto 1' Ordine
de' Principi , o Pnsidenti della Pon-
tificia Romana Accademia del di-
segno di s. Luca, con facoltà, eletto
che fosse un professore, im principe,
o presidente dell'Accademia, di por-
CA V
tare una croce di decorazione a
spicchi di smalto bianco , filettato
d'oro, con testa di moro fascialo
bianco nel mezzo, essendo qiieslu
parte dell' insegna gentilizia de'Chia-
rarponti, per cui alcuni volgarmente
chiamano l'Ordine del Moretto^ con
corona di alloro sopra, e nasti'o di
fettuccia di seta rossa, con righe
nere. Ed in oltre concesse il ma-
gnanimo Papa, che il titolo di ca-
valiere, e la decorazione, anche ter-
minato l'anno, il biennio, o triennio
del principato, giacché eleggendosi
ogni anno il presidente , si può con-
fermare due volte, potessero usare
r una e l'altra, loro vita durante.
Il predetto Breve si esprime nel
seguente tenore:
» Pio Papa VII a perpetua
memoria."
» Pensando spesso fra Noi, che
» r onore alimenta le arti , e che
" gli animi generosi per mezzo delia
" gloiia s' incendono allo studio, di
" buon grado ci siamo mossi ad
» onorare , quanto era possibile, di
'> distinzioni e di premi, li profes-
»> sori delle arti liberali. Ora sicco-
»♦ me fra le altre accademie delle
» arti in questa nostra alma città
« di Roma dai romani Pontefici
" nostri predecessori sapientemente,
« e provvidamente instituite, spe-
« cialmente ha primeggiato, e pri-
»> meggia l' accademia denominata
M volgarmente di s. Luca, in modo
»j che Papa Pio VI nostro predeces-
" sore volle accrescerla ed abbel-
« lirla di molli onori, fino a decre-
»j tare, che il di lei principe prò
» tempore s' intitolasse conte pala-
" tino, come dalle lettere patenti
» spedite in forma di breve il gior-
» no 12 giugno 1795, ed avendoci
CAV 19
i diletti figli membri attuali di
detta accademia fatto presente,
che il titolo di detta contea, spi-
rato il triennio del principato,
cessa , mentre sarebbe convenien-
te, che chiunque ha goduto di
questo onore e di tal carica, do-
vesse rimanere in pei-petuo insi-
gnito di alcuna decorazione : e
perciò avendoci supplicato umil-
mente a volerci degnare di prov-
vedere a ciò opportunamente con
apostolica benignità; quindi è che
amando noi distinguere gli oratori
con ispcciali grazie e favori, e le
singole loro persone assolvere da
ogni censura ec., mostrandoci pro-
pensi ad annuire alle suppliche,
conferiamo, a tenore delle pre-
.senti, coH'apostolica autorità, all'at-
tuale principe dell'accademia .sud-
detta, e ad ogni principe, che anche
quando abbia compito il triennio
del suo pnncipato, possa intito-
larsi cavaliere durante la di lui
vita, e così farsi chiamare, e che
la croce equestre sia dell' esem-
plare, e della forma esibitaci,
cioè a spicchi di smalto bianco
filettato d'oro, con testa di moro,
fasciata bianco nel mezzo , con
corona d'alloro sopra in nastro
rosso con lighe negre, e che
questa croce possa portare pub-
blicamente pendente dalle asole
del vestito vita sua natiu'ale du-
rante; e così pure tutti gli altri
accademici viventi , che prima di
questo tempo furono assunti al-
l'onore del principato dell'acca-
demia, possano godere di questo
titolo, e lecitamente portare detta
croce, né essere molestati ed im-
pediti ec, non ostanti le coslitii-
rioni contrarie ec. Dato in Ron)a
presso s. Maria . Maggiore sotto
l'aiìcllo del pescatore questo gior-
IO CAV
« no 2 3 settembre 1806, del Nostro
»» pontificato anno VII
» Cardinal Braschi degli
« Onesti "
Gli ufficiali accademici di s. Luca
assai grati a sì distinto favore, re-
caronsi dal Santo Padre, deposero
a' suoi piedi i sentimenti della loro
eterna riconoscenza, e nel tempo
stesso fecero i*egistrare ne' loro libin
onorevoli parole, e le lodi di Andrea
Vici, che non solo fu caldo promo-
tore di questa qualificazione, ma
volle di più soddisfare col proprio
alle spese del breve. Fu stabilito
eziandio conseguentemente a ciò, che
la croce passasse da un principe
all' altro, ma che spirato il tempo
del principato, ove alcuno uscito da
quella dignità volesse di lai fregio
insignirsi , dovesse a proprie spese
acquistarne il segno. Finalmente cre-
diamo opportvino di ricordare, che
Antonio Canova di Possagno, che
fu il Prassitele de'nostri tempi, venne
pure eletto principe dell'accademia,
da lui già generosamente beneficata,
e non volendo esserlo effettivo per-
petuo, solo ne conservò il titolo con
alcune preeminenze. Pertanto da al-
lora in poi il capo dell'accademia,
cioè fino dal 18 17, si nominò pre-
sidente, divenendo poi tale quello,
che è eletto vice-presidente.
CAVALIERI Gaspare, Cardinale.
Gaspare Cavalieri nato in Roma d'il-
lustre prosapia, amabile per soavità di
costumi e per docilità d'ingegno, ebbe
campo di esercitare, sotto Clemente X,
la sua abilità nei tribunali di Roma.
Ebbe la presidenza delle milizie del-
io stato ecclesiastico ed ottenne altri
onorevoli incarichi. Il Pontefice In-
nocenzo XI creollo diacono Car-
dinale di s. Maria in Aquiro e do-
CAV
pò un anno, cioè nel 1687, lo fece
arcivescovo di Capua, dove lasciò in-
signi monumenti della pietà sua.
Cessò di vivere in Roma nel 1690
neir età di quarantadue anni dopo
quattro di Cardinalato. Fu sepolto
nella chiesa di s. Maria in Araceli
nella sua cappella gentilizia di s.
Gregorio senza alcuna memoria.
CAVALIERI Jacopo, Cardinale.
Jacopo Cavaheri, nobile romano, nac-
que nel i566. Peritissimo nelle leg-
gi, fu prima referendario di segna-
tura , poi uditore di Ruota, ed ami-
co ad Urbano VII! , divenne suo
datario. Quindi, ai 19 gennaio del-
l'anno 1626, applaudendovi tut-
ta la curia di Roma , dallo stesso
Pontefice fu creato Cardinal prete
di s. Eusebio. Recatosi a Tivoli per
oggetto di salute, vi lasciò la vita
nel 1629, di sessantatre anni, e
tre di Cardinalato; ed ebbe tomba
a s. Maria in AraceU nella cappella
di s. Gregorio, con nobile iscrizione.
CAVALLEGGIERI, GUARDIA pon-
tificia. Milites Icvis armaturae. Que-
sta antica guardia del corpo dei
Sommi Pontefici, fu succeduta nei
primi del corrente secolo dalla
guardia nobile pontificia (Fedi), e
dopo la guardia svizzera, è la piìi
antica di quelle, che servirono i
Pontefici sino alla nostra epoca ,
dappoiché le lancie spezzale [Fedi)
e le corazze [Fedi) furono istituite
nella corte del Papa dopo i caval-
leggieri. Dallo stesso loro nome si
conosce, che erano militari a cavallo
d' una cavalleria detta leggiera dalla
sveltezza de' suoi cavalli, e dalla
qualità degli abiti, che usavano. Nel
possesso, cui prese del Laterano
Lpone X nel i5i3, si legge che
l'ordine della cavalcata incominciava
dagli equites Icvia armaturae. Dalla
descrizione poi del dolt. Penni si ri-
CAV
leva che principiavasi la processio-
ne da duecento uomini a cavallo
armati con lance. Ma osserva il
Cancellieri, ne' suoi Possessi, pag.
II 8, che la prima menzione della
guardia de' Cavalleggieri, si fu nel
solenne ingresso che fece in Roma
Marcantonio Colonna il Trionfatore,
ai 4 dicembre 1571, per ordine di
s. Pio V, perocché dalla relazione
fattane dall' Albertonio , si conosce
aver preceduto ]Marcantonio il ca-
pitano della guardia del Papa, colle
guardie (forse i cavalieri fedeli o
della fede, o della colomba istituiti
sotto Paolo IV, che in appresso di-
vennero Lande spezzate) , e che
seguivano il magistrato romano i
Cavalleggieri del Papa, i quali
chiudevano la cavalcata. Tuttavolla,
leggiamo nei ruoli della famiglia
pontifìcia, del luglio i555, nel pon-
tificato di Paolo IV, che già i ca-
valleggieri esistevano a quell' epoca,
giacché dopo i capitani di Castel s.
Angelo, e della guardia, e prima
del capitano degli svizzeri, sono regi-
strati due capitani de' cavalleggieri
capitani custodiae equituni levis
orniaturae , con parte di pane e
vino, che ricevevano dal palazzo
apostolico ; ruolo eh' è il più antico
degli esistenti in quell'archivio, laon-
de si può congetturare, che l'istitu-
zione di questa guardia pontifìcia
sia anteriore a Paolo IV, il quale
ascese al trono ai 2 3 maggio 1 555,
leggendosi ne' successivi ruoli, co-
stantemente registrati fra i signori
della corte, i predetti due capitani.
Anzi abbiamo dalla vita di Sisto V,
creato nel 1 585, che avendo Nicolò
Azzolino, capitano de' cavalleggieri ,
e parente del Cardinal Azzolino ,
cui il Papa amava teneramente,
ucciso con uno schioppo in una rissa
il sao alfiere, gli fece tagliare la testa.
CAV ^i
Che poi fino da Innocenzo Vili
creato nel 1484 esistesse una guai--
dia del coi'po del Sovrano Pontefi-
ce, e forse degli stessi cavalleggieri,
si vedrà in seguito parlandosi dei
loro quartieri. Leggo poi nel Bur-
cardo, Conclavi de' Pontefici, ed in
quello per 1' elezione di detto Papa,
eh' egli deputò Paolo Orsini co'suoi
soldati alla guardia, o custodia del
palazzo apostolico, col consueto sti-
pendio; che nel conclave per l'elezio-
ne di Alessandro VI, le ronde dei
cavalleggieri facevano continuamente
la ronda avanti il palazzo vaticano;
e che il successore Pio III nel i5o3,
fece capitano del palazzo apostolico
il nipote marchese Giovanni Saluz-
zo , il quale, essendo poco dopo
morto il Papa, parti dal palazzo
apostolico, e passò ad abitare altrove.
Rileviamo dal Lunadoro, Relazio-
ne della corte di Roma, Bi'acciano
1 646, che il Papa aveva per guar-
dia della sua persona due compa-
gnie di cavalleggieri, composte ognu-
na di cinquanta individui ; ed i due
capitani, e gli alfieri di esse veniva-
no nominati dallo stesso Pontefice
con apostolico breve ; che tanto i
capitani, gli alfieri, ed ulfiziali dei
cavalleggieri , venivano in uno ai
cavalleggieri pagati ad uso di guer-
ra , con emolumenti e mancie , e
che dodici cavalleggieri, e quattro
lancie spezzate erano continuamente
di guardia al palazzo apostolico. E
noto poi, che i soli ufficiali de' ca-
valleggieri erano nobili, e che ogni
nuovo Pontefice, se non confermava
i capitani, ne dichiarava a suo pia-
cimento i primari signori, o i suoi
fratelli e nipoti, come rilevasi in di-
versi articoli di questo Dizionario.
Appena nel 1676 divenne Pon-
tefice Innocenzo XI, che avendo in-
trodotto nel palazzo la moderazione,
k
-il CAV
abolì porzione della guardia de'ca-
valleggieri, accresciuta senza neces-
sità, con grave dispendio della ca-
mera apostolica. Il Bonanni, Gerar-
chia ecclesiastica, pag. l\^o, parlan-
do dei famigliari del Papa, dice che
nell'anticamera vicina a quella dei
bussolanti, dopo la sala de' palafrenie-
ri, assistono alcuni cavalleggieri col-
r abito a seconda della figura, che
riporta al num. i4^» pag- 4^6,
cioè sotto-abito ad arbitrio, ed una
giubba, che tutti indossavano di
panno rosso, con maniche pendenti
sino al ginocchio, guarnita di oro ;
usando sempre stivaletti di drappo
nero, cogli speroni, spada al fian-
co, bandoliera di color celeste tri-
nata d' oro attraverso del corpo ,
ed una pistola in mano, che ripo-
savano sul braccio sinistro. Aggiun-
ge, ch'erano divisi in due compa-
gnie, comandate ciascuna da un
distinto capitano, con diversi uffi-
ciali ; e che quando il Papa proce-
de per la città in pubblico, alcuni
cavalleggieri lo precedevano a ca-
vallo , per {sbarazzare la strada
da qualunque impedimento, mentre
un drappello ne seguiva la carroz-
za, la lettiga, o la sedia, secondo che o
l'una o l'altra era usata dal Pontefice.
Il medesimo Bonanni, a pag. 477> »"i-
portando le testimonianze di diversi
celebri cerimonieri, osserva, che an-
ticamente nell'appartamento ponti»
fìcio, dopo r anticamera de' caval-
leggieri, eravi quella degli scudieri;
ma dopo che Innocenzo XI regolò
le guardie delle anticamere, i»ella
anticamera della bussola di dama-
sco eranvi di guardia i cavalieri
lancie spezzate, 1' alfiere e il tenen-
te della gtiardia svizzera, i cornetti
delle compagnie de'cavalleggieri, i lo-
ro capitani ed altri, e che nelle ca-
valcate alcuni cavalleggieri prcce-
CAV
devano il corteggio con lancie in
mano, per rimovere nelle strade gli
impedimenti; e che dopo i prelati, i
quali seguivano il Papa, cavalcavano
le compagnie de' cavalleggieri coi lo-
ro capitani, ed il vessillifero colf in-
segna della Chiesa l'omana. 7-^. Chat-
tard. Descrizione del Valicano, to-
mo II, pag. i6o, e i6i, ove parla
delle anticamere,^ in cui risiedeva-
no i cavalleggieri. Neil' edizione poi
del Lunadoro, del 1774? viene con-
fermato che i cavalleggieri erano di-
visi in due compagnie, coi loro ca-
pitani, e cornetti , dipendenti tutti
immediatamente dal prelato mag-
giordomo. Ma dopo l'invasione del-
lo stato pontificio operato da' fran-
cesi, nel declinare del secolo decor-
so, restando soppressa la guardia
de' cavalleggieri, il nuovo Pontefice
Pio VII, nel 1800, con suo moto
proprio, approvò l' erezione del cor-
po delle guardie nobili pontificie ,
fatta con decreto della congregazio-
ne economica del sagro palazzo a|)o-
stolico, giacche molti nobili romani,
e dello stato ecclesiastico si erano of-
ferti di supplire alla guardia de'ca-
valleggieri.
I cavalleggieri avevano due quar-
tieri, con abitazioni, e scuderie pei
cavalli tanto al Vaticano, che al
Quirinale presso la residenza del
Papa. Il menzionato Chattard, al
tomo III, p ig. 32 3, descrive il Quir-
tiar della n^al guardia del corpo,
detta dti' cai>allegg!eri presso il ì^a-
tìcano. Questo quartiere era situa-
to presso la porta di Roma chia-
mata Posterula , che poscia per
questo oggetto prese il nome di
porla Cai'alleggicri , in un luogo
chiamato il predio Alagdlo o Ma'
cello , che vuoisi eretto da Inno-
cenzo Vili, ed ingrandito da di-
versi Pontefici, massime da Paolo V,
CAV
con lutli i comodi opportuni pei-
i' abitazione delle guardie, e per la
scuderia decloro cavalli. L'Alveri,
Roma in ogni stalo, parte 11, pag.
24 1> dice che presso la porta Ca vai-
leggieri evvi l'abitazione perla guar-
dia pontificia, fabbricata nei tempi
d' Innocenzo Vili; e il Cancellieri
nel suo Mei calo, pag. 242 aggiun-
ge, che la porta Cavalleggieri è così
chiamata dai vicini alloggiamenti di
tal guardia, di cui soleva essere ca-
pitano il nipote del Papa regnante,
il quale gotleva i proventi della stes-
sa porta. Vicino poi al palazzo a-
poslolico del Quirinale, nel 1732,
Clemente XII fece edificare il pa-
lazzo della consulta per gli uffizi di
questa congregazione, per quelli dei
brevi, e per le guardie dei cavalleg-
gieri , e corazze, i cui quartieri ed
abitazioni sono ora occupati dalle
guardie nobili, come le scuderie dai
loro cavalli.
La guardia de' cavalleggieri, come
la guardia del corpo del Papa, finché
esistette, sempre intervenne a tutte
le tunzioni, e se ne fa menzione ai
luoghi opportuni pei servigi, che ren-
deva, particolarmente agli articoli Ca-
valcate, CArPELLE Pontificie, e Tre-
ni. Solo qui avvertiamo, che se il
Papa andava in carrozza, i detti
capitani il seguivano vestiti in abi-
to nero, senza paggi, e senza vessil-
lifero. JNei solenni possessi dei Papi
ciivalcaiono con abiti bellissimi, il
perchè ne daremo qui alcun cenno.
Erano essi, che aprivano tal solenne
^ompa, ondesi legge nel possesso preso
nel 1090, da Gregorio XIV: Praei-
bat ctnluria equiluni Lcvis arniaturae
de custodia ss. quasi ad viain di-
ri^endaiìi. Chiudendo la cavalcata :
» Demum quasi poslremum agmen
M mililes brevis armaturae de cu-
»? studia ss. cum corum capitaucu,
CAV fc3
»» et vexilliferis splendide ornati ,
»• omnes armati thorace ferreo, et
•» superinduti sago manicato, pur-
tj pureo, hastas praelialas defei'en-
" tes, in quarum summitate quae-
>» dam pai'va vexilla appensa erant
»» flavi, et purpurei coloris ". Ab-
biamo, che nel possesso preso, nel
i644> da Innocenzo X, la vanguar-
dia de' cavalleggieri andò avanti per
far isgombi-are i capi di strade, e- le
piazze dalle carrozze. Dopo la letti-
ga del Papa, seguivano due trom-
bette de' cavalleggieri, e due paggi
con lancie dorate, e giubbe ricama-
te di velluto turchino, armati d'ar-
me bianche, e cimieri in testa, con
ornamento vaghissimo di piume di
vari colori, portando lo stendardo
di santa Chiesa, il marchese de' Ca-
valieri, ed andando avanti di esso
i due capitani Panfilio, e Naro, con
ricchissime giubbe di velluto cremi-
sino tutte ricamate d' oro, seguitati
dalle due loro compagnie de^ caval-
leggieri colle cornette, cinti d'arme
bianclie e casacche di scarlatto tri-
nate d' oro, banderole di taffettà
turchino e giallo in cima delle lan-
cie. Nel possesso preso, nel lyy^,
da Pio YI, precedevano a disgom-
brare le vie alcune coppie di caval-
leggieri con lancie e cimiero di piu-
me bianche e rosse, vestiti di ca-
sacche rosse, ornale di ■velluto cre-
misi, e galloni d'oro, seguiti da due
lancie spezzate colie loro armatui-e
di acciaro, ordinando la cavalcata.
Appresso poi la carozza pontificia
cavalcavano due trombetti de' caval-
leggieri, e quindi quattio paggi col-
le lancie erette, precedute dai prin-
cipi Altieri, Giustiniani, Mattei, e
Santa Croce, capita»! della stessa
guardia, con armature di acciaro ,
e ricca sopravveste, in mezzo dei
quali ciu à marchese Naro, vessilli-
a4 CAV
fero di s. Chiesa con bandiera spie-
gata , e i cornetti, e le compagnie
de' cavalleggieri.
I menzionati capitani de' caval-
leggieri, fino ai ruoli di tutto il
pontificato di Pio VI, erano regi-
strati nella categoria di Diversi si-
gnori della corte, prima del vice-
castellano, del foriere, e cavalle-
rizzo ec, godendo ancora le por-
zioni di pane e vino ; ed il mae-
stro di camera nella distribuzione
delle medaglie, ne dava loro uno
d'oro e l'altra d'argento per ca-
dauno. P^. Ordini, e regole _, che si
dovranno osservare dalle compa-
gnie delle guardie de" cavalleggieri
di Nostro Signore Clemente XI, Ro-
ma 1 7 1 3 .
CAVALLERINI Giamacopo, Car-
dinale. Gianiacopo Cavalierini, no-
bile romano , oriondo di Modena ,
nacque a Roma, nel iGSg. Avvo-
cato della curia romana , trattò le
cause forensi , ed ascritto ai pre-
lati , le giudicò per destinazione
di Alessandro Vili , come luogo-
tenente dell' uditore di camera ; uf-
fizio , cui sostenne per venti an-
ni con tale integrità e robustez-
za, che Innocenzo XI lo ascrisse a-
gli uditori di Rota , ed Innocenzo
XII gli affidò la nunziatura di
Francia, durante la quale, lo stesso
Pontefice, ai 1 2 dicembre del 1 695,
lo creò Cardinal prete di s. Barto-
lommeo all' Isola, e prefetto della
segnatura di giustizia; poi lo ascris-
se alle congregazioni del concilio ,
dei vescovi e regolari, di Propagan-
da, e parecchie altre. Mori a Ro-
ma, nel 1699, ^' sessanta anni, e
fu sepolto in chiesa di s. Carlo ai
Catinari, innanzi la cappella di s.
Paolo,
CAVALLERIZZO maggiore del
Pai'a. Praefcctus stabuli , Pracfe-
CAV
ctus Equilis Pontificii. Grado , e
dignità di quello, che nella corte
pontificia ha la cura generale dei
cavalli del Papa, e di tuttociò che
ad essi appartiene, ulliciale palatino
della classe dei camerieri segreti di
spada e cappa laici. Il Muratori,
nel tomo I, delle Dissertazióni so-
pra le antichità italiane, nella quar-
ta degli uffizi della corte dei re an-
tichi d' Italia, e degl' imperatori, di-
ce a pag. 32: " Trovasi nel palaz-
zo dei re longobardi lo stratore,
che oggi chiamano cavallerizzo,
il cui ministero consisteva in as-
•> sistere il re allorché voleva sali-
re a cavallo, con tenei'gli la staf-
fa, ed aiutarlo in altra maniera;
giacché non so se 1' uso delle
staffe, certamente incognite agli
antichi romani e greci, si fosse
per anco introdotto fra i longo-
bardi. Non pochi dei re de' seco-
li susseguenti ( tant' era la loro
■i riverenza a s. Pietro) non isde-
> gnarono di tenere la staffa ai ro-
mani Pontefici, e la briglia nelle
> solenni funzioni. Talmente s'era
stabilito quest' atto di ossequio
verso i vicarii di Cristo, che Fe-
derico I, Barbarossa, allorché nel
1 1 55 , venne verso Roma per
prendere la corona imperiale, a-
vendo ricusato di prestarlo ad
Adriano IV, non fu ammesso al
bacio del piede dallo stesso Papa,
come si ha dalle memorie di
Cencio Camerario, e da altre sto-
rie, e s' imbrogliavano forse gli
affari di questa contesa. Ma co-
tanto si adoperarono i più vecchi,
e r autorità de' principi, con alle-
gare l'antica consuetudine, che fu
stabilito: quod domnus impera-
tor prò apostolorum principis, et
sedis apostolicac rcverentia exhi-
beret statoris oificium, et strcugam
CAV
» domno Papae teneret ". In lin*
gua longobardica , lo slratore era
chiamato marpahis , e clic fosso
questo un uffizio splendido , lo si
può dedurre da Paolo Diacono, il
quale nel lih. 2. e. 9, scrive, es-
sere stato Gisolfo , nipote del re
Alboino , vir per omnia idone.us
qui cidtni slraLor crat, queiii lin-
gua propria marpahis appellont.
JVella corte de' principi di Beneven-
to pare, che vi l'ossero più d' uno
di questi marpahis, trovandosene
menzione nella cronaca del moniste-
ro di Volturno, nelle carte degli arci-
vescovi di Benevento, e nella cro-
naca di santa Sofìa, tom. VII della
Italia sagra. Leggiamo nel Macri ,
al vocabolo Slrator, essere esso sta-
to un uiìiziale della corte imperiale
di Costantinopoli, che aveva cura
di mettere a cavallo l'imperatore;
ed il collegio di quei ministri era
chiamato Scholae Stratorum^ ap-
pellandosi il capo prolo-stralor. Fin-
ché durò il sagro romano impero,
l'elettore di esso duca di Sassonia,
avea la dignità di cavallerizzo per-
petuo del medesimo impero ; e lin-
cile i vescovi furono sovrani delle
loro diocesi, alcuni ebbero per ca-
valleiùzzo uno de' signori loro feu-
datarii, come il vescovo di Cahors
(Fedi) e quello di Utrecht. Ed il
czar di Moscovia, prima che Pie-
tro I diminuisse la giurisdizione del
patriarca di Mosca, teneva ad esso
la briglia e la stalFa. Sopra l' uso
di tenere la staffa, F'. il Ducange
ad Cinnamunij pag. ^']o. Stefano
Estevc scrisse, De ritu tencndi frae-
nunij et siaphades summis Ponli-
ficibus ah Imperatoribus .
Dagli articoli Cavalli e Cavalca-
te si vede quanto era antica la
consuetudine nel Sommo Pontefice
di cayalcare, e perciò quanto debba
CAV ri5
essere antico l' uffizio di presiedere
alla scuderia pontificia, osservando
il Bonanni nella sua Gerarchia, pag.
471, che nell'ordine romano nono
dell'anno 'Tqo, nel pontificato di s.
Gregorio I, a carte 98, si nomina
prior stabuli. In im documento ri-
portato dal Galletti , Del Priniicero
pag. 2')8, del pontificalo di Bene-
detto Vili, che fu clelto nel io 12,
si vede sottoscritto certo Martinus
slrator pontificalis , Soggiunge il
medesimo autore, che slrator pon-
tificalis era quegli, che sollevava il
Pontefice da terra, quando doveva
montare sul cavallo, eil indi tenen-
do il freno lo addestrava per qual-
che spazio della strada . E raccon-
tando r Anastasio le onorificenze re-
se da Pipino al Pontefice Stefano
II detto III, dice che fece le veci
di slratore. Nel possesso preso da Leo-
ne X nel i5i3, si dice che appres-
so a diversi principi e cavalieri pro-
cedevano dei maestri di stalla, con
più di quaranta famigli di stalla
vestiti di rosato.
11 nome di cavallerizzo soltanto eb-
be origine nei primi del secolo XV III,
come in progresso si vedrà. Stante le
vicende de' tempi, ed il sacco di
Roma sotto Clemente VII, i più
antichi ruoli del palazzo apostolico
non rimontano che al jiontificato di
Paolo IV, eletto nel 1 555. In essi
fra gli officiali maggiori sono regi-
strati due maestri, ed un sotto mae-
stro di stalla, mentre gli altri inser-
vienti alla scuderia del Papa, si ri-
portano all'articolo Famiglia Pon-
tificia. In altro ruolo si leggono
tre maestri di stalla, che avevano
pane e vino, ed altre distribuzioni
dal palazzo apostolico, quattro servi,
e cinque cavalli per loro servigio.
Si legge ancora, che il maestro di
stalla di Paolo IV ebbe nella co-
26 CAV
Fonazione pel vestiario velluto nero,
canne quattro e mezza, damasco leo-
uato canne quattro, e raso cremesi-
no rosso cann« una e mezza, laon-
de rilevasi il modo come allora ve-
stiva. Evvi pure registrato, che certo
Nicolò de Belis, maestro di stalla di
Giulio III, e Marcello II, procurò
di entrare a servire Paolo IV, me-
diante le commendatizie del Cardi-
Mal Pisano, loccliè dimostra eh' erano
amovibili. Quindi ne' posteriori ruo-
li i capi della pontificia scuderia
continuarono a chiamarsi maestri di
stalla, e nel pontificato di Clemente
X, e dal 1675 in poi, si appellaro-
no sopraintendenti alla stalla, finché
sotto Clemente XII, si ebbero sta-
bilmente il titolo di cavallerizzi mag-
giori con quarantacinque scudi men-
sili d' onorario, oltre la parte di pa-
lazzo. Difatti si legge nella prefazio-
ne dell' Istoria delle guerre avvenu-
te per la successione alla monar-
chia delle Spagne , del mai-chese
Francesco Maria Ottieri, Roma 1828,
che essendo egli stato fatto da In-
nocenzo XI II soprai n tendente della
«talla pontifìcia, il di lui successore
Benedetto XllI non solo il confer-
mò nella cospicua carica, ma l' o-
norò col titolo di cavallerizzo^ e per
maggior decoro gliene fece spedire
il corrispondente breve apostolico in
data i4 luglio 1727, ed in luogo
dell' antico tenuissimo stipendio di
novantadue paoli mensili, gli diede
quello di cameriere segreto, tutto
confermando il successore Clemente
XII, e gli altri Pontefici,
Dagli sgravi della scuderia e stal-
la pontificia del sagro palazzo del
pontificato d' Innocenzo XIIl si ri-
leva, che in morte di quel Papa ,
r Ottieri con ordine del Cardinal Al-
bani camerlengo di.s. Chiesa, rice-
vette in dono un cavallo; ma in
CAV
seguito i cavallerizzi ricevettero scudi
sessanta in compenso del cavallo a lo-
ro spettante. Cos\ nelle antiche note
delle medaglie, che il palazzo aposto-
lico dispensava ai tìiinigliari pontificii
in occasione del solenne possesso del
Papa, e nell' annuale ricorrenza del-
la festa dei principi degli apostoli ,
evvi assegnata fra quelle, che distri-
buiva il prelato maggiordomo di
due medaglie d' oro, e di due d'ar-
gento pel cavallerizzo maggiore del
Papa. Allorché il novello senatore
di Roma fa la cavalcata nel solen-
ne possesso, per cui il palazzo apo-
stolico somministra il cavallo nobil-
mente bardato, incombe al cavalle-
rizzo maggiore presentarglielo, dopo
che abbia ricevuto dal Papa lo scet-
tro. Finché venne eseguita la pre-
sentazione della chinea, o mula bian-
ca magnificamente bardata, per cen-
so del regno di Napoli al Pontefice,
siccome al cavallerizzo maggiore spet-
tava detta chinea e sua bardatura,
così erasi convenuto coli' ambascia-
tore straordinario contestabile Colon-
na, che ogni volta il cavallerizzo ri-
ceverebbe trecento scudi in compen-
so dell'una e dell'altra. Avanti di
descrivere le incumbenze e preroga-
tive in vigore per questo primario
uffiziale della corte pontificia, pre-
metteremo alcune notizie sull'inter-
vento de' maestri di stalla ai solen-
ni possessi dei Papi, e gli onori fu-
nebri resi loro in morte.
Rilevasi pertanto dai Possessi de-
scritti da Cancellieri, che in quello
preso al Laterano da Gregorio XIV,
nel 1590, dopo gli scudieri, ince-
deva il maestro di stalla di sua
Beatitudine con diciotto chinee bian-
che, quindici coperte di gualdrappe
di broccato d' oro ornate di piastre
intagliate, e di fornimenti d' argen-
to, e tre di relluto cremisino, con
CAV
Irine, frangio e fiocchi cVoro, gui-
date a mano da diciolto fauiigii
vestili di losso, seguiti da tre letti-
ghe, e da monsignor prociuatore fi-
scale. Ed in altra descrizione di tal
cavalcata in idioma latino il maestro
di stalla viene detto stabuli praefe-
ctus. E poi singolare quanto si leg-
ge nel possesso preso da Leone XI,
nel i6o5, che cioè appresso ai mae-
stri di strada cavalcava Pompeo
Frangipani , cavallerizzo maggiore di
sua Santità, mentre lai titolo in
corte pontificia non era ancora in
uso; ed è perciò, che in quello pre-
so nel medesimo anno da Paolo V,
si vedono seguire le lettighe ponti-
ficie dal maestro di stalla Lelio Cin-
quini.
11 Lunadoro pei'ò nella Relazione
della corte Hi lioniOj stampata nel
1646, dice a pag. i4, che un gen-
tiluomo di qualità era il maestro di
stalla pontificio, dappoiché non era
soUlo il Papa dare il titolo di caval-
lerizzo a chi presiedeva alla sua scude-
ria. Pure Leone XI die il titolo di ca-
vallerizzo maggiore a Pompeo Frangi-
pani, cavaliere principale romano. Ag-
giunge poi il medesimo Lunadoro a
pag. 18 5, che nella corte de' Car-
dinali era vi il cavallerizzo maggiore
al quale, fi'a le altre cose, incom-
heva di aiutare il Caixlinal a mon-
tare, e discendere dalla carrozza. Nel
possesso del 1676, d' Innocenzo XI,
si trova che vi cavalcò il maestro
di stalla del palazzo apostolico. Nuo-
vamente nel possesso di Clemente
XI, preso nel 1700, si legge, che
col foriere maggiore cavalcava il cav.
Spoleti cavallerizzo; e quindi, nel
1611, , in quello d' Innocenzo XII,
il marchese Otlieri soprastante, o
sopra in tendente della stalla di nosti*o
Signore, che poi, come dicemmo, fu
dichiarato cavallerizzo. Indi ne'pos-
CAV !i7
sessi di Clemente XIII, Clemente
XIV, e Pio VI, che furono gli ul-
timi a prenderlo in cavalcata, il ca-
vallerizzo si vede cavalcare col fo-
riere maggiore, e sebbene Pio VII,
nel 1801, lo prendesse in carrozza,
avendo avuto luogo la cavalcala ,
prima de' camerieri d'onore, caval-
carono ambedue nel loro abito ne-
ro di gran formalità. Allorché poi
il Papa cavalcava, incombeva al ca-
vallerizzo maggiore di presentargli
il cavallo, e di riprenderlo allorché
ne discendeva, supplendo al prin-
cipe assistente al soglio, e al magi-
strato romano, quando non interve-
nivano, nel consegnargli le redini, e
tenergli la staffa.
Per riguardo poi agli onori fune-
bri resi ai cavallerizzi maggiori del
Papa , i Diari di Roma ne fanno
la descrizione. Dal numero 3750
dell' anno 1 74 1 abbiamo quella pel
marchese Vasé-Pietramellara cavalle-
rizzo coadiutore di Benedetto XIV,
esposto nella chiesa pan-occhiale dei
ss. Vincenzo ed Anastasio a Trevi,
con trenta fiaccolotti, e l'assistenza
di tutta la camera segreta, e fami-
gliari del Papa, cantandovi la messa
monsignor Boccapaduli elemosiniere,
coli' assistenza dei cantori , e mini-
stri della cappella pontificia. Dal
numero 8326 del medesimo Diario
dell'anno 1771, si ha il funere ce-
lebrato nella chiesa del Gesii al
defonto conte Alessandro Petroni,
cavallex'izzo maggiore di Clemente
XIV, venendo vestito il cadavere
con abito da città di cameriere se-
greto laico, contornato da quaranta
cerei. Monsignor Garampi, segretario
della cifra, cantò la messa, assistita
dai musici, ministri e chierici della
cappella pontificia, con l'intervento
del prelato maggiordomo con tutta
la camera segreta ( Fedi ). E dal
a8 CAV
numero 5i4> dell'anno 1779, si ha
la descrizione delle esequie e pompa
funebre celebrata pel marchese Ge-
rolamo Serlupi Crescenzi , cavalle-
rizzo maggiore di Pio VI, nelle
quali cantò la messa monsignor Stay
segretario de' brevi ai principi, coi
cantori , e ministri della cappella
pontificia, e coli' intervento dell'an-
ticamera segreta del Papa sì eccle-
siastica che secolare.
Attualmente il cavallerizzo mag-
giore del sovrano Pontefice, che
nelle sovrane corti secolari equivale
al grande scudiere, è il terzo came-
rieie segreto di spada e cappa , co-
me è il secondo iiffiziale nell'ammi-
nistrazione del palazzo apostolico,
dappoiché non solo sopraintende alle
scuderie pontificie, e sue apparte-
nenze, agli ufllziali ed individui di
esse , ma in virtù dei motu-proprii
di Leone XII, e del regnante Gre-
gorio XVI, fa parte della congre-
gazione amministrativa palatina, di
cui è capo il prelato maggiordomo,
prefetto de' sagri palazzi apostolici.
Questo cospicuo impiego si concede
liberamente da ogni nuovo Ponte-
fice ad un cavaliere fornito delle
opportune cognizioni a sì vasta azien-
da, solendosi talvolta da lui confer-
mare quello del predecessore, come
meritò di esserlo il presente caval-
lerizzo maggiore barone Giuseppe
Testa Piccolomini romano, il qua-
le nominato all'onorevole carica da
Pio VII, ci venne confermato da
Leone XII, Pio Vili, e Gregorio
XVI.
L'abito ordinario del cavallerizzo
di città è tutto di color nero, cioè
scarpe con fibbie , calze di seta ,
calzoni e gonnella, corpetto, e abito
di panno n(no nell' inverno, e di
seta nell'estate. Il mantello è sem-
pre di seta, e sovr'esso nelle solcn-
CAV
nità vi sono meiletti neri, per di-
stinguerlo dai camerieri segreti so-
prannumerari e di onore di spada
e cappa: nel resto l'abito è eguale,
meno la collana, che si usa da questi
ultimi. Così usa ancora il collare o
bragiuole, con manichetti di merletti
bianchi, ed al fianco cinge la spada
con impugnatura d'acciaro. Però il
cavallerizzo usa inolti'e una nobile
montura di panno rosso ricamata
d'oro, con bavaro e mostre alle
mani, di velluto nero, cappello piu-
mato con granoni d'oro, sotto abito
bianco, calze di seta bianca, scarpe
con fibbie quando porta i calzoni,
mentre usando i pantaloni si pone
sotto gli stivali , e spada civile con
elsa dorata. Questa montura è di
due specie, cioè una più nobile e
ricca dell'altra. La più bella è ado-
perata da lui nelle visite de' novelli
Card'mali , od in occasione di qual-
che solenne convito, che imbandisca
il Papa, e l'altra nei viaggi, e nelle
villeggiature pontificie, mentre il sud-
descritto abito nero si porta sempre
dal cavallerizzo maggiore in tutte
le altre sue rappresentanze ordinarie
e solenni. Il Falaschi , nella sua
Gerarchia ecclesiastica j e famiglia
pontifìcia j Macerata 1828, a pag.
125, parla di questo personaggio,
e ne riporta la figura in montura,
vedendosi a pag. 127, quella di ca-
meriere segreto laico, in abito nero
nel modo superiormente descritto.
Il cavallerizzo, oltre alcuni emo-
lumenti, percepisce cinquanta scudi
al rnese per onorario, e gode l'uso
del frullone palatino, ricevendo nelle
suindicate epoche quattro medaglie
di argento, nonché le distribuzioni
delle candele, palme, Agnus Dei
benedetti ec. Allorquando il Ponte-
fice esce dal palazzo coi treni di
città, pubbhci, o nobili, il cavai-
CAV
Joiizzo precede in frullone palati-
no col foriere maggiore la cariozza
del Papa, di cui apre e chiude lo
sportello quando ascende e discende,
uflizio che esercita verso il Pontefice
anche nei viaggi, se egli fa parte del
seguito, non cedendo tal incarico che
ai sovrani, alle sovrane, ai Cardinali ,
agli ambasciatori, ed al maggiordo-
mo, quando il Papa porta seco in
carrozza due Cardinali. Né si deve
lacere, che fino agli ultimi dei de-
corso secolo, il cavallerizzo precede-
va a cavallo la carrozza pontificia
andando per la città, ed allo sportello
nei viaggi e nelle villeggiature, e da
ultimo andò anche nella seconda
muta palatina. Prima che il Papa
esca dal palazzo, il cavallerizzo riceve
le istruzioni dal prelato maestro di
camera tanto per la strada che deve
fare il treno, quanto pei luoghi ove
si deve andare, ed allora ordina al
battistrada, che in un alle velette
dei dragoni ne percori-a la via; per
tutte le altre ingerenze proprie del
suo uffizio, egli se la intende con
monsignor maggioidomo. Il cavalle-
rizzo inoltre fa parte della camera
segreta , e perciò in essa interviene
tutte le volte, che il Pontefice esce
co' suddetti tieni , nonché pel rice-
vimento di sovrani e sovrane, let-
tura di decreti per beatificazioni,
concistori pubblici e segreti, imposi-
zioni di berrette ai nuovi Cardinali,
cappelle, processioni, e pontificali,
visita della basilica vaticana ne' ve-
nerdì di marzo, ed in altre circo-
stanze per le quali il Papa si rechi
in quella basilica. Se egli vi va a
piedi, il cavallerizzo Io precede cogli
altri cubiculari, ma quando il Papa
ascende la sedia gestatoria ( Vedi ) ,
il cavallerizzo va presso di essa, nel
modo che dicesi all'articolo Cappelle
Pontificie {Vedi)^ ove si dicono
CAV 29
altre cose che il riguardano, e che
pure vengono trattate agli articoli
Trem, e Camerieri del Papa, ed al-
tri, dicendosi a quest' ultimo dei privi-
legi, e delle prerogative accordate dai
Pontefici ai loro cavallerizzi maggio-
ri, siccome appartenenti alla fami-
glia nobile, e precisamente al titolo
I, De" Camerieri segreti partecipanti^
e al titolo HI. AI cavallerizzo inol-
tre spetta la cura della portantina ,
specie di lettiga, che portano i pala-
frenieri e sediari pontifìcii, nella
quale si asside il Papa quando gli
sia di peso ascendere le scale, per
cui il cavallerizzo va allo sportello,
che apre e chiude, invigilando che
sia portata con sicurezza. Quando
non si usavano le carrozze, tanto i
palafrenieri, che i sediari pontifìcii,
dipendevano dal cavallerizzo mag-
giore; quindi ne' primi del secolo
XVIII vi restarono soggetti i soli
sediari, che poi nel secolo corrente
non lo furono più per le riforme
della corte papale. Sopra questo
argomento possono consultarsi i se-
guenti autori, cioè per quello che
riguarda pure gli uflici del cavalle-
rizzo nella corte dei principi , ed
anche il cavallerizzo, che esercita e
ammaestra i cavalli, e insegna ad
altrui a cavalcare, come il cavalle-
rizzo d'opera della pontifìcia scude-
ria che, prima in abito nero ed
ora in montura , addestra la mu-
la cui nei treni nobili cavalca
monsignor crocifero colla croce asta-
ta del Papa: Claudio Corte, il Ca-
vallerizzo, nel quale si traila dì
tutiociò che riguarda i cavalli, e
che a buon cavallerizzo si appar-
tiene, Lione 1578; d. Giovanni de
Gamba , La ragione dell' arte del
cavalcare , Palermo 1606: ed An-
tonio Locatelli , // perfetto cavaliere,
opera corredata di stampe miniate,
3o CAV
rappresentanti le varie specie dei
cavalli, Milano iS-zS.
CAVALLO , Eqnus , Caballux.
Questo vocabolo pei naturalisti in-
dica un animale quadrupede , che
facilmente si rende docile alla volon-
tà dell'uomo, e lo porta sul dorso,
e tira i carri, le carrozze e simili.
Nostro scopo non è di parlare di
quest'animale tanto conosciuto , se
non se per dire di quelli usati dai
Papi, e da altri della gerarchia ec-
clesiastica. Tuttavolta ci permettere-
mo dire , che i cavalli si credono
originarli della pianura elevata del-
l' alta Asia, donde si sono sparsi in
tutto il rimanente del continente, e
ci permettiamo ancora di riflettere
col Buffon, che l'uomo per mettersi
in sicurezza, e per rendersi padrone
dell' universo vivente, si procacciò un
partito, fra mezzo agli animali, affi-
ne di apporlo a tutti gli altri. Quin-
di conciliatosi l'amore del cane, che
ha tutte le qualità per esigere la
sua benevolenza, la più nobile con-
quista fatta poscia dall'uomo, è quel-
la del cavallo. Ora palpando l'uomo
blandemente, ora sforzando e pun-
gendo cogli spei'oni il puledro ge-
neroso, lo persuade ad ubbidire al
freno, ed a condurgli il cocchio, ri-
partisce con lui le fatiche della guer-
ra , e la gloria de* combattimenti ,
de' trionfi , e divide i suoi piaceri
alla caccia , ai tornei , e alla corsa.
V. Dav. Wendeler, Dominium ho-
minis in creaturas infr-riores , Wit-
tembergae 1687. I' Reiskio scrisse
Dissertatio de Irìumpho romano per
eqiios candidos facto, Luneburgi
1675. Innumerabili sono gli autori,
che hanno scritto sulla nobilt'i, bel-
lezza, coraggio, e grandi pregi del
cavallo, trattandadi molte cose con-
siderevoli , e prodigiose de' piìi ce-
lebii cavalli, degli onori resi ad essi,
CAV
della loro docilità , qualità ed al-
tro, il p. Menochio nel tomo 111 del-
le sue eruditissime Stuore, alle pag.
58 1 , 583 e 591 ; il Garzoni che
nel 1774 pubblicò in Venezia, V Ar-
te di ben conoscere , e distinguere
la qualità de:" cavalli j ma soprat-
tutto è degna di leggersi T opera
stampata in Milano nel 1825 di An-
tonio Locatelli intitolata, // perfetto
cavaliere, corredata di un volume
in foglio di stampe miniate^ rappre-
sentanti le varie specie de' cavalli,
incominciando dal selvaggio, ed i
loro differenti mantelli. Quest'opera
è ancora accompagnata dalla storia
naturale del cavallo scritta dal cita-
to Buffon ; dalla scuola di cavalleria
di Guerinlerc , contenente la cono-
scenza, r istruzione e la conservazio-
ne del cavallo con nuove aggiunte
tratte dai più recenti autori ; da al-
cune osservazioni sul tipo di bellez-
za fissato al cavallo dai più celebri
artisti sì antichi , che moderni , da
tutti i migliori squarci con cui ce-
lebrollo la poesia ec. ec, infine dal-
le memorie , e dalle descrizioni più
notabili intorno al cavallo. Per quan-
to poi può riguardare l' erudizione,
si possono leggere nella parte se-
conda dell' opera stessa Dei primi
domatori dei cavalli, pag. 5o i ; Dei
cavalli attribuiti ai numi, e ado-
perati ne^ sacri ficii , e nei giuochi ,
ed onorati di tomba, pag. 498 ; Or-
namenti, onori e fregi accordati ai
cavalli , pag. 5 1 3 ; Elenco de' ca-
valli pili celebrati, pag. 527; Di
alcuni cavalli fantastici, pag. 544-
Da ultimo nella stessa città di Mi-
lano, e nel i83i Luigi Fcrreri pub-
blicò con figure miniate l'opera del
Passi na sul modo di conoscere dai
denti l'età dei cavalli.
I romani Pontefici pertanto pri-
ma che fosse introdotto l' uso delle
CAV
carrozze, allorché si recavano a ce-
lebrare le funzioni nelle diverse ba-
siliche e chiese di Roma, e in oc-
casione di prendere il solenne pos-
sesso, ovvero nei viaggi ordinarli,
solevano cavalcare vm cavallo bianco,
la groppa del quale era coperla nei
primi tempi con panno rosso. Di
questa usanza si trovano frequenti
menzioni negli antichi rituali. Il Co-
nanni nella sua Gerarchia ecclesia-
sticaj cap. 99, descrive il Pontefice
a cavallo _, e dice , che l' uso dei
Papi di cavalcare rimonta al Pon-
tefice s. Silvestro I, che fu elevato
alla cattedi"a apostolica Tanno 3r4,
locchè si deduce dalle antiche pit-
ture , come è quella osservala dal
Torrigio a carte 43o nella chiesa
de'ss. Quatti'o Coronati, edificala dal
Pontefice s. Melchiade predecessore
di s. Silvestro 1, e meglio lo si de-
duce nell'oratono antichissimo dedi-
cato al medesimo s. Silvestro I, do-
ve si osservano alcune pitture del
settimo, o ottavo secolo rappresen-
tanti le pie gesle di Costantino , e
dove vedesi quell' imperatore , che
tiene il freno del cavallo del santo
Pontefice. Così ancora nel palazzo
vaticano si vede la medesima dipin-
tura, coU'iscrizione, constantinvs im-
PERATOR S. silvestri EQVIFP^ENVMTENET.
Nell'Ordine IX del pontificale Sa-
li sburgense, riferito dal Martene, de.
ritibus antiquis, pag. 407 , parlan-
dosi dell'elezione del Papa, si legge :
» Egrediens autem inde, cum ad in-
» feriores gradus s. Petri descendit,
» ibi stat equtis , vel sella pi-aeces-
« soris ponitur ei ad sedendum pa-
» rata , et accedentes pationi re-
» gionum uno incipiente, caeteris
>' respondentihus in hunc modum,
" canunt ei laudem etc. Hoc usque
" ter dicto, accedit prior stabuli, et
» imponit ei regnum, quod a simi-
CAV 3t
» litudine cassidis ex albo fit in-
»» dumento, et lune demum ascen-
« dit super equum suum, et valla-
»> tor a judicibus etc. ". Onde os-
serva lo stesso Bonanni , che di-
cendosi ciò del Pontefice s. Leone I,
abbiamo l'epoca del 44^, '»» cui fu
eletto. Ma il Galletti, nel primicero y
e secondlcero della Santa Sede ,
racconta a pag. i4; che ritornando
il Papa nella mattina di Pasqua
dalla basilica liberiana al palazzo
laleronense , quando discendeva da
cavallo, era sostenuto dal primicero,
ed il secondicero gli toglieva dal
capo la corona , per cui non si sa
comprendere, come il prior stabuli
fosse quello , che la imponesse al
Papa.
Nella vita di Papa s. Giovanni I
si ha, che essendo partito da Roma
nel 525 per Costantinopoli , giunto
che fu a Corinto, ed avendo pel suo
viaggio bisogno d' un cavallo , un
nobil uomo gliene somministrò uno
mansuetissimo, che a tal effetto ado-
peravasi dalla moglie di lui. Ma do-
po che il Pontefice l'ebbe usato, ri-
mandò il cavallo al padrone, il qua-
le vedendo , che era divenuto cosi
indomabile da non permellere che
ninno il cavalcasse, dopo aver ser-
vito al vicario di Gesìi Cristo, lo
rimandò al Papa in dono. Tanto
racconta s. Gregorio I ne' suoi Dia-
loghi, cap. 8, lib. 3, e viene riferito
dal Ciacconio. Da questo mirabile
avvenimento vuoisi originata la tra-
dizione, che vm cavallo venendo ca-
valcato una volta dal romano Pon-
tefice, non dovesse più servire al-
l'uso di verun' altra persona. Certo
è, che dalle memorie dell'archivio
del palazzo apostolico ho letto, che
essendo morto il cavallo , cavalca-
to dal Papa, se ne concedeva il cor-
po, secondo il consueto, e per lo
32 CAV
scortico, alla confraternita dei coc-
chieri, ma la pelle si conservava in
memoria nella scuderia pontificia.
Anche i Pontefici più santi han-
no sempre giudicato, che alla mae-
stà del loro grado convenisse l'usare
cavalli di bella corporatura. S. Gre-
gorio I, Papa del Sgo, sebbene en-
comiato per la sua umiltà, scrisse
nondimeno a Pietro suddiacono pre-
fetto del patrimonio, che la santa
Sede aveva nella Sicilia : " Unum no-
» bis caballum miserum , et quin-
« que bonos asinos transmisisti. Ca-
» liallum illum sedere non possum,
» quia miser est ; illos autem bonos
>' sedere non possum , quia asini
« sunt. Sed petimus, ut si nos con-
« tinere disponitis , aliquid vobis
» condignum deferatis, lib. II, ind.
» X, ep. 32 ". S. Adriano I poi
più chiaramente si esprime, scriven-
do a Carlo Magno l'anno 784, nel
ringraziarlo del cavallo, che gli ave-
va trasmesso, e nel pregarlo di vo-
lergliene mandare ancor degli altri,
che sieno i più belli. Alla detta let-
tera di s. Gregorio I soggiunge il
Mabillon ne' suoi Commenta riij pag.
128: Et id certe exigit Pontificia
dignitas, sempre riconosciuta, e ve-
nerata dai monarchi, i quali vollero
tonere il freno del cavallo, su cui il
Papa montava, raccontando l'Ana-
stasio, che recatosi Stefano III nel
753 in Francia a chiedere aiuto al
re Pipino, contro Astolfo re de' lon-
gobardi, fu incontrato dal figlio di
hii Carlo, cento miglia lungi da
Pontyon coi principali del regno, e
poi il re colla moglie e coi figli
usci per tre miglia a riceverlo , e
smontando il Papa da cavallo, tutti
.si gettarono a' piedi di lui, e li ba-
ciarono , quindi Pipino , come fosse
imo scudiere, prese le redini del ca-
vallo, e accompagnò il Poulcfice al
CAV
palarzo , che gli aveva preparato.
L' imperatore Lodovico II, nell'BSS,
recandosi ad incontrare il Papa Ni-
colò I, prese il fieno del cavallo, e
lo guidò per qualche tratto di stra-
da, come riferisce il medesimo Ana-
stasio. Nel 1099, venendo eletto
Pontefice Pasquale II nella chiesa
di s. Clemente, si legge, che depo-
ste le vesti monastiche, ed assunte
le papali , equo albo ad ha lilìcae
constantinianae porticnm perducilnr
comitantihns Cardinalihus , etc. Dal-
le cronache di Genebrando lib. IV,
si ha l'ossequio reso ad Alessandro
III, da Federico I imperatore, da
Enrico lì re d' Inghilterra, e da Lo-
dovico V re di Francia, sorreggendo-
gli la staffa allorché montava a ca-
vallo. Eletto Papa nel 1294 s. Ce-
lestino V, egli entrò nella città del-
l'Aquila cavalcando un giumento,
per la singolare sua umiltà , adde-
strato dai re di Napoli, e d'Unghe-
ria ; ma nella sua coronazione ca-
valcò un bianco cavallo. Il medesi-
mo ufficio, per non dire di tutti
(trattandosene all'articolo Sovrani),
jn-aticarono ad Urbano V gì' impe-
ratori Carlo IV e Paleologo , non
che Venceslao a Gregorio XI. Dai
quali cenni non solo rilevasi la ri-
verenza , cui sempre le leste coro-
nate hanno avuto pel Sommo Pon-
tefice, ma eziandio l'uso costante di
andare il Papa a cavallo per le pid>
bliche vie s\ nei viaggi, che per le
città di Roma, Avignone, ed altre
ove dimorarono, massime nelle so-
lennità , e nelle sagre funzioni, con
addobbi, e pompa ecclesiastica, co-
ronato di mitra , o di triregno.
Che incedesse colla mitra, si legge
nell'Ordine romano § i3: mane
ipsius lertiae dominìcae, quae dìci-
t(ir Gaudcle , Papa equitat ad s.
PcLrum , et portai milram aurifri-
CAV
sìatam eundo, et redeundo, et nota
quod casula est ornata perlis.
Nel rituale di Cencio Camerario,
che porta la data del i 192, nel de-
scriversi al cap. 3 quanto il Papa
faceva nella festa di s. Stefano, ecco
quanto ci sembra opportuno ripor-
tare : » Induit se pianeta alba , et
descendit de palatio usque ad
Porlicellum,ibique invenit equum
phaleratum cum novo scarlato,
ita tamen , quod secundum con-
suetudinem antiquam equus ipse
domini Papa? non debet habere
collum phaleratum, et ascendens
equum et de manu adextrato-
rum regnum recipiens induit ip-
sum , sicque vadit ad ecclesiara
b. Stephani in Coelio monte co-
ronatus ".
Nell'Ordine del medesimo Cencio,
cap. i5, si legge, che il Papa; » in
die Pasquae induit planetam al-
bam, pallium , et mitram sole-
mnem , descendensque de palatio
usque ad exitum porticelli , ubi
albus palafredus cum nacco scar-
latae superi mposito , et argenteo
freno solemniter praeparatus est a
magistro senescalco, et ab adextra-
toribus, imponitur ei regnum ab
archidiacono , et ita coronatus
palafredum ascendit, et equitando
incedi t prascedentibus in ordine
suo bandolariis etc. ". Neil' Ordi-
ne di Benedetto canonico, § 5 1 , par-
landosi della funzione, che faceva il
Pontefice nella seconda festa di Pas-
qua, in cui era la stazione a s. Pie-
tro , si dice : " finita missa Papae co-
» ronatus ante basilicam s. Petri in lo-
w co ubi ascendit equum, et coronatus
« cum processione revertitur ad pa-
« latium, idest lateranum". Altret-
tanto si legge nel § 63, tornando
il Papa dalla chiesa di s. Maria ad
Mariyres^ detta la Rotonda : » post
VOI,. XI.
CAV 33
» missam coronatus redit ad pala-
" tium sicut inos est ".
Quando cominciasse l' uso di co-
prirsi la groppa del cavallo pontifi-
cio di coperta rossa, non si rinvie-
ne presso alcuno scrittore ; si legge
però nel capo 3 del citato rituale
di Cencio Savelli , il quale fu poi
Onorio III, che dovendo il Papa ca-
valcare,»» invenit equum phaleratum
cum novo scarlato , ita tamea
■5 quod secundum consuetudinem
> antiquam equus ipse Domini Pa-
» p?e non debet habere collum pha-
5 leratum, et ascendens equum, et de
5 manu adextratorum regnum l'eci-
5 piens induit ipsum, sicque vadit ad
> ecclesiam beati Stephani in Coolio
> monte coronatus ". Di tale usan-
za si trova anche menzione nel ritua-
le pubblicato nell'anno 1271 per ordi-
ne di Gregorio X, ove nel §IX in cui
si descrivono la cavalcata, e l'accompa-
gnamento, col quale il Pontefice si
trasferiva al Laterano per prendervi
il possesso, fu prescritta la funzione
nel seguente modo : » Omnibus rite
> pcractis , ipse Summus Ponti-
» fex, et omnes Cardinales, et a-
> lii pi-aelati , quilibct in gradu
j suo indutus vestimentis pretiosis
' albi coloris, episcopi pluvialibus,
5 presbyteri casula, diaconi dalmati-
3 ca, subdiaconi tunicellis, acolylhi
» superpelliceis , et ahi capellani ,
> episcopi, archiepiscopi, abbates, et
» patriarchaj pluvialibus , et judices
j scriniarii, similiter praefecti et ad-
) vocati erunt induti pluvialibus ;
j ipse in pluviali et mitra, et simi-
j liter superpelliceis, et Papa omnia
j pretiosa ornamenta habebit , et
pallium , et mitram optimam, et
> chyrothecas, et annui um pastora-
lem , et sic cum omnibus venit
> ad portam, si ve ad gradus eccle-
> sìjc, ubi prior diaconus Cardinaiis
3
34 C A V
>» exuit mitram , et ponit ei coro-
M nam, qiiae vocatur regnum in ca-
« pite, toto populo clamante Kyrie
« eleixon etc, et sic cum omni oi*-
" natu quilibet Cardinalis, et prae-
M latus equitant equum coopertum
M panno albo, subdiaconi vero, ca-
« pellani , scrinarli , et alii equitant
» ornate vestiti, non tamen habent
» equos coopertos. Papa equitat e-
» quum magnum phaleratum , et
» coopertum tantum ex parte po-
« steriori, et de scarlato ; in par-
« te vero anteriori non cooper-
» lum ".
Il Bonanni non potè rinvenire il
motivo perchè il cavallo adoperato
dal Papa dovesse essere coperto nel-
la groppa, e non avanti il petto, e
neppure perchè il cavallo dovesse
esser bianco, se non forse perchè me-
glio risplendesse la sua maestà. Per
molti secoli poi segui il costume,
che il Pontefice cavalcasse co' sacri
paramenti , ma giudicandosi esser
meglio, che comparisse in pubblico
per le vie con altre vestimenta, i
Papi cominciarono a cavalcare colle
vesti domestiche, e con cappello
rosso orlato d'oro, cinto di cordone
simile, con fiocco, che pendeva sul
petto, nel modo che si vede nella
figura riportata dal medesimo Bonan-
ni a p. 365, assumendo però il cappel-
lo pontificale nelle solenni cavalcate,
le quali , meno le principali , cessa-
rono dopo r introduzione delle car-
rozze, e delle lettighe sostenute dalle
mule, o chinee (P^edi) bianche.
Pel primo ne fece menzione il Pan-
vinio, nelle addizioni al Platina nel-
la vita di Sisto IV nel di della
sua coronazione, cioè a' 25 agosto
1471 , raccontando che nel por-
tarsi il Papa in lettiga a prende-
re possesso alla basilica lateranen-
se, venendo alcuni del popolo cal-
CAV
pestati dalla cavalleria pontificia,
insorse grave tumulto.
Ad altri tumulti andarono sog-
getti i romani Pontefici, quando
alcuni, od il popolo volle impadro-
nirsi del cavallo da loro cavalcato.
Nella cavalcata, che fece nel i4i7
Papa Martino V, per la città di
Costanza, per eseguire la funzione
del possesso, insorse contesa fra i
famigliari del Pontefice, e il bor-
gomastro della città , pretendendo
ciascuno di appropriarsi il cavallo
montato dal Papa, che alla fine fu
aggiudicato appartenere al borgo-
mastro. Nel possesso pi*eso da Pio
II in Roma nel i4^8> incorse egli pe-
ricolo di vita, perchè i romani colle
spade nude si disputavano il cavallo
da lui montato, per impadronirsene
dopo la funzione. Egual pericolo
passò Innocenzo Vili quando, nel
1 484 > prese il possesso, giacché i
romani, appena il Papa discese dal
cavallo bianco alla chiesa di s. Cle-
mente, con forte rissa lo rapirono,
come pur fecero della sedia, e del
baldacchino da lui adoperato. Nel
possesso di Giulio II, nel i5o3, i
romani senza litigi s' impadronirono
del cavallo da lui cavalcato, e della
sedia e baldacchino. Leone X, che
fu l'ultimo Papa a prendere possesso
coi paramenti sacri, volle prenderlo
agli 1 1 aprile 1 5 1 3, cavalcando quel
medesimo cavallo turco, sid quale
nello slesso giorno dell' anno prece-
dente era stato fatto prigioniero a
Ravenna dai francesi, e sul quale
fuggì, avendo un suo famigliare
tagliata la mano ed ucciso quello,
che ne aveva afferrata la briglia.
Collo adoperare Leone X lo stesso
cavallo nel suo possesso, volle divi-
dere in certa guisa con lui la gloria,
e l'onore del trionfo del possesso, co-
me nel Cardinalato ne aveva divise le
CAV
fatlclie , e i pericoli della guerra.
Però il Cancellieri nel descrivere a
pag. 66 tal possesso, aggiunge che
essendo stato fatto poi prigioniero
in detta fuga, lo ricuperò per da-
nari dai nemici , e che gli divenne
tanto caro, che comandò non fosse
più da veruno cavalcato, e volle
fosse pasciuto, e tenuto con gran
diligenza sino alla sua vecchiezza.
Giunto che fu Clemente XI sul
Campidoglio, nel possesso preso nel
1 700, affollandosi il popolo, il ca-
vallo bianco, che gli aveva donato
il principe Chigi, si spaventò al-
quanto, e poco mancò che il Papa
ricevesse un colpo d'alabarda dallo
svizzero, che respingeva il popolo.
Ma nello scendere il medesimo Cam-
pidoglio Clemente XIV, mentre ai
a 6 novembre 1 769 con maestosa
cavalcata si recava a prendere il
possesso, giunto vicino il carcere
mamertino, il cavallo sul quale era
montato si pose in ardenza per le
acclamazioni del popolo, e non es-
sendosi potuto fermare dai conser-
vatori di Roma, che alloia ne reg-
gevano secondo il consueto i cor-
doni della briglia , lo gettò a ter-
ra. Essendo la strada coperta di
arena, il Papa non si fece gran
male , onde lepidamente disse ; Non
vi è contusione , ma un poco di con-
Jìisionej e perciò entrato in lettiga
aperta , si recò in tal modo al La-
terano. Rammentando poi questo
avvenimento, soleva dire: Salendo
al Campidoglio, io sono comparso
come s. Pielroj piacesse a Dio,
cìie essendo sialo rovesciato a ter-
ra, io diventassi come s. Paolo.
Corse pericolo di cadere da cavallo
anche il Cardinal Pallavicini suo se-
gretario di stato. Egual disgrazia an-
teriormente era avvenuta con peggio-
ri circostanze, nel 1 3o5 a Clemente V
CAV 3:5
in Lione mentre prendeva possesso»
giacché rovesciandosi un mvu'o, egli
cadde da cavallo, andò per terra il
triregno, e morirono dodici baroni.
Nel codice poi della biblioteca Za-
luski di Varsavia si rappresenta,
Casus, cjuem ss. D. P. Joannes
XXIII in monte Adula eundo Con-
stantiam, e quadriga, et cum qua-
driga prolapsuì iiditj lo che accad-
de a' 2 3 ottobre \^\^, mentre ai
28 di esso entrò a cavallo in Co-
stanza accompagnato dalla sua corte,
che, oltre a nove Cardinali e molti
prelati, consisteva in piìi di seicento
persone.
Finalmente è a sapersi che negli
ultimi tempi, nelle solenni cavalcate,
i Pontefici cavalcavano vestiti di fal-
da , sopra la sottana e la fascia ,
di rocchetto, di mezzetta, e di stola
preziosa, portando in testa sopra il
camauro il cappello papale di vel-
luto o di raso rosso, con guan-
ti bianchi, e bacchetta inargentata
in mano. Il cavallo poi era bian-
co nobilmente bardato di val-
drappa e sella di velluto cremisi
trinato d' oro, con ricami simili,
ed otto fiocchi pendenti dalla bar-
datura quadrata, ed anch'essi d'oro,
venendo condotto al luogo ove mon-
tava il Pontefice , dal suo cavalle-
rizzo maggiore [Vedi). Neil' ascen-
derlo il principe assistente al soglio,
siccome il più degno laico, presen-
tava al Papa le redini di seta cre-
misi e d' oro, e sosteneva la staffa
sinistra mentre tenevasi la staffa
destra dal primo conservatore di
Roma, stando il secondo alla testa
del cavallo. Quindi il principe assi-
stente al soglio conduceva il cavallo
pel freno sino alla metà della piazza
quirinale, o vaticana, secondo ove
abitava il Pontefice, il quale allora
gli comandava che cavalcasse col
36 CAV
governatore di Roma, restando a
tenere il freno dai due lati i due
primi conservatori, che a vicenda
col terzo, e col priore de' caporioni
continuavano sino al Laterano. 11
Papa veniva circondato dalla guar-
dia svizzera, camminando alle staffe
i due maestri delle strade, le guar-
die del corpo, i paggi, i mazzieri, i
cursori , e palafrenieri pontifici , col
decano, e sotto decano, con due
ombrellini aperti, portandosi da due
paggi altro cappello, guanti, e bac-
chette inargentate per uso del Papa
all' occorrenza. Se poi egli non ca-
valcava, andava in nobile sedia co-
perta di velluto cremisi trinata d'oro,
portata da due mule bianche, con
finimenti pure di velluto cremisi
ricamati d'oro. Fino poi al pontifi-
cato di Pio VI , la carrozza del
Papa era tirata da sei bellissimi
cavalli frigioni bianchi : ora però
sono morelli, come lo sono gli altri
della scuderia pontificia, oltre le
mule bianche. Prima queste e quelli
erano in maggior numero, dappoiché
la maggior parte de'prelati, uffiziali,
ed altri addetti al servigio del Papa
godevano l'uso di uno, o più cavalli
secondo i gradi. V. Treni, e Pa-
lazzi Pontificii per le scuderie del
Papa, ed altre notizie analoghe,
mentre ad Eucaristia ss. si dice il
rito, col quale veniva essa portata
.su di una mula, o chinea bianca,
quando i Pontefici usarono farla
precedere nei loro viaggi [P^edì)^
e possessi alla basilica latcranense
{Fedi).
L'uso dei cavalli nei Cardinali,
lo dicemmo all' articolo Carrozze ,
non che a quello delle Cavalcate :
laonde sol qui rammenteremo, che
Innocenzo IV, nel la/j.'T, impose loro
di andare a cavallo; che Paolo li,
nel i464> accordò loro le valdrap-
CAV
pe rosse, usandole prima di drappo
bianco, con finimenti, e staffe di
metallo dorato ; e che essendosi in-
trodotte le carrozze, Giulio III, nel
i55o, e poco dopo Pio IV eccita-
rono i Cardinali a non profittarne,
ma a continuare 1' uso di cavalcare.
Qui noteremo, che il Cardinale Sca-
rampo Mezzarota, del i44o» fu il
primo porporato a mantener un gran-
dissimo numero di cavalli ; ed inol-
tre, che Urbano Vili concesse ai
medesimi Cardinali di poter guar-
nire i cavalli delle carrozze con se-
terie, fiocchi, e ciuffi rossi, potendo
però usarli anco di lana. Distinti
sono i Cardinali decano, principi ,
e marchesi, i quali godono le inse-
gne principesche, con seterie, fiocchi,
e ciuffi frammisti d' oro.
La prelatura nelle cavalcate usa-
va di mettere ai propri cavalli fi-
nimenti e valdrappe di panno di
color paonazzo, cioè i vescovi ed i
primari prelati , e gli altri nero ,
come nere erano le valdrappe e
i finimenti de' cavalli di altri per-
sonaggi della corte e curia romana,
e della famiglia pontificia. Ripetere-
mo altresì, che i quattro prelati di
fiocchetti usano ai cavalli delle loro
carrozze i fiocchi e ciuffi di seta
paonazza, distinzione di che godono
oggidì pure i patriarchi, E dal nu-
mero 8488 del Diario di Roma,
del 1773, si apprende, che Clemen-
te XIV, con biglietto della segrete-
ria di stato, confermò loro l'uso
de' fiocchetti neri ai cavalli, essendo
verdi quelli dei vescovi allorcliè
si recano a celebrare qualche fini-
zione.
È noto, che i vescovi prendono
il possesso della loro chiesa a ca-
vallo, e che il Pontefice Anastasio
IH, del (^11, concedette l'uso del
cavallo bianco al vescovo di Pavia,
CAV
t come si rileva dalla vita di lui.
L'Cghelli, nel t. II deìV Italia sa-
gra j in Episcop. 3Iat. n. 3r, ri-
porta la storia di una gran contro-
versia, nata fra i canonici, e il ve-
scovo di Modena pel cavallo usato
da lui , mentre tornava in città do-
po la sua consacrazione, giacché il
pretendevano giusta il costume. Di-
cemmo poi altrove che il barone, il
quale addestrava la mula al nuovo
vescovo di Cahors, la liceveva poi
in sua proprietà.
Il resto della romana prelatura
non può usare ciuffi e fiocchi ai
cavalli, meno il maestro di camera
del Papa. Riportammo pure all' arti-
colo Carrozze, che in Roma gli
ambasciatori, i principi assistenti al
soglio, i principi romani e i mar-
chesi di baldacchino usano ai loro
cavalli fiocchi di seta celeste, e di
altro colore mista ad oro, e che il
magistrato romano gode la prero-
gativa di guarnire i propi'ii cavalli
con fiocchi, e ciulH di seta bleu,
intarsiati con oro. Dai Diarii di
Roma del secolo passato si legge,
che gli ambasciatori, i principi e
le principesse inccdcvaiìo con caval-
li ornali di fiocchi d' oro, alla pri-
ma carrozza, e con fiocchi di seta
nera a quelli della seconda, e della
terza carrozza ; e che gli ambascia-
tori, benché Cardinali, usavano i ca-
valli della prima carrozza coi fioc-
chi d'oro. Quando l'ambasciatore
veneto Cornare, nel 1722, si recò
in forma pubblica da Innocenzo
XIII, per essere decorato della mi-
lizia aurata, componevasi il di lui
corteggio di nove cai'rozze : i cavalli
della prima avevano i fiocchi d'oro,
quelli della seconda di seta color
d' oro, quelli della terza di seta e
oro, quelli della quarta, e quinta
di seta nera, ma i cavalli delle altre
CAV 37
quattro non avevano fiocchi. Ed il
numero 887 dei citati Diarii rac-
conta, nell'anno 1722, che il cada-
vere della principessa Orsini fu tras-
portato alla basilica latei'anense en-
tro una carrozza d'acciaio, i cui
cavalli portavano i fiocchi d'oro,
avendo quelli della seconda carroz-
za i fiocchi di seta nera, mentre
non li aveano quelli delle due al-
tre carrozze.
Si vuol qui ricordare l'antico co-
stume di fare uso ancora dei ca-
valli nelle esequie dei morti, massi-
me de' nobili e ricchi, come si può
vedere presso Giulio Lavor, Varia-
rum Luciibrat. pag. 89. Ecco quan-
to in proposito ha scritto s. Gio.
Grisostomo: Divile aliquo mortilo^
non servof solos, et ancillas, sed et
equos nccessarii sacco amicientes y
et agasonibus tradentes, ad sepul-
turam sequi jiibent, calamitalis ma-
giiiludineni oslentanles , Discor. par.
2. png. 22. Vincenzo Borghini alcu-
ni esempi ne reca, e dalla piccola
cronaca manoscritta del IMoraldi, ab-
biamo che nelle esequie di m. Ni-
colò di Jacopo degli Alberti, morto
agli 8 agosto i38i, erano " otto
« cavalli, uno delle armi del popolo
« perchè era cavaliere del popolo,
« ed uno della parte guelfa, perchè
» ei"a de' capitani : due cavalli co-
" perti con le bandiere grandi con
" r arme degli Alberti, ed un ca-
» vallo con un pennoucello, ed uno
>» col cimiero, spada e sproni di
» oro : il cimiero, una donzella con
" due ali; ed un cavallo coperto
» di scarlatto, e il fante con un
» mantello di vaio grosso foderato;
" ed un altro cavallo non coperto,
» con un fante, con un mantello
« di paonazzo, foderato di vaio
» bruno. " Apiid. script. Rer. Ital.
tom. XVII, col. 858. Andrea Gatta-
38 CAV
ro descrivendo la pompa funebre di
Giovanni Galeazzo Visconti, duca di
Milano, morto a' 3 settembre i4o2,
narra che in essa furono veduti cen-
to cavalli coperti di zendado, e altra
sorte di seta, colle insegne di venti-
sette città, e castella grosse, suddite
del duca di Milano ; ed oltracciò un
cavallo coperto coli' arma imperiale ,
la quale fu stimata valere quindici-
mila ducati d'oro.
II p. Lupi, nella Dissertazione
X sopra i cavalli sovente scolpiti, o
dipinti dagli antichi cristiani, di-
ce , che non è difficile trovare
negli antichi monumenti cristiani
r immagine di uno o più caval-
li, massimamente nei sepolcri dei
martiri; ed in una cappella sotter-
ranea del cimitei'O di Basilla, sco-
perta nel 1726, la tribuna era di-
pinta con immagini di cavalli sciol-
ti, e che libei-amente pascolavano,
e ne riporta le immagini il Bianchi-
ni nt Prolegomeni, al tomo III di
Anastasio. Al sepolcro antico di s.
Valentino martire, e vescovo di Ter-
ni, erano dipinti due cavalli. 11 So-
sio trovò due cocchi a quattro ca-
valli dipinti nella volta di un mo-
numento nel cimitero di Priscilla ;
ed altre somiglianti pitture, e scul-
ture di cavalli si trovano negli an-
tichi sepolcri de' martiri, e de' cri-
stiani. Fra le spiegazioni, che si dan-
no a tali simboli, vuoisi che i cri-
stiani, i quali ebbero tal figura ai
sepolcri loro, appartenessero al col-
legio, o al comune detto de' Giu-
mentari!, o fossero delle famiglie ,
che servivano alle stalle imperiali ,
che si chiamavano Sacra Stabula ,
ovvero che tali cristiani spettassero
al servizio dei cerchi, ai quali era-
no destinate molte famiglie. Tutta-
volta il medesimo p. Lupi dice, che
tal simbolo è secondo il precetto
CAV
dell'Apostolo, tolto dalle corse pub-
bliche: correte, o fedeli, in maniera
che riportiate il premioj e difatti
nel sasso di s. Fiorenzo fanciullo
martire, vicino al cavallo è espres-
sa la meta, ove il corso si finiva;
come per esprimere un egual sim-
bolo in alcuni sassi cristiani è scol-
pita una nave vicina ad una di quel-
le torri, che servono di fanali ai
porti, significando che quel fedele
dopo una travagliosa navigazione ha
preso porto.
Sulla benedizione de' cavalli per
la festa di s. Antonio, può vedersi
r articolo Camaldolesi, monache, a
cui appartiene la chiesa dedicata in
Roma a quel santo. Il Cancellieri
ne parla ne' suoi Possessi, a pag.
5 IO, focendo pur menzione di sì pio
uso lo Spengero, il Desieine ed altri.
II p. Fabrizio dell' Oi-dine de' pre-
dicatori , compose un' opera sulle
Ricerche dell'epoca dell' equitazio-
ne, e dell' uso dei carri equestri
presso ^li antichi, Roma 1764. E
poi troppo nota la sorpresa, il ter-
rore e r ammirazione che produsse
negli americani la vista dei cavalli
di Colombo, dappoiché supponeva-
no il cavaliere, e il cavallo ambe-
due ragionevoli, anzi credevano fos-
se un solo animale, donde gli anti-
chi inventarono la favola dei cen-
tauri, de'quali scrisse il Banier, Dis-
serlation sur i origine de la falle
des centaures, dans V histoire de
V acad. des Ind. II. a 6.
CAVE (Cavae), o Cavi. Borgo
dello slato pontificio, nella Comarca,
diocesi di Palestrina, appartenente
alla casa Colonna. Esso giace in a-
menissima posizione, ed ha pittore-
schi dintorni. Si ammirano poco
distante, siccome avanzo della sua
antichità, alcune mura ciclopee, i ru-
deri d'uu sepolcro piramidale, e il
CAV
moderno ponte, eretto nel 1827, che
sopra sette archi scavalca un torren-
te, il quale vuoisi derivare dal Trero,
oggi Sacco, fiume che va a scaricar-
si presso Ceprano nel Liri. Questo
borgo desume il suo nome dai por-
tentosi cavi, o grotte, eseguiti fi-a le
rupi, affine di far passare la via fra
i quali si trova. Fra Preneste e Ca-
ve avvenne, l'anno 267 o 269 di
Roma, cii'ca cinque secoli avanti
r era cristiana, la battaglia campale
fra i romani comandati dal console
Caio Aquilio Tusco, e gli ernici, che
furono compiutamente disfatti. Il
moderno paese fu costruito verso
l'anno 998 di Cristo, e popolato
per cura de' monaci di Subiaco. Pri-
ma si chiamò il castello de santi
tre 3 dai titolari delle chiese ivi e-
difìcate : il primo era dedicato a s.
Lorenzo col contiguo monistero dei
benedettini, consacrato nel 1092,
dal vescovo Prenestino Cardinal Ugo
Candido ; ma nello scisma di Cle-
mente III, falso Pontefice, furono
i monaci discacciati. Fu in detto an-
no, che Cave venne occupata da
Pietro Colonna, il quale faceva la
guerra a Papa Pasquale II, che ad
onta degli aiuti dal Colonnese rice-
vuti dal conte di Capua Riccardo,
lo ricuperò alla Chiesa insieme ad
altre terre concedendolo nel iioi,
per due terzi, insieme colla rocca, alle
monache di s. Ciriaco, il cui mo-
nistero era presso la chiesa di s. Ma-
ria in Yia Lata, le quah ne otten-
nero il possesso soltanto nel 11 25.
Abbiamo inoltre dal Martinelli, che
una metà di questa terra insieme
colla chiesa di s. Stefano e s. Sabi-
no, e due parti della rocca di Ca-
ve, erano slate occupate da Calo-
leo da Cave. Dipoi questo castel-
lo si denominò il Castel de' santi
(inauro : il perchè una porzione
CAV 3t)
del territorio ancora ne porta il
nome.
Alcuni autori vogliono, che nel
1 100, quei di Cave coi prenestini
eleggessero contro Pasquale II l'an-
tipapa Teodorico, che di poi fu obbli-
gato a prendei'e l'abito religioso : e
mentre altri sostengono, che l'anti-
papa Gregorio Vili fosse rilegato
nel menzionato monistero di s. Lo-
renzo, i più critici asseriscono do-
versi ritenere piuttosto il monistero
della ss. Trinità della Cava presso
Salerno, per luogo di sua penitenza.
Certo è che, nel 1 1 1 8, profittando
i Colonnesi della persecuzione ecci-
tata dai Frangipani a danno di
Gelasio II, tornarono ad impadro-
nirsi di Cave, che in seguito ebbe
comuni le vicende colla vicina Pa-
lestrina, centro della potenza della
famiglia Colonna, ad eccezione che
non andò soggetta alle distruzioni, co-
me quella città nel 1298, e nel i437,
nei pontificati di Bonifacio Vili, ed
Eugenio IV. Però, nel 1482, fu
stretta d' assedio dalle milizie ponti-
ficie nella guerra fra Sisto IV, e il
duca di Calabria, e dovette aiTen-
dersi.
Per le gare fra i Colonnesi e i
CarafTeschi nipoti di Paolo IV , i
primi, nel i556, furono scomunicati,
e vennero dati i loro stati ai secon-
di, che fortificarono Paliano (Vedi).
In tal' epoca avendo citato l' avvo-
cato del fisco della camera aposto-
lica Filippo II re di Spagna, come
reo di violato giuramento già px-e-
stato a Giulio III, pel feudo del
regno di Napoli, dichiarandolo de-
caduto, il viceré di Napoli duca di
Alba unì le sue genti ai Colonnesi,
prese Cave, e Genazzano (Vedi)y
portò il terrore ne' dintorai, e si ac-
costò col suo esercito a Roma. Ma
dopo varie guerresche vicende, le
4o CEA
truppe pontificie, guidate da Matteo
Stendardo, valorosamente rivendica-
rono diversi conquisti : senonchè, a
mediazione di Giovanni III, re di Por-
togallo, fu segnata la pace in Cave,
per cui il luogo acquistò celebrità.
Il Cardinale Carlo Caraffa, nipote di
Paolo IV, a tal effetto col suo se-
guito si recò da Palestrina a Cave,
venendo incontrato, nella pianura
detta gli olmi di Cave, dal duca di
Alba, accompagnato pure dai suoi;
dopo il qual pacifico abboccamento
si riunirono in Cave in casa Leon-
celli, oggi Mattei, presso la piazza
di s. Stefano , ed a' 7 settembre
1557, fu stipulata la concordia, i
cui capitoli si leggono nel Rinaldi
a tal anno n. 14. Alessandro d'An-
drea scrisse tre discorsi della guer-
ra della campagna di Roma, e del
l'egno di Napoli, nel 1 S56, e 1 557,
stampati poi in Madrid, nel 1589,
e nella detta casa se ne legge la
memoria per una isci'izioue. Attual-
mente Cave ha dei regolari edifizii ,
e fra le chiese è degna di menzio-
ne quella de' minori conventuali de-
dicata a s. Carlo Borromeo, ove
tì sono due colonne spirali .
CAVERNA. Città d'Africa presso
Cartagine, in cui nell'anno 894 si
celebrò un concilio sopra il vescovo
Primiano. Reg. III. Labbé, tom. II.
Arduino, tom. I, e Lenglet.
CAZINZARTANI. Eretici derivati
dagl' iconoclasti. Ebbero origine nel
secolo VII, ed agli errori di quella
setta ne aggiungevano qualcuno
eziandio de' nestoriani. Prestavano
culto alla sola immagine della Cro-
ce; perciò si appellai'ono anche
staurolatri.
CEA ( Tìicrmia , o Zea ) . Isola
del mare Egeo, una delle Cicladi,
con città vescovile fino dal IX se-
colo. Nel XVII divenne arcivcsco-
CEB
vato onorario di rito greco, sotto-
posto alla metropoli di Atene, come
vuole Commanville.
CEADDA (s.). Fu prima vescovo
di Yorck, e ne adempiva con molto
zelo i doveri; ma tornato di Fran-
cia s. Wilfrido, che aveva un ante-
cedente diritto a quella sede, per
la elezione di Alfredo re di Nor-
tumbria, seguendo anche il consiglio
di s. Teodoro, arcivescovo di Can-
torbery e primate di tutta la Chiesa
britannica, cedette a quest' ultimo
r episcopato, dedicandosi alla vita
solitaria nella badia di Lesti ngay.
Le virtù distinte di lui non permi-
sero, che rimanesse lungamente ce-
lato, e non andò molto, che venne
chiamato a succedere Giarumano
vescovo dei merciani. Egli fu il-
primo tra i vescovi di quei popoli,
che stabilisse la sua sede a Letch-
fleld, e tanto affaticò nel pastorale
ministero, che s. Teodoro ebbe a
prescrivergli di moderare le zelanti
sue cure, affinchè la preziosa sua
vita fosse più lungamente conservata
ai vantaggi della Chiesa. Portò sem-
pre un grandissimo affetto alla riti-
ratezza , e riponeva le sue distra-
zioni nel conversare con alcuni mo-
naci, che abitavano presso la sua
cattedrale. Presenfi, per particolare
inspirazione, la sua morte, e se ne
dispose alla maniera dei santi. Morì
il giorno primo di marzo dell'anno
673.
CEBARADISA. Sede episcopale
della Bizacena nell'Africa occidentale,
sottoposta ad Adramito, il cui ve-
scovo Mustuto intervenne al conci-
lio lateranense, celebrato l'anno G54
dal Pontefice s. Martino I. Ep. Syn.
liisac.
CEBRIAN, o CEVRIAN-Y-Val-
DA Francesco Antonio, Cardinale.
Francesco Antonio Cebrian-y-Valda
CEB
nacque a' 19 febbraio 1734 nella
città di s. Filippo di Xativa nella
diocesi di Valenza di Spagna, da
una delle più distinte famiglie del
regno , godendo il grandato di
Spagna; il perchè ricevette una pro-
porzionata educazione, che unita ad
un carattere nobile, pio ed amabile,
gli procacciò stima sino dalla sua tene-
ra gioventù. Nello studio fece profitto,
massime nella giurisprudenza civile
e canonica nella università di Va-
lenza, ove dopo essere slato laureato
in ambe le leggi, ne divenne catte-
dratico, e rettore, e si acquistò
riputazione per la profondità del
sapere, e per le belle sue maniere.
Ordinato sacerdote, fu fatto cano-
nico della metropolitana di Valenza,
e meritò di essere nominato vescovo
di Tudela. Senonchè, avanti di ri-
cevere le bolle pontificie, venne di-
chiarato vescovo -di Orihuela, col
qual titolo ricevette l'episcopale con-
sacrazione. Governò la diocesi con
gran zelo e prudenza, e per la sua
vigilanza pastorale procacciossi l'a-
more e la venerazione del suo greg-
ge , particolarmente allorquando si
offrì vittima per esso, nell'assistenza
personale, che prestò a' suoi dioce-
sani nell'epidemia da cui fu afflitta
la Spagna nel 18 12. Ritornato nel-
l' anno seguente al trono degli avi
suoi il re Ferdinando VII, siccome
conoscitore delle virtù di Cebrian,
lo nominò patriarca dell'Indie, vi-
cario generale dell' esercito, nonché
curato ordinario del real palazzo, e
della regia famiglia; per le quali
cariche e spirituale giurisdizione Pio
VII gli fece spedire le relative bolle.
Ma non trovò pace lo spirilo del
buon prelato dimorando in Madrid
presso la persona del re, sinché non
gli fu concesso di riimnziare la chiesa
di Orihuela, che vedovasi impossi-
CEC 4»
bilitato di governare. Quindi fu fatto
arcidiacono di Toledo, e nel conci-
storo de' 23 settembre 1816, il me-
desimo Pio VII lo creò Cardinale
dell'ordine de' preti, e perchè non
si recò mai a Roma , non ebbe ti-
tolo Cardinalizio. Finalmente pieno
di meriti, amato dal re, che inoltre
gli conferì la gran croce della Con-
cezione di Carlo III, rispettalo da
tutta la corte, cessò di vivere in
Madrid agli 8 febbraio 1820, nell'età
di ottantaquattio anni. Era di pa-
cifico carattere e mansueto, distac-
cato dal mondo, amante de' poveri ,
e generoso con essi; per la qual cosa
la sua memoria è in benedizione.
CEBU' [Nomiiu's Jesu). Vesco-
vato nelle ìsole Filippine. V. Nome
DI Gesù,
CECERITA. Sede episcopale della
provincia proconsolare d' Africa , il
cui vescovo Quobulo si recò in Ro-
ma al concilio di Laterano, adunato
da s. Martino I.
CECCANO Annibale, Cardinale.
Annibaldo Gaetani da Gactani da
Ceccano, luogo della provincia di
Campagna , diocesi di Aquino ,
d' ingegno acuto, magnanimo, esper-
to nel maneggio degli afEiri, dotto-
re nei canoni ed in teologia, era
arcidiacono di Arras, quando circa
i' anno i326 Giovanni XXII lo
promosse ad arcivescovo di Napoli,
poi a' 18 dicembre del 1827 lo creò
Cardinal prete di san Lorenzo in
Lucina. Nel i33i accomodò una
grave discordia tra il vescovo di
Parigi, e 1' università della Sorbona,
perchè quel prelato avca multato
di quattrocento lire un cherico di
quell'accademia. Due volte nel pon-
tificato di Clemente VI andò in quali-
tà di legato a comporre la pace alla
corte di Francia tra quel monarca , e
quello d'Inghilterra, cioè nel i344}
4tì CEC
e nel i347. In Parigi egli fece la
solenne dedicazione della chiesa del
collegio della Sorbona , a' 1 9 otto-
bre del medesimo anno , e stabilì
una tregua di tre anni, rotta la
quale, MI tornò, ma inutilmente. Gli
riuscì meglio la legazione in Ale-
magna, nello stesso anno i347, ^
Carlo re de' romani, elettp impera-
tore invece di Lodovico Bavaro sci-
smatico e scomunicato. Andò a Na-
poli a determinare nel ducato di
Benevento i confini dello stato Pon-
tifìcio; ed in questa legazione do-
vette molto soflerire, perocché segnò
una tregua di tre anni fra Lodo-
vico re di Ungheria, e Giovanna re-
gina di Napoli , pena la scomunica
coU'ammenda di 200000 fiorini d'oi'O
a chi l'avesse violata. Governò Roma
con amplissime facoltà nel giubileo del
1 35o ; ma ristrette ai forestieri le
visite delle basiliche di Roma con
danno dei mercanti , ed artigiani ,
corse più di una volta pericolo della
vita, specialmente per la scelleratez-
za del famoso Cola di Renzo, il
quale con un dardo gli avea trafo-
rato il cappello. 11 Cardinale lo sco-
municò: perlocchè partissi di Roma
il Cola, e ricovrossi presso Carlo re
de' romani in Boemia. Poscia spedito
il Cecca no in Ungheria per rimuo-
vere quel sovrano dalla spedizione
di Nàpoli, morì nel luglio del 1 35o
in Castello s. Giorgio nella Campa-
gna, come si crede, avvelenato, do-
po 22 anni di Cardinalato. Fu se-
polto nella vaticana basilica, della
quale era arciprete, nella cappella
dei ss. Lorenzo e Giorgio. Era stato
presente ai conclavi di Benedetto
XII, e Clemente VI, e concorse
col suo suffragio alla loro elezione.
Come chiarissimo poeta, estese in versi
eroici le vite dei ss. Apostoli Pietro
e Paolo, e teneva corrispoudenza
CEC
col celebre Petrarca. Inoltre eresse
un monistei'o ai celestini presso Avi-
gnone, e lo dotò generosamente.
CECCANO Giordano, Cardinale.
Giordano Ceccano, nobile della Cam-
pagna, monaco cistcrciense, ed abba-
te di Fossanova, assai perito nelle
lettere umane e divine, ai 2 1 marzo
del 1 188, da Clemente III fu creato
Cai'dinal diacono, poi divenne prete
di s. Pudenziana . Divoto alla b.
Vergine, 1' eresse magnifico tempio
in patria. Ebbe la legazione di
Francia, dell' Alemagna, e da Inno-
cenzo III quella della Marca, ove
raffermò quei popoli alla ubbidien-
za della Chiesa. Il medesimo Innocen-
zo III, lo spedì con i5oo oncie di
oro a sovvenire ai monaci di Mon-
tecassino assediati da Marcualdo ,
siniscalco al i-e di Sicilia, tutore
del re pupillo, o meglio, invasore del
regno. Morì il Ceccano circa l'anno
1210, dopo un Cardinalato di ven-
tidue anni, e di essere stato ai comi-
zi d' Innocenzo III.
CECCANO Gregorio, Cardinale.
Gregorio Ceccano nacque a Cecca-
no di Soi*a da nobile famiglia. Se-
gretario del Pontefice, a mezzo del
Cardinal Gaetani poi Gelasio, venne
da Pasquale II promosso al cardi-
nalato col titolo di s. Lorenzo in Lu-
cina, e fu alla elezione di Gelasio
II. Approvò quella di Cahsto II
avvenuta nel monistero di Clugny
nelle Gallie; e morì, secondo l'Au-
bery, nel pontificato di Onorio II.
CECCANO Stefano, Cardinale.
Stefano Ceccano, era detto il Cardinal
di Fossanova, perchè vi aveva pro-
fessato la regola dei cistcrciensi ,
divenendone priore, ed abbate. De-
gno nipote al Cardinal Giordano
dello stesso nome, nel 121 3, da
Innocenzo IH fu creato Cardinal
diacono di s. Angelo, poi prete dei
CE e
«s. Apostoli, e Camerlengo di s.
Chiesa. Alla sua presenza s. Dome-
nico, di cui era intimo amico gli
risuscitò il nipote Napoleone mor-
to per una caduta da cavallo.
Si trovò alla traslazione solenne,
che avvenne della immagine della
B. V., che si vuole dipinta da s. Lu-
ca, dal monistero di s. Maria del-
la Tome, che anticamente esisteva
presso la chiesa di s. Cecilia, a
quello di s. Sisto, la, quale immagi-
ne a pie scalzi si pose sulle spalle.
Cooperò alla erezione del magnifico
tempio dedicato a Dio in onore
dell' Assunta , e di s. Galgano in
Siena, cui arricchì generosamente;
edificò una cappella sotto T invoca-
zione di s. Maria della Rotonda,
nella sagrestia della quale si vede-
va l'effìgie di lui in atto di vene-
rare la Vergine santissima. Final-
mente, dopo i comizi di Onorio III,
e di Gregorio IX, mori nel 1227,
quindici anni dacché avea conseguito il
cappello, ed ebbe tomba nella basi-
lica liberiana con breve iscrizione.
CECCANO Teobaldo, Cardinale.
Teobaldo Ceccano dei conti di Ter-
racina, abbate nel monistero di Pos-
sano va, consanguineo al Cardinal
Giordano del medesimo nome , nel
1275 fu ci'eato Cardinal prete da
Gregorio X. Nel concilio generale
di Lione, si rese celebi'e per molte
legazioni assai decorosamente soste-
nute. Vide la morte dell' angelico
dottore; enei 1279, lo seguì dopo
quattro anni di Cardinalato.
CECCHINI Domenico, Cardinale.
Domenico Cecchini, patrizio romano,
era fornito di bello spirito, e vi-
vace ingegno ; e laureatosi nella u-
niversità di Perugia, andò alla curia
di Roma presso Pamfily, e Ludovisi
uditori di Ruota : questi divenne
Gregorio XV, e quegli Innocenzo
CEC
43
X. Quindi datosi a patrocinar cau-
se, Gregorio XV lo associò agli
avvocati concistoriali, lo fece suo ca-
meriere segreto, uditore del Cardinale
camerlengo, che eia nipote del Ponte-
fice, canonico della basilica vaticana,
e rettore dell' archiginnasio l'omano.
Urbano Vili lo ascrisse ai votanti
di segnatura, e nel i643, agli udi-
tori di Ruota, ed ai consultori del
s. offlzio. Innocenzo X, nel i644> lo
fece datario, ed ai i4 novembre
dello stesso anno, lo creò Cardinal
prete di s. Sisto , e lo confermò
neir ufficio colla qualifica di pro-
datario. Fu uno dei giudici nella cau-
sa di Giansenio; intervenne ai co-
mizi di Alessandro VII, dopo i quali
mori nel i656, di sessantotto an-
ni, e undici di Cardinalato, con fa-
ma di dottissimo personaggio. A ca-
gione delle falsità del sotto-data-
rio Mascabruni, il nostro Cardina-
le nel pontificalo d'Innocenzo X,
sebbene di lui favorito, sofflù ama-
re vicende. Ebbe tomba nella basi-
lica di s. Maria in Trastevere, ove
avea ornata la cappella della Ma-
donna detta di Viacupa.
CECI Pomponio, Cardinale. Pom-
ponio Ceci, valente in filosofia ed a-
stronomia, ebbe un canonicato in s.
Giovanni Laterano ; e da Paolo III,
nel i538, il vescovato di Orte e Ci-
vita Castellana; dipoi quello di Su-
tri e Nepi ; quindi fu vicario del
Pontefice, e da ultimo dallo stesso
Paolo III, a'3i maggio del i542,
fu creato Cardinal prete di s. Ci-
riaco. Ma dopo due mesi morì a
Roma, e fu sepolto nella basilica
lateranese, nella sua gentilizia cappel-
la dedicata alla nascita di Nostro Si-
gnore, con semplicissima lapide a
prirte destra della medesima, che
porta il nome di lui, con quello di
alcuni altri di sua famiglia.
44 CEC
CECILIA (s.), romana, educata al-
la scuola del vangelo, (Ino da fanciul-
la si mostiò adorna di rare virtù.
Quantunque uscita di ricca e nobi-
le famiglia, avea fatto voto di rima-
nersi vergine per tutta la vita, ma,
costretta dai genitori, si legò in ma-
trimonio con un gentiluomo, Vale-
riano di nome, eh' ella seppe ritrar-
re dall'idolatria alla religione del
vero Iddio. A questa conversione
aggiunse anche quella di Tiburzio,
suo cognato, e di Massimo, i quali
condannati a morte, perchè cristia-
ni, la precedettero di pochi giorni
nella gloria del martirio. Credesi, che
cib avvenisse l'anno aSo, sotto A-
lessandro Severo.
Nel quinto secolo vi era in Ro-
ma una chiesa, dedicata a santa Ce-
cilia. Il Pontefice Pasquale I ve ne
eresse una nuova, nella quale tras-
feiù il corpo di s. Valeriano, che
fu trovato unitamente a quello di
s. Cecilia, ed ivi ancora comandò ,
che si trasportassero i corpi di s.
Tiburzio, di s. Massimo, e dei som-
mi Pontefici Urbano e Lucio; tras-
lazione avvenuta nell'anno 821. Il
medesimo Pontefice fondò pure un
raonistero presso la nuova chiesa.
11 Cardinal Paolo Emilio Sfondrati,
nipote di Gregorio XIV, ne la ri-
fabbricò, e decorò riccamente, ed è
titolo di Cardinal prete. Le reliquie
di questi santi furono riposte in una
magnifica volta, sotto 1' aitar maggio-
re, e si chiama in oggi la confessio'
ne di santa Cecilia, come meglio
dicesi all'articolo Chiesa, di s. Ce-
cilia [P^edi). Questa santa è assai
celebre nella Chiesa, e viene anche
nominata nel canone della messa. I
cultori dell'arte musicale l'hanno scel-
ta a proteggitricc, perchè è noto, che
questa santa accordava al canto del-
le divine lodi lu musica istroracatule.
CED
CECILIO (s.), africano di nascita,
fu convertilo alla fede di Gesù Cri-
sto, per le preghiere insieme e per
le instruzioni di Ottavio e di Mi-
nuzio Felice, che dalle tenebre del
paganesimo erano venuti alla luce
del vangelo , e ne sostenevano con
molta sapienza e forza le ragioni.
Questo santo, che fu prete, ebbe il
merito della conversione di san Ci-
priano, il quale , per sentimento di
venerazione e riconoscenza, volle in
seguito portarne il nome. Mori in
età molto avanzata , e fu beneme-
rito assai della i*eligione cristiana. Di
lui si fa memoria nel martirologio
romano.
CEDAMUSA. Sede vescovile di
Sitifi in Africa, nella provincia della
Mauritiana. Not. Jfr.
CEDDO (s.). Questo santo prela-
to era fratello di s. Chaddo ve-
scovo di Litchfield, del santo sa-
cerdote Celino e di Cimberto, i quali
si adoperarono ad illuminare nelle
verità della fede gli anglo-sassoni.
Il desiderio di restare nell' oscurità ,
e di attendere alla propria santifi-
cazione, lo indussero a ritirarsi nel
monistero di Lindisfarne. Le virtù,
ond'era adorno, gli meritarono l'ono-
re del sacerdozio , ed il vescovo di
Lindisfarne gli affidò l' importante
incarico di ammaestrare nella fede
i popoli soggetti al re Pende, che
avea ricevuto il battesimo con molti
de' suoi ministri. La predicazione di
s. Ceddo ebbe un esito felicissimo ,
imperocché si videro ben presto at-
terrati i templi degl' idoli, ed i loro
cultori pi'estarono al vero Dio quel-
l'onore, che prima tributavano alle
insensate divinità. Ma un campo più
esteso si aperse allo zelo di Ceddo,
il quale avrebbe ben volentieri sa-
crificata la vita per acquistare pro-
seliti alla cioce. Oswy re di Nor-
CEF
thumberland, mandollo con vm pi'ete
da Sigiberto re dei sassoni orientali,
il quale avca abbracciato la fede di
Gesù Cristo. Le fatiche del santo
apostolo furono da Dio benedette ,
ed il numero di quelli, che si con-
vertirono, fu veramente ammirabile.
Recatosi in seguilo a Lindisfarne per
trattare col vescovo Finan intorno
ad alcuni aflàri importanti, fu con-
sacrato vescovo dei sassoni orientali.
Insignito di questa dignità, andò tosto
nella sua diocesi, e continuò l'opera
che vi avea intrapreso. Fondò mol-
te chiese, e tre monisteri : assistette
al sinodo celebrato a Stx'cneshalch
nel 664, ove stabilì che si seguisse
la pratica stabilita dai canoni intor-
no alla celebrazione della Pasqua.
Dopo qualche tempo fu colpito dal-
la peste, e terminò la sua carriera
nel suo monistero di Lestingay nel
giorno iG ottobre. Il martirologio
d' Inghilten-a ne fa menzione nel dì
7 gennaio.
CEDI A S. Sede episcopale d'Africa
nella parte occidentale, d' ignota pro-
vincia. Di essa si sa soltanto, che il
suo vescovo Secundeno , nel t(u-zo
secolo assistette al concilio di Car-
tagine adunato da s. Cipriano, men-
tre nel quinto il vescovo Fortis do-
natista fu alla conferenza di Carta-
gine.
CEDRENO Giorgio. Monaco gre-
co, vissuto nel secolo undecimo. Ha
scritto vma specie di cronaca, o sto-
ria universale dal principio del mon-
do fino all'impero d' Isacco Comne-
no, cioè fino alla metà circa del se-
colo undecimo dell'era cristiana.
Quest'opera è una compilazione poco
assai giudiziosa; tuttavia Ritradotta
in latino ed arricchita di note dal
p. Goar domenicano.
CEF AL A [Caephala). Sede ve-
scovile d'Africa iiella prima provin-
CEF 4>
eia proconsolare, sottoposta a Carta-
gine. Collalio Carili ng. i, cap. i33.
CEFALONIA e ZANTE {Ccplia-
lonien. , et Zacynthicn. ). Vescovati
uniti sulTraganei di Corfù nelle isole
Jonie. Cefalonia, una delle isole de-
gli Stati Uniti delle isole Jonie, sog-
gette all' Inghilterra, presso la costa
occidentale della Turchia Europea,
fra il golfo di Patrasso , e le isole
di santa Maui'a e quella di Zante ,
contiene tre città , e cento trenta
villaggi , in un' amena , deliziosa e
fertile posizione. I monti ne inter-
secano la superficie, e su tutti pre-
domina r Enos, celebre nell'antichi-
tà, il quale conserva ancora il suo
nome. Fu primieramente conosciuta
sotto i nomi di Sainos , o Snnih ,
poscia di Melaejin, indi di Tdcboa,
e in fine di Cefalonia , nome che
prese dall'ateniese Cefalo, governa-
tore dell' isola. Si novera Cefalonia
fra gli stati d'Ulisse, e fu anco do-
minata dai corinti , e dai tcbani
condotti da Arafitrionc. Dopo essere
stata in potere dei macedoni, fu oc-
cupata dagli etoli, a' quali la tolsero
i romani comandati dal console Mar-
co Fulvio, 189 anni avanti l'era cri-
stiana, e siccome nella città di Sa-
mè trovò vigoi'osa resistenza, l'arse,
la saccheggiò, e ne vendette gli abi-
tanti. In tal maniera Cefalonia di-
venne soggetta alla romana repub-
blica, e seguì i destini dell' impero.
Aveva dapprima adottato il reggi-
mento repubblicano , chiamandosi
allora tetrapoli a cagione delle sue
quattro principali città , cioè Samè,
Palis, Grane, e Cooni, che si erano
diviso il suo territorio. Figurò fra
le isole greche , e godette per un
tempo il primato sulle Jonie.
Appartenne all' impero d' oriento
sino al 1 125, in cui per la decaden-
za di esso ebbe i suoi signori par-
46 CEF
tìcolari. Quindi, Terso il ìì^S, sog-
giacque alle incursioni de' normanni
e poi ancora ai despoti di Morea ,
i quali come vennero detronizzati
da Maometto II , passò al dominio
ottomano. Variano gli autori intor-
no al tempo in cui passò l'isola
sotto quello de' veneziani : certo è
però, che nel i499 il generale ve-
neto Benedetto Pesaro se ne impa-
dronì colla forza delle armi, e seb-
bene due volte i turchi la ripren-
dessero, sempre i veneziani la ricon-
quistarono, rimanendone in possesso
sino all'anno 1797» epoca in cui si
estinse la loro repubblica. Passa-
ta alla Francia , nell' anno i 799 ,
dovette essere ceduta alla flotta tur-
co-russa, ed in progresso seguì la
sorte delle altre isole Jonie, per cui
manda otto deputali Cefaleni all'as-
semblea legislativa del parlamento
Jonio.
L' isola Cefalonia è per la mag-
gior parte abitata da individui, che
seguono il rito greco. I cattolici ascen-
dono circa a duecento, non computan-
dovi i maltesi, che sono in grandissimo
numero. Essa ebbe un vescovo greco e
un vescovo latino; ma la cattedrale si-
tuata in Argostoli, capitale dell'isola,
è ora distrutta. Argostoli è posta
in fondo ad un'ampia e sicura baia
nel lato australe dell' isola. Ha un
liceo, ove si educano i giovani per
l'università di Corfìi. Ne' suoi din-
tonii vi sono gli avanzi della città
di Grane , rammentando la ferace
pianura di Palecchi 1' antica Palis ;
all'estremità, ov' è il Capo-scala, esi-
steva l'antica città di Cooni, di cui
non rimase vestigio. Nel quinto se-
colo i greci della terza provincia di
Achea, nell'esarcato di Macedonia,
vi eressero la sede vescovile colla
residenza in Argostoli, sotto la me-
tropoli di Corinto; quindi nel XYI
CEF
secolo divenne arcivescovato. I latini
nel XII secolo vi fondarono un seg-
gio vescovile, suffraganeo del metro-
politano di Gorfù, e nel XIII si unì
a Zante ove passò a dimorare il
vescovo , che tuttora vi risiede go-
vernando le duft diocesi, soggetto al-
la congregazione Cardinalizia di Pro-
paganda. F. Zante.
CEFALI]' (Cephaluden.) Città
con residenza v escovile nel regno
delle due Sicilie, nella provincia Val-
le minore di Palenuo. Essa è po-
sta nell'angolo di un promontorio,
im poco più basso del castello an-
cora esistente, che formava 1' antico
paese. Varie cave di fini marmi ha
nei dintorni, e fra essi merita men-
zione la lumachella, marmo atto a
stupendi lavori. Questa città cinta
di mura, sembra che tragga il suo
nome dal capo vicino, il quale si
chiama Celili, nome che deriva
dal greco, e vuol dire capo, o pro-
montorio, per cui i suoi abitanti si
dissero Cefaledi. Dai messinesi ven-
ne un tempo distrutta, ed al re
Ruggiero I, come diremo, è dovuta
la sua riedificazione nel bel sito
dell' odierna area.
Fino dai tempi, in cui la Sicilia
era dominata dai saraceni, in Ce-
falù eravi un vescovo, e quello del-
l'anno 868 fu uno dei dodici ve-
scovi, che insieme a s. Ignazio pa-
triarca di Costantinopoli si oppose-
ro energicamente a Fozio, nell' Vili
concilio generale, laonde rilevasi che
i greci vi avessero istituito la sede
episcopale. In progi-esso di tempo
la città, essendosi ridotta quasi al
nulla, il normanno Ruggiero I, re
di Sicilia, la ritornò al suo primie-
ro splendore, ristabilendo la sua se-
de vescovile, nel 1 i3i, sottoposta a
Messina per opera dell' antipapa A-
uaclelo 11, di cui seguiva le parti per-
TEF
che Io aveva ornato col titolo reale.
Si racconta pertanto, che trovando-
si tal principe in grave pericolo di
naufragare nel mare di Saleino, fe-
ce voto, clie se ne usciva a salva-
mento, avrebbe fatto fabbricare un
tempio al Salvatore, ed agli Apo-
stoli ; quindi tornato il mare in cal-
ma trovossi nel golfo di Cefalìi, nel
giorno sacro alla trasfigurazione del
Salvatore. Disceso a terra, prima di
tutto edificò una chiesa in onore di
s. Giorgio al piede della rocca, e
dipoi non solo volle riedificata la
città, ma in esecuzione del voto vi
fece innalzare una sontuosa catte-
drale col nome del Salvatore, fa-
cendo scolpire nella magnifica fac-
ciata questa iscrizione : hoc s\crum
TEMPLUM A. pio ROGERIO I SICILIAE
KEGE AB. ANN. I I 3 I AD I 1 4^ FUN-
DATUM ETc. In cssa chiesa fra le altre
cose si ammirano bellissimi mosaici
e il mausoleo di d. Eufemia reggente
del regno nella minorità degli ulti-
mi sovrani del ramo aragonese. Que-
sta chiesa era la quinta del regno
nell'assemblea degli stati.
Tuttora questa sede trovasi suf-
fraganea della metropolitana di Mes-
sina. Il capitolo della cattedrale, che
anticamente era regolare sotto l'Or-
dine di s. Agostino si compone di
quattro dignità , prima delle qua-
li è il decano, di otto canonici con
due prebende, ventiquattro mansio-
nari detti pi'ebendati, oltre diversi
altri preti, e chierici pel divin cul-
to. La cura nella cattedrale si eser-
cita da tre cappellani eletti dal ve-
scovo, non essendovi nella città al-
tra parrocchia. Vi sono peiò sei
conventi di religiosi, un monistero
di monache, un conservatorio, al-
cune confraternite, ospedale, mon-
te di pietà, seminario con alun-
ni , cimitene , episcopio etc. La
GEL 47
mensa è tassata ne' registri della ca-
mera apostolica in fiorini quattro-
cento.
CELCHYTH {Celchytum). An-
tica città d' Inghilterra nel regno di
JNIercia, in cui si celebrarono due
concilii chiamati Celcliyterisi. Il pri-
mo fu tenuto l'anno 794 per dotare
il monistero di s. Albano, coli' in-
tervento di nove re, quindici vesco-
vi, e venti duchi. Offa, re dei mer-
ciori, per la venerazione che avea
per s. Albano primo martire d' In-
ghilterra, concesse al monistero molti
beni e grandi privilegi. Angl. I. 11
Lenglet, oltre questo concilio, pre-
cedentemente , e all' anno 787, ne
registra un altro adunato in Celchyt
sopra la disciplina .
Il secondo si convocò nell' anno
816 da Vulfredo arcivescovo di
Cantorbery, che vi presiedette alla
presenza di Renulfo re dei merciori,
e di molti signori, intervenendovi
dodici vescovi, molti abbati, preti
e diaconi , che fecero undici canoni.
Il secondo ordina, che le chiese
sieno benedette dal vescovo dioce-
sano dopo la loro edificazione, e
che r Eucaristia sarebbe posta in
una scatola , colle reliquie sotto
l'altare, o in un luogo segreto della
medesima chiesa. Il 4-° concede au-
torità al vescovo di eleggere col
consenso della comunità l'abbate, e
l'abbadessa. Il 9.° prescrive al ve-
scovo di tenere registrati i regola-
menti sinodali da osservarsi da lui,
il nome dell' arcivescovo da cui di-
pende, e gli altri vescovi della pro-
vincia. Il IO." comanda, che si dia
a' poveri , o si eroghi in opere pie,
la decima parie de' beni del vescovo
defunto, ed inoltre ordina preghiere,
digiuni, e la liberazione degli schia-
vi, pel riposo delle anime. Questo
concilio prese provvidenze anco sui
48 GEL
costumi. Angl. tono. I. Conc. tom.
VII, pag. i484.
CELENDERIS. Città vescovile
dcir antica Cilicia, e, secondo Com-
manville, nella provincia d'Isauria,
nel patriarcato d' Antiochia , eretta
nel V secolo sotto la metropoli di
Seleucia.
CELEPiINA. Sede vescovile del-
l'Africa occidentale , di cui s' ignora
la provincia . Sì sa soltanto , che
Donato suo vescovo, l'anno 4'Ij
si recò alia celebre conferenza di
Cartagine. Coli. Cari.
CELESTINI. Congregazione mo-
nastica benedettina. I monaci di que-
sl' Ordine furono dapprima chiamati
Eremiti di s. Damiano, o di Mo-
rene, non che Murroniti, o Morro-
niti, e" poi Celestini, allorquando il
loro fondatore fu assunto al ponti-
ficato col nome di Celestino V.
Questo santo nacque in Isernia, pic-
cola città capitale nel contado di
Molise, nel regno di Napoli da ge-
ni toii di bassa condizione, che nel
battesimo gì' imposero il nome di
Pietro. Passati i primi anni nella
pietà e nello studio, siccome aman-
te delia solitudine, nell'anno i244j
si ritirò sopra una montagna, e qui-
vi dimorò per tre anni in una ca-
verna, finche la sua santità gli at-
tirò molte persone a visitarlo, che
l'indussero ad uscire da quel na-
scondiglio, e ad abbracciare lo sta-
to ecclesiastico. Allora recatosi a
Roma, fu ordinato sacerdote, quin-
di passò nella Puglia, fermando la
sua dimora sul monte Moronc, per
cui viene chiamato s. Pietro Cele-
stino da Morone. Quivi elesse per
abitazione una buca, ch'era covile
di un gran serpente, e non molto
dopo da un abbate fu vestito del-
l'al)ito religioso, ed in quella stette
per lo spazio di cinque aoni, nel qual
GEL
tempo era favorito da Dio di molte
grazie, massime dell' umiltà. Altri di-
cono, che si fece monaco benedettino
nel monistero di Fai foli nella diocesi
di Benevento, e che divenutone abba-
te, concepì r idea di fondare una
nuova congregazione. In appresso
prescelse per più rimota solitudine
il convento di Majella nell' Abruzzo
non lungi da Sulmona, ove, ad on-
ta del luogo orrido, in poco tempo
si formò, verso l'anno ii5^, una
comunità religiosa, alla quale egli
serviva di regola e di esempio, pel
penitente e santo tenore di vita.
Né andò guari, che vedendo come
ncir oratorio da lui fabbricato sul
monte, non poteva contenere tutti
i suoi discepoli, ne edificò degli al-
tri in quelle vicinanze.
L'Ordine, nel 1264, fu approva-
to da Urbano IV, che lo incorporò
al benedettino ; ma sentendo Pietro
da Morone, che il Pontefice Grego-
rio X, nel concilio di Lione, forse
doveva sopprimere i nuovi Ordini
religiosi istituiti dopo il concilio la-
teranense che ne vietava la molti-
plicazione, andò a Lione, e malgra-
do la sua dispregevole apparenza ,
ottenne colle sue austerità, e col mi-
rabile dislacco dalle cose tei'i-ene, e
con una vita tutta angelica, una
bolla, colla data de' 17 settembre
1274, con cui Gregorio X confer-
mò il nuovo istituto colla regola di
s. Benedetto, e con alcune partico-
lari costituzioni più rigorose, lo po-
se sotto la pontificia protezione, gli
assicurò il possesso de' suoi beni, e
gli concesse alcuni privilegi, come la
esenzione dalla autorità degli Or-
dinari ce. Dopo di ciò l'Ordine si
accrebbe maggiormente, a segno che
Pietro si vide superiore generale di
Irentasei raonisteri, e seicento reli-
giosi, indi, nel 1 284? rinunziò al go-
GEL
verno del medesimo, e del priorato
di Majella , confermando l' uno e
r altro a ceito Roberto, per andar-
si a nascondere in un'altra foresta,
ed ivi dedicarsi ad ulterioi'i peni-
tenze ed assidue orazioni. Poscia, nel
capitolo del 1293, essendo il mo-
nistero di Majella per la sua posi-
zione troppo orrido e disasti'oso, fu
stabilito, che il monistero di s. Spi-
rito di Sulmona sarebbe stato il
capo dell'Ordine, e la residenza del-
l' abbate generale, che ve la fece si-
no a' nostri tempi.
Nella morte del Pontefice Nicolò
IV, per la discordanza de' Cardina-
li nel dargli il successore, dopo due
anni, tre mesi, e due giorni di se-
de vacante, mentre Pietro erasi re-
cato a Roma, per affari del suo
Ordine, fu a' 5 luglio 1 294, eletto
dai Cardinali nel conclave di Peru-
gia a Sommo Pontefice. A nulla
valse la sua virtuosa ripugnanza, e
partendo per Aquila , ivi si con-
dusse il sagro Collegio , ed egli fu
solennemente coronato a'29 agosto,
nella chiesa di s. Maria di Colle
maggiore, o Madonna di Collema-
dio del suo Ordine, col nome di Ce-
& lestino V: il perchè, come dicemmo,
la di lui congregazione assunse quel-
lo di celestini. A' i4 settembre 1 294,
nella stessa città d' Aquila, Celesti-
no V confermò ampiamente le co-
stituzioni, che avea composte pei
suoi monaci, e pei monisteri suoi ,
ricolmandoli di grazie e privilegi.
Nella promozione, che nel suddet-
to mese fece in Aquila di dodici
Cardinali, oltre diversi religiosi, vi
annoverò Tommaso dell' Ocra, mo-
naco celestino ed abbate del cele-
bre monistero di s. Giovanni in
Piano, e lo dichiarò anche camer-
lengo di santa Chiesa. Questo ve-
nerando Cardinale, avendo ricevuto
VOL. XI.
C EL 49
da Bonifacio Vili in commenda il
monistero di s. Giovanni in Vene-
re, colla sua buona maniera gli die-
de r incarico di celebrare i funerali
dopo la morte di Celestino V. Ag-
giunge il p. Croiset, nella vita di
s. Celestino V, che fra i Cardinali
italiani da lui creati, due erano mo-
naci del suo Ordine.
In seguito il Papa si recò a mon-
te Cassino, procurò che quei mona-
ci benedettini abbracciassero il suo
istituto, mandandovi a questo eifct-
to cinquanta religiosi, i quali però
vi rimasero pochi mesi. Finalmente,
conoscendo Celestino V , che nel
pontificato non poteva attendere al
raccoglimento e alla preghiera, ai
i3 dicembre 1294, spontaneamen-
te lo rinunziò, facendo ritorno alla
sua congregazione nel monistero di
s. Spirito di Sulmona. Indi fuggì
nella Puglia, e con alcuni eremiti
vi passò tutta la quaresima del
1295; ma per timore di qualche
scisma a cagione della .sua santa
semplicità, mentre tentava altra fu-
ga per mare, fu preso e condotto
per ordine di Bonifacio VIII, prima
nel palazzo apostolico d' Anagni, e
poi nella fortezza di Fumone pres-
so Ferentino, ove rimase per dieci
mesi servito da due suoi correligio-
si, i quali si cambiavano ogni due
mesi , finché santamente morì ai
19 maggio 1269, d'anni ottantuno.
In Roma gli furono fatte solennis-
sime esequie coli' assistenza di Bo-
nifacio Vili, e dei Cardinali; e per
ordine dello stesso Bonifacio Vili,
il suo corpo fu portato con solenne
pompa in Ferentino nella chiesa di
s. Antonio de' Celestini, che il de-
funto poco prima aveva fondata
fuori della città, illustrando il Si-
gnore con molti miracoli il suo se-
polcro. Dipoi, a'i5 febbraio 1327,
4
/)o GEL
rimanendo il cuore di s. Pietro Ce-
lestino in Ferentino, ove si conser-
va nella chiesa delle monache di s.
Chiara, il corpo di lui fu trasferito
nella chiesa di s. Agata, donde ven-
ne trasportato al monistero dei cele-
stini di Aquila, nel quale egli era
«tato consacrato Papa, mentre i ce-
lestini di Parigi s' ebbero la sua
mascella inferiore con un dente bian-
chissimo.
Dopo la morte di Pietro Celesti-
no, l'Ordine fu graziato di altri pri-
vilegi dal Pontefice Benedetto XI, e
si diffuse per l' Italia , Germania ,
Fiandra e Francia, ove, nel i3oo,
fu ricevuto dal re Filippo IV, il
Bello, formando in seguito tali na-
zioni tre Provincie, con più di cen-
toventi monisteri. Fondatore di quel-
lo d' Avignone fu 1' antipapa Cle-
mente VII, che nella sua morte
volle essere sepolto nella contigua
chiesa, in cui gli fu eretto un bel
deposito. I celestini di Francia, col
consenso degl' italiani, e coli' appro-
vazione, nel 1427, di Martino V,
e poi di Clemente VII, volendo po-
tevano fare nuove costituzioni pel
mantenimento della regolare osser-
vanza, come k fecero nel secolo
XVII, e furono accettate nel capi-
tolo provinciale del 1667. La con-
gregazione di Francia componevasi
di ventuno monistei'i, il capo dei
quali era quello di Parigi, ed era
governata da un provinciale con au-
torità di generale. Il Pontefice Pao-
lo V, in considerazione del bene re-
cato da quest' Ordine alla repubbli-
ca cristiana, gli accordò molle grazie
e privilegi. Ma per le noie ultime
vicende soggiacque alla conseguenza
degli avvenimenti politici, e per for-
7s\. di essi si disciolsc. Si ammirano
però ancora due de' suoi membri
&iu due risjicttabili seggi vescovili,
GEL
quali sono monsignor Francesco Ma-
ria Cipriani di Norcia, fatto vescovo
di Veroh da Pio VII, nel i8i4, e
monsignor Francesco Saverio Buri-
ni di Chieti fatto vescovo di Marsi
dal medesimo Pontefice nel 1818,
e poi trasferito alla sede di Aversa,
nel 1823. Con sollecitudine pasto-
rale governano essi il gregge alle
lor cure afTulato. L'Ordine ebbe e-
ziandio degli altri vescovi, e molti
dotti nella repubblica letteraria, fra
i quali merita special menzione il
celebre p. abbate Couafede.
In vigore delle loro costituzioni ,
i celestini dovevano recitare in coro
il mattutino due ore dopo la mezza
notte, né potevano mangiar carne
se non infermi. Nel monistero era
loro proibito di mangiare nell* av-
vento anche ova e latticini , ed e-
rano tenuti a digiunare nei merco-
ledì, e venerdì da Pasqua sino
alla festa della esaltazione della Cro-
ce, e in tutti i venerdì di quaresi-
ma, e nel venerdì santo digiunava-
no in pane ed acqua. Consisteva 1' a-
bito de' celestini in una tonaca bian-
ca, cinta con una fascia di lino ,
o di cuojo dello stesso colore, con
iscapolare o pazienza sciolto con un
cappuccio nero ; ed in coro, e per
la città incedevano egualmente in
cocolla e cappuccio nero, né pote-
vano usare camicia se non di saja.
In somma l' abito era eguale quasi
a quello de' cistcrciensi, ma si rife-
risce, che a tempo del fondatore, i
celestini vestissero di panno grosso
color tanè. In Roma i celestini eb-
bero la chiesa, e il monistero di
s. Pietro IMontorio; senonchè, mos-
so Sisto IV dalla santità del bea-
to Amadeo francescano, lo chiamò
dal Portogallo in Roma, gli diede
la detta chiesa col monistero, e con-
cesse invece, nel i47'; "' celestini
GEL
la chiosa di s. Eusebio [T'edi), e
per monistero, nel 1476, accordò
loro il coiiligno palazzo, eh' era del
titolare. I monaci ne restauraro-
no la chiesa , e ridussero T edili-
zio a monistero. L' una e 1' al-
tro però vennero sotto Leone XII
consegnali alla compagnia di Gesù.
Avevano inoltre i celestini in Roma
la chiesa già parrocchiale di s. Ma-
ria in Posterula, detta anticamente
di s. Agata, nella via dell' Orso, col
contiguo palazzo, di cui per dispo-
sizione del loro protettore Cardinal
Barberini, si servivano come di un
Collegio. La chiesa, secondo il Pan-
ciroli, fu fondata da un individuo
della famiglia Posterula, ma l'Al-
▼eri nella sua Roma in ogni stato
tom. II, p. gì, dice non essere ciò
vero. La miracolosa immagine della
Madonna vi si crede collocata nel
i^yS. Il Cardinal di Parma la dotò
di grosse rendite, e Clemente VII
la concesse alla famigha Caetani,
dalla quale, in uno al palazzo con-
tiguo, passò ai celestini col paga-
mento di dieciotto mila scudi. Da
ultimo fu data agli agostiniani ir-
landesi. Il palazzo venne pertanto
edificato dal detto Cardinal di Par-
ma per sua abitazione, da cui prese
il nome il vicino arco, sulla spon-
da del Tevere. Quindi il palazzo
passò ai Caetani, e poi fu venduto
ai celestini verso l'anno 1629, al*
lorquando i Caetani acquistarono
il palazzo Rucellai al Corso.
Di quest'Ordine, oltre il Ciacco-
nio, il Vittorelli, e gli autori degli
Ordini monastici, tiattarono il Bo-
nanni nel Catalogo di essi a pag.
CIX, Bollando nel t. Ili, e nel me-
se di maggio; Becquet monaco ce-
lestino, neW Istoria citila congrega-
zione de' Celestini di Francia^ Pa-
rigi 17 19, e il padre Annibale da
CEL 5:1
Latera nel suo Compendio , cap.
XXIX dell' Ordine de^ celestini .
L' annalista Wadingo, Ann. minor.
tom. II, e. 3, e il p. Helyot, Storia
degli Ordini monastici, t. VII, e.
4, riportano le notizie degli Eremi-
ti celestini deli' Ordine di s. Fran-
cesco, che dovevano vivere austera-
mente, e che ricevettero pur nome,
nel 1291, dallo stesso s. Celestino
V ; ma che per le persecuzioni po-
scia sofferte furono costretti a rifu-
giarsi neir Acaja, e quindi si spen-
sero verso l'anno iSog.
CELESTINO I (s.), Papa XLV,
di nascita romano, era figliuolo, se-
condo alcuni, di Prisco, e parente
prossimo all' imperatore Valentinia-
no. Creato diacono Cardinale da In-
nocenzo I, fu innalzato al soglio
pontificio ai 3 novembre del ^i3.
Sì crede ch'egli abbia introdotto il
salmo Introibo , le antifone dell' in-
troito, il graduale, il tratto, 1' offer-
torio, e la comunione nella messa,
la quale era prima cominciata dal-
le epistole di s. Paolo e dall'evan-
gelio. {V^- Bianchini in not. ad A-
nast. tom. Ili) ; ma da altri ciò
piuttosto si riferisce a s. Gregorio I.
V. Lambertini, Del sagr. della mes-
sa. 11 Burio poi è di avviso aver
s. Celestino I prescritto la recita dei
cinque salmi per la preparazione del-
la messa ; ma anche questo da al-
cuni si contraddice ; il perchè è a
vedersi il Bona, Rerum liturgie. 1. II,
cap. 3 , dove lungamente tratta di
quanto riguarda il decreto di s. Ce-
lestino 1, in proposito o alle cose in-
trodotte nella santa messa.
L'eresia di Nestorio [Fedi] diede
motivo a s. Celestino I di far cele-
biare nel 4^ i 'l concilio generale
di Efeso, a cui intervennero duecen-
to vescovi e tre legati pontificii, e
dal quale furono fulminate le ereti-
5i GEL
che sentenze da colui empiamente
sostenute. Di che avendo ricevuta
notizia s. Celestino per lettere di
Costantinopoli, si diede premura di ri-
spondere ad esse, e le sue risposte so-
no in numero di quattro , tutte colla
data del i5 marzo di quell'anno
43 1. La prima è al concilio di Efeso,
vale a dire ai vescovi, che avevano
oi'dinato Massimiano in luogo di Ne-
storio, mercecchè da sei mesi il con-
cilio era sciolto ; la seconda è di-
retta all' imperatore Teodosio , del
quale il Papa loda lo zelo per la di-
fesa della fede ; la terza è a Massimiano
vescovo di Costantinopoli, e la quai'-
ta al popolo di quella città. Parec-
chie lettere scrisse il santo Pontefice
ancora durante quel concilio; ed altre
innanzi pure ne aveva scritte. L'una
ai vescovi d'Africa nell'anno 4^6, con
cui ristabiliva, in conseguenza del suo
appello alla Santa Sede , vm prete
chiamato Apiario ; la seconda è in-
dirizzata ad alcuni vescovi dell' llli-
ria per raccomandar loro la som-
missione alla Chiesa Romana, ed a
quella di Tessalonica ; la terza , del
25 luglio 4^^? ^ diretta ai vescovi
delle Provincie di Narbona e di Vien-
na, perchè correggessero certi abusi
introdottisi nella disciplina.
Dopo il concilio d'Efeso persegui-
tò i pelagiani, i quali, benché per
decreto di Costanzo imperatore fos-
sero stati costretti sotto Bonifacio I
a star lontani cento miglia da Roma,
pur Celestino I, volle che lo fossero
da tutta 1* Italia , e contro Celestio
loro capo, che s'era ritirato nella
Bretagna, spedì missionari, che dopo
due anni ridussero quella regione
alla fede ortodossa. Dipoi inviò nel-
la Scozia Palladio greco, primo ve-
scovo di quelle isole, e neH'Jbcrnia
o Irlanda s. Patrizio, che ne di-
venne i' apostolo . Wè potendo il
GEL
santo Pontefice soffrire, che i nova-
ziani tenessero molte chiese aperte
in Roma, confinò Rusticola loro ve-
scovo in una casa vile, e gli vietò
di tener più adunanza de' suoi. Con
una lettera scritta inoltre ai vescovi
delle Gallie raffrenò gli eretici semi-
pelagiani , che passati dall'Africa in
Mai'siglia , screditavano la dottrina
di s. Agostino intorno alla predesti-
nazione ed alla grazia.
Si sono perdute alcune lettere di
questo santo Papa. Tale è quella ,
che aveva scritta in risposta ai ve-
scovi, i quali gli avevano partecipata
r elezione di Nestorio in luogo di
Sisinnio , e quella, che aveva pure
scritta al vescovo Fuenzio. Socrate
a torto gliene attribuisce molte altre,
come anche v' ha chi senza fonda-
mento veruno lo crede autore di
alcuni decreti.
Le lettere di s. Celestino sono
d' uno stile incalzante e stretto , ma
oscuro e talvolta confuso : loccliè
forse procede dall' aver noi dovuto
ricorrere alle traduzioni state fatte in
Oriente a cagione dello smarrimento
degli originali.
In tre ordinazioni s. Celestino
creò quarantasei , e, secondo altri,
sessantadue vescovi , trentadue pre-
ti , e dodici diaconi. Governò otto
anni , cinqtie mesi e tre giorni ; e
morì ai 6 aprile del 432. Era sì
zelante dell' osservanza dei decreti
sinodali, e delle usanze introdotte dai
suoi predecessori, che in veruna gui-
sa sapevasi indurre a rivocare, od
a sottoporre a nuovo esame ciò, che
una volta fosse stato ordinato e de-
ciso. Fu sepolto nel cimitero di s.
Priscilla nella via Salaria, e quindi
venne trasferito nella chiesa di san-
ta Prassede. Vacò la santa Sede
dopo di lui diecinove giorni.
CELESTINO 11, Papa CLXXII.
GEL
Nacque questo Pontefice di una fa-
miglia oriunda di città di Castello
nello stato ecclesiastico, ed innanzi
di salire al trono pontificio era per-
ciò chiamato col nome di Guido del
Castello. Discepolo di Pietro Abailar-
do , siccome sotto di lui fatto avea
sommo profitto nelle lettere, fu an-
co appellato il Maestro Guido dei
Castelli, forse dalla sua famiglia,
come opina il Panvinio. In seguito
creato prete Cardinale di s. Mar-
co da Papa Onorio II, fu fatto go-
vernatore di Benevento da Inno-
cenzo II, e venne impiegato in di-
verse legazioni. Alla morte d' Inno-
cenzo II fu eletto Papa, e consacra-
to ai 26 settembre ii^'i. La sua
elezione riuscì non solo senza alcu-
na delle perturbazioni , onde molte
altie addietro erano funestate; ma
si fece eziandio senza l' intervento
del popolo.
Non appena Celestino si vide su-
blimato alla sede Pontificia, che dal
re di Francia Lodovico VII ricevet-
te ambasciatori di ubbidienza, i qua-
li lo supplicarono per la pace e per
l'assoluzione dalle ecclesiastiche cen-
sure contro quel re fulminate da
Innocenzo suo antecessore, coli' in-
terdetto a tutto il reame di Fran-
cia. Vedendo cosiffatto pentimento ,
il Papa ebbe a riconciliarlo, secon-
do che narra il conografo Maure-
neacense in questo modo: » Alla
« presenza di parecchi nobili , dei
» quali suol esserne copia in Roma,
»> benignamente si alzò, e colla ma-
» no facendo il segno della bene-
» dizione alla volta di quel regno,
" lo assolvette dalla sentenza dell'in-
" terdetto, in cui era stato per tre an-
>» ni. " Governò questo Pontefice cin-
que mesi e tredici giorni , nel qual
tempo nell'unica sua promozione cx'eò
otto Cardinali. Morì ai 9 marzo
GEL 53
del ii44> 6 venne sepolto in Late-
rano. Tre lettere ci rimangono di
Celestino II, e dopo di lui la santa
Sede vacò tre giorni solamente.
CELESTINO III, Papa CLXXXII.
Era egli romano, e discendeva dall' il-
lustre famiglia Orsini (Feo?/). Innanzi
che salisse al Pontificato chiamavasi
Giacinto Bobò, o Bobone Orsini, e
da Papa Onorio II fu fatto nel i 126
Cardinale diacono di s. Maria in
Cosmedin. Ai 3o marzo del iiqi,
venne eletto Papa, ed ai i3 aprile
fu ordinato prete, consacrandosi nel
giorno appresso in una maniera af-
fatto nuova, secondo il cerimoniale
dell' Ordine romano, allora compo-
sto dal camerlengo di s. Chiesa
Cencio Savelli. Era egli assai vec-
chio quando fu assunto al Ponti-
ficato, tenendo i più che avesse
ottantacinque anni, comunque altri
suppongano, che ne contasse novan-.
ta. Nondimeno lo spii'ito ed il cor-
po di lui non risentivano punto il
peso di quegli anni; e di fatti il gior-
no dopo la sua incoronazione, inco-
ronò r imperatore Enrico VI unita-
mente air imperatrice Costanza mo-
glie di lui. Roggero Ovedeno (in
Annal. Augi. pag. 689 ) racconta ,
che accadesse tale funzione in que-
sto modo: » Sedeva il Papa nella
« cattedra Pontificale, ed avea tra
» i piedi la corona imperiale. In-
» chinatisi l' imperatore e la impe-
" l'atrice per riceverla, il Papa la
>j percosse con un piede , e la ro-
» vesciò a terra a significare essere
» in lui stata l' autorità come di
w dargli così di torgH la corona,
" ove Enrico lo avesse meritato.
» Ma i Cardinali, dice Roggero, rac-
J3 cogliendo tosto la corona, la po-
» sero in testa dell'imperatore ".
Questo racconto per altro, sebbene
creduto dal BaroniO} ad au. 1 1 6 1 ,
54 CEL
e dal p. Bianchi, tono. II, p. 368 ,
è slimato falso da Natale Alessan-
dro (Z^wf. Eccl. toni. VI saec. XI, XII
cap. 2, art. i3), uè può accordarsi
col leggere, che si fa nella cronaca
Reichespergense, che » Enrico fu dal
« medesimo Celestino III onorevol-
« mente consecrato e coronato in
« Roma " come riflette il Miu'ato-
ri, Ann. d" hai., tom. VII, an.
1191.
Celestino fece promettere ad En-
rico dopo la incoronazione di re-
stituire la città di Tusculo ; il che
■venne eseguito il giorno dopo, mar-
tedì di Pasqua. Ma avendola il san-
to Padre consegnata ai romani, essi,
per vendicarsi delle discordie passate,
barbaramente la distrussero , e gli
abitanti privi di abitazione con fia-
sche ne' luoghi vicini fabbricarono
delle capanne 5 dal che il luogo pre-
se il nome di Frascati , e diede
origine a tal città , sede vescovile
suburbicaria. Dipoi il Papa scomu-
nicò r imperatore, perchè riteneva
a torto in prigione Riccardo re d'In-
ghilterra. Ma prima di morire, or-
dinò Enrico VI al suo figlio Fede-
rico II di porre in libertà il mo-
narca inglese, e di reintegrare la
santa Sede nei diritti , che avea
sulla Sicilia . Confermò Celestino
HI nell'anno 1192 il militar Ordi-
ne Teutonico [Fedi), istituito nel-
l'anno precedente secondo la regola
di s. Agostino in Acri o Tolemaide;
ed in queir anno canonizzò i santi
Ubaldo canonico regolare lalera-
nense ( Vedi ), Giovanni Gualberto
fiorentino ( Vedi), mentre nell'anno
antecedente avea canonizzato s. Pie-
tro vescovo di Taranlasia, e nell'an-
no appresso i santi Geraldo, e forse
5. Guccherio I, e s. Ladislao re di
Ungheria.
Fra gli statuti per la disciplina
CEL
ecclesiastica ordinò Celestino III, che
i fanciulli offerti dai parenti a' nio-
nisteri, giunti all'età adulta, potes-
sero a piacer loro uscirne; il che
confermò puranco il concilio Tri-
dentino, quantunque fosse prima in
uso, che né i padri irritar potessero
la data promessa, né i fanciulli la-
sciare i monisteri. Cieò questo Pon-
tefice in due promozioni tredici Car-
dinah; e dopo un governo di sei
anni , nove mesi, e nove giorni ,
sentendosi prossimo alla fine, vo-
leva rinunziare al Papato, mostran-
do desiderio ai Cardinali di aver
per successore il Cardinal Giovanni
di s. Paolo della famiglia Colonna,
detto di s. Prisca. Ma essi non vi
acconsentirono, dicendo, che cosa era
inaudita aver il Papa a deporre sé
stesso. Morì questo Pontefice nella
notte precedente agli 8 di gennaio
I 198. Fu sepolto in Laterano pres-
so s. Maria del Riposo. Non vacò hi
santa Sede.
CELESTINO IV, Papa CLXXXVI.
Chiamavasi questo Pontefice prima
della sua elezione Goffredo Castiglio-
ni, ed era figlio di Giovanni (^tistiglio-
ni e di Cassandra Ciivelli , sorella di
Urbano 111. Divenuto canonico, e
cancelliere di Milano sua patria, era
stato educato da s. Caldino, e fat-
tosi monaco nel celebre nionistero
di Altacomba, aveva ivi scritta la
storia del regno di Scozia. Da quel
monistero era stato da Gregorio IX
tratto nell'anno 1227 contro sua
voglia , e creato poscia Cardinale
di s. Marco. 11 medesimo Papa Gre-
gorio IX il fece poscia vescovo di
Sabina, e lo spedì come legalo in
Toscana, in Lombardia e finalmente
a Montecassino, ove si trovava l'ini-
pcratore Federigo II , afllne d' in-
durlo a somminisliare soccorsi in
sussidio di Tcna Santa. Dopo tanti
GEL GEL 55
impieghi, con somma sua lode sos- detta montagna di Morone, dalla
tenuti, ai 0.1 settembre i'24i , fu quale gli è derivato il soprannome
eletto Papa nel luogo chiamato Sette anzidetto. Lasciò questo ritiro per
Soli. Ivi dal senato e dai romani andare, cinque anni appresso, sul
rinchiusi furono a questo fine dieci monte di Majella nell'Abruzzo non
Cardinali; ma tre di essi non ebbero lungi da Sulmona, dove rifugios-
parte all'elezione, perocché uno mori si con due solitari in una vasta
non senza sospetto di veleno, l'altro caverna. Colà si applicò ad imi-
che era de' Colonnesi , fu fatto pri- tare san Giambattista modello dei
gione dai romani qual fautore di solitai'i. Portava un cilicio tutto
Federico II , ed il terzo, che prigio- sparso di nodi , una catena di ferro
mero di Federico aveva da quell'im- sulla nuda carne, digiunava tutti i
peratore ottenuto di recarsi all'eie- giorni, eccettuata la domenica, fa-
zione del Papa, ritornò all'ai'mata ceva quattro quaresime all'anno,
pria ch'essa fosse conchiusa. delle quali ne passava tre a solo
Celestino IV, già molto avanzato pane ed acqua, pregava e lavorava
nell'età, ed indebolito dalla decre- tutto il giorno, e la maggior parte
pitezza, come fu sublimato al trono, della notte. Secondo questi principi!
non più vi sedette che diciassette nel 1 244 fondò l'Ordine, che poscia
giorni, e morì agli 8 ottobre 1241 dal suo nome pontificio si chiamò
non consacrato, e senza pubblica- de Celestini [P^edi), e che ebbe si
re veruna bolla , avvegnaché quel- prospero successo da produrre du-
la diretta all' arcivescovo di Sens, rante la vita dello stesso s. Celestino
che il Marlene ed il Mansi attribuì- trentasei monisteri, e seicento reii-
rono a questo Pontefice, è piuttosto giosi. Quell'Ordine approvato venne
da assegnarsi a Celestino III. Fu da Urbano IV, che lo incorporò a
sepolto in Vaticano, e la santa Sede quello de' benedettini , e fu confer-
restò vacante un anno, otto mesi e mato da Gregorio X, nel 1274,
diciassette giorni dopo di lui, perchè nel concilio generale secondo di
i Cardinali temendo la furia dell' im- Lione.
peratore, che quasi tutti gli aveva I dissidenti Cardinali riuniti in
tenuti prigioni in Amalfi, non sape- Perugia all' elezione del Pontefice
vano risolversi ad eleggergli un sue- dopo la morte di Nicolò IV, per
cessore. opera principalmente del Cardinal
CELESTINO V (s.), Papa CC, Latino Malabraqca Orsini domenica-
detto in prima Pietro di Murrone no, vescovo di Ostia, elessero in fine
o Morone da un monte presso SuU a' 7 luglio 1294 Pietro di Morone.
mona ove condusse vita solitaria. Ma speditogli nel suo ritiro il decreto
nacque nel 1 2 1 5 da Angelario, sera- di tale elezione, ricusava costante-
plice agricoltore in Molise castello mente di accettare il sommo inca-
del regno di Napoli. Dell' età di rico, né si piegò se non vinto dalle
diciassette anni si fece monaco be- suppliche de'Cardinali e de' re Carlo
nedettino nel monistero di Faifoli II di Napoli, ed Andrea III di Un-
nella diocesi di Benevento, e dopo gheria, i quali si recarono a lui
molti anni di penitenza straordina- per costringervelo colle preghiere, e
ria, andò a Roma dove ricevette il colla esposizione delle calamità da
sacerdozio. Nel laSg si ritirò sulla cui era afflitta la Chiesa. Francesco
S6 GEL
Petrarca (lib. II de Vit. Solit. sect.
HI, cap. i8) dice, che in sulle pri-
me voleva il Pontefice sottrarsi colla
fuga; ma ne fu impedito dal gran
popolo accorso. Com'ebbe accettato,
partì alla volta di Aquila nell'Abruz-
zo ove, mosso dalla singolare sua
umiltà , entrò su d' una giumenta ,
addestrata dai detti due re di Na-
poli e di Ungheria, ed ivi, dopo
r arrivo da Perugia de' Cardinali ,
fu coronato a' 29 agosto nella chiesa
dell'Ordine suo di s. Maria di Col-
lemaggio fuori delle mura, assu-
mendo il nome di Celestino V.
Quindi non più sopra un giumento,
ma sopra un cavallo bianco entrò
coronato nella città fra gli applausi
di duecento e più mila persone ac-
corse a veder primo personaggio
del mondo quegli, che poco fa era
umile romito.
Nella medesima città d' Aquila il
nuovo Pontefice fece la promozione
di dodici Cardinali, sette francesi,
e cinque italiani; indi si trasferì a
Napoli; ma prima fece due costitu-
zioni. La prima rinovava quella di
Gi*egorio X, pubblicata nel concilio
generale secondo di Lione, relativa-
mente al ritiro de'Cardinali in con-
clave chiuso, per procedere all' ele-
zione di un nuovo Papa; la seconda
dichiarava essere libera ai Papi l'ab-
dicazione al pontificato. Passando
per Sulmona concesse a fr. France-
sco da Apt, l'eligioso francescano, la
fiicoltà di conferire gli ordini minoi'i
a Lodovico, figlio di Carlo re di
Sicilia; privilegio, che non ebbe più
esempio in un semplice sacerdote
quale allora si era quel frate.
Ciò è quanto fece, degno di spe-
cial menzione, senza mentovare quel-
lo che operò pel suo Ordine, in cinque
mesi e otto giorni dopo la sua elezio-
ne; imperocché conoscendosi poco atto
GEL
agli affari temporali, conservando
un desiderio invincibile per la soli-
tudine, e non ignorando il malcon-
tento de' Cardinali a cagione della
prima delle sue costituzioni, per la
quale erano costretti a rinchiudersi
nel conclave per ovviare agi' indugi
della sede vacante, in un concistoro,
che riunì in Napoli il i3 dicembre
1294, rinunziò solennemente e spon-
taneamente la pontificia tiara colla
seguetìle formula:
» Io Celestino Papa V, mosso da
» legittimi motivi, cioè per causa
» di umiltà, di miglior vita, di
n coscienza illesa, di debolezza di
» corpo, di difetto di scienza, di
» malignità del popolo, infermità
" della persona, e per ricuperare la
>} tranquillità della passata condi-
» zione di vita, spontaneamente e
M liberamente cedo il Pontificato,
« ed espressamente rinunzio al luo-
*> go, dignità, occupazione ed ono-
» re, dando libera e piena facoltà
» al collegio de' Cardinali per eleg-
M gere canonicamente un pastore
« della Chiesa universale". Spoglia-
tosi pertanto di tutte le insegne pon-
tificali, con generoso e modesto por-
tamento si mise a sedere a' piedi
de' Cardinali. Vacò la santa Sede
dieci giorni, scorrendone nove per
la prima volta, prima di cominciare
il conclave, in virtù della legge di
Gregorio X, da Celestino V confer-
mata, che tanti ne debbano scoi'rere
dopo la morte, o la rinunzia del
Papa.
Così ritirossi nuovamente Pietro
di Morone nell* eremo di Majel-
la per darsi del tutto alla pi'eghic-
ra , ed alla mortificazione. Il suo
successore Bonifacio Vili, temendo
qualche scissura, non per opera del
romito, ma per le seduzioni a cui
la semplicità sua era esposta, volle
GEL
tenerlo in sua custodia. 11 santo, che
lì ebbe sentore, si nascose dapprima
per due mesi, indi, volendo passare
in Dalmazia , spinto da una tem-
pesta approdò a Viesti, città della
Capitanata, ed ivi riconosciuto da
quel governatoi'e , fu arrestato e
mandato ad Anagni, ove si trovava
il nuovo Papa. Là fu custodito in
certa casa presso la camera del Papa,
ma venne poscia trasferito nel ca-
stello di Fumone , poco distante da
Ferentino nella Campagna, ove lan-
guì per dieci mesi in un carcere di
aria sì morbosa, che era d' uopo
cambiar ogni due mesi i due reli-
giosi destinatigli a servirlo. Pure il
Sitato vecchio sopportò quella pena
sino all' età di ottantun anno, in
cui , formataghsi una postema nel
lato diritto , mori a' 1 9 maggio del
1 296, dopo un anno e cinque mesi
dalla sua rinunzia, e dopo dieci mesi
di prigionia. 11 suo corpo per ordi-
ne di Bonifacio YIII fu portato con
solenne pompa in Ferentino , e fu
sepolto nella chiesa di s. Antonio
del suo Ordine, che poc'anzi aveva
fondata fuori della città. Ai i5 di
febbraio del 1827 però fu traspor-
tato nella chiesa di s. Agata della
medesima città, donde finalmente ven-
ne traslérito al monistero de'celestini
d'Aquila nell'Abruzzo, in cui egli era
stato eletto Pontefice. Il suo cuore ri-
mase in Ferentino, e la sua mascella
inferiore si conserva con un dente
sommamente bianco presso i cele-
stini di Parigi. Per le sue virtù, e
pei suoi miracoli canonizzato venne
in Avignone da Papa Clemente V
ai 5 maggio 1 3 1 3 , diciassette anni
dopo la sua morte. Egli ha lasciati
alcuni opuscoli : Relatio vitce sucej
de Firtulibusj de Vitiìsj de Homi-
nix vaiiitatej de Exemplisj de Sen-
lenliis Pali uni. Queste opere, delle
GEL 57
quali si trovano i mss. di sua ma-
no, sono state stampate in Napoli
nel 1640. Scrissero la vita di que-
sto s. Pontefice, Celestino Talera ab-
bate de' celestini, la quale fu premes-
sa alle opere del medesimo santo;
Giacomo Aliriense Celestino; Giovan-
ni Pinadelli negli Elogii de" Ponte-
Jici, eh' ebbero il nome di Quinto ^
Roma i58i; Gio. monaco celesti-
no ; Lelio Marini, Fila e miracoli
dis. Pietro di Morone^MWano i63o.
Paolo Reggio vescovo Equense con-
tinuò la vita, che aveva lasciata il
Cardinal Giacomo Gaetani, e la pub-
blicò in volgare nel i58i, in Na-
poli, Pietro Cardinale d' Ailli, la qua-
le fu accresciuta dal p, Dionisio Fa-
bri priore de' celestini, e stampata
nel iSSg in Parigi.
Nel luogo poi ove mori s. Cele-
stino V, e da lui perciò reso cele-
bre^ già Onorio li, nel 1 1 24, ave-
va rinchiuso 1' antipapa Gregorio
\III, che vi morì miseramente po-
co dopo a' 28 aprile. Allora quando
Bonifacio YllI pose nella rocca di
F'umone Celestino V, per evitare
turbolenze alla Chiesa, era coman-
dante della rocca Marco Tullio Lon-
ghi, al quale venne poi donata da
Clemente V ; e benché nel pontifi-
cato di Alessandro VI, Borgia, se
ne fosse impadronita la comune ,
sotto Alessandro Vili la ricuperaro-
no i marchesi Longhi, i quali la
ridussero in buono stato, celebrando
i descritti avvenimenti con analoghe
marmoree iscrizioni.
CELIA. Sede vescovile d'Africa,
nella provincia di Numidia.
CELIBATO ( Coelibalus ). È lo
stato di chi non è congiunto in ma-
trimonio, come è quello degli ec-
clesiastici. I teologi, e principalmen-
te Bergier, dimostrano che il celi-
bato propriamente è lo stato di quel-
5^8 CEL
li, che rinunziano al matrimonio
per motivi religiosi. Il celibato è
cosa grata a Dio, come si ha da
diversi passi dell'antico testamento,
ma non per questo ne consegue, clie
sia riprovato il matrimonio. La ver-
ginità fu considerata come sagra
anche dai gentili, e perciò tanto la
Chiesa orientale, quanto la occiden-
tale imposero ai ministri del culto
l'obbligo di un qualche celibato. Tut-
tavolta, sebbene il celibato sia più
perfetto del matrimonio, non è com-
preso nel diritto divino pegli ordini
sagri, cioè non vi è legge divina,
che vieti ordinare in preti persone
aventi moglie, né ai preti di am-
mogliarsi. Certo, che il celibato è
consentaneo alla ragione ecclesiasti-
ca e politica, e lungi dall' essere
dannevole alla società, torna anzi a
grandissimo suo vantaggio. Il celi-
bato fu sempre in uso nella Chiesa
latina, e fu proposto nel secondo
concilio di Cartagine, come una leg-
ge ordinata fino dal tempo degli
apostoli. Di fatti non si poteva sta-
bilire cosa alcuna più santa per im-
pegnare il sacerdozio ad accostarsi
all'altare con purità, e renderlo più
proprio all'amministrazione de' sa-
gramenti. Quindi chmnque insegna,
che i preti, i diaconi, e i suddiaco-
ni non sono obbligati alla legge del
celibato, dev'essere annoverato tra
gli eretici. C. de Sen(. an. iSaB.
Decret. 8. V. Matrimonio,
Mosè fece una legge espressa pel
matrimonio, ed in favore di esso;
Licurgo si pronunziò contro i celi-
batarii ; Platone fu più mite, e li
tollerò con alcune restrizioni , ed i
romani onorando le vestali, multa-
vano, e tenevano in dispregio i ce-
libi. V. il p. Gio. Stefano Meno-
chio, Stuorc tomo I , pag. 4^j ^^'
\>o XX\'lll, oc nella legge niosai-
CEL
ca fosse proibita la verginità, e il
celibato j e pag. iy8, capo Vili,
se i sacerdoti della legge vecchia
erano obbligati a qualche tempora-
le continenza dalle mogli loro , e
del celibato de" sacerdoti della leg-
ge nuova. Ma per quanto spetta al-
l' uso, ed alle leggi della Chiesa,
non è mai stato permesso ai preti
ed ai vescovi di ammogliarsi, quan-
do avevano dichiarato nel tempo
della loro ordinazione , eh' essi vo-
levano seguire lo stato celibe, cosa
pure stata osservata in diverse chie-
se di occidente pei sotto-diaconi.
La differenza, che vi era tra la
chiesa greca, e la latina rispetto al
matrimonio dei preti , è che nella
chiesa greca si sono ordinati a pre-
ti e vescovi persone ammogliate,
purché fosse quella la loro prima
moglie, e che non avessero sposate
delle vedove, senza obbligarli alla
divisione; mentre nella Chiesa lati-
na non si sono mai ordinati né
preti, né vescovi persone congiunte
in matrimonio, a meno che ambe-
due di reciproco consenso non pro-
mettessero solennemente di vivere
separati il resto dei loro giorni. Al-
trettanto praticasi nella chiesa gre-
ca pei vescovi , ma pei sacerdoti ,
pei diaconi, nonché pei sottodiaco-
ni, si ordinano sebbene ammogliati
senza obbligarli a dividersi dalle lo-
ro mogli.
La diversità di tali costumanze
proviene dall'avere la Chiesa latina
conservata l'antica disciplina, che
era in vigore pure fra i greci nei
primi tempi, i quali ultimi però si
condussero ben diversamente su que-
sto punto gravissimo, ed introdus-
sero l'usanza, che tuttora sussiste
fra loro, mai però condannata dal-
la Cliicsa latina, neppure nel conci-
lio fiorenti 00. Abbiamo per altro,
GEL
che il concilio neocesariense dell'an-
no 3i6, ordinò la deposizione di
un prete, ch'erasi ammogliato dopo
la sua ordinazione. Quello d'Andra,
del 3i3, permise il matrimonio sol-
tanto ai diaconi, che si erano pro-
testati contro l'obbligazione del ce-
libato, ricevendo l'ordine. 11 canone
XXVI apostolico lo permetteva sol-
tanto ai lettori, ed ai cantori, se-
condo l'antica tradizione della Chie-
sa, che il concilio niceno stimò di
dovere stabiliie, e che oggi ancora
si osserva nelle diverse sette orien-
tali. V. Pompeo Sarnelli, Lettere
ecclesiastiche , tomo VII , lettera
XXIV, n. 26, che tratta del celi-
bato nella chiesa orientale, massime
nel tomo IX lettera XXIV, ove
parla del celibato de' preti tanto in
occidente quanto in oriente. In orien-
te nel settimo secolo il celibato
soffrì molto . Circa la finzione degli
eretici incontinenti, è a vedersi il ber-
iiini. Compendio deWcresie pag. i 1 8.
I principali decreti ponlilicii , e
canoni in occidente sul celibato
degli ecclesiastici , sono i seguenti.
Si vuole pertanto, che il Pontefice
s. Calisto 1, creato nell'anno 221,
avesse di nuovo ordinato, che i sa-
ceidoti contraessero cogli ordini sa-
gri r obbligo di continenza, né po-
tessero ammogliarsi; e che Papa san
Lucio 1, eletto nel 255, comandas-
se nuovamente, che i ministri del-
l'altare si eleggessero continenti , e
che non potesseio coabitare con
donne, meno quelle loro congiunte
da stretta parentela. Certo è però,
che il concilio di Elvira, il più an-
tico di quelli che ci rimangano sul-
la disciplina, e che vuoisi celebrato
l'anno 3oo, o 3 1 3, merita vma sin-
goiar considerazione per quanto sla-
biTi su ciò che riguarda il celibato,
e la purità de' chierici, come rileva
GEL 59
Bercaslel, lom. II, pag. 23 1. Col
33, o 36 canone venne pertanto
universalmente comandato da' ve-
scovi ai preti, diaconi e suddiaconi
l'astenersi dalle loio mogli : legge
generale, che però non era nuova,
anzi una conferma della legge co-
mune da immemorabile tenìpo os-
servata dai ministri dell'altare, piut-
tosto in virtù d'una tradizione apo-
stolica, che di un espresso coman-
do. Proibirono egualmente i padri
di Elvira a qualunque ecclesiastico
l'aver in casa pei'sona di dilFercutc
sesso, olire la propria sorella, o la
propria figlia, le quali fossero ver-
gini e consagiate a Dio. Tal conci-
lio fu confermato da Papa 8. Siri-
ciò del 385 in una decretale scritta
ad I merlo vescovo di Tarragona ,
nella quale proibì, che i bigami
impedì), e gli ammogliati con vedo-
ve potessero ordinarsi, prescrivendo
il celibato a' sacerdoti e diaconi. V.
De Marca, Cono. Sac. et Iiitp, cap.
8, § 4> e Zaccaria nell' Antifchro-
nio tomo II. Osserva il Novaes, nel-
la vita di detto Pontefice, che sino
a tal' epoca non erasi stabilita alcu-
na legge, ne pubblicato canone al-
cuno, il quale sotto precetto, e con
pena canonica obbligasse i chierici
maggiori al celibato. Vuole peiò il
p Constant , nel tom. I. Epistol.
Rom. Pont. col. 63 1, che sebbene
al decreto di s. Siricio non sia pre-
ceduta alcuna ecclesiastica legge, era
esso tuttavia di legge divina dall'A-
postolo intimata. Questo stesso de-
creto sulla continenza de' chierici fu
rinnovato da Innocenzo I, nel 4^4»
nella lettera a Vitricio vescovo di
Rouen, e in quella ad Emperio ve-
scovo di Tolosa ; argomento , che
tratta egregiamente il citato Zac-
caria nella Dissertazione del Celiba-
tOj E.oma 1773. p^. Vekgixi.
6o CEL
In appresso si formarono canoni
sul celibato, dai concilii di Toledo
nell' anno 4^9? da quello di Carta-
gine del 419? <^' Oranges del 44'?
non che di Arles, Tours, Agde, Or-
leans ec. Il Pontefice s. Leone I
scrisse in argomento a Rustico, ve-
scovo di Narbona ; Pelagio li, del
578, impose a' suddiaconi di Sicilia
la legge della continenza, vietando
loro di più conoscere le loro mo-
gli, ciò che pure avea proibito il
detto s. Leone l, coli' tpistol. 1 2,
cap, 4- S. Gregorio l, che nel 590,
successe a Pelagio II, si dichiarò
sempre pel celibato dei chierici , e
vi legò i sotto-diaconi, i quali fino
a quel tempo non erano contati che
tra i chierici degli ordini minori,
t. I. ep. 443 1- 4- ^P- 34- I centu-
riatori di Magdeburgo, Heylin , ed
altri dicono, che Gregorio I abro-
gò il decreto, cui avea fatto per ob-
bligar tutti i chierici a continenza ,
e ciò asseriscono fondati sopra una
pretesa lettera di Uldarico a Papa
Nicolò I; ma questa lettera è alFat-
to supporta, e per conseguenza non
merita alcuna fede, non essendo sta-
to Uldarico contemporaneo di al-
cun Pontefice di nome Nicolò. Si
leggano le lettere di s. Gregorio I ,
e si vedrà in tutte parlare egli del-
la legge, che obbliga i chierici al
celibato, come antica e inviolabile.
Anche s. Eugenio I, eletto nel
654, ordinò che i preti, i diaconi,
e i suddiaconi osservassero perpetua
castità. S. Leone IX, nel concilio che
celebrò in Magonza, nel 1049, ^"^
presenza dell'imperatore Enrico III,
promulgò un decreto sopra la con-
tinenza de' chierici ; quindi nel con-
cilio, che convocò in Roma, nel
io5i, depose Gregorio vescovo di
Vercelli, adultero e spergiuro, e fe-
ce un altro decreto sulla conlinen-
CEL
za de' chierici. In questo decreto »
cui denominò costituto, ordinò, che
le donne ree di prostituzione coi
preti entro le mura di Roma, in-
corressero pena di essere per l' av-
venire schiave per servizio del pa-
lazzo lateraiiense. Stefano X, nel
loSy, proibì eziandio i matrimoni
de' chierici ; e Nicolò II, nel conci-
lio romano del 1^09, determinò con-
tro i Nicolaiti (così chiamavansi i
difensori dei matrimoni degli eccle-
siastici), che il sacerdote, diacono,
e suddiacono, il quale prendesse
moglie, o presa non l' abbandonasse,
fosse subito sospeso dagli uffizi ec-
clesiastici. Alessandro II confermò
i decreti di Leone IX, e di Nicolò
II, contro i chierici incontinenti, che
ebbe pure a condannare nel conci-
lio, nel 1067, tenuto da lui a Man-
tova. In quello celebrato in Roma,
nel 1074, da s. Gregorio VII fu
determinato, secondo i sagri canoni
e i decreti pontificii, che niun chie-
rico potesse avere moglie, e che il
sagra mento dell' ordine non fosse
conferito se non a quelli, i quali
professassero perpetuo celibato, e
che ninno potesse assistere alla mes-
sa dei sacerdoti, che avessero moglie.
K. ì'epist. ad Olhoneni Episc. Con-
stansiens. apud Labbceuni tomo X,
Condì, col. 3 16, ed il Baronio al-
l' anno 10745 n. ^o.
Anche Calisto II, nel concilio di
Reims, del 11 19, proibì la moglie
ai preti : ma per non dire di altri
decreti e canoni contro gli ecclesia-
stici e religiosi, i quali non avessero
osservato il celibato, intorno alla qual
cosa presero provvidenza i re di
Plancia coi loro capitolari, che for-
mavano i vescovi ed ecclesiastici /nel-
le assemblee, conchjuderemo, che
nel concilio di Trento si propose
di accordare agli ecclesiastici la li-
CEL
berta dei matrimonio, ma fu inte-
ramente rifiutato. Sono dunque i sa-
cerdoti obbligati a conservare invio-
labilmente il celibato, come lo stato
il più puro, e più conforme alla san-
tità del loro ministero, e gli ordi-
ni sagri sono un impedimento di-
rimente al matrimonio. Questa è
legge di disciplina, ma fondata sul-
le massime di Gesù Cristo, e de-
gli apostoli, perciò sulle intenzioni
della Chiesa primitiva, sulla santità
dei doveri di un ecclesiastico, e sul-
le medesime ragioni politiche. Fra
le pretensioni poi fatte a Pio VII
dall' imperatore Napoleone, prima di
completare l' invasione dello stato
pontificio, una fu quella dell'aboli-
zione della -vita celibe in avvenire,
e l'abilitazione al matrimonio alle
persone consagrate già al culto del-
la religione d'ambo i sessi, anche
in forza di voto solenne ; il perchè,
nel breve che diresse Pio VII su
tale argomento al sagro Collegio ,
disse, che quello era un articolo
opposto alla santità della religione
stessa, ed alla promessa fatta a Dio
dalle persone religiose con sagrifizio
volontario de meliori bona.
Nel i774> l'abbate Lami pubbli-
cò : Della necessità del matrimonio
degli ecclesiastici, con una disser-
tazione sul celibato. Nell'anno stesso
l'abbate Francesco Antonio Zaccaria
diede in Roma alla pubblica luce
la Storia polemica del celibato sa-
gro da contrapporsi ad alcune de-
testabili opere uscite a questi tempi.
E da ultimo, nel i833, egualmen-
te in Roma il p. Emidio Jacopini
diede alle stampe II Sagro Celi-
bato. Merita di essere consultato
anche il Rergier, Dizionario enci-
clopedico, all'articolo Celibato dei
REGOLARI, ove parlando di quelli
soppressi, dice che il breve di Pio
CEL 6i
VI, emanato a Vienna, nel 1782,
e diretto al vescovo di Brùim, sta-
bilisce ed autorevolmente dichiara ,
che i regolari soppressi, i quali non
possono entrare in altri monisteri ,
si debbano considerare come mona-
ci attuali, né possano mai sperai-e
licenza di nozze, né di testamento, f^.
Dispense.
CELINIA, o CELINA (s.), ebbe
i natali nella città di Meaux. Alle-
vata nella cristiana pietà, poiché sep-
pe essere arrivata nella sua patria
santa Genevefl'a , la pregò di voler-
la accogliere sotto la sua direzione,
professando verginità, quantunque
promessa innanzi in isposa ad un
giovane di quel luogo. Delle memo-
rie di questa santa ci pervenne sol-
tanto, che fioriva nel quinto secolo.
Nella città di Meaux vi aveva un
priorato del suo nome dipendente
dall'abbazia di Marmontier.
CELINA. Città vescovile nel Friu-
li, ora villaggio Maniago, sulla ri-
viera Celina, appartenente ai Carnii,
di cui fa menzione Plinio come di
un' antica città rovinata al suo tem-
po. Quindi essendosi ristabilita, se-
condo il Noris, per avere Concordia
ed altre circostanti città grandemen-
te sofferto nell'incursione di Attila,
i dispersi abitanti si rifugiarono a
Moniago, o Monjago. Certo è, che
nel quiuto secolo fu eretta in Ce-
lina la sede vescovile, sufFraganea del
patriarcato di Aquileja.
CELIO Gennaro, Cardinale. Ce-
lio Gennaro Cardinal prete dei ss.
Vitale, Gervasio e Protasio, viveva
nel pontificato di s. Gelasio I, nel
494.
CELIO Giovanni, Cardmale. Ce-
lio Giovanni Cardinal diacono, fio-
riva nel pontificato di s. Gelasio I,
nel 494? ii^l''i regione settima, e de-
cimaquarta.
6i GEL
CELIO Lorenzo, Cardinale. Ce-
lio Lorenzo Cardinal prete di s.
Prassede, ed arciprete di santa Chie-
sa, viveva nel pontificalo di s. Gela-
sio I, nel 494-
CELIO Simmaco, Cardinale. V.
Simmaco (s.) Papa.
CELLA. Sede episcopale d'Africa
nella provincia proconsolare, sotto
la metropoli di Cartagine.
CELLA. Sede vescovile nell'Africa
occidentale, provincia di Maiiritiana,
sottoposta al metropolitano di Sitifi.
CELLA. Camera dei frati, e delle
monache. Cella pur dicesi ad una
cappella , ad un oratorio, Sacellurn.
Il p. Lupi, Dissertazioni tom. I,
pag. 12, parlando di quel luogo, il
quale nelle antiche basiliche chia-
mavasi cella, riporta l'osservazione
di un dotto autore, fatta in una
Dissertazione sui tempi antichi di
Roma, il quale chiama cella quella
parte dei templi, che noi chiamiamo
nave di mezzo, e dice essere stata
destinata principalmente alle cerimo-
nie religiose. Questa stessa nondime-
no dissacrata col semplice tirare di
una cortina , la quale ruoprissc i
simulacri e le are, serviva dopo i
sagrifìzi per trattare gli affari pro-
fani. Ecco le medesime parole del-
l'autore dal Lupi citato: » Bien que
5> la partie du tempie appellée Cella
" fùt destinée au eulte de la Re-
" ligion , on ne laissait pas d' y
» trailer des alTaires profanes après
*» les sacrifices, en tirant des voiles,
'» qui couvraient les statues et les
" autels".
Intorno alle celle degli antichi
anacoreti, e solitari del deserto nel-
l'Egitto, leggesi nella vita di s. Ma-
cario d'Alessandria, anacoreta fiorito
nel IV secolo, eh' eranvi nel basso
Egitto tre grandi deserti, i quali si
toccavauo l'un l'altro, cioè di Scelti,
GEL
cosi detto da una città di questo
nome sui confini della Libia; delle
Cellette, cosi chiamato dalle piccole
celle de'solitari, che vi si vedevano;
ed il terzo situato verso l'occidente,
cui la montagna Nitria avea dato
il nome, detto anche Cellia, come
si può veder nelle P^ite de'ss. Padri,
lib. I , cap. 6. In tutti questi luo-
ghi potevano recarsi a stare in so-
litudine quei, che già si erano lun-
gamente sperimentati nel tenore di
vita religiosa nelle congregazioni.
Macario aveva una sua celletta in
ciascuno di questi deserti. A Nitria
egli accoglieva, e istruiva i forestie-
ri, ma abitava d'ordinario alle Cel-
lette, ove fu innalzato al grado
sacerdotale. Ciascun anacoreta ci
viveva sepai'ato interamente da'suoi
fratelli, e non ne vedeva neppur la
piccola ceHa , né usciva della sua ,
se non che il sabbato e la dome-
nica, nei quali giorni tutti si riuni-
vano in chiesa per la celebrazione
dei santi misteri , e per la s. comu-
nione. Quando uno straniero volea
stabilire il suo soggiorno fra loro,
ognuno offi'ivagli la propria celletta,
e quindi se ne fabbricava altra colle
sue mani. Sappiamo in oltre, che
il deserto delle Cellette era lontano
cinque leghe dalla montagna di Ni-
tria, e questa lo era sedici da Ales-
sandria, e formava quasi uno stesso
deserto; la chiesa di Nitria era gran-
dissima, e ufliziata da otto sacerdoti.
Nel deserto di Scelti eranvi quat-
tro chiese per uso de'solitari; un
decurione o decano invigilava sopra
nove monaci, e un centurione so-
pra dieci curie, e ciascun deserto
avea per solito un superiore gene-
rale. 11 Garampi, nelle eruditissime
Memorie della b. Chiara, parla dei
cellani o solitari, che abitavano le
celie delle monache Cella murato-
GEL
rum, e delle carceri e celle rigoro-
se, ec. Che cella fosse alcune volte
appresso s. Gregorio I appellato il
inonistero, o lutto il suo recinto,
chiaramente si osserva dal Macii a
tal vocabolo. Abbiamo dal Sarnelli,
tom. Ili, pag. 129, che di questo
nome si valsero anche i monaci
benedettini, per denotare i piccoli
monisteri , dipendenti dall' abbazia
principale, e però detti ancora nw-
neisleriolij ahbatiolce vel obedienlice ,
quia majorihiis suberantj e che i
monaci antichi chiamarono Laure
«omiglianli luoghi, equivalenti al
vico de' greci, dappoiché quelle cel-
le erano fra sé distinte e separate, ma
non con molta lontananza nel modo,
che ancora sogliono abitare i camal-
dolesi eremiti [l-^edi), ed hanno sem-
bianza d'una villa, o picciol borgo.
Anche il Borgia, Memorie di Bene-
vento tom. I, pag. 243, parlando
di quel monistero o cella di s. So-
fia, dice, che qualunque monistero,
o grande o piccolo che fosse, il
quale dipendeva da altro monistero
maggiore, appellavasi d' ordinano,
o cella, o preposi lura, ovvero ob-
bedienza, ed anche monisleriolo. Vi
presiedeva un monaco col titolo di
preposi to, o di decano dipendente
dall' abbate del monistero maggiore,
a cui era tenuto di dare un an-
nuo censo. Non era però questa
pratica così costante, che anche
nelle celle, o siano prepositure, tal-
volta o per privilegio, o per altra
cagione non si ponesse per reggerle
un abbate. Quindi il medesimo au-
tore avverte, che talora presso gli
antichi anche i principali monisteri,
liberi da qualunque dipendenza, ve-
nivano chiamati celle, come dicem-
mo col Macri. Né così accadeva
della denominazione di obbedienza,
la quale non si trova usata, che
GEL 65
pei piccoli monisteri, chiamati gran-
de, vicarie, e priorati, appellandosi
i monaci, che abitavano tali obbe-
dienze obhedientari. Finalmente si
disse celliota il monaco abitatore
della cella , ed anche Cellnlanus,
Syncellita , e Syncellus. Cellerario,
( J^edi) chiamasi il camerlengo dei
monisteri.
CELLA DEL Conclave. Camera,
ed abitazione de'Cardinali, nel luogo
ove si rinchiudono in conclave per
eleggere il sommo Pontefice, il quale
dalla cella passa alla cattedra di s.
Pietro, e al maggiore de'troni. Gre-
gorio X, per togliere i lunghi in-
dugi , che talvolta accadevano nel-
l'elezione del nuovo Papa, nel con-
cilio lionese del 1274, emanò san-
tissime leggi, le quali diedero prin-
cipio stabile al conclave ( Vedi).
Nella seconda di esse ordinò, che
nel medesimo palazzo, abitato dal
Pontefice defonto, si formasse un
conclave, nel quale senza muro, che
separi uno dall'altro, senza lendine,
o altro velo, tutti abitassero in comu-
ne, riserbata soltanto una camei'a
segreta. Ma questo rigore, stabilito
da Gregorio X, per maggiormente
sollecitare i sagri elettori a compiere
il grande atto, fu moderato da Cle-
mente VI, nel i35i, colla costitu-
zione Licet. Bull. rom. tom. I, pag.
279, il quale non solo permise a
ciascun Cardinale due conclavisti,
ma ad ognuno di essi concesse il
letto dagli altri separato, per mezzo
di semplici tende o cortine; ciò che
poi venne confermato nella sessione
XLI del concilio di Costanza , cele-
brata agli 8 novembre i4'7> come
si legge in tal anno nel Rinaldi.
A seconda di tali prescrizioni si
celebrarono i successivi conclavi sino
all'elezione di Pio VI, seguita nel
1775, il cui modo andiamo a de-'
64 GEL
scrivere. Fino a detta epoca si for-
mava il conclave nel palazzo vati-
cano, con altrettante celle o camere
quanti erano i Cardinali viventi.
Cominciavano le celle dalla gran
loggia della benedizione sulla fac-
ciata della basilica vaticana, e giran-
do pel lato sinistro per le due scale,
regia e ducale, distendevansi fino
alle stanze de' paramenti e delle
congregazioni. Queste celle erano
quasi tutte costruite di legno, lun-
ghe palmi diciotto, e larghe quin-
dici, discoste una dall'altra un buon
palmo. Tutte si distribuivano a sorte
secondo il decreto di Pio IV, e
Gregorio XV, nella sesta congrega-
zione, che celebrano i Cardinali in
sede vacante, come tuttora praticasi,
col porsi in un' urna i biglietti col
numero di queste celle, ed in altra
urna i nomi de' Cardinali; determi-
nando la sorte dell'estrazione la cella
di cadaun Cardinale, sebbene assente
da Roma, estrazione che si fa dal-
l' ultimo Cardinale diacono. L'estra-
zione però delle celle, come si vedrà
in appresso, era anteriore ai men-
zionati Pontefici, i quali colle loro
disposizioni la confermarono, e re-
golarizzarono. Appena i Cardinali
.sono venuti in cognizione della cel-
la, che loro toccò, la fanno addob-
bare, e guarnire di mobiglie, ed
altro occorrente nel modo, che di-
remo in appresso. Sino al Pontifi-
cato di Pio VI , le celle si addob-
bavano di saja, o panno paonazzo,
dai Cardinali creati dall'ultimo Papa
defunto, e di color verde dagli altri
Cardinali. Tal varietà di colori fra
i Cardinali dell'ultimo Pontefice, e
quelli creati dai precedenti , ebbe
principio, come scrisse il Catalano,
Commentar, in Cccremonial. S. R.
V. pag. i3, num. i5, nel conclave
dopo la morte di Giulio li, nel 1 5 1 3.
GEL
Leggo però nella Storia de Conclavi
a pag. 5o, che, nell'anno i447> P^**
l'elezione di Nicolò V, il conclave
fu fatto nel convento della Minerva;
che i Cardinali abitarono le celle
loro toccate in sorte, e formate nel
dormitorio ; che esse non erano di
legno ma di panno color verde o
violato, e che soltanto il Cardinal
Bolognese, pel suo curioso modo di
pensare, volle farla addobbare di
color bianco. Dello stesso rispettivo
colore erano coperte le mobiglie
della cella, cioè un letto, un tavo-
lino, un inginocchiatoio, alcune se-
die, ed alcun' altra cosa necessaria,
mettendosi in tutte queste coperte,
come alla porta di ciascuna cella al
di fuori, lo stemma gentilizio del
Cardinale, a cui appartiene. Delle
suppellettili poi, che si adoperano
nel conclave, tratta diffusamente il
Lavorio, De Conclavi, cap. Vili,
tit. 3, pag. 291.
Nel 180Ò per le circostanze dei
tempi, il conclave si celebrò a Ve-
nezia nel monistero di s. Giorgio
Maggiore dell' Ordine benedettino,
e per ordine dell' imperatore Fran-
cesco, ogni spesa del conclave fu
fatta dal governo. 11 monistero poi
fu diviso come segue. Venti celle
occuparono il dormitorio grande, sei
la cancelleria, o foresteria, tre l'ap-
partamento dell' archivio, sei il no-
viziato, cinque il corridore de' lettori,
ed in tutte furono quaranta celle.
La vasta libreria fu ridotta ad uso
di chiesa, e il coro domestico servi
per cappella degli scrutini, donde
sortì eletto 1' immortale Pio VII.
Ma come questi mori in Roma, ai
20 agosto 1823, nel palazzo quiri-
nale, riflettendo il sagro Collegio
alla grande spesa , che occorreva
per la consueta costruzione del con-
clave nel Vaticano, dovendosi lòr-
GEL
mare tutte le celle di legname, nella
congregazione tenuta nel palazzo
quirinale nel di seguente, coli' inter-
vento di ventotto Cardinali, si sta-
bili quasi a pieni voti di formarsi
il conclave nello stesso palazzo nel
suo lato più lungo, cioè colle ca-
mere abitate dagli individui della
famiglia pontifìcia pei coriidori detti
degli svizzeri, che si estendono dall'a-
bitazione del maggiordomo a quella
del capitano degli svizzeri, forman-
dosi degli appartamenti in altret-
tante celle, in ognuna delle quali
dovesse abitare un Cardinale co 'suoi
due conclavisti, ecclesiastico e seco-
lare, oltre vm domestico. Quindi
nello stesso palazzo furono celebrati
i conclavi per l'elezioni di Leone
XII, di l'io Vili, e del regnante
Gregorio XVI.
Ecco adunque quanto riguarda le
celle de' Cardinali in conclave a' no-
stri giorni. Dopo la distribuzione del-
le celle, fatta, come dicemmo, nella
sesta congregazione , i Cardinali si
lecano a veder quella, che loro è
toccata, e qualora la rinvengano an-
gusta , od incomoda , nella congre-
gazione del giorno seguente ottano
a quelle de' Cardinali, che per la
lontananza, vecchiezza, o altre ra-
gioni, non si recano al conclave, men-
tre intervenendovi, debbono loro re-
stituirle. Questa ozionc segue per
anzianità di Cardinalato, non di or-
dine sagro , laonde i diaconi sono
preferiti ai vescovi e ai preti , se
prima di loro furono elevati alla
porpora. Avviene talvolta, che due
Cardinali si cambiano la cella, es-
sendo in libertà di essi il farlo. Tut-
tavolta queste permute anticamente
noti si ammettevano. Di fatti abbia-
mo nella Storia de' conclavi ^ pag.
460 , ed in quello , in cui fu nel
i6o5 eletto Leone XI, che amma-
VOL. XI,
GEL 65
latosi di febbre terzana il Cardinale
del titolo di s. Cecilia, fu proposto
di trasferirlo dalla sua cella alla ca-
mera dello speziale del conclave ^
ma r impedì l' autorità del Cardi-
nal Aldobrandino , nipote del de*
fonto Clemente Vili , dicendo che
le bolle il vietavano, non potendosi
cambiar la cella anche a cagione
d' infermità, e ciò per sollecitare l'e-
lezione. Attualmente le celle si com-
pongono di quattro , o cinque ca-
mere, compresa la cucina, colle fi-
nestre dalla strada pia, la quale è
chiusa però alle due estremità da
sbarre, mentre le antiche celle non
avevano finestre , o almeno solo
qualcuna , e le pareli invece di
essere di mura erano di tavole j
e perciò ricoprivansi di saia , ciò
che ora non si fa più. Sono poi
le celle addobbate delle mobiglie
e letti occorrenti, ricoprendosi cori
saia, o panno paonazzo o verde
colle distinzioni suddescrilte, i tavo-
lini, il letto del Cardinale, ed alcu-
no vi fa ricoprire anche le sedie e
i canapè. La maggior parte de'Car-
dinali nelle celle erigono la cap-
pella affine di celebrare, ed ascol-
tare la messa; cappella, che suo-
le formarsi al momento di ser-
virsene. Tutti poi i Cardinali a-*
vanti la porta della cella tengo-:
no una portiera di panno o saia
con fi'angia del colore competente
paonazzo o verde, coH'arme in mez-
zo del Cardinale. Qualora poi il Car-
dinale voglia stare ritirato e non
ricevere alcuno , si pongono fuori,
o sulla porta della cella, due basto-
ni obliqui incrociati , grandi o pic-
coli della forma come la croce di s.
Andrea , e perciò chiamasi tal segno
il Sant'Andrea, il quale è pure di-
pinto paonazzo o verde, collo stem-
ma gentilizio.
66 CEL
Nelle celle si jecano i Cardina-
li dopo la formale entrata in con-
clave, ed in esse la sera, avendo
una guardia nobile per cadauna cel-
la, ricevono vestiti di sottana, fascia,
e mozzetta , le visite della prelatu-
ra , corpo diplomatico , nobiltà ro-
mana, ed altri personaggi, finché sia
giunta l'ora della chiusura del con-
clave, che viene annunziata dall'ul-
timo maestro delle cei'imonie, col
suono del campanello, in tre volte,
dicendo nell' ultima : extra omnesj
per licenziare i visitanti. Tal suono
coir esclamazione, che va facendo
passando innanzi alle celle, col dire:
ìli celiarli Domini, il medesimo ce-
rimoniere ripete nelle sere susseguenti
ad ore tre di notte, nelle quali, seb-
bene per la clausura non vi sieno
in conclave estranei, vuoisi invitare
ogni Cai'dinale a ritirarsi nella pro-
pria cella. Evvi alcun Cardinale ,
che per incomodi od altro si reca
nella propria cella prima del solen-
ne ingresso in conclave, come altri
dopo l'elezione del Papa vi riman-
goJio anche a passare la notte. Que-
ste sono le celle , o abitazioni dei
Cardinali in conclave, nelle quali si
tratta della grande opera di dare
un capo alla Chiesa ed un sovrano
ai dominii ecclesiastici ; e quando i
Cardinali per indisposizione non si
possano recare alla cappella dello
scrutinio, i tre Cardinali infermie-
ri, con formalità vanno alle celle a
prendere il voto per lo scrutinio, e
vi ritornano per l'accesso, tanto nel-
la mattina che nel giorno, ed in-
contrandoli i conclavisti, fanno loro
la gonulk'ssione, come rappresentanti
una corporazione.
All' abuso di spogliare il palazzo
del vescovo defunto , ed anche del
morto Pontefice , abuso rigorosa-
mente vietato da Giovanni IX dcl-
CEL
r 898 , in progresso di tempo suc-
cesse l'altro di depredare il palazzo,
che il novello Papa abitava da Car-
dinale; il perchè il concilio di Co-
stanza , e vari Pontefici fulminaro-
no le censure ecclesiastiche contro
chi osasse di ciò eseguire. Inoltre
per molto tempo fu vigente l'al-
tro abuso, che commettevano i con-
clavisti nel depredare la cella del
Cardinale sublimato al triregno. Di
che gli esempi giungono al secolo
XVII. Però finalmente vennero re-
pressi e dalle proibizioni , e dalle
cautele prese dai conclavisti dell' e-
letto , ed invece i novelli Pontefici
adottarono la benigna e generosa
consuetudine di donare tutto quel-
lo, che avevano nella loro cella di
conclave , al cameriere conclavista ;
come eziandio praticarono Pio Vili,
e Gregorio XVI, del qual ultimo io
stesso sperimentai gì' indulgenti ef-
fetti.
Non si dee però tacere, che nel-
la citata storia del conclave per l'e-
lezione di Nicolò V, dicesi a pag. 5i,
che allora entravano in conclave
soltanto due maestri di cerimonie ,
a' quali venivano concesse , dopo la
ci'eazione del nuovo Papa, per loro
mercede, tutte le suppellettili, od or-
namenti della di lui cella. P^. il chi-
rografo di Alessandro Vili de' 29
novembre 1 690 , e la notificazione
emanata a' 3 fjprile 1721 dal Car-
dinal Albani, camerlengo di santa
Chiesa, riportata dal num. 585 del
Diario di Roma di tal anno, con-
tro quelli, che s' impadronissei'o di
cose spettanti al conclave, ai Cardi-
nali, e alla camera apostolica, in se-
de vacante.
Fra le celle abusivamente depre-
date, o da alcuni inservienti del
conclave, o dal popolo neh' a jìertu-
la di ciso, registreremo i seguenti
GEL
casi, unendovi qualche aneddoto pu-
re riguardante le celle. Si legge nella
Storia de conclavi, a pag. 79, che
dopo la morte di Calisto III, a' 19
agosto 1458, segui 1' elezione di Pio
II, Piccolominì, di Siena, ed i mi-
nistri de' Cardinali, ch'erano in con-
clave, spogliarono la di lui cella, e
bruttamente misero a sacco la sua
argenteria, benché poca, i libri e le
vesti ; mentre la plebe l'omana non
solo saccheggiò, ma rovinò tutta la
casa, togliendovi anche le pietre.
Altri Cardinali furono danneggiati,
perchè stando il popolo sospeso , e
sentendosi varie voci, che dicevano
essere stato eletto or questo, or quel-
l'altro Cardinale, il volgo correva alle
loro case e rubava ; ed essendosi nomi-
nato il Cardinal genovese, in vece
del sanese, gli fu pi-esa una gran
parte della sua roba. Si osservò nel
conclave, celebrato nel i5o3, per
l'elezione di Pio III, Piccolomini ,
nipote del precedente Pontefice, che
il conclave fu fatto secondo il soli-
to nel palazzo vaticano con trenta-
nove celle^ le quali, come si legge
nella Storia de' Conclavi, a pag.
I 1 4, essendo state cavate a sorte ,
furono distribuite a' Cardinali , ed
essendo toccata al Cardinal Piccolo-
mini la stanza, ove suole sedere il
Papa, fu considerato un prodigio, che
si confermò colla sua esaltazione al
pontificato.
Che la cella del Cardinal eletto
Pontefice venisse spogliata dai con-
clavisti [Vedi), chiaramente risulta da
quanto riportasi nella predetta Sto-
ria de Conclavi, a pag. 1 38, per
l'elezione di Leone Xj dicendosi,
che i conclavisti si congregarono, ed
obbligaronsi, che quel conclavista,
il padrone del quale fosse eletto
Papa, fosse in dovere di pagare a-
gli altri conclavisti per la cella del
GEL 67
suo padrone mille e cinquecento du-
cati d'oro di camera da distribuir-
si proporzionatamente fra tutti gli
altri, e ne fu rogato istromento da
un notaro della camera apostolica.
A pag. 176, pel conclave di Giulio
III, celebrato nel i55o, si legge,
che prima di effettuarsi la di lui
elezione, furono sgombrale dalle sue
stanze le suppellettili, ed altre cose,
che vi erano, come suol praticarsi
in simili casi, acciò i soldati di guar-
dia al conclave non le togliesse-
ro alla di lui apertura. Riporta il
Cancellieri, Notizie {storiche delle
stagioni, e sili ove furono celebrati
i Conclavi, pag. 44» che eletto Pa-
pa Marcello li in successore di
Giulio 111, nella Cappella Paolina
aWÀve Blaria, il Cardinal decano
soggiunse, che nella seguente mat-
tina, senza pregiudizio, si sarebbe
confermata con ischedule aperte;
ma ritornando il Pontefice alla sua
cella, trovoUa già saccheggiata dai
conclavisti, il perchè fu obbligato a
recarsi in quella del Cardinal di Mon-
tepulciano, e venendo rotte le porle
del conclave, per la gran gente che vi
entrò, se non l'impediva Ascanio
della Cornia, forse tutto il concla-
ve sarebbe stato saccheggiato.
Anche nel conclave, in cui fu elet-
to nel 1590, Urbano VII , prima
dell' elezione i conclavisti imbagaglia-
rono le robe di maggior impor-
tanza, e sfornirono le celle, per te-
ma de' soldati ; anzi fattasi a viva
voce r elezione ad ore 24> per co-
modo dei conclavisti, acciò meglio
potessero compire i bagagli, coli' ap-
provazione del Papa, fu differita la
pubbUcazione al d\ seguente. Nel
conclave del i^gi, fu presagio fa-
vorevole pel pontificato al Cardinal
Facchinetti, che ne uscì Pontefice
col nome d' Innocenzo IX, l'essergli
68 GEL
toccata in sorte nella distribuzione
delle celle quella foi-raata nel luogo
ove si ei'ige il trono pontificale nei
concistori, come osservò l' Oldoino
nelle y^ggm^^e al Ciacconio tom. IV.
col. 240. Memorabile si fu quanto
avvenne nel conclave del 1592, in
cui si creò Clemente Vili, al Cardinal
Santorio detto santa Severina. Men-
tre egli andava ad essere sublimato al
triregno, coli' avviarsi alla cappella
degli scrutini, contro 1' accaduto de-
gli anteriori conclavi, in cui tutti
sfornivano le celle degli addobbi, po-
nendo nelle valigie le cose di pre-
gio, e mettendo il conclave sosso-
pra, egli, comunque nella sua cella
fosse stato salutato Papa da un gran-
dissimo numero di Cardinali, e si re-
casse alla cerimonia dell' adorazione,
ninno de' conclavisti si pose in mo-
to , e presaghi tutti del successo ,
guardarono con indifferenza lo sva-
ligiamento della cella di lui opei'ato
dagli scopatori del conclave. Infatti,
invece di aver luogo 1' adorazione ,
come erasi stabilito, cambiati gli
animi, nemmeno nello scrutinio riu-
scì Papa, e dopo essere stati i suoi
fautori per ben sette oi'e in cappel-
la per guadagnargli i voti, tutto
fu inutile, e dovette solo ritornare
in cella. Trovatala saccheggiata, si
commosse: per altro non andò gua-
ri, che ogni cosa gli fu restituita,
andando a vuoto la sua meritata
esaltazione , per la certezza della
quale i Cardinali protettori delle co-
rone aveangli raccomandato i ris-
pettivi regni, od altri domandate a-
veano non poche grazie.
Nel i6o5, fu eletto Leone XI,
ed avendo i conclavisti spogliata la
di lui cella, dopo l' adorazione fu
condotto invece nella cella del Car-
dinal Farnese. Altrettanto nel mede-
simo anno accadde al successoi'e Paolo
GEL
V, perchè nel tempo della di lui
adorazione, la cella gli fu svaligia-
ta dai conclavisti, ed essendo notte
andò a dormire in quella del Car-
dinal Giustiniani. Similmente nei
conclave del 1 62 i , avvenne al Pon-
tefice Gregorio XV, avendo i con-
clavisti, e gì' inservienti del concla-
ve spogliata la cella; il perchè fu
obbligato a riposare la notte in
quella del Cardinal Borghese. Nella
cella di questo, dopo l' elezione , si
recò, nel 1623, Urbano Vili, Bar-
berini, fiorentino. Fu osservato con
grande ammirazione, che durante
il conclave dalla parte di Toscana
venne uno sciame di api, e si fermò
sulla fenestra della cella di lui men-
tre egli faceva tre api per arma.
Così, nel 1644} pei' l'elezione del
successore Innocenzo X, Paniphily,
essendo entrata in conclave una co-
lomba, andò a posarsi sulla cella
di lui. Venne presa per felice pre-
sagio, siccome facente parte dello
stemma gentilizio di lui. Anche nel
i655, per l'elezione di Alessandro
VII, venendogli depredata la cella,
egli andò a ritirarsi in quella del
Cardinal Gabrielli, perchè era di so-
de mura, e non di legno. Senonchè,
come avviene ne' grandi avvenimen-
ti, che tutti si confondono, essendo
il Papa esausto di forze, e bisogno-
so di cibo, appena potè avere un
uovo malconcio, e quindi incomin-
ciò in essa a dare udienza. Eletto,
nel 1721 Innocenzo XIII, pranzò
nella cella del Cardinal Albani, ni-
pote del predecessore Clemente XI,
ammettendolo alla sua tavola ; indi
recatosi alla propria , ricevette al
bacio del piede il re, e la regina
d' Inghilterra con altri personaggi ,
i quali fecero altrettanto, nel lySo,
per l'elezione di Clemente XII, nel-
la di lui cella. Benedetto XIV, nel
GEL
1740, dopo la sua esaltazione, pran-
zò in cella del Cardinal Corsini ,
nipote dell' antecessore; e da ultimo
nel i83i, il regnante Pontefice de-
sinò in quella del Cardinal Zurla ,
onorando nelle rispettive celle di vi-
sita il Cardinal Pacca decano del
sagro Collegio, il Cardinal de Rohan,
e il Cardinal Cristaldi infermo.
Finalmente nelle stesse celle , i
Cardinali prima della esaltazione al
pontificato ricevono pubblicamente
dal sagro Collegio gli omaggi come
già fossero Papi ; pratica molto antica,
che ha principalmente luogo quando
r elezione è concorde in tutti i Car-
dinali anticipando le loro congratu-
lazioni, siccome fecero per Giulio
II, per Leone X, cui baciarono con
riverenza le mani , per Clemente
Vii, per Giulio III, per Marcello
II, e senza dire di altri, per Grego-
j'io XIII. V. Elezione de' Sommi Pon-
tefici.
CELLERARIO { Cellerarìus ) .
OfFizio tra i monaci, e altri religio-
si. Chi n'è insignito ha cura della
dispensa, delta Cellarìnin, e prov-
vede il monislero del cibo pei reli-
giosi. Dicesi Cellerario, e Cellerajo
il camerlengo de' medesimi moniste-
ri, quaeslor , dlsppjisator monaste-
rionim j e chiamasi fra le monache
Celleraia o Celleraria la camerlen-
ga di esse, che funge 1' uffizio del-
la celleraria . Ne' capitoli antica-
mente il Cellerario era quegli , che
ai canonici ed altri distribuiva il
pane, il vino, e il danaro in pro-
porzione della loro assistenza in co-
ro, ed avea eziandio l'incarico di
altri affari temporali. Dice il Ma-
cri, che il soprastante alle carceri
lateranensi chiama vasi Cellarius, e
che con questo nome talvolta si de-
nominò il Cellerario.
CELSI Angelo, Cardinale. An-
CEL 69
gelo Celsi, nobile romano, e dottore
in ambe le leggi, nacque nel 1600.
Appena prelato, venne ascritto ai
ponenti del buongoverno, e poscia
fu segretario di tal congregazione
Cardinalizia ; quindi nel 164') dal
Pontefice Innocenzo X fu promosso
a uditore di Ruota, poi creato Cardi-
nal diacono di s. Giorgio in Velabro
ai i4 gennaio del 1664 da Alessan-
dro VII. Questo Pontefice lo ascris-
se anche alla congregazione del s.
offizio , con la prefettura di quella
del concilio. Da ultimo, dopo i con-
clavi dei Clementi IX e X, a cui in-
tervenne, il Celsi mori a Roma di
settantun anno, ed otto di Cardi-
nalato nel 1671, e senza memoria
fu sepolto nella chiesa del Gesù,
dentro la sua tomba gentilizia.
CELSO (s.). F. s. Nazar.o.
CE MERIDIANA. Sede vescovile
dell' Africa occidentale , la cui pro-
vincia s' ignora. Solo sappiamo dalla
Colt. Cart., che un suo vescovo fu
presente alla celebre conferenza di
Cartagine.
CEMESCAZACUZ. Sede vesco-
vile dell' Armenia maggiore , il cui
vescovo Hairabiet si sottoscrisse ai
concilii di Sis.
CENA. Sede vescovile dell'Africa
occidentale , d' ignota provincia , di
cui si fa menzione negli atti della
conferenza di Cartagine.
CENA. Si adopera questo nome
dalla Chiesa per indicare quella, in
cui fu da Gesìi Cristo istituita la
ss. Eucaristia, rinnovandosene la me-
moria nel giovedì santo. Il cenaco-
lo , o sala superiore, nella quale so-
levasi mangiare presso i giudei, e
dove Gesù Cristo fece l' ultima ce-
na co' suoi discepoli , la vigilia di
sua passione, vuole una pia tradi-
zione, che da s. Elena fosse conver-
tito in una chiesa. Diccsi inoltre
70 CEN
cena la cerimonia, che ogni anno
$i fa nel suddetto giorno ( Cotna
Domìni) dal Papa, dai vescovi, ed
altri , nonché nelle corti de' vari
principi. All'articolo Cappelle Pon-
tificie nel § X, e al numero che
riguarda le funzioni del giovedì san-
to , si tratta di tal cerimonia , ed
altre cose relative, come al numero
in cui si descrivono le funzioni del-
la notte di Natale, si dice della ce-
na, che anticamente avea luogo in
quella notte nel palazzo apostolico
abitato dal Papa. Il Sarnelli , nelle
sue Lettere ecclesiastiche ^ nel t. Ili,
p. 36 e 37, parla della cena del
Signore come fosse fatta, rammen-
tando r antico costume di cenare
stando a giacere, mentre le donne
e i fanciulli sedevano, e ricordando
le vesti cenatorie. E nella lettera
XXXII del tomo I, Perche nella
(juaresima il i^espero si canta pri-
ma del desinare , dice della cena
quando facevasi nella quaresima, e
quando negU altri digiuni; e che
la cena avanti la mezza notte non
seguita dal sonno, non impedisce la
celebrazione nel seguente mattino.
L' erudito Menochio , t. I, p. SSg,
delle sue Stuore , parla della cena
del Signore , e delle cose in essa
adoperate, e nel t. Il, p. 171, trat-
ta del cenacolo, nel quale si con-
gregarono gli apostoli dopo l'ascen-
sione di Cristo al cielo.
CENCHREA. Sede vescovile ncl-
l' esarcato di Macedonia , porto di
mare di Corinto nell' arcipelago ,
ove approdò s. Paolo, da cui sap-
piamo che questa città aveva allora
il suo vescovo.
CENCI Cencio, Cardinale. V.
GlOVANiVl X.
CENCI TiBEnio, Cardinale. Ti-
heiio Cenci, nobile di Roma, sortì i
natali nel 1 58o. Fu cameriere d'o-
CEN
nore a Clemente Vili, canonico della
basilica vaticana , governatore di pa-
recchie città nello stato ecclesiasti-
co ; e sotto Gregorio XV, nel 1621,
vescovo di Jesi , e governatore di
Loreto, e della s. Casa per ben tre
lustri con piena ed univei'sale sod-
disfazione . In quel tempo, ritrova-
te le preziose reliquie di s. Settimio
primo vescovo di Jesi, le ripose in
pregevole marmorea urna. Da ulti-
mo venne creato Cardinal prete di
s. Calisto da Innocenzo X a' 6 mar-
zo del 1645. Governò la sua chie-
sa da sollecito ed esatto pastore; la
donò di una croce , e di otto can-
dellieri d' argento di finissimo lavo-
ro , vi fondò il monistero alle pe-
nitenti della ss. Nunziata, le chiese
di s. Rocco, e di s. Maria dell' Ol-
mo , accrebbe le rendite della men-
sa vescovile , ne ristorò il palazzo ,
e cos\ quello a comodo dei vescovi
presso Castel del Piano. Mori nel
i655, di settantatre anni, e oito di
Cardinalato, e fu sepolto nell'anti-
ca cattedrale.
CENCI Baidassare , Cardinale.
Baldassare Cenci, nobile romano ,
nacque nel 1648, e per la sua pe-
rizia nella giurisprudenza, venne am-
mirato da tutti. Fu giudice della
congregazione alla fabbrica di s. Pie-
tro, e vicelegato in Avignone, quan-
do Luigi XIV re di Francia, ed il
ven. Innocenzo XI vennero a tale
rotta, che i francesi occupavano lo
stato Venaissino ed Avignone. Com-
poste poi le cose tra quel monarca,
ed Alessandro Vili, egli si ac([iii-
stò altissimo merito presso il Pon-
tefice e Luigi XIV. Dipoi Innocen-
zo XII lo creò suo maestro di ca-
mera , arcivescovo di Larissa , pro-
maggiordomo ; ed ai 12 dicembre
1G95, Cardinal prete di s. Pietro in
Montorio. Quindi il Cenci ebbe il
CEN
vescovato di Ferrara , cui cambiò
poscia coli' arcivescovato di Fermo,
a motivo del clima non attempera-
to alla sua costituzione. Governò la
sua diocesi da ottimo pastore ; ri-
formò il clero ed il popolo ; prov-
vide alla scelta dei parrochi, dei
confessori, e dei cherici da promuo-
versi agli ordini sacri, a' quali apri
una pia casa, e li mantenne diretti
da eccellente persona ecclesiastica.
In processo di tempo introdusse i
missionari con casa comoda e ren-
dite sufficienti ; aprì un collegio ai
nobili giovanetti guidati dai padri
gesuiti ; accrebbe le rendite del se-
minario; fondò un ospizio alle pe-
nitenti, ed un altro alle pericolanti
donzelle; e promosse da per sé la
cristiana dottrina. Prendeva breve e
disagiato riposo, era frugale la sua
mensa, e spesse fiale si flagellava e
digiunava. Da ultimo dopo il con-
clave di Clemente XI, mori a Fer-
mo nel 1709, pianto da lutti, che
lo teneano qual santo, e venne se-
polto nella cappella della Madonna
di quella metropolitana.
CENCI Serafino, Cardinale. Se-
rafino Cenci nacque nel iGyS da
un' antica famiglia di Roma. Cle-
mente XI, nel 1701, lo ammise
tra i prelati della curia romana ,
poi tra i votanti di segnatura , quin-
di nel 1712 lo fiice vice uditore
della camera. In seguito Innocenzo
XIII lo spedì nunzio alla corte di
Napoli, carico cui non potè ados-
sarsi per urgenti motivi ; il perchè
Benedetto Xill lo ascrisse tra gli
uditori di Ruota , dipoi Clemente
XIl lo dichiarò reggente della pe-
nitenzieria; quindi nell'anno 1733
lo fece vescovo di Benevento, e, ai
24 marzo del 1734} lo creò Car-
dinal prete di s. Agnese fuori delle
mura. Lo stesso Clemente X li lo ascris-
CEN 71
se alle congregazioni dei vescovi e
regolari, del concilio, dell'immunità,
e della fabbrica di s. Pietro. Infer-
mò nel conclave del nuovo Papa
Benedetto XIV, poi si riebbe al-
quanto, ma poco dopo fu trovato
morto nel proprio letto nel giu-
gno dell' anno i f^o di sessanta-
cinque anni, e sei di Cardinalato.
Ebbe tomba nella chiesa del suo ti-
tolo, rimpetto 1' aitar della Madon-
na , sotto semplice lapide , adorna
del suo nome, e delle Cardinalizie
insegne.
CENCI Baldìssare , Cardinale.
Baldassare Cenci, nobile romano ,
nacque in Roma il dì primo no-
vembre 17 IO, e fatti regolarmente
i suoi studi , volle abbracciare lo
stalo ecclesiastico, e porsi in prela-
tura, ove con zelo ed intelligenza
esercitò vari incarichi, a segno, che
ottenne la rispettabile carica di se-
gretario della congregazione Cardi-
nalizia della sagra consulta. Ed in
benemerenza di avere egregiamente
esercitato il suo uffizio, il Pontefice
Clemente XIII , nella sua quarta
promozione, ai 2 3 novembre /761,
il creò Cardinale dell' ordine dei
preti, conferendogli per titolo la chie-
sa di s. Maria di Araceli , in uno
alle congregazioni della stessa con-
sulta, dell'immunità ecclesiastica,
del concilio, dell'indice, e della re-
verenda fabbrica di s. Pietro. Con-
fidando Clemente XIII del suo in-
gegno, e della sua attività, avendo
concepito il grandioso disegno dei
disseccamento delle paludi pontine,
ne affidò il difficile incarico al Cen-
ci , il quale si recò a tale oggetto
in Terracina ; ma essendosi da que-
sta città portato ad abitare il de-
lizioso palazzo del Cardinal Alessan-
dro Albani in Porto d' Anzo, quivi
fu colpito da un accidente , ch« il
rji CEN
condusse al sepolcro ai i marzo
17G3. La sua immatura morte fu
generalmente compianta. Il suo cada-
vere fu esposto nella chiesa principale
di Nettuno , ed in luogo di deposito
venne tumulato nella cappella dei
patroni Evangelisti, e Fontana , de-
dicata alla immacolata Concezione.
Quindi il cadavere fu trasportato
in Roma , e tumulato nella sua
chiesa titolare di Araceli, cioè nel
sepolcro gentilizio di sua famiglia
nella cappella di s. Didaco , come
risulta da un istromento rogato dal
Paoletti ai i6 febbraio 1764, ove
si leggono le cariche esercitate dal
porporato.
CENCIO Cardinale. Cencio Car-
dinal diacono di s. Maria in Aqui-
ro, promosso da Eugenio III nel
1 1 5o , sottoscrisse una bolla , spe-
dita dal medesimo Pontefice a fa-
vore di Aidolfo vescovo d' Imola.
Sembra che abbia cessato di vivere
§otto Adriano IV, dopo quattro, o
cinque anni di Cardinalato.
CENCIO Cardinale. Cencio Car-
dinal prete di s. Lorenzo in Lucina,
promosso da Eugenio III nel 1 1 5o ,
sotto Anastasio IV nel 11 53 fu ve-
scovo di Porto, e di s. Rulìina. In-
tervenne alla elezione di Anastasio
e di Adriano IV, e morì nel i iSg,
dopo nove anni di Cardinalato. Al-
cuni Io credevano della illustre fa-
miglia Cenci, non avvertendo esser
Cencio il nome, non il cognome del
nostro Porporato.
CENCIO Romano, Cardinale. Cen-
cio Romano, Cardinal vescovo di
Sabina , trovossi presente al conci-
lio di Guastalla, quando l' impera-
tore lo imprigionò con Pasquale II,
ove soffri moltissimo fino al 11 11,
nel qual anno venne liberalo , e si re-
cò al concilio di Latcrano. Segnò il
primo la bolla V, emanata da Pa-
CEN
squale II contro Enrico imperato-
re , e mori nel i i 12.
CENCULlANA,o CENCUSIANA.
Sede episcopale della Bizacena nel-
r Africa occidentale , sottoposta ad
Adramito, il cui vescovo Gennaro
si trovò presente, nei primi del V
secolo, alla conferenza di Cartagine.
Coli. Cari.
CENEDA ( Ceneten. ). Città con
l'esidenza vescovile nel regno Lom-
bardo Veneto, capo luogo di distret-
to , già appartenente alla Marca
Trevigiana, e conosciuta anche sotto
il nome di Cenetense Castrii/n , e
più anticamente Acednni. Essa è
fabbricata alle falde de' monti che
la circondano, fra i due torrenti
Montcgano, e Meschio, rinomato per
la limpidezza delle sue acque. La
città è aperta, e contiene diversi
begli edilìzi , sebbene alquanto dis-
giunti. In luogo eminente è munita
di un castello, sparso di vecchi ru-
deri dell'antica sua rocca. Vuoisi,
che Ceneda sia di antichissima ori-
gine. I romani la signoreggiarono
sino al regno di Valentiniano, che
ascese all' impero l'anno 364- Quindi
il feroce Attila re degli unni la de-
vastò nel 4^0, e Totila re dei goti
nel seguente secolo la distrusse dalle
fondamenta; ma di poi venne rifab-
bricata. Fu poscia governata dai
duchi, e più lungamente dai suoi
vescovi, che da un vicino villaggio
desunsero anche il titolo di conti di
Tarzo, finché dal i347 in poi i
veneziani se ne attribuirono il do-
minio. Segui quindi i destini, e le
vicende della repubblica di Venezia.
Del dominio, che in altri tempi
ebbe la santa Sede della città e
contea di Ceneda , accenna alcuna
cosa r Ughelli nella sua Italia sa-
gra tom. V , il quale dice che
questa città » suo prajsuli utroquc
CEN
5> jure è soggetta principis titu-
M io, imperdocchc il \>cscovo prse-
« ter sacram tempoialem etiam
»> jurisdictionem, merunique, et mix-
« tum imperium ex aiiticjuissimis im-
" peratorum largitionibus obtinet.
« Qua propter in gestis Stephani Pa-
w pae 11 (al. Ili) lagimus civitatem
« Cenelensem esse de patrimonio
w b. l^etri : ac siiperioi'ibus qui denti
» temporibus episcopus utriusquc
" gladii potestate cum in ci vitate,
» tum in circumjectis et vicinis op-
'♦ pidis, et Iota diircesi, quae salis
» ampia est, utebalur, nunc autem
» civitatem tantum una cum Tersii
w comitatu ( ruvinis et aiiquot vil-
" lis ) retinet, ab anno i347, fj"^
" frater Fmnciscus episcopus princi-
" peni Venetiai'um ( seu d. JMarci
» procuratores ) , accepto lidelitatis
» juramento, investivit, quam inve-
" slituiam Oiiverius successor anno
» i4'4 lenovavit, uterque tamen
" sine sedis apostolica; confirmatio-
" ne. Rursus anno 149^ die 24
» octobris lata; inter cpiscopum ,
» senatumque \enetum conditiones,
" ut manente libera jurisdictione
" civitatis penes episcopum, qui ve-
" netorum principatum nulla in re
» agnoscat, sontes, et facinorosi, ne
?» impune evadant, liic inde resti-
» tuantur ".
Leggendosi però attentamente la
vita del Pontefice Stefano II, detto
III, eletto nell'anno jSi, inserita
da Anastasio Bibliotecario nel libro
Pontificale, non si trova "veruna
menzione di Ceneda appartenente
al patrimonio di s. Pietro, come
asserisce il citato Ugbelli, Si legge
però nell'annalista Ilinaldi, all'anno
i338 § 9.9, che il Papa Benedetto
XII, residente in Avignone, provin-
ciam dedil Bertrando palriarchce
/iquilejemij Ut comitalum Cenctm-
CEN 73
seni ad romonam ecclesiam spe-
ctanlem vìriliter ac polenter ex iii-
i'asonim eriperet manibusj ed in
uno stromento del 1190, pressò il
IVIuratori, Anliq. Italie, med. cev.
tom. IV, col. 122, è scritto, che i
cenetcnsi soffrono, che le terre del
vescovato sieno soggette alla giuris-
dizione de' trivigiani. Così neppure
ne' libri de'censi della Chiesa roma-
na del camerlengo Cencio Savelli,
non vi è alcuna memoria, the allora
Ceneda fosse tributaria alla santa
Sede. De'diritti posteriori parla Pie-
tio Giustiniani verso il fine del li-
bro Xlll, rerum f cnetaritm ab urbe
condita ad annuni \5']5, dicendo
quando il popolo di Ceneda avanzò
ricoiso contro il proprio vescovo
Cardinal Grimani, al senato veneto,
il quale pubblicò un decreto, in
fòrza di cui veniva il vescovo spo-
gliato del dominio temporale della
città ; ma che avendo fatte il Car-
dinale le sue vive rimostranze al
Pontefice Paolo 111, questi si ado-
però in modo, che, annullato il de-
creto, vennero a lui restituiti gli
antichi diritti. Quindi nel i547»
Paolo 111 diede in amministrazione
la chiesa di Ceneda a Michele della
Torre, in un al civile governo della
diocesi, nella quale IMichele ricompose
le cose sconvolte dai precedenti avve-
nimenti. Distesamente poi Andrea
Morosini , Histor. Venet. lib. XV,
descrive la controversia insorta nel
1595 tra Clemente Vili e i vene-
ziani sopra Ceneda, che però rimase
indecisa; indi si ravvivò nel 161 i
nel pontificato di Paolo V, dicendo
lo stesso Moiosini al libro XVllI ,
che quando certo Bono entrò in
Ceneda con sommo favore del po-
polo, ed ebbe visitato il castello e
la città, mise fuori un editto, col
quale annunciò, che sarebbe stato
74 CEN
per render giustizia, e sollievo a
tutti quelli, ch'erano oppressi dalla
forza de' potenti. Tuttociò venendo
in cognizione di Paolo V, somma-
mente se ne lagnò col legato Mari-
no Caballio; ma siccome quello, che
erasi fatto, non recava ingiuria alla
Sede apostolica , il senato veneto lo
sostenne, ed è perciò, che invece di
un giudizio, se ne trattò cogli scritti,
e la repubblica produsse tali ragio-
ni, da poter dire apertamente al
Papa, che nella causa de'cenedesi,
niente più vi era ad esserne i veneti
disturbati, costando dai pubblici do-
cumenti per serie non mai inten'otta
di tempo avere avuto i medesimi
veneti il possesso, e il supremo co-
jnando della città. Ma Paolo V,
non volendo darsi per vinto, stimò
meglio cercare il benefizio del tem-
po, che venire ad una finale deci-
sione: anzi nella Relazione della
corte di Roma, scritta nello stesso
anno 1611 da Girolamo Lunadoro,
sotto il capitolo del supremo Tribu-
nale della Consulta eretto da Sisto
V, si trova che la città di Ceneda
nello stato di Venezia, non era sot-
toposta alia consulta di Roma , ma
chi governava in quc' luoghi n' era
libero padrone, forse conteniandosi
la santa Sede dell' alto dominio su
di essa.
La sede vescovile di Ceneda fon-
data nel IV secolo, vanta pel suo piìi
antico vescovo s. Evenzio, che vive-
va al tempo dell' imperatore Teo-
dosio, .sebbene alcuni piuttosto vo-
gliano, che questi fosse vescovo di
Pavia. Nel secolo V fu sottoposta
Ceneda al patriarcato di Aquileja,
e vi rimase sino al pontificato di
Benedetto XIV, il quale, per dare
un termine alle controversie, sop-
pres.se il patriarcato, e nell' erigere
Udine in arcivescovato, mediante la
CEN
bolla Suprema de'i5 gennaio 1 7^3,
dichiarò Ceneda suftraganea della
nuova metropoU; ma nel 18 ig il
Pontefice Pio VII riducendo Udine
a sede vescovile, pose Ceneda sotto
la dipendenza del patriarca di Ve-
nezia. L'episcopio del vescovo è nel
castello, e rileviamo da Comman-
ville, Histor. de les Eveschez ec,
che un tempo il vescovo faceva re-
sidenza in Serravalle, Seravallum.
L'antica cattedrale di Ceneda era
dedicata all'apostolo s. Pietro, ma
l'attuale è sagra all'Assunzione in
cielo della Beatissima Vergine, ed è
un gi-ande, e bello edifizio. Il capi-
tolo si compone della dignità del-
l' arcidiacono, di nove canonici prov-
veduti di due prebende, quattro
mansionari, e di alcuni preti e chieri-
ci.La cattedrale, ricca d'insigni reliquie
possiede anche il coi'po di s. Tizia-
no vescovo di Oderzo, e patrono
della città, ed è anche cura parroc-
chiale, affidata ad un prete, non
essendovi nella città alcun' altra par-
rocchia. Evvi in oltre una confra-
ternita, il seminario, non che il ci-
miterio, ma fuori della città; men-
tre l'ospedale ora va ad ingrandirsi
ed a meglio sistemarsi, mediante le
benefiche testamentarie disposizioni
di monsignor Gio. Paolo Malanotti,
canonico della cattedrale, il qua-
le da ultimo lasciò la sua ere-
dità in beneficio de' poveri, partico-
larmente infermi. Prima esistevano
in Ceneda due monisteri, uno di
uomini, l'altro di donzelle, e nel-
la diocesi contavansi cinque abba-
zie . La mensa vescovile è tassata
nei libri della camera apostolica in
fiorini cento.
Questa illustre diocesi è stata go-
vernata da molti dotti, virtuosi, e
zelanti vescovi , alcuni de' quali fre-
giati della dignità Cardinalizia, corno
CEN
ftirono Marino Griinani veneto fi) Ito
vescovo nel 1 5o8 da Giulio 11 , be-
nemerito della catlediale per avervi
costruito l'organo, ed il campanile;
Michele della Torre o Turriano d U-
dine sunimentovato , il quale per
poco non successe nel pontificato a
Gregorio XllI, e che morì in Ce-
ncda nel i586, e fu sepolto nella
cattedrale; Marcantonio Bragadino
veneto, fatto vescovo nel i633, da
Urbano Vili; e da ultimo Jacopo
Menico della diocesi di Treviso, di-
chiarato vescovo nel 1822 da Pio
VII, indi nel 1827 traslatato alla
chiesa metropolitana di Venezia da
Leone XII, e nel i833, dal regnan-
te Pontefice meritamente sublimato
all' onore della porpora. Inoltre Ce-
neda fu patria di personaggi rag-
guardevoli , e fra gli altri sono a
rammentarsi, ad onore della repub-
blica letteraria, il conte Girolamo
Lioni canonico della cattedrale, Gior-
gio Graziani, ed Antonio, e Vincenzo
Piccoli. Dislinguesi poi fra i viventi
monsignor Filippo Artico, celebre
sagro oratore, già canonico teolo-
go della cattedrale, esaltato nell'an-
no I 840 , all' insigne sede vescovile
di Asti. Lasciò egli in Ceneda una
bella memoria di sé, nell'orfano-
trofio da lui fondato su di un ame»
no monte, sotto il titolo di s. Rocco.
CENERI. Le ceneri sono simbo-
lo della penitenza, ed il primo gior-
no di quaresima, detto dai padri
caput jejìinii^ fu sempre l'iguardato
nella Chiesa come una grande so-
lennità, e mi giorno di particolar
divozione, sia che la quaresima fos-
se di sei settimane, sia che si pro-
lungasse a sette, ed anco ad otto
settimane, secondo la diversità della
disciplina de' tempi e de' luoghi.
Quindi mercoledì delle ceneri, o dì
«lolie ceneri, vale il primo giorno di
CEN 75
qunrcs'ma. In quel giorno il sacer-
dote segna la fronte de' fedeli colla
cenere, che si ricava dai rami d'u-
livo, i quali benedetti nell' anno pre-
cedente e bruciati, debbono essere
aridi, non a guisa di loto , come
dichiarò la congregazione de' riti con
decreto de' 23 maggio i6o3. E sic-
come si distribuiscono queste ceneri
in segno di umiltà, così per mezzo
di essa abbiamo speranza della fu-
tura gloria, designata dalla proces-
sione delle palme dalle quali si ri-
cava la cenere. Nelle chiese di rito
ambrosiano non celebrandosi questa
cerimonia nel detto mercoledì , si
distribuiscono invece le ceneri nel
primo giorno delle così dette roga-
zioni, o litanie all' Ambrosiana. Ab-
biamo dal Martene, tom. IV , 0.
27, n. 4j che ancora nella chiesa
latina, per le rogazioni anticamente
si benediva la cenere, e si poneva
sul capo de' fedeli, digiunandosi ri-
gorosamente, rito praticato un tem-
po soltanto nelle diocesi di Toui-s,
e di Salisburgo. Il rito di bene-
dire e spargere le ceneri nei gior-
ni delle rogazioni, è rammentato da
Benedetto XIV a* suoi diocesani
mentre era arcivescovo di Bologna.
V. Lamberlini, Notifìc. III. § 4> ove
pur dice, che secondo un canone
del concilio Aurelianense dovevasi
nei dì delle rogazioni osservare un
rigoroso digiuno. Ripigliando poi
questo discorso nel § 5 aggiunge,
che l'osservanza del digiuno è ri-
masta presso i cavalieri gerosolimi-
tani, non che presso la chiesa am-
brosiana, la quale " avendo voluto
» mantenere il pio uso di digiuna-
»j re nelle tre logazioni, le celebra
» dopo la festa dell' Ascensione ,
j> giacché, secondo l'universale di-
» sciplina, oggi non si digiuna tra
» pasqua, e pentecoste ".
76 CEN
In questo giorno delle ceneri i pec-
catori, secondo gli antichi canoni peni-
tenziali, entravano nel corso della pe-
nitenza pubblica, in cui il vescovo ac-
compagnato dal suo clero gì' inizia-
va con certe preghiere, e coli' im-
posizione delle mani, dopo di avere
sparso di cenere il capo ; rito che
descrive il p. Menochio, Siuore, to-
mo II, p. 294, nel capo 77, Della
cerimonia delle ceneri, che usa la
Chiesa il primo giorno di quare-
sima.
Tale è r origine della funzione
delle ceneri, leggendosi nella vita
di s. Gregorio I, del Sgo, eh' egli
ordiiìò doversi mettere, nel princi-
pio della quaresima, sul capo dei
ledcli le ceneri benedette. Quindi il
concilio di Benevento celebrato nel
1091 , decretò che tutti i fedeli
andassero a ricevere le ceneri nel
mercoledì precedente la prima do-
menica di quaiesima ; riportando il
Burio , R.R. P.P. Brevis nolitia
in vita Clemenlis VI, che questo
Papa, nel i35-2, fece privilegiato
il mercoledì delle ceneri, ed ordinò
che fosse trasferita in altro giorno
qualunque festa, che in esso cadesse.
11 Regino però, che scrisse nel seco-
lo IX, dice che nella feria seconda
della prima domenica si accostava-
no i penitenti ai cancelli del tem-
pio, coperti di cilicio, vestiti di sac-
co, e a piedi nudi, in un modo che
esprimeva la loro umiliazione e pen-
timento : quindi ad essi avvicina-
vansi il vescovo, il penitenziere, o i
preti, a' quali erano note le loro
manctinze. Il perchè imponevano
loro una proporzionata penitenza, li
aspergevano coli' acqua santa, e col-
la cenere benedetta ec. Laonde quan-
to pratichiamo oggidì, non è che
un avanzo di quello, che si prati-
cava nei primi tempi della Chiesa.
CEN
Lungi pertanto dal credere, che
in siffatta religiosa pratica vi sia
del superstizioso, si rifletta che nel-
le divine Scritture abbiamo dai pa-
triarchi, e dai profeti, che sicco-
me il lavare il corpo e le vesti,
il dare profumi al capo, fu il sim-
bolo della gioja, e della prosperi-
tà, al contrario il segno di un
profondo dolore era manifestato
voltolandosi nella polvere. Un uo-
mo coperto il capo, i capelli, e
le vesti di polvere annunziava in
tal guisa il suo animo pieno di
amarezza e doloi*e originato da qual-
che straordinaria calamità. Così gli
amici di Giobbe, penetrati della sua
estrema afflizione, misero un alto
grido, piansero, stracciaronsi le ve-
stimenta, sparsero in aria della pol-
vere per farsela ricadere sulle te-
ste, e restarono seduti con lui sul- j
la terra in cupo silenzio; esem- i
pi che fra gli orientali, massime
fra i giudei e gli arabi, erano fre-
quenti. Dalle stesse sante Scritture
si rileva, che la cenere fu segno di
penitenza, perchè i servi di Dio so-
vente r usarono per esprimere il
dolore , e il pentimento di aver
peccato. Il medesimo Giobbe quan-
do si umiliò avanti a Dio, e gli do-
mandò perdono per aver trattato la
causa della propria innocenza con
un linguaggio poco misurato, volle
esprimere il pentimento, come avea
mostrato il dolore nell' eccesso dei
suoi mali : » Io mi accuso di me
» slesso, egli disse al Signore, e fo
» penitenza del mio fallo nella pol-
» vere, e nella cenere. " Y. pur no-
to quanto si racconta di Giosuè e
degli antichi israeliti, che si getta-
vano della polvere sul capo facen-
do penitenza per calmare il Signo-
re, sdegnato del furto commesso da
Acan nella presa di Gerico. Si tre-
CEN
va pure spesso ne' sacri libri , clie
i profeti esortavano gì' israeliti a
cuoprirsi di cilicio, e piangere amara-
mente i loro trascorsi nella cenere,
quando aveano oiFeso il Signore, e
ad implorare misericordia con vivo
pentimento affinchè tornasse ad essi
le sue benedizioni. Questo appunto
fu il linguaggio, che rivolse Geremia
a Gerusalemme, e ai principi di
Giuda, quando Nabuccodonosor po-
se a sacco l' intera Giudea in casti-
go dei loro misfatti, dicendo ad essi :
cuopritevi di cenere. 11 re Davide,
]ier esprimere la sua profonda af-
flizione, dice che mangiava la cenere
col pane; ed il re di Ninivc, alle pre-
diche del profèta Giona, si pose a se-
dere nella cenere, e venne imitato
dagli altri, per placare la collera di
Dio. Così fecero ne' sovrastanti pe-
ricoli, e per implorare 1' ajuto, e la
misericordia divina, Giuditta, Ester,
Mardocheo, Giuda Maccabeo , ed
altri. Ed è perciò, che il Redento-
re ci volle rappiesentare questa a-
zione come un simbolo di peniten-
za, quando parlando degh abitato-
ri di Tiro e di Sidone, disse a quel-
li di Corozain e di Betsaida, che
s' egli avesse fatto tra quelli i mi-
racoli, che aveva operato in mezzo
di essi, avi-ebbero fatto penitenza
nel cilicio e nella cenere.
Pertanto, con questo segnale di
penitenza, i penitenti de' primi seco-
li del cristianesimo, come dicemmo,
venivano distinti dal rimanente dei
fedeli, ed aggiungiamo che Tertul-
liano li dice uomini vestiti di cili-
cio e coperti di cenere concilici atì,
et concineratij la qual denomina-
zione allora era comune ad ogni
cristiano, giacché egli ripeteva, che
un cristiano è uomo nato per vive-
re nella penitenza. La cenere e la
polvere sono eziandio un emblema
CEN 77
della morte, di cui ci viene dichia-
rato il pensiero nel giorno delle ce-
neri, e dopo i tripudii carnevaleschi
come vuì avvertimento salutare del-
la nostra mortalità, essendo questo
lo spirito, e il significalo delle pa-
role, che pronùnzia il sacerdote nel
farne la cerimonia, mediante un se-
gno di croce; » Ti ricorda, o uomo,
che sei polvere, e in polvere ri-
tornerai ; Memento, homo, quia pul-
vis es , et in pulverem reverterisj
potendosi ripetere con Geremia :
» terra già fosti, di tema vivi, e di
'> terra hai da tornare. " V. V eru-
dito Sarnelli, tomo IV, pag. 4»^ »
Lettera XXIV, Perchè dicendo il
sacerdote : Memento, homo, quia pid-
vis es etCy impone la cenere, non
la polvere j Georg. Alb. Hagendorn
Simonidis ad Pausaniaiii sapiens
dictum, Memento te hominem esse
{exAeliani Var. Hist. lib. IX. e.
4i delineatum) Altd. i6io; Mich.
Alberti , Dissertatio famigeratum
Lemma: Memento mori comnien-
dans, Halae Magd. l'J'^'J ; ed An-
gelo Rocca, linde c'meres super ca-
put spargendi usus origineni tra-
hat , et quid sibi velit ? in tomo I.
Opp. pag. 217.
Per la stessa ragione anticamen-
te, comesi avverte nell'Ordine XII,
p. 175, il Cardinal vescovo più an-
ziano nel dar le ceneri al Papa
feria IV in capite quadra gesimae,
gliela imponeva dicendo anche ad
esso la formula: Memento, homo
etc, che s' incominciò a tralasciare
sotto Urbano VI, eletto nell' anno
1378, come si rileva dall' Ordine
XV di Pietro Amelio pag. ^61.
Laonde anche oggidì si spargono
dal Cardinal penitenziere maggiore
le ceneri sul capo del Pontefice sen-
za dire quelle parole. Monsignor
Antonelli nella dottissima lettera al
r8
CEN
Cardinal Gentili, Dissertalo de rf-
Xu inspcrgendi Cineris feria //-^ ,
in capile jejunii, inserita fra gli
opuscoli annessi al Vetits Missale
Roiiianuin Monaslicum Laleranen-
se, Clini notis etc.y pubblicato in
Roma, nell'anno 1754, dal gesui-
ta Manoele di Azevedo, cercando
la ragione, che potè muovere i
maestri delle cerimonie a trala-
sciare una simile formula, consid(tra
che questo spargimento di ceneri
colla recitata formula, è un venerabile
avanzo del rito, che nel mercoledì
delle ceneri si praticava co' pubblici
penitenti, a' quali si davano in tal
giorno le ceneri sulla fronte, pro-
ferendo quelle parole atte a ricor-
dare la nostra mortalità, e ad umi-
liarci salutarmente con questa me-
moria. Ed essendo la pubblica pe-
nitenza, da cui questa cerimonia è
a noi pervenuta, una specie di ec-
clesiastico giudizio, al quale soggia-
cer non deve il Romano Pontefice,
fu risoluto che bastasse col fatto ,
cioè col solo spargimento delle ce-
neri sulla chierica, rammentargli la
mortai sua condizione, senza eseroi-
tare sopra lui queir ombra di giu-
risdizione ecclesiastica, alla quale il
capo della Chiesa non è per alcun
modo soggetto.
In qual maniera si faccia tal ce-
nmonia, e come il Papa benedica,
e distribuisca le ceneri, si descrive
al § X, ed al numero rispettivo
dell' articolo Cappelle Pontificie. Su
questo proposito il Cancellieri nella
Lettera filosofico-morale sopra la
voce sparsa di sua morte, a pag.
27 , riporta due curiosi aneddoti.
Racconta pertanto, che la formula
MemenlO) homo etc, fu variata nel
darsi le ceneri a Porchette Spinola,
arcivescovo di Genova da Bonifacio
Vili ; e che questa stessa formula
CEN
un' altra volta fu per essere cam-
biata dal Cardinal di Jura, Raimon-
do Perauld ,il quale nel dar le ceneri
a Giulio II, fu avvertito di tacere
il Memento homo, secondo il ceri-
moniale.
Ma della benedizione delle cene-
ri , che si fa nelle chiese prin-
cipali, e minori prima della messa
solenne da quello, che poi deve ce-
lebrarla, con paramenti violacei, e
della loro distribuzione, trattano le
opere liturgiche. Si deve avvertire
poi, che se oltre il celebrante non
vi sia altro sacerdote, egli genufles-
so innanzi all'altare se le imporrà
da per sé sopra il capo nulla di-
cendo : Quasi cineres a Deo im-
mediate accipiat, cui onine geaujle-
ctitur, et etiani quia genuflexio prae-
sefert humilitatem, guae memoriam
mortis per cineres repraescntat. Co-
me pure col Gavanlo , parte 4?
titolo 6, è da sapersi che le cene-
ri alle femmine si danno dopo gli
uomini, e non si pongono loro so-
pra i veli, ma sopra i capelli, affin-
chè non si perdano, f^. Acqua Be-
jftnETTA, ove si dice, che essa me-
scolata colla cenere e col vino, ser-
ve pel rito della consaci'azione dogli
altari.
CENNINI Francesco, Cardinale.
Francesco Cennini nobile sanese, ma
nato a Sartiano, nel 1 566, perito
nei canoni, fu vicario generale del
vescovo di Chiusi. Pervenuto a Ro-
ma, dopo alcune vicende, fu alla
corte del Cardinal Bernerio udito-
re, e nell'anno 1612, divenuto
uditore del Cardinale Borghese ,
fu poi eletto vescovo di Amelia.
Ebbe la carica di sigillatore della
penitenzieria secreta ; venne ascritto
ai prelati di consulta, e del buon-
governo, e gli fu affidata l' azienda
del sagro palazzo, e della casa Bor-
CEN
ghese. Per olio anni sostenne gravissi-
me fatiche, ebbe poi il titolo di pa-
triarca gerosolimitano, ed inviato
nunzio alla corte di Spagna, ii Cardi-
nal Borghese gli scrisse, che si ac-
corgeva della sua assenza, benché
le sue cariche fossero distribuite a
nove prelati. Gralissimo a Filippo III,
e alla corte di Madrid, ottenne quanto
richiese, fino il G randalo , pel prin-
cipe di Sulmona, dìiricilissima gra-
zia ad ottenersi per piti rispetti.
In questa occasione Paolo V, a' 1 1
gennaio del 1621, lo creò Cardi-
nal prete assente di s. Marcello. Ri-
tornato in Roma, supplicò Gregorio
XV a provvederlo di qualche en-
trata, perchè era povero. Urbano
"Vili, nel 1623, gli conferì la lega-
zion di Ferrara, e il vescovato di
Faenza, poi lo mandò all'ultimo duca
di Urbino, a tenerlo devoto alla Chie-
sa, nei quali impegni riuscì a me-
raviglia. Dopo quattro lustri, rinun-
ziò ad Urbano Ylll il vescovato,
nel i643j e lasciato il primo titolo,
ricevette nel i645, da Innocenzo
X, il vescovato di Porto, e la pre-
fettura della congregazione del con-
cilio ; dipoi passò in castello di Sie-
na , e dopo i conclavi di Urbano
YIII, e d' Innocenzo X, morì a
Roma, nel i645, di settantanove
anni, e ventiquattro di Cardinalato.
Fu sepolto nella cappella Paolina
della basilica liberiana a pie del suo
benefattore Paolo V. Nella chiesa
di s. Marcello gli eressero i nipoti
magnifico mausoleo con la statua
di luì.
CENOBIO [Coenohium). Luogo
dove si vive in comune, convento
o monistero dr religiosi. Quindi gli
scrittori ecclesiastici formarono i vo-
caboli di Cenohiarca; superiore del
cenobio, massime parlandosi degli
antichi teuobili. La voce Cenobita^
CEN 79
che significa religioso, il quale vive
in comunità nel cenobio sotto una
regola comune, si compone da Koi'
nos, comune, e da bios, vita.
Alcuni riferiscono al tempo degli
apostoli r istituzione della vita co-
mune dei primi fedeli di Gerusalem-
me, e l'origine de'cenobiti. Per altro
a s. Pacomio, che viveva nei pri-
mordi del IV secolo, si attribuisce
l'avere pel primo scritto una regola
monastica, come s. Antonio si può
ritenere pel primo fondatore de'mo-
nisteri. Nel codice Teodosiano i ce-
nobiti sono chiamati Synoditce, pa-
rola, che significa persone, le quali
vanno per una medesima strada.
L'abbate della Trappa Rancè com»
pose un trattato sui Doveri della
vita connine, o monastica.
CENOTAFIO. Sepolcro, o mo-
numento vuoto innalzato in onore
di un morto, altrove defunto: Mo-
nmnenlum vacuuni cadavere, tnmu'
liis inanis, ut appellai Firgllitis, III
jEneid. v. 3o4, vel Honorarius,
ut Sveton. in Claud. cap. i, ad
memoriam alicufus, qui alibi sepul-
lus sit, colendant. V. Forcellini,
Lexicon tolius latinilatis toro. I,
pag. 42i;Morcelli, De Stylo Inscrip.
Latinar. 1781, pag. 121, 34o, 344»
376, 4' 3, tom. Ili, Patavii 1822;
Inscript. Comment. siibjectis , Ro-
mse 1783, V. pag, 124, et Pata-
vii 1823, tom. IV.
Ne' tempi antichi s' innalzava un
cenotafio , o sepolcro vuoto alla
memoria de'defunli illustri, dei quali
non si aveano potuto raccoglieie gli
avanzi, o perchè erano naufragati,
ovvero periti nelle battaglie. Quindi
si ha, che nei sacrifizi pubblici chia-
mati inferice, si spandeva su quella
tomba del vino, del miele, del latte,
dell'incenso, ed anche fiori soliti por-
tarsi nelle funebri cerimonie. Abbia-
8o CEN
Ilio dal Cardinal Enrico Noris alcune
Dissertazioni sui Cenolafì, e da
Francesco Cancellieri, Cenotaphiuni
Leonardi Anlonelli Cardinalis etc,
PisfiLiri, 1825. K. Sepolcri.
CENSI APPARTENENTI ALLA SaNTA
Sede. Qiiesli sono i tributi feudali,
i canoni, e i vassallaggi di tutte le
terre soggette al sovrano dominio
della Chiesa romana, che si soddis-
fanno niella vigilia della festa de' ss.
Pietro e Paolo, nella camera detta
dei tributi nel palazzo apostolico
valicano, al tribunale della reveren-
da Camera Apostolica [Vedi), pre-
sieduto dal Cardinal camerlengo di
santa romana Chiesa [Fedi), secon-
do il registro contenuto nel Liber
Censiutni, che autenticato da due
segretari, e cancellieri della stessa
camera, si pubblica colle stampe ogni
anno. I censi, canoni, e tributi spet-
tanti alla Sede apostolica, che non
sono validi se non sieno stipulati
con pubblico istrumento , qualora
non vengano soddisfatti nel suddet-
to giorno, o nella mattina della fe-
sta, si devolvono interamente al fi-
sco apostolico, il perchè viene pre-
cedentemente ogni anno dallo stes-
so Cardinal camerlengo pubblicalo
un analogo v'ditto, come il sovrano
Pontefice jiel recarsi al vespero pon-
tificale, e nella seguente mattina
alla messa pontificale, dopo di es-
sa , riceve le citazioni formali di
monsignor procuratore fiscale , e
])rotosta solennemente sui censi e
tributi non soddisfatti, di che trat-
tammo al § X dell' articolo Cap-
l'ELLE Pontificie, ai numeri,, che de-
scrivono il vespero, e la messa pon-
tificale per la festività dei principi
degli apostoli. F. la costituzione di
Gregorio XllI, ad Romani Poiilifi-
ris, emanala il primo giugno 1^80,
sul pagamento de' censi , tanoiii ed
CEN
altri diritti della reverenda camera
apostolica, nella camera de' tributi
al Vaticano; e l'indice alfabetico
semi-analitico della Raccolta delle
Leggi pontificie^ che in Roma si
pubblica dalla tipografia camerale,
alle voci Censi Canieralij e Ca-
noni Camerali, ove pure si trova
la disposizione sui canoni iscritfi, ed
alienati dal regime francese, la for-
ma e conseguenza del pagamento
de' canoni nella camera de' tributi ;
e la vendita dei canoni camerali
ordinata da Gregorio XVI regnan-
te, per supplire alle urgenze dello
stato. V. inoltre gli articoli Sovra-
nità' de' Romani Pontefici , e stati
tributari DELLA SaNTA SeDE.
Tre poi sono i principali , e più
antichi collettori delle memorie dei
censi della romana Chiesa, cioè il
Cardinal Deusdedit, Benedetto cano-
nico di s. Pietro, e Cencio Camer-
lengo. Del primo, che fu creato
Cardinale dell' ordine de' preti del
titolo Jposlolorum in Eudoxia da
s. Gregorio VII, trattano a lungo i
fratelli Ballerini. La sua opera con-
tiene una raccolla di canoni ripar-
titi in quattro libri, che il Deusde-
dit indirizzò a Vittore III. 11 se-
condo. Benedetto canonico di s. Pie-
tro in Vaticano, compose un libro
col titolo di Polypticus , e da altri
chiamato Politucus ^ e Pollicitns ,
che indirizzò al Cardinal Guidoni
Papareschi, il quale fu poi nel i i3o
Papa Innocenzo II, da molti confu-
so con Guido de Castello , che gli
successe col nome di Celestino li.
In detto libro egli inserì quell'Or-
dine romano, che il Mabillon die-
de alla luce nel Mas. Ital. toni. II,
pag. 118, col nome di Benedetto
canonico di s. Pietro, insieme ad
altre cose appartenenti alla S. Sede.
Tra queste vi era un indice, come
CEN CEN Hi
fa ampia fede Albino di Gaetaj per de' registri degli antichi Pontefici ,
averlo dalle opere di Benedetto in- non che da quelli a lui vicini, e da
serito nella sua raccolta, che ha per alcuni altri libri e memoriali au-
titolo: " Incipiunt eijcerpta polytici tentici, aggiungendovi similmente i
» a presbytero Benedicto compositi censi fatti a tempo suo, e dando
>i de ordinibus romanis et digni- cosi egli l'esempio a' suoi successori
« tatibus urbis et sacri palatii." Al- di fare altrettanto a vantaggio della
bino fiori in B.oma nel pontificato Romana Chiesa. P^. Cencio Camera-
di Lucio III , ed il suo scritto si rio, Liber censmmi Romance Eccle-
conserva nella biblioteca vaticana sice secundum antiquorum pp. re-
tra i codici Ottoboniani num. SoSy. gesta j et memorabilia an. 1192,
Questo è il codice donde l' abbate Exst. in tomo V. Antiq. Hist. med.
Cencio diede alla luce il libro Pro- nevi, fol. 852, go8 ; Lodovico Mu-
vìnciale, ed un breve registro dei ratori. Dissertano de censibus ac.
censi, ma non già quell' indice, che redditibus olim ad Ecclesiam Ro-
è inserito tra gli excerpta. Dopo i manam spectantibus. Exst. in t. V.
suddetti collettori dei diritti della med. aevi, fol. 79^ e 852. A bene
Sede apostolica, viene Cencio Ca- intendere questo punto storico, gio-
merlengo, che è il terzo, ed è an- vera leggere tanto l'articolo XXIII
che il più noto, e famoso per es- quanto il XXXV del Giornale dei
sere stalo assunto al pontificato nel letterati di Roma dell' anno 1 75 r ,
1216 col nome di Onorio 111, co- ove restano appianate diverse diffi-
nosciuto anco sotto quello di Cencio colta critiche intorno l'antichità, ed
Savelli Camerario. Egli fu, che dai estensione del dominio temporale
vecchi registri dei censi ne formò uno del Sommo Pontefice. Dei censi , o
nuovo, ma con metodo migliore, tributi di cacciagione, ed altri ani-
avendolo distribuito per modo, che mali, dovuti alla Santa Sede, si
spazio vi rimanesse per aggiungervi parla all'articolo Caccia.
quei censi, i quali si sarebbero ac- Di certo Zaccaria, maestro del
cresciuti usque ad exilum mundi Censo di Roma, fa menìiione il
alla Chiesa romana. Da ciò si ap- Galletti, Del Primicero, pag. 182,
prende il perchè in alcune copie di in una caria sublacense dell' 822
Cencio, come in quella stampata dal riguardante Trasmondo secondicero
Muratori, Diss. 69 Antiquit. Italie., della Santa Sede. Egli però opina ,
si trovino trascritti documenti , e che il maestro del Censo di Roma,
memorie con date a Cencio di mol- fosse uffizio secolaresco , consistente
ti anni posteriori. Di lui ecco come nel tener conto di quei censi o tri-
si esprime il Rinaldi all'anno 11 92 buti , che dovevano i romani di
num. 28 e 29. In questo anno Cen- quei tempi contribuire alla cassa
ciò canonico di s. Maria Maggiore, del comune della città . Aggiun-
camerlengo del Papa, per provvede- gè , che Zaccaria ei'a cartulario ,
re alle cose temporali della Chiesa cioè archivista dello stesso comune,
romana, cominciò \m opera molto e che certo Anastasio , sottoscritto
utile, mettendo in ilota i censi, che in altra carta sublacense dell' anno
le si pagavano, raccolti, come egli 85o, consul et magister Censi ur-
dice nella prefazione , per lui dai bis Romae, non avea che fare nel
tomi nominati carticinii, dai volumi ministero della Chiesa.
VOT.. XI. 6
S:
CEN
Vuoisi ciò qui avvertire perchè
nel commentare il citato Muratori
il titolo di Cencio camerlengo, che
egli pubblicò, ove si legge composi-
tus se.cunduni antiquorum patrum
regesta^ soggiunse malamente : Ex
lìs fuit, ut opinar 3 Anastasius in
Dei nomine consul et magister cen-
si urbis Romae. Dappoiché il ca-
merlengo delia Sede apostolica te-
nea conto de' censi, ch'erano dovuti
alla medesima , siccome altro seco-
lare soggetto sopraintendeva alla ri-
scossione di quei censi, che si do-
vevano al pubblico . Ora il Cardi-
nal camerlengo col suaccennato edit-
to, ogni anno invita ciascun inve-
stito o enfiteuta a-eomparire per-
sonalmente, o mediante legittimo
procuratore deputato, per la festa
de' ss. Pietro e Paolo nella camera
de' tributi, decentemente vestiti, per
prestare il dovuto omaggio , e pa-
gare nella medesima il tributo, cen-
so, livello, canone, risposta o altro
dovuto alla rev. camera apostolica
in ricognizione del supremo e di-
retto dominio di quali sieno feudi,
tenute, ville, casali, laghi, selve,
proprietà , beni , offizi , esenzioni ,
immunità, privative, ed altri qual-
sivogliano beni , che si ritenessero
in feudo, censo, enfiteusi, vicariato ,
governo, ovvero sotto qualunque
altro titolo, giusta le leggi delle in-
vestiture, e concessioni. Sui censi
spettanti alla Santa Sede va ezian-
dio consultato il dottissimo Stefano
Borgia, poi Cardinale, nelle sue ope-
re: Memorie istoriche del dominio
temporale della Sede Apostolica nel-
le due Sicilie j Difesa del dominio
temporale della Sede Apostolica
nelle due Sicilie. V. inoltre gli artico-
li CniJfEA, o cExso che prcsentavasi
al l'apa in tributo per detto regno,
e I'atrimonio della Santa Sede.
CEN
CENSURE Ecclesiastiche. Pene
spirituali inflitte dalla Chiesa a co-
loro, che non ubbidiscono alle sue
Ic^gi ; perocché avendo essa 1' auto-
rità legislativa, ha ancora la puni-
tiva. Queste pene sono di dillerenti
specie, come lo sono le assoluzioni
dalle censure. Ma essendo questa
materia dei canonisti, ci limiteremo
a citare gli articoli seguenti, ove si
parla delle censure ecclesiastiche :
Assoluzione dalle cej^sure. Inter-
detti, Monitori, Scismi, Scomuniche
ed altri relativi. V. il trattato stam-
pato in Roma nel i ySS, Della nul-
lità delle assoluzioni ne' casi riser-
vali al Sommo Pontefice.
CENTENARIA. Sede vescovile di
Numidia nell' Africa occidentale, sot-
toposta a Cirta Julia, il cui vescovo
Cresconio , a cagione d'infermità,
non si potè recare alla conferenza
di Cartagine. Coli. Cart. et Concil.
Milevit.
CENTINI Felice, Cardinale. Fe-
lice Cenlini nacque in Ascoli da po-
veri genitori nel 1570, e si rese chia-
rissimo per iscienza, e castigati co-
stumi. Professata la regola dei mi-
nori conventuali, fu rettore del col-
legio di s. Bonaventura , e procura-
tor generale del suo Ordine; quin-
di consul tor del s. offizio , ove si
procacciò tanta gloria che Paolo V,
ai 17 agosto del 16 r i, lo creò Car-
dinal prete di s. Girolamo degli
Schiavoni, e vescovo di Mileto ; quin-
di nel 161 3 passò al vescovato di
Macerata , ove "eresse il seminario ;
ed ottenne ai canonici l' uso della
cappa magna. In appresso ebbe da
Urbano VIII, nel i633, il vesco-
vato di Sabina, e dopo i conclavi
di Gregorio XV, e dello stesso Ur-
bano, mori a Macerata nel i64i
di settantuno anni, e trenta di Cardi-
nalato, e fu sepolto nella chiesa di
I
CEO
s. Francesco . Sel)bene Innocente,
mori pieno di rammarico , provato
per la dcca]>itazione del nipote Gia-
cinto Cenlini, il quale avea con al-
tri cospiralo conti-o la sacra perso-
na di Urbano VITI, colla speranza
che gli succedesse lo zio nel pon-
tificato.
CENTURIA {Centtmen.). Sede
vescovile in partibiis , nella provin-
cia di Numidia nell' Africa occiden-
tale , sottoposta alla metropoli di
Girla Julia o Citra [F'edi), della
quale abbiamo che il suo vescovo,
chiamato Qiiod viilt Deus , fu pre-
sente alla conferenza di Cartagine ,
e dal concilio di Milevi , dell' anno
4o2 , si proibì di comunicare col
medesimo vescovo finché non fosse
stato giudicato il di lui affare, non
avendo voluto riconoscere i vescovi
per giudici.
CÈNTURIO. Sede vescovile di
Numidia nell'Africa occidentale, sot-
to Cirta Julia. I suoi vescovi Gen-
naro e Nabor intervennero, il pri-
mo alla conferenza di Cartagine, il
secondo al concilio di Cirta. Optai.
lib. 2.
CEOLFRIDO (s.). Nacque in Ber-
nicia, e fu parente di s. Benedetto
Biscop , che aiutò non poco nella
fondazione del monistero di s. Pie-
tro di Wirmouth, nella diocesi di
Durham , fabbricato nel 674. La
vita di lui fu una continua peni-
lenza. Fu capo per sette anni del
monistero di s. J'aolo di Jarrow ,
ed in progresso di tempo anche di
quello di Wirmouth . Scrive Beda
ch'egli si mostrava distinto per gran-
de virtù e sapere, ed arricchì quei
due raonisteri di ottime biblioteche.
A Naitone, re dei Pitti, che lo do-
mandava, in qual tempo si dovesse
celebrare la Pasqua, e quale fosse
la forma della tonsura, rispose, che
CEP 83
era necessario seguire la pratica
della Chiesa romana. Affievolito dal-
la età e dalle fatiche, ottenne, mal
grado ai suoi religiosi , di cessare
dall'uffizio di superiore, e deside-
roso di visitare ancora una volta
prima di morire i sepolcri degli apo-
stoli, come avea fatto molto tempo
innanzi unitamente a s. Benedetto
Biscop, partì per Roma, ma si in-
fermò a Langres , traversando la
Francia, ed ivi morì a' dì 25 set-
tembre dell'anno 716, nella età di
scttantaqunttro anni.
CEPHAE, o NEOCEPHAE. Se-
de vescovile di Mesopotamia , nel
patriarcato di Antiochia, eretta nel
sesto secolo, e sottoposta alla me-
tropoli di Amido. Noè suo vescovo
si recò al concilio generale di Cal-
cedonia, e il sottoscrisse.
CEPRANO, o CEPERANO, ed
anco CiPERANO. Terra e capoluogo
di governo della delegazione di Fro-
sinone nello stato Pontificio , resi-
denza del sopraintendente delle do-
gane di tutta la provincia di Ma-
rittima e Campagna. Giace sulla de-
stra riva del Liri al confine del re-
gno di Napoli, e comprende sotto
di sé le comuni di Falvaterra , di
Pofi, e di Strangolagalli. Le antiche
iscrizioni, e gli avanzi di alcuni mo-
numenti per testimonianza di gravi
scrittori, sono documenti di remota
celebrità , riconoscendovi nella sua
area la famosa Fragella o Flagella
città de' volsci , distrutta dai roma-
ni, che altri opinano essere stata ove
ora sorge Pontecorvo. Si vedono
ancora gli avanzi di un superbo
ponte, che fu restaurato dall'impe-
ratore Antonino Pio. La ricostruzio-
ne del ponte sul Liri si deve alla
munificenza di Paolo V, ed alla pe-
rizia architettonica del cepranese A-
lossandio Bernardi, premialo dal Pa-
84 CEP
pa coli" Ordine e titolo di cavaliere
di Cristo.
Ne' fasti ecclesiastici Ceprano non
manca di antiche e rispettabili me-
morie, d'illustri chiese e monisteri,
ed è sotto la diocesi di Veroli. Ce-
lebre fra le altre fu la chiesa di s.
Paterno o Paterniano , dove fu ce-
lebrato il rinomato concilio, di cui
poi parleremo. A questa era annesso
un monistero, ossia collegio di ca-
nonici eretto avanti il secolo XII ,
il cui capo chiamavasi collo specio-
so nome di Arcicanonico , nome di
cui al voi. VII pag. 2/^5, facemmo
pur menzione, come applicato ad un
arcicanonico della canonica di s. Gio-
vanni a. porta latina. In progresso
di tempo, essendo cessato quel con-
vitto canonicale di s. Paterniano,
verso l'anno iiyS Alessandro III
ne affidò la chiesa e il monistero
ai cavalieri templari , il cui Ordine
fu poi soppresso da Clemente V.
Altii due monisteri di canonici pre-
sieduti da due abbati, erano addetti
alle due chiese di s, Nicolò, e di s.
Magno. La chiesa collegiata e par-
rocchiale di s. Maria Maggiore ha
puie il vanto di vma singolare an-
tichità, e di essere una delle pri-
marie della provincia sì per l' ar-
chitettura, s"i per l'ampiezza, sì pel
corpo dell'inglese s. Arduino, che
ivi si venera per essere morto in
Ceprano nel secolo VII : il perchè
si tiene dai cepranesi per loro prin-
cipale patrono, come s. Rocco n' è
compatrono. Il regnante Gregorio
XVI, colla bolla In eminenti opo-
siolicae dignitalis solio, quarto nO'
nas mail i84i, ha ripiistinafo in
detta chiesa matiice di s. Maria
Maggiore la collegiata, decorandola
delle dignità dell'arciprete, del pri-
micerio, cui è annessa la cura di
anime anco della chiesa di s. Roc-
CEP
co , oltre otto canonici , a due dei
quali conferì gli offici di penitenzie-
re e di teologo. Tanto al primice-
rio, che ai canonici, il Pontefice be-
nignamente concesse il distintivo d'in-
dossare il rocchetto e la mozzelta
di saia paonazza, colle asole e bot-
toni di seta cremisi, ed all' arcipre-
te la mozzetta di seta eaualmenlo
di colore paonazzo. Dodici poi sono
i sodalizi di Ceprano. Primeggiano
per numero e pregi quelli di s. Ar-
duino, e di s. Rocco , e tra le al-
tre cinque chiese di Ceprano, quel-
la di s. Francesco fu fondata dal
medesimo santo verso l'anno 12 io.
In oltre vi sono scuole elementari per
l'istruzione, ed un buon ospedale.
Al settimo secolo rimontano le
memorie di Ceprano riguardanti i
Pontefici, riferite dal Muratori nel
tomo V delle Antichità italiane.
Passò Ceprano sotto il dominio del-
la santa Sede colle città della Cam-
pania nel pontificalo di s. Gregorio
II verso l'anno ySo, come attesla-
no r Orsi , e il Borghi ; e soltanto
brevi furono gl'intervalli cui per
l'invasione straniera, suo malgrado,
dovette talora soggiacere nelle vi-
cende di guerra. Dal citato Borgia,
Storia del dominio temporale della
santa Sede nelle due Sicilie p. 117,
e i35, nonché dalla Cronica di
Romualdo Salernitano , inserita nel
tomo V degli Scriptor. rer. Italie.
di Muratori , si ha che il principe
normanno Roberto Guiscardo, in
Ceprano nel mese di giugno 1080
domandò perdono al sovrano Pon-
tefice s. Gregorio VII, per aver po-
sto l'assedio a Benevento ; ed il Pa-
pa non solo lo rimise nella sua
grazia e favore, ma gli concesse
nuova investitura della Puglia, Ca-
labria e Sicilia, ef gli diede il ves-
sillo di s. Pietro.
I
CEP
Quindi, nell'anno iii4j '^ Pon-
tefice Pasquale II, nel mese di ot-
tobre nella chiesa di s. Paterniano
in Ceprano , celebrò un concilio ,
cui intervennero molti Cardinali ,
arcivescovi, vescovi ed abbati, oltre
Guglielmo duca di Puglia, e Rober-
to principe di Capua. In questo
concilio fu reintegrato della sua se-
de l'arcivescovo di Cosenza, che da
Pioggiero conte di Sicilia era stato
costretto ad abbandonarla, ed a pi-
gliare l'abito di monaco a Monte
Cassino ; laonde col consenso del-
l'abbate di quel monistero, lo de-
pose a pie di s. Gregorio VII , il
quale confermò a Guglielmo la Pu-
glia, e vi aggiunse la Calabria, col-
le rispettive insegne. Nel concilio
stesso fu deposto Landolfo arcive-
scovo di Benevento per affari pu-
ramente temporali, o, secondo altri,
per aver attentato contro la ponti-
fìcia autorità, per cui non essendosi
potuto giustificare, fuggì a Monte-
cassino, siccome racconta Pieti'o Dia-
cono, Chron. Cassiti, lib. IV cap.
5i. V. l'annalista Baronie all'anno
iii4} il Labbé t. X, l'Arduino
t. VI , et Collecdo Con. Regia^ t.
XXVI.
In Ceprano, nell'anno 1 1 44» segui
l'abboccamento tra il Papa Lucio II,
e Roggero re di Sicilia, allora quan-
do si tentò di ristabilire tra essi la
pace. Dipoi nel 1273 essendo stato
eletto Pontefice il b. Gregorio X,
mentre si trovava in Soria, nel re-
carsi a Roma, per Brindisi e per
Capua giunse a Ceprano, dove fu
incontrato dai Cardinali , e da una
ambasceria de' romani, che lo sup-
plicarono a recarsi in Roma.
Lungo poi sarebbe narrare i fatti
di guerra, eh' ebbei'o luogo presso
Ceprano a cagione della sua forte
t'd importante posizione, frontiera
CEP
85
dello stato pontificio, e napoletano.
Memoranda fu la battaglia seguita
nel 1265, presso le sue mura, tra
Carlo di Angiò re di Sicilia, e Man-
fredi tiranno di essa, che vi per-
dette regno e vita, dopo la defezio-
ne dei pugliesi. Che in Ceprano vi
fosse una rocca con castellano, lo
riporta il Marini, Archiatri tom. I ,
pag. 166, il quale dice che a' tempi
di Pio II, era castellano della rocca
di Ceprano certo Pietro Paolo de
Galerani, forse parente dell'archiatro
pontificio. Aggiungiamo, che quando
Giulio II tolse a Cesare Borgia duca
Valentino la provincia di Campagna,
fortificò Ceprano con un recinto di
mura, e pose il suo castello in istato
di validissima difesa. Poscia Clemen-
te VII, con breve de' 18 febbraio
1 53 1 , ristorò i cepranesi dei danni
soffeiti nelle vicende della guerra
con Carlo V, premiando la loro co-
stante fedeltà, colla conferma ed
ampliazione de' municipali loro pri-
vilegi. Nel medesimo anno, a cagio-
ne di distinzione, venne dichiarato
governatore perpetuo di Ceprano,
Pietro Cardinale anconitano vescovo
di Sabina; onorificenza, che godette
Ceprano per vari anni, dappoiché
vanta per altri suoi governatori i
Cardinali Alfonso Petrucci , Marino
Grimani, Francesco di Burgos, e
Vitellozzo Vitellozzi.
Finalmente onorarono Ceprano
diversi suoi individui colle virtù ,
colla scienza , e col disimpegno di
ragguardevoli cariche. Secondo il
Vitaliani, capo VI, pag. 60, il Pon-
tefice Onorio I, eletto l'anno 6i5 ,
il cui padre Petronio era conte
della Campagna di Roma e di Ce-
prano , nacque in questo luogo.
Certo è, che la sua arma si vede
sopra una delle due antichissime
torri di Ceprano, dove possedeva un
86 CER
fondo. Oltracciò quattro cepranesi
divennero vescovi, uno de'quali ap-
partenne alla nobile famiglia Fer-
rari, la quale da ultimo ebbe mon-
signor Pio decano de' chierici di
camera. V. Antonio Vitaliani, Me-
morie di s. Arduino i645j // Ce-
prano ra\>vivato nel Lazio^ Roma
i653, pel Moneta, opera da pochi
posseduta.
CERA (della) Cardinale. V. Pe-
EEiRA Giuseppe.
CER AMO ( Ceramen.). Città ve-
scovile in partibus dell'Asia minore,
sulla costa della Doride, nella pro-
vincia di Caria, la cui erezione
rimonta al secolo V. Prima era
sottoposta alla giurisdizione ecclesia-
stica di Afrodisiade, poi della me-
tropoli di Stauropoli, situata preci-
samente alla metà del golfo chiamato
Ceramico. Leone XII, nel concistoro
de' i5 dicembre 1828, dichiarò ve-
scovo ceramense, per morte di Gio-
vanni Davoast, l'americano d. Em-
manuele Vienna, di s. Giacomo del
Chili , ed il regnante Pontefice Gre-
gorio XVI, agli II settembre 1887,
nominò a questa sede monsignor
Andrea Carrutheres, vicario aposto-
lico del distretto orientale di Scozia.
CERAMUNUM, CERAMUSSA, o
CERAMUNA. Sede episcopale del-
l'Africa nella Numidia, il cui vescovo
Severiano trovossi presente alla con-
ferenza di Cartagine.
CERASA o CERASE. Sede ve-
scovile nella provincia di Lidia, dio-
cesi di Asia, eretta nel V secolo,
sotto la metropoli di Sardes, quindi
della metropoli di Filadelfia.
CERASUS [Chirisonda). Sede epi-
scopale del Ponto Polemoniaco, eret-
ta nel V secolo, sotto la metropo-
litana di Ncocesarca, nel secolo IX
elevata al grado arcivescovile.
CERAUNIA(Cm««). Città vcsco-
CER
vile dell' isola di Cipro, nella diocesi
di Antiochia, la cui erezione rimonta
al IV secolo. Prima fu soggetta alla
metropoli di Salamina , poscia a
quella di Nicosia.
CERA UNO (s.), di nazione fran-
cese, fioriva sul cominciare del V
secolo. Poiché ebbe venduto ogni
suo avere, e ne distribu\ il prezzo
ai poveri, si dedicò al servizio di
Dio nella solitudine, che abbandonò
in progresso di tempo per assumere
il ministero della predicazione del-
la divina parola . Percorse varie
Provincie delle Gallie , e riportò
da per tutto grandi frutti in van-
taggio delle anime. Viaggiava alla
volta di Parigi con alcuni suoi com-
pagni, che lo aiutavano nell'aposto-
lato, quando fu colto da'masnadieri ;
egli consigliò i suoi amici a nascon-
dersi , pili curante della vita altrui
che della propria, e privo cos\ di
soccorso, peri per le mani di quegli
scellerati, vero martire di carità. 11
suo corpo, raccolto dai compagni, fu
sepolto vicino a Chartres sopra una
altura, che fu per ciò detta monta-
gna santa.
CERA UNO ( s. ) , fu successore a
Simplicio nella sede episcopale di
Parigi. Si rese altamente commen-
devole per la pietà, per lo zelo, e
per la carità verso i poveri. Devo-
tissimo com' egli era dei santi mar-
tiri, divisò raccoglierne gli atti. Nella
lettera, che a lui scriveva Varnario,
chierico di Langres , accompagnan-
dogli gli atti di s. Desiderio, vescovo
di (juella città e dei ss. Spensippo,
Elensippo e Melensippo, si hanno i
più chiari elogi delle virtù del santo
pastore. Sotto l' episcopato di s. Cc-
rauno fu tenuto il quinto concilio
di Parigi nella chiesa degli Apostoli,
che presentemente è intitolata a s,
Genovelh. Egli morì per certo pri-
CER
ma del 61 5 , poiché al concilio di
Reims celebrato in quell'anno, assi-
stette Lendeberto, suo successore.
La memoria di lui è onorata a Pa-
rigi il giorno 28 di settembre.
CERBALITA. Sede episcopale di
Africa, di cui ignorasi la provincia.
Il suo vescovo Costanzo nell' anno
525 sottoscrisse al concilio di Car-
tagine,
CERCA, e CERCANTI. Stabilita
dal Sommo Pontefice Urbano II,
nel concilio di Clermont nel 1095,
la prima crociata o guerra santa,
vi fu un gran numero di Cer-
canti autorizzali dal Papa, e dai
vescovi per pubblicare ovunque le
indulgenze, e ad un tempo racco-
gliere l'elemosine dalla pietà di quei
fedeli, i quali impotenti di far parte
de'crociati, contribuissero invece con
largizioni pecuniarie, ovvero riedifi-
cassero i sagri templi, e gli ospe-
dali. Ma siccome in progresso di
tempo tali cercanti, o, per dir me-
glio, alcuni di essi, abusaiono del
loro ministero, vennero aboliti dal
concilio tridentino nella sessione XXI,
De reformat, capo V. Tuttavolta
coiy autorizzazione della santa Sede,
molti religiosi, massime i mendican-
ti, fanno la cerca raccogliendo limo-
sine pei conventi, i confrati la fanno
pei sodalizi o per qualche opera di
pietà, e i predicatori nelle chiese,
ove pure i vescovi permettono far-
sene alcuna in vantaggio della sa-
grestia, e pel mantenimento del di-
vin culto. Dura ancoi'a la questua
pei luoghi di Palestina, per la libe-
razione degli schiavi, carcerali ec.
Il Gararapi nelle sue Memorie pag.
46 ,j all'erma che si disse cercare
per girare e visitare, che cercare
dioecesim era la visita solenne fat-
ta dai vescovi di tutte le loro
chiese, e che Cerca o Circha si
CER 87
disse per la visita delle chiese di
Firenze nel giovedì e venerdì santo,
e in Roma alle basiliche de' santi
Apostoli per l'acquisto del giubileo.
CERDANO Antonio, Cardinale.
Antonio Cerdano nacque in Maiori-
ca, e dopo aver rinunziato la dignità
di canonico, professò nell'Ordine del-
la ss. Trinità della redenzione degli
schiavi . Chiarissimo filosofo, e da
Pio II appellato principe de' teologi,
ebbe le migliori dignità dell'Ordine,
poi Eugenio IV lo elesse a suo ca-
meriere, ed arcivescovo di Messina;
e Nicolò V, che avea studiato con
lui, e lo amava moltissimo, nel
i449) ^o passò al vescovato di Lc-
rida , e intorno a quel tempo Io
creò Cardinal prete di s. Grisogono,
e legato della Mai-Cii. Fu spedito
inoltre in Sicilia ad Alfonso re di
Aragona, ed alla repubblica fioren-
tina a conciliarvi la pace, ove do{X)
venti giorni gli venne sostituito il
Cardinal LeJcun. Senonchè nel i4'^9
dopo undici anni di Cardinalato,
morì a Roma santamente, e fu se-
polto nel vestibolo delia sagrestia,
presso la basilica vaticana.
CERDONIANI. Eretici discepoli
di Cerdone. Costui era siro di ori-
gine, e dapprima seguace di Simon
Mago , e di Saturnino. Ma in ap-
presso, conosciuta la insussistenza
del sistema de' loro errori, si separò
da essi, immaginando che l'origine
del bene e del male nella natura
si dovesse ascrivere a due contrari
principi!, il buono, ch'ei faceva au-
tore di tutto il bene , e così pure
della legge di grazia tutta spirante
indulgenza e misericordia , l' altro
cattivo, autore d' ogni male e della
legge mosaica, perchè più dura e
severa. Perciò bestemmiava che Ge-
sù Cristo, figlio del principio buono,
non avea assunto che un corpo om-
88 CER
bratile, e che i di lui patimenli
erano soltanto una cosa apparente,
che troppo crudele spettacolo sareb-
be stato pel buon principio, dicea,
se quelli veramente si fossero veri-
ficati sopra il corpo reale. E sic-
come insegnava che i corpi, cosa
troppo pesante allo spirito, erano
fattura del principio cattivo, così
negava la resurrezione di questi, e
la perpetua loro indivisibile unione
collo spirito. Prevenuto dal suo si-
stema, rigettava l'antico Testamen-
to, e del nuovo non ammettea che
il vangelo di s. Luca, e questo a
sua foggia mozzato. Cerdone, sotto
il pontificato d' Igino, insegnò i suoi
errori , ma non sempre pubblica-
mente. Scacciato dalla Chiesa, sem-
brò pentirsi; ma realmente non fece
che mascherare una troppo dannosa
ipocrisia, sotto della quale continuò
a spargere le sue massime fino a
tanto che di nuovo discacciato, mi-
seramente morì.
CEREMONIALE, Cerimoniale , e
CiRiMONiALE. Libro, dove è conte-
nuto r ordine , e sono registrate le
cerimonie, e i riti: Liber caeremo-
niaritm, rilualis, caeremoniarum co-
dex , ritualis liber. Trae origine
questo vocabolo dal nome latino
caeremonia, che significa culto este-
riore intorno alle cose attinenti a
religione. Si estende ancora il suo
significato a quegli atti di regola ,
che si fanno dai principi o magi-
strati nelle azioni pubbliche, e alle
dimostrazioni reciproche, che le per-
sone private si pi'aticano tra di loro
per onoranza. Nel dizionario fran-
cese delle origini, sotto il titolo di
Cerimoniale si accennano quelle de-
corazioni esteriori, atte a distinguei'c ,
ed a far riconoscere le persone co-
stituite in dignità, che si dicono sta-
bilite dalla più remota antichità. Gli
CER
stessi ebrei avevano molte leggi ce-
rimoniali, che furono poscia aboli-
te dalla predicazione del vangelo.
Il Pontefice Pio IV incaricò Ful-
vio della Cornia perugino, di rifoi*-
mare il Ceremoniale romano. Sisto
V nel 1587 istituì la congregazione
pei sagri riti e cerimonie, cui fra
le altre cose diede incumbenza d^ in-
vigilare sull'esatto adempimento dei
sagri riti, restituendo all'antico splen-
dore le cerimonie in disuso, e rifor-
mando, e migliorando il pontificale,
il rituale , e il ceremoniale, cui fe-
ce di nuovo stampare. Clemente
Vili ordinò fosse emendato, e pub-
blicato il cerimoniale dei vescovi ,
da alcuni dottissimi prelati, fra' qua-
li Luigi Torres poi Cardinale. Ta-
le ceremoniale venne ristampato an-
che per ordine di Innocenzo X, e
di Clemente XI, col titolo: Caere-
moniale Episcoporum Clementis Pa-
pae VIIIj Innocentu X, et Clcincnli
XI dicatuin.
Tuttavolta il Pontefice Benedetto
XIII, come quello che per cinquan-
ta anni avea esercitato l' uffizio di
vescovo, ed avea una profonda co-
gnizione delle cerimonie sagre , vol-
le che il cerimoniale de' vescovi
fosse ridotto nella forma degli an-
tichi originali, e perfettamente cor-
retto , siccome appuntino fu ese-
guito. Laonde colla costituzione Li-
cei alias, Bull. Roin. tom. XII, p.
192, prescrisse, che di quello solo
si servissero i vescovi per l' avve-
nire.
Nell'anno i74'> affinchè fosse os-
servato il precetto dell' Apostolo , il
quale intima a tutti di darsi a vi-
cenda r onore dovuto , Benedetto
XIV, mediante la costituzione Qtiod
apostolus, che emanò ai i5 mag-
gio, Bull. Maga. tom. XVI, p. 28,
prescrisse minutamente in undici c:.\-
CER
piteli, il cerimoniale di civiltà _, e
convenienza, che si doveva praticare
cogli arcivescovi, \escovi , presidi,
governatori , vice-legati dello stato
pontificio, e fra loro medesimi. Sul
cerimoniale poi delle lettere della
corte di Roma, va sopra tutti pie-
ferito Francesco Parisi, il quale con
un' opera in quattro volumi pubbli-
cata in Roma nel 1785, ed intito-
lata : Istruzioni per la gioventù im-
piegata nella segretaria^ ci dà ogni
nozione, e regola in argoménto, es-
sendo il più compito ed encomiato
cerimoniale epistolare. Sui Ceremo-
niali della Chiesa romana riformati,
o composti dai maestri delle ceri-
monie Pontificie, si può consultare
l'articolo Maestri delle Cerimonie
Pontificie.
CEREMONIE. La Ceremoniaèun
complesso di diverse azioni, forma-
lità, e maniere di agire, che servo-
no a rendere una cosa più magni-
fica e più solenne, e secondo la
Crusca , essa è vm culto esterio-
re intorno alle cose attinenti al-
la religione. Altri definisce questa
parola per un segno esteriore, od
un' esterna dimostrazione de' senti-
menti del cuore, secondo l'etimolo-
gia che deriva di car^ her il cuo-
re, e da monco j avvertire, far co-
noscere. Le altre etimologie di que-
sta parola sono , o quasi Caereris
viunia, oblazioni di Cerere, accom-
pagnate da grandi cerimonie ai co-
voni, alle biade, e ad altre primi-
zie della terra, che si offerivano a
quella dea; o di Cere e munia^ da
Cere o Ceri città vicino a Roma, nella
quale i romani ritiratisi colle vestali,
e sacerdoti allorché i galli invase-
ro Roma , liberamente esercitarono
lutti i religiosi misteri , e sagrifizi
secondo la primaria istituzione di
JN urna ; il perchè vollero i romani
CER 89
in gratitudine all' ospitalità de' cere"
tani , chiamate cerimonie tutte le
azioni sagre, che dipoi celebrarono.
Parlando s. Isidoro dell' etimolo-
gia della parola Cerimonia, lib. ^\
cap. 9 de ofjìciis nnm. 28 tom. I
Open, dice : " Caeremonia apud la-
tinos dicuntur sacra omnia, quae
' apud graecos Orgia vocantur. Pro-
» prie aulem visum est doctoribus
> a carendo appellari caeremonias ,
quasi caerimonias, eo quod iis ,
quae in sacris divinis otferuntur,
5 in suo usu carerent homines, quod
> etiam nomen in usu est littera-
' rum sanctarum. Alii caeremonias
> proprie in observationibus Ju-
> daeorum credunt, abstinentiam
scilicet quarumdam escarum se-
cundum veterem legem, eo quod
observantes careant his rebus ,
quibus se abstinuerint ". Pompeo
Sarnelli nel tomo II delle Lettere
ecclesiastiche, lettera li. Delle eti-
mologie della parola cerimonia, ri-
porta le definizioni della Chiosa, di
Valerio Massimo, del dottore s. Tom-
maso, di Macrobio, e dell'altro dot-
tore s. Agostino, e stima che la pa-
rola cerimonia derivi da Cere ca-
pitale della Toscana [Fedi), da un
tempo anteriore alla mentovata epo-
ca, giacche ne' primordii di Roma
dieci figliuoli de' principali romani
furono mandati colà per appren-
dervi la religione in uno alla disci-
plina delle cose sagre, che appella-
rono da cJiaere, caeremonìa, e ce-
remonie. Anche il Macri, nel defi-
nire la cerimonia per un' azione sa-
gra, e culto esteriore di religione ,
la dice così chiamata da Cere, per
le descritte ragioni. K. il Burio Ono-
masticon etym. in caeremon.
La Chiesa ha ritenuta questa vo-
ce per indicare tuttociò, che appar-
tiene all' esercizio esterno della re-
go CER
ligione, eh' è un indizio dell'inter-
no culto, che si deve prestare a Dio.
Per tanto le cerimonie ecclesiasti-
che sono riti esterioi-i e religiosi ,
che accompagnano il divino servizio,
istituiti da Gesù Cristo, o dagli apo-
stoli, o dalla Chiesa , pei* la neces-
sità, o pel comodo, o per la decen-
za e la pietà. Le cerimonie sagre
sono d' istituzione divina, dappoiché
leggiamo nel Levitico, che Dio pre-
scrisse a Mosè le cerimonie da os-
servarsi da' sacerdoti nell' offerire gli
olocausti. Gesù Cristo istituì la ce-
rimonia della sensibile insufflazione,
ad infondere lo Spirito Santo, come
sta scritto in s. Giovanni ; '> Insuf-
» flavit, et dixit eis: Accipite Spi-
» rilum Sanctum ". La qual ceri-
monia è pervenuta a noi, e si usa
neir amministrare il sagramento del
battesimo ai fanciulli. 11 rimanente
de' sagri riti [l^edi) , e cerimonie ,
fu lasciato alla cura dei pastori del-
la Chiesa , come si esprime il cita-
to s. Agostino, Epist. 54 et ii8.
Ed in fatti la maggior parte di
quanto oggidì si pratica neh' eser-
cizio de' divini uffizi, ha avuto ori-
gine dagli apostoli, secondo s. Giro-
lamo, De eccl. doginat. cap. 3 i . Le
sagre cerimonie, dice Dionigio Areo-
pagita nella Celeste Gerarchia, sono
state istituite dagli apostoli, e dai
loro successori, acciocché " prò mo-
» do ac ratione captus nostri figu-
>} ris visibilibus quasi admìniculis
» quibusdani ad mysteriorum au-
» gustoium intelligeutiam subvehe-
» remur". Ed é perciò, che senza
ragione furono reputate dagli ere-
tici come invenzioni moderne, e non
prescritte dal vangelo. Costoro pe-
rò furono impugnati da s. Agosti-
no nel libro XIX, cap. ir, contro
Fausto, il quale dice: » In nullum
» rcligiunis si ve verue, si ve fulsac
CER
» nomen posse homines convenire,
» nisi aliquo signorum visibilium
» nexu copulentur". Con ragione
pertanto il dotto vescovo Saussai
impugnò la penna contro i detrat-
tori delle cerimonie sagre, rammen-
tandone molte istituite dal Salvato-
re, e dagli apostoli, e confermandole
coU'autorità di s. Agostino, di s.
Cipriano, e del terzo concilio Car-
taginese.
Il medesimo Macri aggiunge, che
la ceriiuonia differisce dal rito , co-
me r acqua dalla lavanda , giacché
la cerimonia, secondo il sentimento
del concilio di Trento , è l' azione
stessa, ed il rito è il modo pre-
scritto, col quale si fa l' azione sa-
gra. Il perché dividonsi le cerimo-
nie dai liturgici, in cerimonie es-
senziali, ed. in cerimonie accessorie.
Le prime sono quelle, che appar-
tengono all' essenza del sagriflzio o
dei sagramenti, e che per tal ragione
non possono variare, come le parole
della consagrazione dell'Eucaristia, e
della forma del battesimo ec; le secon-
de 'o cerimonie accessorie sono quelle
che si riferiscono alla decenza, od al
comodo del servizio divino. Esse so-
no soggette a cambiamento, e sono
spesso differenti nelle diverse chiese
a seconda dei cerimoniali {^J^edi) ,
e delle consuetudini, come si tratta
nei relativi articoli del Dizionario. Il
Quarti, ne' commentari alle rubriche
del messale, dice che si prende co-
munemente il vocabolo Cerimonia
per rito accidentale, e che si può
definire cosi : Est actio religiosa
ad cultuiii et decentiani sacrificii
ab Ecclesia iiistitula. La qual tlefi-
nizione si dà eziandio dal Suarez ; il
perchè chiaramente apparisce che si
può confondere la cerimonia sagra
col rito accidentale, ma che non con-
vieue poi coli'csseuziale. 11 Mcrati
CER
distingue le cerimonie dai riti , di-
cendo, che i riti sagri consistono nel-
le preci, epistole, evangeli ec. , le
quali, a seconda delle disposizioni
della Chiesa, si debbono recitare nel-
la messa, mentre le cerimonie con-
sistono nelle sole azioni, colle quali
si dicono tali preci, giusta il coman-
do della stessa Chiesa, a maggior
ornamento ed a decoro del sagri-
flzio che celebrasi. Ed è perciò che
si chiamano cerimoniali que' libri,
i quali prescrivono il modo di dire
le orazioni e le preci : e viceversa
rituali diciamo quelli, che contengo-
no le preci ossia le altre orazioni,
che si prescrivono da recitare. Av-
verte poi il Diclich, Dizionario sa-
gro-lilurgico, pag. ì/^S, che se qual-
cuno detraesse, o aggiungesse qual-
che cosa alle cerimonie, anco devo-
lìonis causa, presumendo essere ciò
meglio, allora peccherebbe , perchè
nella bolla di s. Pio V, si dice :
Ne praesumant etc. ( Antoin. Mo-
lili. In instructione sacerdoliim tra-
ci. 3, cap. II. § ultini. ). F; il ci-
tato Sarnelli tom. X, lettera XCI,
ove tratta delle cerimonie supersti-
ziose, e come si distinguano. Sulle
altre etimologie della parola ceri-
monie, si può consultare V Etimo-
logicoii lingnae lalinae, di Gei-ardo
Gio. Vossio.
Riguardo alle cerimonie, che non
si debbono introdurre di privata au-
torità, aggiungiamo, che siccome il
concilio di Trento avverte, che si
dee sopprimere ogni culto supersti-
zioso, prescrive ancora, che si deb-
bono risguardare come pure super-
stiziosi gli usi, e le cerimonie , che
si praticano di autorità privata sen-
za essere appoggiate a qualche leg-
ge di Dio, e della Chiesa: che la
confidenza di vedere riuscire qual-
che avvenimento il quale si desidera.
CER 91
col mezzo di certe pratiche parti-
colari, senza le quali non si crede-
rebbe d' invocar utilmente i santi ,
anch'essa è superstiziosa ; ed essere
un cadere nella superstizione il non
seguire nel culto il quale si rende ai
santi, altre leggi, che la fantasia di
una divozione stravagante in vece
di onorarli con veri sentimenti di
religione e di pietà verso Dio. C.
de Malines, anno iSyo, Della su-
perstizione.
Sui vantaggi poi, che riportiamo
dalle sagre cerimonie, è a conside-
rarsi eh' esse prestano, per così dire,
corpo al discorso per renderlo più
vivo, animato, ed espressivo; che
oltre il celebrare i divini uftlzi, e i
santi misteri con maggior pompa ,
maestà e riverenza, serve ad ispira-
re ad essi maggior rispetto e vene-
razione per parte del popolo, il
quale non apprezza le cose quando
non sieno rivestite di qualche appa-
rato; che fanno comprendere l' ef-
fetto degli stessi misteri, e provoca-
no le disposizioni necessarie per util-
mente riceverli, elevano lo spirito
ed il cuore alla contemplazione del-
le cose spirituali, confortano, e nu-
trono la pietà de' fedeli, ravvivano
la loro carità e la fede, e princi-
palmente li distinguono dagli infe-
deli, e dagli eretici. Finalmente le
cerimonie della Chiesa cattolica pro-
vano la divinità della nostra reli-
gione, sono una professione di fede,
una lezione di morale, ed un vin-
colo di società , che ci uniscono a
pie degli altari , e producono im-
mensi vantaggi.
Su questo argomento possono con-
sultarsi Chardon, Storia cle^ Sagra-
menti toni. II, pag. 68, e seg., il
quale tratta delle cerimonie militari
sagrej Amalario, De Ecclcsiaslicis,
seu dìviais officiisj Le Brun , Spie-
9*^
CEfì
gazione delle preghiere e delle cere-
nionie della messa j Gavaiito, con
le addizioni del Merati, Compendio
delle Ceremonie ecclesiastiche^ Ve-
nezia 1761; Delle Sacre Ceremonie,
Trattati proposti dal Cardinal Mo-
rozzo vescovo di Novara , al clero
della sua diocesi, Novara 1827;
Banier, Storia delle Ceremonie re-
ligiose j CoUet, Trattato da' santi
misteri; Clemente Baroni di Gaval-
cabò, Lettera intorno alle ceremonie ,
e complimenti degli antichi romani,
Roveredo lySo; ed Angelo Rocca,
nella prefazione del trattato, De
Sacra Summi Pontiflcis communio-
ne sacrosanctarn miss ani celebrantis,
Romae 16 io; et Thesaurus Ponti fi-
ciaruni, sacrarumque antiquitalum,
nec non rituunij praxiunij et cce-
remoniarum, Romae 174^'.
CEREMONIERE, o Maestro dri-
1 E Cerimonie ( Magister caeremo-
niarnni ). Ecclesiastico cui incombe
regolare le cerimonie e funzioni sa-
gre. Abbiamo da Paride de Grassìs,
die Pio II voleva, che i cerimonie-
ri fossero dotati delle corrispondenti
prerogative e qualità , ed è perciò
eh' egli ordinò : « quisquis deslina-
>i bilur buie caeremoniarum disci-
>' plinae , sit oportet in corpore
» robustissimus , in arte scientissi-
« mus, in mentis promptitudine cir-
» cumspectissimus, ut prò omnibus
>» laboret, de omnibus ratiocinetur,
» et omnibus per omnia satisfaciat:
j> ita regulariter sese in suis expe-
» ditionibus gerens, ut quaecumque
" fecerit, flerique docuerit, exem-
» plaria sinl ; quoniam sicut nihil
j» sine doctore, et exernplo discitur,
» ita nihil sine usu , et experientia
>» docclur ". Il Diclicli ne riporta
gli obblighi , e quanto li riguarda ,
nel suo Dizionario sacro-liturgico,
mentre per quello del Sommo Pon-
CER
tefice , si può consultare l' artico-
lo Maestri delle cerimonie ponti-
ficie.
Fu questa carica ecclesiastica pra-
ticata nella Chiesa greca, ed impo-
sta ad un accolito , che si chiama-
va Deputatusj ma poi passò all'or-
dine diaconale, e fu uffizio assai co-
spicuo e rispettabile, appellandosi
tal diacono Rememoratorius , come
si legge in una lettera della chiesa
di Lione al Pontefice Gregorio X.
Era eziandio chiamato Suggestor,
perchè aveva per uffizio di assistere
il patriarca di Costantinopoli men-
tre celebrava, e suggerirgli le ceri-
monie sagre , che doveva eseguire ,
e le parole che doveva pronunzia-
re : ond' era anche detto ammoni-
tore, f^. Macri, Notizie de" vocaboli
ecclesiastici, alle voci Deputatus et
Suggestor. Nella Chiesa latina an-
cora molte cose, attualmente prati-
cate dai maestri delle cerimonie, era-
no proprie dell'arcidiacono, come si
legge nel Hierolexicon del Macri,
l'accolte dal cap. 2. Extrav. In Or-
dinationibus concilioruni, e si chia-
mava Admonitor , eo quod omne id
quod agendum erdt adnionere de-
beret. V. Piscara, cap. IH, sezione
I, capo I, Del trattato delle sagre
cerimonie, ove descrive le funzioni
in cui hanno luogo i cerimonieri; e
Bonanni, Gerarchia ecclesiastica, ca-
po CXXV, De' Maestri delle ceri-
monie.
In Italia fu detto anticamente
cerimoniere il maestro delle ceri-
monie, e nelle corti sovrane si co-
nol>be la carica di gran maestro
delle cerimonie. Nella Francia an-
cora vi era non solo il gran mae-
stro delle cerimonie , ma il mae-
stro , e r aggiunto delle cerimonie
medesime. La carica di gran mae-
stro venne istituita dal re Enrico
CER
III nel i585, mentre le altre due
lo furono di poi, come quelle, che
regolavano l' etichetta , ed il cere-
moniale della corte.
CERENICO (s.). Apparteneva a
nobile lainiglia di Spoleto. Abban-
donata la patria, recossi a Roma in
compagnia di Sereno,suo fratello, ove,
a cagione dei loro non ordinarii ta-
lenti e virtù distinte, furono ambi-
due ordinati diaconi Cardinali. La
umiltà, che in sommo grado era in
essi, mal comportava gli encomii ,
ben dovuti al merito loro, e pen-
sarono di andarsene in Francia, sta-
bilendo il soggiorno nel villaggio di
Saulge, nella diocesi di Mans. Ce-
renico, che desiderava di vivere in-
teramente solitario , abbandonò il
fratello, e si ritirò nel territorio di
Ilyesmes. Egli dovette in appresso
mutare la sua cellella in un moni-
stero, non sofferendo la sua carità
di licenziare quei molti, che usava-
no di menar la vita sotto la sua di-
rezione, e fondò una chiesa , dedi-
cala a s. Martino, compiuta poi da
Mi leardo, vescovo di Seez. Sentiva
egli così bassamente di sé stesso, e
tanto altamente del ministero sacer-
dotale, che non fu modo alcuno,
che il persuadesse ad assumerlo;
visse tra la orazione e lo studio
dei libri santi, e mori l'anno 669,
o in quel torno. La diocesi di Seez
ne onora la memoria il giorno set-
timo di maggio.
GERENZA, o GERENZIA {Ge-
riinlia ). Città vescovile nel regno
delle due Sicilie, nella provincia di
Calabria Ulteriore seconda. E situata
sopra una montagna, presso la riva
destra del Lese in un paese mal
sano. Vuoisi edificata da Filottete,
ed anticamente si chiamò Palmento:
so(Fr"i molto dalla peste nel iSaS,
e da quel tempo restò spopolata. La
CER 9"?
sede vescovile vi fu fondata verso
l'anno 960, sotto la metropoli di
s. Severina , quindi nel 1 34'?- venne
unita a Cariati, rimanendo concal-
tedrale. Senonchè, il Pontedce Pio
VII, nel 1818, con bolla, De uli-
liorij la soppresse, ed incorporò a
Cariali stessa, che è sulTraganea di
s. Severina. La cattedrale, dedicata
a s. Teodoro martire, aveva il ca-
pitolo composto di quattro dignità ,
cioè il decano, l'arcidiacono, il can-
tore, e il tesoriere, con sei canonici,
ed alcuni chierici. Oltre la cattedrale
non eravi altra parrocchia, ma i
canonici per turno facevano da par-
rochi nelle quattro chiese semplici.
Eranvi due conventi, uno di dome-
nicani, l'altro di francescani ; ed al-
cune famiglie greche erano ammi-
nistrate da un sacerdote del loro
rito. V. Cariati.
CEREO , o CERO ( Cereus ).
Candela di cera, che si mette nA
candellieri, e che si accende duran-
te r esercizio delle cerimonie eccle-
siastiche , in chiesa ed altrove ,
per uso antichissimo. F^. Candela,
e Lumi.
CEREO Pasquaie. Gran cerco,
che si benedice solennemente, e si
accende il sabbato santo, e si pro-
segue ad accendere durante gli ulli/i
del tempo pasquale, cioè alle mes-
se e vesperi solenni, fino all' Ascen-
sione, in cui si estingue dopo il
vangelo , secondo il decreto della
congregazione de' Riti de' i5 mag-
gio dell'anno 1607. Avverte il Ma-
cri, che non si trova espresso dagli
antichi scrittori il tempo, che doveva
stare acceso il cereo . Anticamen-
te lo era soltanto durante l'otta-
va di pasqua. Negli annali dei fra-
ti minori si legge, che nel 126 3
fu decretato si conservasse sino al-
l'Ascensione, accendendolo nelle mcs-
94 CER "
se solenni, ed in altre chiese si
tenne acceso fino alla compieta del
siorno di Pentecoste. L' uso di ac-
cendere il cereo in tutta 1 ottava di
Pasqua venne dal considerarsi essa
come una continuazione della festa,
e in tutte le domeniche perchè so-
no riguardate come una ripetizione
della risurrezione di Cristo sino al-
l' Ascensione.
L'origine del Cereo pasquale ri-
monta al concilio niceno, celebrato
l'anno St.S, nel quale essendosi sta-
bilito il tempo della celebrazione
della pasqua , fu incaricato il pa-
triarca Alessandrino di pubblicarne
ogni anno il canone, od il catalogo,
e di mandarlo al Pontefice, conte-
nendo anche le feste mobili, che si
regolavano appunto colla pasqua, e
si scrivevano, a guisa di calendario,
sopra un grosso cereo, il quale ve-
niva solennemente benedetto in chie-
sa. Si deve qui premettere, che nel-
r antichità quando bramavasi che
una cosa durasse sempre, s' incideva
in marmo, o sul rame; quando si
desiderava che durasse solo per un
lungo tempo, scrivevasi sulla carta
di Egitto o sulla scorza degli alberi,
ma quando volevasi , che durasse
solamente qualche tempo, si conten-
tavano di scriverla sulla cera, ed
appunto sopra una colonna di cera,
che in origine non ardeva, si scrisse
il canone pasquale. In progresso di
tempo si scrisse il catalogo,© la ta-
vola pasquale sulla carta, sulla per-
gamena, o sopra ima tavoletta, che
si appese quindi al cereo pasquale,
e che vi durava per un anno intero;
consuetudine, che fu proseguita dalle
chiese di Roucn e di Tours, non
che dai cistcrciensi , e cluniacensi ec.
^. il p. Papebrochio Conatus chron.j
i'cl propylacum ad acta sa. Maxi
pag. c). Dice il Durando, libro 6,
CER
cap. 8o, che tale tavoletta si ritenne
per simbolo del titolo posto sopra
la croce, e che in essa si scriveva
pure l'anno del mondo, quello del-
l'incarnazione, l'cpatta, e l'indizio-
ne. Pertanto dalla benedizione del
cereo derivò il costume di compu-
tare r anno nuovo.
Non si può stabilire, per consenso
di tutti gli scrittori, l'origine del
cereo pasquale. Oltre quanto però
si è detto air articolo Agnus Dei
DI CERA BENEDETTI, cllC nci primi
tempi della Chiesa si formavano col
medesimo cereo, aggiungeremo qui
alcune altre analoghe nozioni. Ve-
dendo i romani Pontefici, che era
ben difficile l'abolire gli inveterali
costumi del paganesimo ne' popoli , i
quali avevano abbracciato il cristia-
nesimo, si proposero di santificarne
gli usi, ad esempio di Mosè, che
neir antica legge aveva tramutate
in un ragionevole culto agli ebrei
quelle cerimonie, eh' essi avevano
apprese dagli egizi. In cambio perciò
dell' acqua lustrale , che presso i
gentili era in uso, fu istituita nella
religione cristiana l'acqua benedetta;
gli Agnus Dei si fecero invece delle
piccole figure di cera , che Ercole
insegnò agli italiani di consagrare in
luogo degli uomini, i quali crudel-
mente sagrificavansi a Saturno; ov-
vero invece di quei presenti di cera,
che gli antichi romani regalavano
a' loro clienti nelle feste saturnali,
secondo il decreto del tribuno Pu-
blicio. Queste figure di cera, massi-
me di forme tonde, si portavano
appese al collo qual simbolo di li-
bertà; il perchè n'era vietalo l'uso
ai servi. A tali figure si attribuiva
. ima superstiziosa straordinaria virtìi,
ed ci'ano delle specie di que' decan-
tati preservativi, chiamali dai latini
Àinulcla^ e Fascini, dai greci Phi-
CER
lacterìa, e dagli arabi Talismam'.
Ed è perciò, che introdotto il cereo
pasquale, e la sua benedizione, nel
sabbato santo si benediceva il nuo-
vo, e di quello dell'anno anteriore
se ne formavano diverse particelle
a forma di bolle coli' impressione
del divino agnello. Nella domenica
in Albis, dopo la comunione veni-
vano esse distribuite al popolo, che
divotamente le conservava contro i
maligni spiriti, e le procelle. Quindi
vennero attaccale al collo de' cate-
cumeni nel di del loro battesimo
qual segno di libertà, che Dio loro
avea concessa colla remissione delle
colpe.
Gli /4gniis Dei si diedero a' fe-
deli in memoria del trionfo, e della
risurrezione di Gesìi Cristo, di cui
è figura il cereo pasquale, mentre
dall' antica sua forma a guisa di
colonna si volle denotare, se spento,
la colonna di nuvole , e se acceso
quella di fuoco, che precedette gli
israeliti nel deserto. Ed è perciò,
che in molte chiese il cereo viene
collocato su di una colonna di mar-
mo, anche in memoria di quelle di
cei-a, cui Costantino fece fabbricare
perchè ardessero nella notte di pa-
squa, per lume a' fedeli, i quali
celebravano i divini uffizi, sebbene
altri sostengono che a ciò servisse
soltanto lo stesso cereo pasquale , il
quale continuava ad ardere sino alla
fine degli uflìzi del giorno di pa-
squa. V. Lattanzio lib. I, Ae Divini
uffizi 3 cap. ?, i; Macrobio, àe Satur-
nali, lib. I, cap. 17; il Pierio, dei
Jeroglijlci lib. IV ; s. Gregorio Na-
zianzeno, nella sua XL Oniilia sopra
s. Gio. Battista; Mureto nelle diver-
se Lezioni j ed il Baronio nelle note
al Martirologio Romano^ al secondo
giorno di febbraio.
La benedizione del cereo pasquale
CER 95
è antichissima. Si fa nella matlina
del sabbato santo, nel modo, che
dicemmo all' articolo Cappelle Pon-
tificie, § X, al numero, che descrive
le funzioni di tal giorno. Prima
però si benediva la notte dello stesso
sabbato, come si raccoglie dalle pa-
role della benedizione Exiiliet jatn
ec, le quali, secondo il Durando,
Rat. lib. 6, cap. 80, num. 2, si
attribuiscono a s. Ambrogio. Tutta-
via osserva il Macri che quella del
messale ambrogiano è diversa dalla
nostra. Altri affermano averla com-
posta s. Agostino. Certo è ch'egli,
De civit. Dei, lib. XV, cap. 22,
scrisse in lode del cereo pasquale,
intorno alla qual cosa si può con-
.sultare il Baronio all'anno 4'^ § 7^-
Né deve tacersi, che vuoisi attribuire
eziandio a s. Leone I , del 44^^» o
a Pietro diacono monaco cassmese.
Alcuni finalmente pretesero, che uti
secolo prima del pontificato di san
Zosimo, fosse introdotto il rito di
benedire il cereo nel sabbato santo,
appoggiali suir inno di Prudenzio
del IV secolo, che ha il titolo: Ad
incensimi Cerei Pasclialis. Ma aven-
do il p. Sirmondo, nelle annotazioni
ad Ennodio Ticinense ( Opere tom. '
I, pag. 1043), riscontrati gli anti-
chi codici , e veduto che quella non
è r iscrizione dell' inno, ma sì la
seguente: Ad incensmn lucerna;, ha
fatto conoscere, che si parlava non
del cereo pasquale, ma del fuoco
che ogni sabbato si ritoglieva dalla
pictrjj per accendere la lampada
nelle chiese , come riflettono il To-
massino, De Feslis lib. II, cap. i4,
num. 18; Menardo nelle note al
Sagramentario di s. Gregorio pag.
90; e Marlene, De antiquit. eccles.
pag. 4o5.
Al .secolo V, e nel pontificato di
s. Zosimo, eletto l'anno 4'7j ^^
96 CER
concesso alle parrocchie di usare il
cereo pasquale, ciò che primn era
permesso soltanto alle magi^iori ba-
siliche, dediicendo da ciò Sigiberto
in Chronìcon, che s. Zosimo fosse
l'autore del cereo, contraddetto pe-
rò da tutti, e principalmente da Ma-
billon. De li tur g. Gallicana lib. IT,
pag. i4' ; da Martene, De Jnliq.
Eccl. Discipl. cap. ^4; da Girolamo
Gigli in Epist. s. Cathar. Sen. par.
ir, ep. 87, pag. 5^4; e da Lam-
bertini, De Fest. Christi , par. I,
§ 394, pag. 168, e frisi. Sg, pag. 197.
Altri riti sulla benedizione del
cereo voglionsi attribuire posterior-
mente anco ai Pontefici Onorio 1,
del 67.5, e a Teodoro I del 64^;
leggendo nel Macri, che anticamente
accendevasi col lume conservato nel
giovedì santo, e che nel sabbato
santo, oltre il cereo pasquale, si
portavano in processione due altri
cerei minori, i quali prendevano il
lume dal cereo maggiore, per deno-
tare come gli apostoli illuminati da
Cristo sparsero da per tutto la luce
del santo vangelo. Pertanto il cereo
pasquale è un emblema di Cristo,
che fu la luce del mondo, e che ci
'risuscitò da morte. Lo benedice un
diacono per indicare, che non fu-
rono gli apostoli, i quali imbalsama-
rono il corpo di Cristo, né i primi
che annunziarono la risurrezione,
ma i discepoli, e le sante donne. Lo
stesso diacono infigge nel cereo ,
prima di accenderlo, i cinque grani
d' incenso in forma di pigne, quat-
tro inargentale, e quella di mezzo
dorata, lo che può significare l'azio-
ne di Giuseppe d'Arimatea, e degli
altri discepoli , che imbalsamarono
il corpo di Cristo con profumi pri-
ma di collocarlo nella tomba, con-
siderandosi pei cinque fori ove si
appongono i grani le cinque piaghe
CER
del Redentore, e si accende per in-
dicare la risurrezione del divino suo
corpo. Ma quanto spetta alla bene-
dizione del cereo, ed al significato
delle sagre cerimonie relative, ven-
ne descritto nel citato articolo delle
Cappelle Pontificie. Solo qui aggiun-
giamo, che Pierino del Vaga Buo-
naccorsi incominciò a dipingere i
cerei , ch'essi si adornano con carte,
e talchi di colori diversi, e che nelle
descrizioni di due benedizioni del
cereo pasquale del secolo XII, tolte
dagli archivi di Montecassino, e della
cattedrale di Gaeta, riportate dal
Cancellieri nel capo VI della suri
Appendice alla Settimana Santa,
si legge che il cereo adornavasi di
fiori , e veniva acceso da una colom-
ba. P^. Sarnelli, tom. X, pag. 170,
Della benedizione del cereo pasqua-
le ^ ove spiega quella parte della
medesima, che dicono felice la colprt
di Adamoj e Job. Andr. Schmid,
Programma de Cereo Paschali ,
Heimstadii, 1698. Il p. Andrea
Schot gesuita, nel 16 io, pubblicò
a Tournai le opere di s. Ennodio
vescovo di Pavia morto nel 52 1, e.
nel 161 1 l'altro gesuita p. Sirmondi
ripubblicolle con eruditissime giunt;;
e note, nelle quali vi sono due nuo-
ve formule per la benedizione del
cereo pasquale, con cui s' implorano
le benedizioni del Cielo pei fedeli
contro i venti, le tempeste, e con-
tro tutti i mali, dei quali sono mi-
nacciati dai loro invisibili nemici.
Da Ennodio pertanto sappiamo an-
cora, che le goccie e particelle di
cera, le quali cadevano dal cereo, si
distribuivano perciò nella domenica
in Albis al popolo, e che i fedeli le
bruciavano per allontanale dalle
loro case e persone i cattivi influssi
de' maligni spiriti. Né vuoisi riguar-
dare questa antica pratica come su-
CER
perstiziosa , perciocché non se ne
aspcllava già infallibilmente l' efiet-
to, ma lo si sperava dalla grazia
di Dio, la quale veniva dimandata
unicamente dalle preghiere della
Chiesa, rivolte per mezzo delle bene-
dizioni a questo fine.
CERETAPA, o CHAERETAPA.
Sede vescovile della Frigia Pacazia-
iia, neir esarcato d' Asia, eretta nel
quinto secolo, sotto la metropoli di
Laodicea.
CERETO (Ceretum). Città vesco-
vile di Moldavia, nella quale risie-
deva, nel secolo XIV, un vescovo
greco, riunito alla Chiesa Romana
dai missionari speditivi da Urbano
V. Abbiamo dal Rinaldi, all' anno
iSyo n." 7, che il duca di Molda-
via Latzko, conoscivita la verità del-
ia Chiesa cattolica per mezzo dei
frati minori, abiurò lo scisma, sup-
plicando il detto Pontefice a dichia-
rare città Cereto nel suo ducato,
nella diocesi llaliese, allora occupa-
ta da un vescovo scismatico, e quindi
a dargliene uno cattolico pel man-
tenimento della fede. Laonde Urba-
no V ne commise l'esecuzione al-
l' arcivescovo di Praga, ed ai ve-
scovi di Wralislavia , e di Craco-
via , ingiungendogli ordinar vescovo
di Moldavia Andrea da Cracovia
de' frati minori, dotto e virtuoso
personaggio, il quale ebbe, sino al
i497, dodici vescovi per successori.
Quindi, verso l'anno i5oo, la se-
de di Cei'eto fu trasferita a Baco-
via o Bacow, ove Clemente Vili ,
nel principio d^el secolo XVII, eres-
se la sede vescovile che tuttora e-
siste, suffraganea del metropolitano
di Colocza. P^. Bacow.
CERI, CAERE, o CERVETERI.
Sede vescovile nel vicariato romano.
Ceri, o Agylla^ fu una delle città
più antiche, opulente e famose del-
\0L. XI,
CER 97
r Italia centrale, ed una delle dodi-
ci primarie città etrusche, che i pe-
lasgi ed aborigeni abitarono, e che
da essi, o dai siculi venne edificata
quattordici secoli circa innanzi la
nascita di Gesù Cristo. Il Cerreta-
no emporio, ossia Santa Severa, Pyr-
gij serviva a questa città di porlo
e arsenale, e ne rendeva attivissimo
il commercio. Soggiogala dai tir-
reni o etruschi /{gylla, prese il no-
me di Caere, che significa buon gior-
nOj togliendola al re Mezenzio, Que-
sti prese le parti di Tiu-no re dei
rutuli contro Enea, e dopo la mor-
te del Trojano, il fiume Tevere se-
gnò il confine fra i latini, e i ceriti.
Senonchè, vinti essi da Tarquinio
Prisco, il successore Servio Tullio
poi interamente li sottomise a Ro-
ma. Acquistò Ceri nuova celebrità
per l'esilio de' Tarquinii, e pel rico-
vero dato alle vergini Vestali, che
nel quarto secolo di Roma all' ar-
rivo de' galli vi nascosero il fuoco
sagro, seguite dai Flamini, e dagli
altri principali sacerdoti romani. Laon-
de s' ebbero poscia i ceriti diverse
distinzioni dal popolo romano, dive-
nendo la città anche municipio. JVei
tempi di Trajano si maiìteneva an-
cora fiorente.
Dalla vita del Pontefice s. Felice
II si rileva, che l' imperatore Costan-
zo, seguace degli ariani, lo rilegò a
Ceri nella via Aui'clia, diciassette
miglia lungi da Roma, ed ivi pafi
glorioso martirio a ii novembre
dell'anno 365. Trasportatosi a Roma
il suo corpo, prima fu sepolto nel-
le terme di Trajano, poi da s. Da-
maso I venne trasferito nella basilica,
che s. Felice lì medesimo avea e-
dificata nella via Aureha, donde poscia
fu collocato nella chiesa de' ss. Cos-
ma e Damiano. Da quanto opina
il Novaes, tomo I, pag. i3o, sem-
7
98 CER
bra che s. Felice II avesse in Ceri
una possessione di sua pertinenza, e
quando, nell'anno ySo, il ducato
romano si sottopose volontariamente
a Papa s. Gregorio II, Ceri era
una delle sedici città, che lo com-
ponevano.
Ad onta delie vicende, che ac-
compagnarono la caduta dell' impe-
ro di occidente. Cere conservò una
sufficiente popolazione, dappoiché non
istava propriamente sulla menziona-
ta via Aurelia, né sulla spiaggia del
mare. Di fatti per diversi secoli con-
servò i suoi particolari vescovi, che
portavano il nome di Epìscopux
Cerensisj Caerae Episcopus. Altri di-
cono conoscersene nove, e di otto
ne dà il catalogo Y Ughelli, Italia
sagra^ t. X, p. 34; cioè s. Adeo-
dato, che sottoscrisse al concilio ro-
mano del 499> ^^^ pontificato di s.
Simmaco; Pietro, che intervenne a
quello del 76 1 sotto s. Paolo I ;
Romano, che era vescovo nell' anno
826 sotto Eugenio II; Adriano fio-
rito neir 853 ; Crescenzio dell' 869 ;
Anniso del 993 ; Stefano del 998 ;
e Benedetto del 1029. Nel nomina-
re però questi vescovi, il Piazza nel-
la sua Gerarchia, p. 87, differisce
alquanto sulle epoche.
Che Ceri fosse importante ne'pri-
mordi del IX secolo, e che conti-
nuasse ad esserlo almeno sino all'XI
secolo, ne fanno testimonianza i di-
plomi di Ludovico Pio dell' 817; di
Ottone il grande, del 9G2, e di
Enrico II, del 10 14, dai quah ap-
parisce, che direttamente spettava
al dominio della Sede apostolica.
Sul declinare del X secolo la città
promiscuamente venne appellata Cc'
rum e Cere, venendo occupata da
Renedelto padre del famoso prefet-
to di Roma Crescenzio, nipote di
Giovanni XYH. Egli però la resti*
CER
luì allorquando Ottone TU, nel 996,
si recò in Roma per tema che gli
punisse il figlio, perocché, impadro-
nitosi del Castel s. Angelo, domina-
nava sulla città; ma pur troppo
quel figlio soggiacque al meritato
castigo.
Dopo tal' epoca, nel primo perio-
do del secolo XI, Cere andò sem-
pre in decadenza, e dal libro dei
censi della Chiesa romana del 1192
si apprende, che il vescovato por-
tuense pagava due marabotlini prò
Castro Caere, giacché non avendo
essa più il proprio vescovo, era sog-
getta a quello di Porto. Sul princi-
pio del secolo XIII, una porzione
del popolo si recò a stabilirsi sopra
un colle tufaceo del suo territorio ,
e questa nuova terra prese il nome
di Caere iwvuni, dandosi all'antica
città quello di Caere vetus, dal qua-
le trae origine il moderno nome di
Cerveteri ; cangiamento, che già era-
si operato nel i236, come si legge
da una bolla di Gregorio IX a fa-
vore del vescovo suburbicario di Por-
to. Poco dipoi ne divenne signora
la famiglia Venturini, che il pos-
sedette sino al 1470 circa, epoca in
cui Cerveteri tornò sotto l' immedia-
ta dipendenza della Santa Sede, con-
fèrnmndo Paolo II i privilegi del
comune.
In seguito Sisto IV diede Cerve-
teri al suo parente Bartolonuneo del-
la Rovere, il cjuale nel 1487, lo
vendette a Francesco Cibo, nipote
d' Innocenzo Vili, dopo essere slato
precedentemente saccjieggiato dai Co-
lonnesi. Avendo Francesco sposato
Maddalena de Medici, sorella di Leo-
ne X, questi, siccome amante della
caccia, nei mesi di settembre e di
ottobre soggiornava spesso in Cer-
veteri; poscia il Cibo alienò Cer-
veteri con altri castelli a Virginio
CER
Orsini, la cui iamiglia il vendet-
te al marchese Ruspoli, nell' anno
1674? "' <liscendenti del quale tutto-
ra appartiene. Clemente XI, ai 3
febbi'aio 1709, eresse Cerveteri in
principato, in benemerenza di aver
il marchese Ruspoli armato nella
guerra per difendere i confini del
Feirarese, a sue spese un reggimen-
to di fanteria, non ostante la proibi-
zione testamentaria di Rartolommeo
Ruspoli, autorizzando lui e i suoi di-
scendenti a poterne assumeie il ti-
tolo. Del superbo palazzo di questa
famiglia già dei Caetani (Vedi) se
ne parla a quell' articolo, e per l'al-
tro suo feudo , si può consultare
1' articolo ViGNANELLo. Da ultimo
Cerveteri, eh' è sotto la delegazione
di Civitavecchia, ha dato ne' suoi
scavi molti oggetti antichi e prezio-
si del più grande interesse, massime
di vasi etruschi, di utensili di bron-
zo e di lavori di oro, che per una
gran parte furono acquistati dal re-
gnante Pontefice pel museo Etrusco-
Gregoriano da lui formato nel Vati-
cano.
]\on riuscirà poi discaro, che qui
si parli della terra baronale di Ceri,
che come Cerveteri è posta sopra
un colle di tufo, e forse ivi ne'tem-
pi antichi fu uno dei paghi dipen-
denti da Cere. Anticamente fu cit-
tà cospicua, e si chiamò Alsium j
ma distrutta dai ceriti confinanti,
colla restaurazione ch'essi ne fecero,
prese il nome dei nuovi dominato-
ri, r antica metropoli de' quali si
dis.se allora Cerveteri, e la moderna
Ceri nuovo , come si accennò di
sopra. Fino dal 1346, apparteneva
alla fan)iglia de' Normanni, e si as-
soggettò al famoso tribuno Cola di
Rienzo, essendo allora forte e ricco
castello. Indi, sul principio del seco-
lo XV, venne in potere degli Orsi-
CER 99
ni conti di Anguillara, che verso il
1470, vi fabbricarono una nuova
rocca. Poi, nel secolo XVI, fu eret-
ta in ducato, e passò alla nobilissi-
ma famiglia Cesi, dai quali pel ma-
ritaggio di Giovanna Cesi, col conte
Giulio Cesax'e Rorromeo, genitori del
Cardinal Federico, pervenne ai Bor-
romei. Questa ultima famiglia, nel
1678, la vendette agli Odescalchi, i
quali la possedettero sino al i833,
nel qual anno ebbe ad aajuistarla il
duca d. Alessandro Torlonia col ter-
ritorio annesso. E siccome splendi-
do mecenate delle scienze e delle
arti, in progresso vi fece egli ese-
guire delle escavazioni coronate da
Jjuon successo. 11 perchè è a veder-
sij Degli antichi monumenti sepol-
crali scoperti nel ducato di Ceri
negli scavi eseguiti da d. Alessan-
dro Torlonia, Dichiarazione del cav.
Pietro Ercole Visconti, Roma i836.
Per conoscere quanto appartiene
a Caere Agylla, Caere Velus, Ce-
re Vetere, Cerveteri, Caere novuniy
e Ceri si legga il Nibby, Analisi
dei dintorni di Roma, tomo I, pag.
145, e seg. Come ancora di Cerve-
teri, e di Ceri, o Cere, delle loro
notizie antiche storiche ed ecclesia-
stiche, e delle loro chiese, tratta Car-
lo Rartolommeo Piazza nella Ge-
rarchia Cardinalizia, pag. 80, e
seg. In oltre abbiamo dal cav. Lui-
gi Canina la Descrizione di Cere an-
tica, Roma i838.
CERILLO o GIRELLA. {Ceril-
lus ). Città vescovile del regno delle
due Sicilie, nel paese de'bruzii, nel
vicariato romano della provincia di
Calabria citeriore, oggidì rovinata ,
non rimanendovi che pochi edifizi.
Es.sa è situata sulla riva del Medi-
terraneo, presso la piccola isola del
suo nome. Nei primordi del secolo
settimo vi fu eretta la sede vescovi-
loo CER
le siiffiaganea della metropoli di
Reggio, e negli atti del concilio lu-
terà nense celebrato dal Pontefice s.
Martino I nell'anno 654, fra i cen-
tocinque vescovi, che v' intervenne-
ro, noverasi il vescovo di Cerillo.
CERINTIANI. Eretici discepoli
di Cerinto, che visse nel primo se-
colo. Era egli di nazione giudeo, e,
secondo 1' opinione di alcuni, greco.
Si applicò alla filosofia, che allora
era un misto della filosofia Caldea
e delle idee pitagoriche e platoniche,
e pretese di riformarne i principii.
Insegnò dunque, che un Dio esiste,
autore dell'esistenza; ma questo es-
sere aver creato delle potenze o ge-
nii, uno de' quali era stato il mini-
stro della creazione del mondo, e
tutti gli altri ne aveano presa a go-
vernare una porzione. Pensava ezian-
dio, che la legge de' giudei fosse
produzione di uno di quegU spiriti,
e che nel mstianesimo non si do-
vea del tutto abolirla. Aggiugnea,
che Gesù era un semplice uomo
nato secondo la carne da Maria e
da Giuseppe, e riempiuto di tutte
le doti nel suo battesimo; che anzi
in queir istante il Cristo figliuolo
di Dio era disceso sopra di lui, e
diveniva la ragion della sua sapien-
za e de' miracoli. Di più, che code-
sto Cristo nella crocifissione si era
separato da Gesù, e ritornato al Pa-
dre. Insegnava ancora, che dopo la
risurrezione getierale gli eletti avreb-
bero goduti mille anni di piaceri
sensuali insieme con Gesù Cristo.
Giusta l'asserzione di Pilastrio ( Hae-
res. 36 ) , il concilio apostolico di
Gerusalemme nell'acquetare le dis-
cordie di Antiochia , ebbe in vista
di condannai'e eziandio gli errori
di Cerinto. Ma è certo, secondo
quanto dicono i migliori padri, che
s. Giovanni scrisse il vangalo per
CER
opporsi principalmente a queste be-
stemmie. Cerinto fini miseramente
la vita sotto le rovine di un bagno
che gli cadde sopra. Lo storico IJer-
nino, Storia dell' eres. tom. i, e. i,
afferma che si trovava in quel ba-
gno s. Giovanni evangelista quando
vi entrò Cerinto, e ch'egli di subito
se ne partì dicendo : partiamoci di
qua per non rimanere sotto alle ro-
vine. Infatti un orribile tremuoto
ne rovesciò intieramente la fabbrica.
CEROFERARI, o PORT ACE-
RI ( Ceroferarii). Sono la stessa co-
sa che gli accoliti [Vedi). Debbono
essere insigniti dell' ordine dell' ac-
colitato, richiedendo ciò il loro uffi-
zio, mentre il loro abito è sempre
la sottana, e la cotta. V. Rauldry,
par. VII, cap. IV, artic. I, num.
1. 1. ^. 5 e IO. Nelle Cappelle
pontificie gli Accoliti o Ceroferari
sono i prelati votanti di segnatura,
ma nelle funzioni ordinarie , fanno
da Ceroferari i cappellani comuni
del Papa ( Vedi). All' articolo Cap-
pelle Pontificie si tratta degli uf-
fizi, che esercitano gli uni e gli al-
tri in tutte le sagre funzioni. V.
Arci ACCOLITO, ed il Macri, Notizia
de' vocaboli ecclesiastici.
CERRETO, o CERRITO {Cer-
nelum ). Città vescovile nel regno
delle due Sicilie, nella provincia di
Terra di Lavoro, capoluogo di can-
tone, sul declivio del monte Male-
se, presso la riva destra del Cusa-
no, influente del Voltiu-no, città ben
fortificata, ed una delie più belle
della provincia. Cerreto ha rimpiaz-
zato il luogo dell'antica Cernelnm,
presso cui Pirro fu vinto da Curio
nella famosa battaglia della guerra
tarenlina, combattuta l'anno 277
avanti la nascita di Gesù Cristo.
Nel i656, la peste rapì quasi la
metà della popolazione, e nel iGBiJ
un terremolo rovi noi la grandemen-
te. La sede vescovile di Telese , e-
retla nel secolo X, nell'anno iGii
fu stabilita a Cerreto, sufFraganea
della metropoli di Benevento. Ma
da ultimo il Sommo Pontefice Pio
VII nel 1818, con lettere apostoli-
che, soppresse la sede episcopale di
Cerreto, e l' incorporò ad Alife, al-
la quale è concatledrale Telese. Ma-
gnifica è l'antica cattedrale, deco-
rata di superbe pitture, avente ol-
tre una collegiata , e il seminario ,
alcuni conventi, e due monti di pie-
tà. V. A1.IFE e Telese.
CERRI Caelo, Cardinale. Carlo
Cerri nacque a Roma nel 1 6 1 i .
Nel 1629 si laureò nell'archiginna-
sio di Roma, e fu annoverato tra
gli avvocati concistoriali; poi da Ur-
bano Vili ebbe un canonicato nel-
la basilica vaticana ; quindi fu fatto
vicario nel tribunal della segnatura,
e nel iGSg uditore di Ruota; poi
sotto Alessandro VII venne scelto
deputato della sanità, decano della
ruota, esaminatore dei vescovi. Cle-
mente IX, a'29 novembre del i66g,
lo creò Cardinal prete di s. Adria-
no, legato di Urbino, e vescovo di
Ferrara. Visitò la sua diocesi, e la
arricchii di molto ; nella sua legazio-
ne si rese ammirabile, segnatamente
nell'orribile terremoto accaduto in
Pesaro a' i4 aprile del 1672. Ma do-
po il conclave di Clemente X, ove
ottenne ventitre voti pel Sommo
Pontificato, morì a Roma di settan-
tanove anni, e venti di Cardinalato
nel 1690, e la sua cappella genti-
lizia nella chiesa del Gesù ne ac-
colse la fredda spoglia. Da Pietro
Sassi fu recitata l'orazione funebre
per morte del Cardinal Cerri, e fu
stampata in Ferrara nel 1690.
CERTOSA {Monasterium Car-
thusianorumj Carthusia ). Monistero
CER 101
di certosini , cos'i chiamata dalla
gran "Certosa di Grenoble, che ha
dato il nome a tutti gli altri mo-
nisteri dei certosini (Fedi). S. Brii-
none costrusse nel 1084 alcune ca-
panne intorno ad una cappellelta
dedicata alla B. Vergine Maria,
chiamata anche in oggi s. Maria de
CasalibitSj ove si ritirò con alcuni
suoi compiagni , e fondò l' Ordine.
Le straoi'dinai'ie alluvioni di neve
avendo poi atterrale e sepolte le
medesime capanne, venne formato
nel II 33 dal p. Guigues quinto ge-
nerale dell' Ordine, un nuovo edi-
ficio in luogo più basso del primo,
la cui chiesa fu consagrata da Ugo-
ne vescovo di Grenoble, e prima
monaco certosino. Quest' edifizio ha
costato più di un milione, ed è di
una architettura nobile e semplice,
non meno che soda.
Il generale dell' Ordine porta il
nome di priore della gran Certosa,
e vi fa la sua residenza. Tale cele-
bre edificio fu bruciato otto volte , e
fra le altre, nelle guerre di religio-
ne del secolo XVI. Quindi dopo la
rivoluzione del declinar del secolo
XVIII, il governo per conservarlo
vi pose un custode, ed il cenobio fu
ristabilito ne' primi anni di quello
corrente dopo la restaurazione. Nel
dizionario francese delle Origini si
legge una poetica descrizione della
grande Certosa tratta dal libro di
Deslandes : la natura selvaggia e
piltoresca. Ivi si descrive la Certo- •
sa, collocata su di una cima alpe-
stre, intorno alla quale regna il si-
lenzio, ed i pii eremiti si chiama-
no i compagni, o seguaci di s. Bru-
none. Si dice quella essere una nuo-
va Tebaide aperta al pentimento ,
ove r uomo può tranquillamente
vegliare sulla sua tomba già mezzo
dischiusa. Nel tempio di s. Brunone
loa CER
si rappresenta un solitario ardente
di santo zelo, che curvato sotto la
cenere ed il cilicio, veglia, prega,
e soffre. Sì dipinge poi l'orrore se-
polcrale dei boschi taciti e profon-
di, il terrore muto de' chiostri lun-
ghi, ed in parte bianchi, ed in par-
te di color di marmo grossolano ,
come è la volta del chiostro; il
santuario oscuro, e le volte goti-
che , le faci funebri , che impalli-
discono nell'ombra; la voce dei
bronzi, che risuona nell' aria, e il
cimiterio su cui ciascun cenobita-
in cella contempla meditando la
tomba, che lo attende, mentre tut-
to scuote e commuove il suo cuo-
re pieno di spavento , e la morte
stessa lo avverte dell' immortalità.
Alla vista di questo quadro, diflici-
le sarebbe oltre modo il ravvisare
molte delle moderne Certose, spe-
cialmente d'Italia, alcune delle qua-
li si sono piantate presso alle città
popolose, come a Roma, e a JVa-
poli. ì^. Raffaele Liberatore, la Cer-
tosa di Napoli, Napoli 1 840 ; l'ar-
ticolo Bologna per la rinomata
Certosa di quella città; e Bercastel,
Storia del Cristi anesiniOj lom. XIII,
p. II. intorno ìa fondazione della
Certosa del Delfìnato nelle monta-
gne denominate Certose. Appren-
diamo da Bergier, che un tempo
ì' Ordine certosino ebbe cento set-
tantadue Certose divise in sedici
Provincie, delle quali qu^ appresso
nominaremo le piìi rinomate.
Urbano II, già discepolo di san
Brunone, sei anni dopo la fondazio-
ne della Certosa, obbligò quel santo
a recarsi in Italia, ailine di aiutar-
lo co' suoi consigli, ed essendo rima-
sto vacante l'arcivescovato di Reg-
gio, il Papa lo nominò a quella se-
de. Ma egli umilmente si ricusò ,
il perchè Urbano lì gli permise, che
CER
insieme ai discepoli, i quali in Ifaliji
si sentirono da Dio chiamati ad ab-
bracciare il genere di vita del san-
to, si ritirasse in una terra, da
Ruggiero conte di Calabria donata
loro nella diocesi di Sqviillace , ove
edificarono sul modello della gran
Certosa il monistero della Torre,
che fu il primo dal santo fondato
dopo la gran Certosa, chiamandosi
la chiesa s. Maria dell' Eremo, p
del Romitorio. Questo monistero pe-
rò era per quelli , che menavano
una vita più austera, mentre un al-
tro chiamato s. Su^fano in Bosco ^ q
de Nemore era per quelli, che non
potevano sostenere tanto rigore .
Questi due monisteri erano quasi
contigui. Si diede il secondo nel i 192
a' cistcrciensi, ma Leone X, nel i5i3,
lo restituì a' certosini.
S. Luigi IX, re di Francia, asse-
gnò ai certosini in Parigi l' antico
palazzo del re Roberto I , i quali
ne presero possesso nel lO.S'j. Il
celebre Cardinal Talleyrand de Peri-
gueux, che mori nel i 364, fece edi-
care la famosa Certosa di Vallechia-
ra in Perigueux.
Nicolò Acciaiuoli, gran siniscalco
de' regni di Sicilia, e Gerusalemme,
nel 1864, eresse la Certosa di san
Casciano presso Firenze, arricchen-
dola d'insigni reliquie. Fu in que-
sta che Pio VI, dopo essere stato,
nel 1798 detronizzalo dai repubbli-
cani francesi, vi fu trasferito nel d'i
primo giugno, e venne ivi più vol-
te visitato dal gran duca Ferdinan-
do III, e poi da Carlo Emmanue-
le IV, re di Sardegna, in uno alla
sua consorte ven. Maria Clotilde
di Borbone; laonde ])arccchi brevi
apostolici sono datati dalla Certosa
di Firenze, ove il Papa celebrò al-
cune funzioni, e consngi'ò in arci-
vescovo di Corinto monsignore Spina
CER
poi Cardinale; quindi ai -27 marzo
I rgc), gli stessi francesi Io presero
dal sagro recinto della Certosa , e
lo portarono in Francia.
Presso I^isa, nel iSGy, venne fon-
data la magnifica Certosa, da un
sacerdote chiamato Nino Pucci, con
bellissima chiesa ornata di colonne
e di superbi marmi. Gregorio XI ,
nel iSyS, tolse i benedettini dall'an-
tico monistero dell'isola di Gorgo-
na, e vi trasferì i certosini di Pisa,
donando loro l'isola; ma molestati
dai corsari furono costretti nd ab-
bandonarla nel pontificato di Marti-
no V, e ritornarono all'antica loro
sede.
Gio. Galeazzo I, duca di Milano
nel 1378, fece erigere la celebratis-
«ima Certosa di Pavia , e vi volle
essere sepolto. Le fabbriche, che
compongono questo rinomato moni-
stero, massime la chiesa edificata a
foima di croce, sono degne di ve-
nerazione. Nel parco grande, che
cinge la Certosa nel i535 fu fatto
prigioniero dall'esercito di Carlo V,
il re di Francia Francesco I.
Fra le numerose Certose, o ino-
nisteri, che ì certosini avevano in
Inghilterra, la più celebre fu quella
di Gesù di Betlemme sul Tamigi
nella contea di Surry, fondata nel
i4i4 d^l ^"6 Enrico V, ed egual-
mente rinomata fu l'altra di Lon-
dra presso West-Smithfield, fonda-
ta dal cav. Waltero Manny, indi
distrutta nel regno di Enrico Vili,
seguita dalla strage de' religiosi in
odio del catlolicismo. Dipoi aven-
dola , nel 1 6 1 I , acquistala Tom-
maso Sutton , vi fondò un ricco
ospedale.
L' isola delle lagune di Venezia,
chiamata già di s. Andrea del Lido,
e data ad abitare sino dai primi
tempi della repubblica agli eremiti
CER Jo3
di s. Agostino, poscia nel 14^2 fu
accordata ai certosini, che vi ave-
vano un comodo monistero, ed una
bellissima chiesa.
Giacomo I, re di Scozia , fondò
nel i43o in uno de' sobborghi di
Perth una gran Certosa chiamata
Valley, ossia Casa della virtù, e
vuoisi, che fosse la più bella abba-
zia di tutta la Scozia, la quale venne
devastata insieme ad altre Certose
nella liforma religiosa del reame.
Finalmente il Sommo Pontefice
Pio IV, con disegno di Michelan-
gelo Buonarroti, fece ridurre una
parte delle vaste terme di Tito in
Roma, ad uso di chiesa, dedicando-
la nel i56i a s. Maria degli An-
geli, e chiamandovi alla custodia i
monaci certosini , che abitavano il
monistero unito alla basilica di san-
ta Croce in Gerusalemme loro da-
to nel 1369 da Urbano V, ove
l'alia alloi-a era poco salubre, ed
insieme diede ad essi la contigua vasta
Certosa edificata dallo stesso Michel-
angelo , la cui corte o chiostro è
singolare per la sua grande qua-
dratura, circondata da lUì portico
sostenuto da cento colonne, avendo
intorno le celle i certosini, co' quali
risiede il procuratore generale del-
l'Ordine, ch'è sempre priore di que-
sta Certosa. F. il Rinaldi all' anno
1 ')62, numero 189, e l'articolo
Chiesa di s. Maru degli Angeli,
Nello stesso stato pontifìcio evvi an-
che la Certosa di Trisulti presso la
città di A latri. In una solitudine,
fra i boschi e i burroni, ove zam-
pilla un ruscello di acqua, si ritirò
s. Domenico Loi'icato nel secolo de-
ci moprimo, fuggendo la barbarie di
quel secolo, avanzo del precedente.
Quivi egli fondò un monistero, che
quale abbate governò per dieci an-
ni. L'abbazia prese il nome di san
io4 CER
Barlolommeo , cui venne dedicata.
Dopo averla lungamente posseduta
i monaci benedettini, il sommo Pon-
tefice Innocenzo III, verso l'anno
1208, la concesse a' religiosi certo-
sini, che vi formarono la Certosa,
che tuttora è in florido stato. L'ospi-
talità, cui essi esercitano, fa ammi-
rai'c ai passeggieri le loro virtù; ed
il maestoso ed insieme semplice edi-
lizio, che in sé raccoglie le incan-
tatrici bellezze della natura , ed i
conforti soavi della religione, merita
di essere ricordato.
CERTOSINE. Ordine di mona-
che. Non si conosce l'origine di que-
ste religiose perchè non istituite da
s. Brunone ; però si sa di certo ,
cheilloi'o primo monistero fu fonda-
to mentre viveva il p. Guigues quin-
to generale de' certosini , come si
legge nel catalogo de' monisteri di
quest' Ordine , inserito in fine degli
Statuti stampati nel i5io, in cui
pur trovasi quello delle Monache di
Bertaud j eretto nel 11 16. Dalla
cronaca del certosino Pietro Or-
^ landò inoltre si apprende , che nel
1207 nella Certosa di Destoges vi
era una donna chiamata Marghe-
rita, di santa vita, e che nel 1 2 1 5
Agnese priora di quel monistero fu
celebre per le venerande sue virtù,
e pei miracoli, che Dio volle ope-
rare a di lei intercessione. II Bonan-
ni nel suo Catalogo capo XXXV ,
Delle monache certosine ^ coli' auto-
rità di Carlo Giuseppe Morotio, nel
Teatro cronologico eli quest' Ordine,
parte VI, dice che nel 1282 fu
fondato il monistero di monache
certosine nel Delfinato in un luogo
chiamato Prato Molle o PremoI ,
per opera del Delfino Ugo , e di
.sua moglie Beatrice di Monferrato,
figlia di Pietro conte di Savoja. Ne-
gli statuii scritti nel i258 dal p.
CER
RifTerio, procuratore generale de'cer-
tosini, non si fa parola delle osser-
vanze delle monache , forse per la
conformità di quelle de' monaci ,
benché scriva il p. Tutin nella Sto-
ria dell' Ordine certosino, che il b.
Giovanni- spagnuolo diede alle mo-
nache alcune costituzioni da lui fatte
pel monistero di Pre-Bajon, fondato
nel i23o. Osserva il Bergier , che
a' suoi tempi vi erano soltanto quat-
tro monisteri di certosine in Fran-
cia, ed uno in Savoja, fondati nei
secoli XIII, e XIV. Il piccolo nu-
mero de' loro monisteri vuoisi di-
pendere dall' estrema solitudine, che
l' istituto prescrive, il quale non può
in generale convenire alle donne,
ed è perciò, che le certosine hanno
più orazioni vocali dei religiosi. Ul-
timamente si contavano quattro ca-
se di certosine, cioè di Salette pres-
so Lione , di PremoI presso Gre-
noble, di Melan in Savoia, e di Gos-
nay presso Bethune nella diocesi di
Arras , ritenendosi per principale
quello di PremoI. Però attualmente
le certosine hanno un solo moniste-
ro denominato di s. Croce di Beau-
regard, nella diocesi di Grenoble ,
poco distante dalla gran Cei'tosa.
Le certosine , per quanto è pos-
sibile, sono conformi ai certosini
neir osservanza domestica e religiosa,
tanto neir uflizio divino, che nei ri-
ti e ceremonie della Chiesa, quan-
to in molte austerità ed astinenze,
eccettuato però, che mangiano in-
sieme nel comune refettorio, e non
sono obbligate ad osservare con
tanto rigore il silenzio e la ritira-
tezza nelle celle. Una volta nel ri-
cevere le fanciulle non prendevano
dote di sorte alcuna, ma se ne am-
mettevano tante, quante ne poteva-
no mantenere le rendite del moni-
stero. Avanti il concilio di Trento
CER
facevano la professione regolare di
(lodici anni, ma di poi la ridussero
ad anni diciotto. Siccome poi i cer-
tosini hanno mantenute molte an-
tiche pratiche della Chiesa, così an-
che le monache di quest' Ordine
hanno conservata fino al presente
l'antica consagrazione delle vergini,
le quali, dopo aver fatto la profes-
sione solenne, portano il velo bian-
co sino alla loro consagi-azione, che
non si fa prima di quattro anni di
professione , e di venticinque anni
di età. Secondo gli antichi Pontifi-
cali, il vescovo, che le consagra, dà
loro la stola sacerdotale, il manipo-
lo nel braccio destro , l' anello nu-
ziale, la croce, la corona, ed il velo
nero, pronunziando a un di presso
le stesse parole, che dice nell' ordi-
nazione dei diaconi , e dei suddia-
coni. Le vergini così consagrate can-
tano r epistola alla loro messa con-
ventuale, usano la stola quando can-
tano il vangelo all' ufllzio notturno
di dodici lezioni , non essendo vero
che , quando cantano 1' epistola in
altri tempi, assumano i sagri orna-
menti . Bensì vengono dalle mona-
che conservati presso di loro, e con
essi sono sepolte dopo la morte. V.
il Pontificale romano, col commen-
tario del Catalano, Slilling Disser-
talio de Diaconissis ed Arn. Raisse,
Origin. Carthiisianarum Beigli, Dua-
ci i632.
Le priore e le religiose promet-
tono ubbidienza al capitolo generale
dell' Ordine, e sono obbligate a man-
dare ogni anno una lettera della
promessa ubbidienza. Sono inoltre
tenute le priore ad ubbidire ai pa-
dri vicari, che sono i direttori dei
loro monisteri ; ma le altre mona-
che promettono ubbidienza solo alla
priora, benché tutte, anche le con-
verse, professino alla presenza del
CER to5
vicario , che nominano in quell'atto
insieme colla priora. Tal vicario or-
dinariamente abita con uno, o piìi
religiosi in una casa vicino al mo-
nistero delle monache, per sommi-
nistrar ad esse i sagramenti , diri-
gerle nello spirito, ed aver cura dei
loro interessi temporali. Però negli
statuti dei certosini dell'anno i368
fu proibito ai medesimi di ricevere
o d' incorporare nuovi monisteri di
monache , il che dipoi venne ap-
provato dal sommo Pontefice Inno-
cenzo XI.
Le vesti delle religiose sono si-
mili a quelle de' certosini , cioè di
lana bianca , a cui aggiungono un
manto bianco , il velo nero , e il
soggolo come quello delle altre mo-
nache. Ne riportano la figura il cita-
to Conanni, e il Capparroni nella sua
Raccolta degli Ordini religiosi a
pag. 33. Quando parlano con per-
sone secolari , anche parenti, locchè
si concede di rado, lo lànno in pre-
senza della priora, ovvero di una,
o di due religiose, e coperte di ve-
lo neio. I loro monisteri hanno i
termini come quelli dei religiosi ,
oltre i quali dai mentovati statuti
è proibito con gravi pene ai vica-
ri, ed alle priore d'intromettere i
religiosi destinati alla loro cura ,
senza la licenza del capitolo genera-
le. Di quest€ religiose scrissero an-
cora Pietro Sutore, nel suo trattato
sopra la vita àp' certosini, e Teodo-
ro Petreo nella Cronaca della Cer-
tosa, lib. V, cap. 4-
CERTOSINI. Ordine monastico.
S. Brunone fondatore di esso , na-
tivo di Colonia, era prima canoni-
co di s. Cuniberto nella sua patria,
poi della chiesa di Nostra Signora
diReims, ed uno de' più dotti teo-
logi del suo tempo. Molti storici rife-
riscono intorno a lui un avvenimento
io6 CER CER
impresso nelle sue Opere pubblica- rispetlo ed ammirazione, e venne-
te nel l 'ìi^y in Parigi ; avvenimen- ro abbelliti i ricoveri della peni-
to di cui trattano egregiamente i tenza, ed assegnate ad essi reudite
Bollandisti, y4ct. Ss. OrlohrÌM, t. Ili, cospicue. E ben il meritarono, es-
tit. 6. Si racconta pertanto , che scudo questo uno dei pochi Ordi-
trovantlosi Brnnone nel 1082 in Pa- ni, che non ebbero mai bisogno di
rigi presente all' esequie del suo ami- riforma Delle ricchezze loro face-
co Raimondo Diocre, dottore pari- vano un lodevole uso a vantaggio
gino, mentre gli si x'ecitava l'ufllzio de' miseri, e vivevano eglino sem-
de' morti, alle parole di Giobbe: pre colla mirabile frugalità prescrit-
Jlesponde ìmlii, alzò il cadavere il ta dalle rigide regole [V. Certosa).
capo, e con voce tremenda disse: Adunque all'anno 1084, o a[ 1086
Al giusto tribunale di Dio sono ac- da s. Brunone e da' suoi compagni
elisalo j quindi nel secondo giorno si diede incoininciamento all'Ordi-
deir esequie , disse : Dal giusto gin- ne. Superando 1' asprezza, e la ste-
dizio di Dio sono stato giudicato j rilità della selvaggia posizione della
poi in quelle del terzo giorno , Dal Certosa, pieni di fervore incomin-
giusto giudizio di Dio sono stato ciarono essi a fabbricare la chiesa ,
condannato. Perciò Brunone si de- e nelle sue vicinanze alcune celle
terminò di abbandonare il mondo, distinte, e separate una dall'altra,
e ritirarsi a vivere religiosamente, a somiglianza delle antiche laure
Altri vogliono, che la di lui risolu- della Palestina, e degli eremi pri-
zione di recarsi in un deserto fosse mitivi di s. Romualdo. Quindi il
avvenuta dopo una visione, che ne santo prescrisse a' suoi monaci l'a-
lo invitava. Certo è che s. Bruno- stinenza dalle carni, sebbene infer-
ne si sentì chiamato da Dio alla mi, il lavoro manuale in ore deter-
vocazione religiosa, siccome afferma- minate, un perpetuo silenzio e ri-
no tutti gli autori dell'Ordine cer- tiramento, per attendere più libe-
tosino, e eh' egli, insieme a sei coni- ramente all' orazione , e alla medi-
pagni, andò a visitare Ugo vescovo tazione delle cose celesti, al canto
di Grenoble, Io consultò sul conce- delle lodi divine, alla mortificazione
pito disegno , e gli domandò un del proprio corpo , ed all' esercizio
qualche deserto nella sua diocesi. Il di tutte le virtìi. Le celle de' cer-
ve^scovo lo condusse attraverso delle tosini sono tutte distribuite nel chio-
montagne in una vallata che gli stro maggiore, con una medesima
donò, presso un villaggio chiamato distanza tra loro, ti'ovandosi in cia-
dal nome delle montagne Cci-tosa , scuna quanto è necessario all'uomo,
che in seguito diede la denomina- che rinunzia al mondo; cioè una
7Ìonc all'Ordine certosino o cartu- camera con camino, che serve
siano, pel quale denominati pur ven- anco per mangiare , altra camera
nero Certose i monisteri, che in prò- per dormire, una piccola galleria,
gresso fondò quel santo, concorren- un gabinetto per lo studio, una sof-
dovi vari sovrani e personaggi con fìtta , alcune guardarobe , ed un
.sorprendente magnificenza. Perchè giardinetto. Quivi si danno loro
essendo allora in somma venera- lutti quegli strumenti , che richie-
7Ìone la vita ritirata e contempla- dono per lavorare, e tutti i libri,
ti va, que' monaci ottennero ovunque che bramano, non uscendo dalle.
CI'LR
celle che tre volte al giorno por
4-ecarsi in coro al mattutino , che
recitasi a mezzanotte, alia messa
ponventuale, ed al vespero. Nel ri-
manente del tempo stanno i certo-
sini costantemente rinchiusi, e man-
giano soli nelle celle , ove per un
finestrino esteriore e chiuso è loro
somministrato il vitto necessario ,
fuorché ne' giorni festivi , ne' quali
vanno in coro a dire tutte le ore car
noniche, e poscia mangiano unita-
mente nel comune refettorio , ove
però non mai viene dispensato il
silenzio, venendo loro solo permes-
so in determinati giorni alcun ra-
gionamento fra religiosi, nell' inter-
vallo che corre da nona a vespero.
In altri giorni dell' anno è ad essi
accordato di uscire dal monistero
una volta la settimana per andare
a spasso fuori della città, o in luo-
ghi appartati , non essendo lecito
uscire in ogni giorno che ol supe-
riore, e al procuratore pegli affari
dell'Ordine. Alle donne è vietato
di entrare anclie nelle loro chiese ^
eccettuata quella di s. Maria degli
Angeli di Roma, per non essere in-
teriore , come lo sono quelle delle
altre Certose.
Decorsi circa sei anni dacché s.
Brunone esemplarmente viveva nella
Certosa di Grenoble, l'antico suo
discepolo Ottone da Chatillon , di-
venuto nel 1088 l'ontefjce Urbano
li, il chiamò a Roma con precetto
di ubbidienza per valersene nel go-
verno della Chiesa, e della sua co-
scienza. Il santo fu .seguito da al-
cuni compagni, a' quali venne nella
città assegnata una decente abita-
zione ; ma non poteiido .snifrire le
distrazioni, ed i disturbi, dopo al-
cun tempo fecero ritorno alla Cer-
tosa, il possesso della quale venne
^d essi confermato da mi bieve apo-
CER 107
stolico di Urbano II intanto che il
lor fondatore gli animava a pi'ose-
guire nel primitivo fervore e peni-
tenza , mercè frequenti lettere. Ma
non andò guari, che il medesimo
santo, annoiato dal tumvillo inse-
parabile da upa corte, in cui si
trattavano tutti i grandi affari del
cristianesimo , con alcuni discepoli
che avea adunati in Roma, passò
in Calabria, e si fermò nel deserto
della torre, per dedicarsi all'orazio-
ne, e all'osservanza del suo istituto,
ed avendo ricevuto il territorio in
dono da Ruggiero principe della
provincia, ivi .santamente movi nel
I IO r.
S, Brunone non lasciò regola par-
ticolare ai religiosi del suo Ordine,
ed i loro statuti furono compilati
dal ven. Ouigiies, quinto generalo
de' certosini , formandoli a tenore
di quanto aveva veduto praticare
dai primi discepoli del .santo. Li
chiamò Co.sttnni della gran Cerlor
sa, e li rese comuni alle altre ca-
se, che allora erano tre. Quindi s,
Antelmo, settimo generale certosino,
introdu.sse l' uso de' capitoli gene-
rali, che si celebrano .sempre nell;^
Certosa di Grenoble, ne' quali si fl^-
cero diversi regf)lamenti. La prima
nppi'ovazionc dell'Ordine, per parte
della Sede apostolica, .si attribuisce
ad Urbano li , quando ordinò, col
summentovato suo breve, che i com-
pagni di s. Brunone, partendo da
Roma , fossero rimessi in possesso
della Certosa di Grenoble; quindi il
Pontefice Ales.sandro IH lo confer-
mò ai 2 settembre i i 76. Quest'Or-
dine professa molte regole .sue pro-
prie, niente ha di comune cogli Or-
dini segnaci di s. Benedetto , meno
! iifìizio divino, eh' è (piasi simile a
quello di detto .santo, pei' cui aflTatto
si con.sidera come un istituto parti-
io8 CER
col;\re, poiché quelli che il gover-
nano, hanno il titolo di priori , e
non di abbati. Il loro generale ri-
siede alla Certosa grande , prende
il nome di priore di essa , ed è
inamovibile ed a vita. Diverse vol-
te le costituzioni di quest'Ordine fu-
rono corrette, perchè sebbene fatte
nel capitolo generale, non hanno
forza di obbligare, se non sono con-
fermate in tre capitoli parimenti
generali. Quelle , che attualmente
sono in vigore , sono le medesime
del iSyB, che corrette da una con-
gregazione de' Cardinali furono pub-
blicate nel i58r, e poi confermate
nel 1682 dal Pontefice Innocenzo
XI. Secondo questi nuovi statuti,
alcune osservanze presentemente so-
no più austere delle antiche, giac-
cliè il canto, e l'uffizio de' certosi-
ni sono di rito particolare, essendo
anzi lunghissimo questo secondo , e
seguendo ancora molte cerimonie e
vili antichi della Chiesa. Oltre le
astinenze ed i digiuni frequenti, por-
tano per camicia una tonaca di saja,
loro è proibito il lino, e dormono
sopra un saccone con lenzuola di
lana, e sulla nuda carne usano un
cilicio ed una cintura di corda.
Il Bonanni riporta la figura dei
certosini al capo CVIII del suo Ca-
talogo, facendo altrettanto il Cappar-
roni nella figura X della Raccolta
degli Ordini religiosi^ Roma 1826.
Componesi il loro abito di una to-
naca di panno di lana bianca, le-
gata con cintura di cuoio bian-
co, o con una corda di canape. Usa-
no la cocolla stretta, a cui è attac-
cato un cappuccio quadrato, che si
mettono quando vanno a letto, e
quando stanno in letto; però nel
coro, ed in pubblico portano uno
scapolare largo, che è il loro vero
abito, o parte di esso. Scende quello
CER
scapolare sino a terra , ed ha nei
fianchi due liste dello stesso panno
bianco, le quali uniscono la parte
anteriore, e la posteriore dello stesso
scapolare , che chiamano cocolla.
Quando escono dal monistero fanno
uso di vma cappa nera col cappuc-
cio del medesimo colore. I conversi
si lasciano crescere la barba , ed
usano la cappa di color bigio , o
castagno.
Un tempo (juest' Ordine contava
cento settantadne monisteri ( settan-
tacinque de' quali in Francia , di-
visi in sedici provincie ) , essendosi
propagato nell' Italia, nella Spagna,
nella Germaiiia, nell' Inghilterra,
nella Francia, nella Fiandra, e in
altre parti.
Abbiamo inoltre , che Innocenzo
UT, agli II febbraio i2o5, col
disposto della costituzione ^1 Solet
annuere. Rullar, t. Ili, par. T, pag.
Ilo, approvò i religiosi di Val di
Choux, Vallis Caullium, instituiti da
Viardo, monaco converso certosino
di Lugny nella diocesi di Langres
nella Borgogna , colla regola più
stretta de' certosini. Tal monistero
era capo d' un Ordine poco consi-
derevole, il cui generale prendeva
il titolo di priore. Tuttavolta il Car-
dinal Giacomo de Vitri contempo-
raneo , nella sua Storia occidentale
capo 1 7 , dice che questi religiosi
piesero l'abito dei cistcrciensi, e ne
seguivano gli usi. Il Chopin nel suo
Trattato dei religiosi, e dei moni-
steri, parlando di quello di Val di
Choux, dice che aveva dipendenti
ti'enta piccoli priorati. V. il p. He-
lyot, Storia degli Ordini monasti-
ci, t. VI, pag. 178.
Questo benemerito istituto ha da-
to alla Chiesa molti uomini grandi,
prelati e scrittori, come s. Ugo ve-
scovo di Lincoln, canonizzato solen-
CER
nemente nel ìlio da Onorio III,
s. Antelmo vescovo di Bellay , ed
altri che in parte diremo. 11, certo-
sino Ferrari scrisse un trattato per
qual ragione in quest'Ordine pochi
sieno i santi canonizzati, a cui rispo-
se monsignor Sarnelli colla lettera
XCVIl , del tomo X , dicendo che
per le canonizzazioni, oltre le virtù
in grado eroico, abbisognano an-
che i miracoli , i quali per lo più
non si fanno ad intercessione di que-
sti santi solitari, allìnchè non venga
sturbata la loro religiosa solitudine
colla frequenza de' concorrenti. Di
fatti sappiamo da s. Antonino, Hist.
EccL, tit. XV, capo 11 , § 2 , che
un monaco della Certosa operando
nel II 75 molti miracoli al suo se-
polcro, pe' quali grande era il con-
corso delle persone, essendo sturbata
la quiete di que' religiosi, il loro priore
andò al sepolcro del santo defonto,
<• gli comandò, in virtù di santa ob-
bedienza , che in avvenire non fa-
cesse più miracolo alcuno, come pun-
tualmente eseguì.
Senza mentovare i letterati, e gli
uomini illustri, che uscirono da que-
st'Ordine, diremo che lo stesso certo-
sino Petrejo pubblicò la Biblioteca de-
gli scrittori dell Ordine. , nel 1 609,
continuando altri autori a darci le suc-
cessive notizie. Al Vaticano, e alla
cattedra di s. Pietro diede questo
Oidine Ottone Chàtillon francese ,
Cardinal di s. Chiesa , e poi Papa
Urbano II, il quale dopo essere sta-
to monaco cluniaccnse , divenne di-
scepolo di s. Brunone , come si ri-
riferisce nella sua leggenda nel bre-
viario romano ai 6 di ottobre; e,
secondo alcuni, anche Guido Gross
di s. Gilles, perocché dopo la morte
della moglie era entrato ne' certo-
sini, da' quali uscì per le istanze di
Luigi IX re di Francia per esserne
CER 109
consigliere. Creato Cardinale, e nel
1 %Q5 Papa col nome di Clemente
IV, al dire di Novaes, Dissertazioni
storico-critiche , tomo I , pag. 84 ,
anche nel pontificato conservò sem-
pre le pratiche del certosino istituto.
Non si dee però tacere, che Clemen-
te IV, lungi dall'essere stato di que-
st' Ordine , fu piuttosto confuso con
Fulcodio genitore di lui , che real-
mente tiopo la morte di Germana
sua consorte, entrò tra i certosini.
In fatti il p. Benedetto Trombi, nel
tomo V, pag. 246 dd' suoi Annali
Certosini, stampati con grande cri-
tica in Napoli nel lyyS, convenendo
sul monacato di Fulcodio , non la
parola del figlio , che non avrel)be
ommesso per gloria del suo Ordine,
se ne avesse professato la regola.
Certo è, che i tre seguenti Cardi-
nali appartennero ai certosini , cioè
il b. Nicolò Albergati, il quale era
monaco certosino e vescovo di B(j-
logna sua patria, e nel 14^6 da
Martino V fu fatto Cardinale. Be-
nedetto XIV ne approvò per la
santità di sua vita il culto immemo-
rabile : Alfonso Luigi Duplessis de
Richelieu , francese , fiatello del ce-
lebre Cardinal di tal nome, visitato-
re dell'Ordine certosino, e da Urba-
no Vili , ad onta della sua ripu-
gnanza , fatto vescovo , e poi nel
1629 Cardinale: Stefano le Camus,
di Poitiers, monaco certosino, ed ar-
civescovo di Grenoble per volere di
Clemente X, e nel 1686 creato da
Innocenzo XI Cardinale prete del
titolo di s. Maria degli Angeli, ap-
partenente al suo Ordine.
Finalmente la storia di quest'Or-
dine, che tuttora fiorisce, viene de-
scritta copiosamente dal Monastico
anglicano di Dugdale; da Dorlan
Cron. de Certos., da Petreio, Biblio-
teca de' CerLosini, succitato, dal Mi-
no CER
leo Origines Carlhusianomni, Colo-
iiiae 1609, da Mcleagro Pentimalli
nella Fila di s. Brunone, colla cro-
nologia di tutti i priori della Certosa,
Roma 1621 e 1622, nonché da al-
tri autori della storia de^li Ordini
religiosi.
Lo stemma de' certosini si com-
pone di un globo sormontato da
una croce, circondato da sette stelle,
ed avente sotto di sé, e d'intorno
in giro, questa epigrafe: stat crux
DUAi voLviTUR oUBis. lu Rouia i cer-
tosini tuttora stanno nella loro Cer-
tosa di s. Maria degli Angeli , resi-
denza del procuratore generale, prio-
re di essa. Oltre quanto superior-
tnente dicemmo , aggiungiamo qui
sullo stabilimento de' certosini in
Roma, che il Pontefice Urbano li
diede a s. Briuione per residenza
de' suoi religiosi la casa annessa alla
chiesa di s. Ciriaco alle Terme diocle-
ziane, come rilevasi da un breve pro-
dotto dal citato p. Trombi. Così, non
senza un' amnjirabile disposizione
della divina Provvidenza, questa con-
gregazione entrò sino d'allora in pos-
sesso di questo luogo, che dopo quat-
tro secoli dovca servire di stabile
abitazione a' suoi religiosi , i quali
ivi alzarono vni nobilissimo altare a
s, Brunone.
In questo sito il conte Napoleone
Orsini di Manopello avea stabilito
di erigere un ampio nionistero ai
certosini; ma essendo morto nel i366
il conte di Nola suo fratello, otten-
ne da Urbano V, a' i8 luglio iSyo,
ira breve, che dava facoltà ai cer-
tosini di poter fondare una Certosa
presso la basilica di s. Croce in Ge-
rusalemme. L'aria insalubre però di
questo luogo faceva solfrire ogni anno
ai monaci , massime nell* estate ; il
perchè ricorsero essi a Bonifacio IX,
afìinchè volesse loio concedere il ino-
CER
nistcro di Palazzuolo nella diocesi
di Albano (f^edi) , per ripararvisi
nell'estate, come in effetto ottennero.
Ciò non pertanto per l' inclemenza
dell'aria di s. Croce in Gerusalem-
me, nel capitolo generale del 14^9
fu deciso rinunziare il monistero a
Papa Martino V, come narra il p.
Trombi, al tom. VIII, § yS. Ma il
Pontefice lungi dall'accettare, gì' in-
coraggi a rimanervi; laonde nell'ai- I
tro capitolo generale del 1 43 1, ven-
ne stabilito a maggior decoro del
priore della Certosa di Roma , che
dovesse in lui uniisi la carica di pro-
curatore generale dell Ordine, conni
poi si è stabilmente praticato. In
progresso di tempo i cei'tosini fissa-
rono ospÌ2,io in Roma avanti la chie-
sa e monistero, ora distrutto, dietro
s. Pietro ia Vincoli, ove si trasferi-
vano nell'eslate da s. Croce in Ge-
rusaleunne ; finché assunto al pon-
tificato Pio IV, 3 Tedici j milanese,
ai 27 luglio i56i inviò al priore
della gran Certosa, il breve, Mona- ì
sttria .si/ignln, e concesse a' certosi- 1
ni , come dicemmo superiormente
all'articolo Certosa, la chiesa di s.
Maria degli Angeli alle Terme di
Diocleziano , facendovi erigere con-
tigua la Certosa , ove tuttora fio-
riscono questi esemplarissimi re-
ligiosi.
CERVANTES Giovanni, Cardi-
nale. Giovanni Cervantes nacque a
Lora di Andaluzia. Ottenne la lau-
rea in ambe le leggi; fu arcidiaco-
no di Siviglia, e dopo le chiese
di Avila e Segovia, ebbe l'arcive-
scovato di Burgos. Poi nel i4'JO, ad
istanza del re cattolico, da Nicolò V
conseguì quello di Siviglia; essendo
già stalo creato Cardinal prete di
s. Pietro a' Vincoli, ai 24 maggio
14-26 da Martino V. Eugenio IV, nel
j446, lo trasferì al vescovato d'O-
stia, colla legazione al concilio di
Uasilea, col 1). Nicolò Carilinal Al-
bergati; e poi fu inviato a titolo di
onore da quei padri, che lo temeva-
no assai, legato al Pontefice, e ad
altri principi d'Italia, per sopire le
differenze tra la repubblica veneta, e
Gianmaria Visconti duca di Milano.
Quindi venne spedito alla dieta di
Magonza, nel i43q, per gli aflàri
del conciliabolo di Basilea, Della sua
casa in Siviglia, fece uno spedale
capace di ottanta infermi, dedicato
a s. Ermenegildo, cui arricchì a suf-
ficienza ; lasciò un fondo per l' an-
nua dote di dodici vergini da collo-
carsi in matrimonio ; nella sua chie-
sa eresse una cappella allo stesso
santo con fpiattro cappellanie ; libe-
rò dal duro assedio di Siviglia, il
re di Castiglia, e dopo essere inter-
venuto alla elezione di Eugenio IV,
e Nicolò V, morì a Siviglia, nel
1^53, contando ventisette anni di
Cardinalato , e fu sepolto nella sua
metropolitana.
CERVANTES Gasparo, Cardi-
nale. Gasparo Cervantes nacque a
Cacei'es di Polenza nel 1 5 1 i . Eru-
dito nelle leggi, e nelle facoltà teo-
logiche, era vicario generale dell'ar-
civescovo di Siviglia, inquisitore del-
la fede , arcivescovo di Messina sot-
to Pio IV nel i56i ; poi nel i568
ebbe la metropoli di Tarragona. Al
concilio di Trento fu altamente sli-
mato, trattò presso al Pontefice la
causa dell'arcivescovo di Toledo; e
a mezzo di Filippo li, lo stesso
s. Pio V, a' 17 maggio del iSyo, lo
creò Cardinal prete di s. Bartolommeo
ali Isola. Poscia nel iSya venne spe-
dito legato al medesimo Filippo a
conchiudere gravissimi affari. Anche
a Tarragona celebrò un sinodo, sta-
bdì un seminario e un noviziato ai
gesuiti, ed una università, la <juak
CER iTf
volle poi erede di tutto il suo avere
quando morì nel i5j5 dì sessanta-
quattro anni, e cinque di Cardina-
lato. Fu sepolto in quella metropo-
litana con magnifico elogio.
CERVIA (Cervien.). Città con
residenza vescovile nello stato pon-
tifìcio, legazione di Ravenna, posta
sulla spiaggia del mare Adriatico ,
con piccolo porto, al quale si giun-
ge per mezzo d' un canale, avente
i dintorni lidondanti di slagni, dai
quali si ricava molto sale, massime
dalla vasta palude chiamata Valle
di Cervia. L' aria è perciò alquanto
mal sana, quantunque nel lyoSsia
stata trasportata la città, coll'erezio-
ne di vari edilìcii , nel luogo ove
trovasi, avendo gettata la prima pie-
tra nei fondamenti il vescovo Ric-
camonti ai 24 gennaio, nel pontifi-
cato d'Innocenzo XII. Era dnppriuìa
un quarto di miglia più discosta dal
mare, in un sito ove l'aria era no-
cevolissima. Antichissima n' è l'ori-
gine, dappoiché Ficocle, o Phyroclc ,
cui succedette Cervia, trae l'origine
dai pelasgi , a' quali si dee la sua
erezione in vuio a varie altre città
della regione lungo la costa adriati-
ca, tutte floride e potenti. Cervia
si repula per una delle cinque città
più nobili componenti la pentapoli
dell'esarcato di Ravenna. In quanto
all'origine del suo nome, è a sapersi
che Cerere era la divinità più di
tutte venerata in Ficocle in sontuo-
so tempio, i cui ruderi si osservano
in Cervara , possidenza de' vescovi
cervesi, chiamata già Caereris Ara.
Con egual denominazione corrotta-
mente denominossi la città, che surse
dopo Ficocle per trovarsi eziandio
nella via di Cerere ; laonde fu detta
prima Caereria, quindi Ceraia. La
opinione poi di alcuni, i quali ne fì\nno
derivare il uome dagli acervi di sale.
112 CER
ch'ebbe sempre Ficocle, non è am-
messa dai critici.
Cervia soggiacque ai destini dell'e-
sarcato , e alle vicende della Roma-
gna, perdendo i pregi, che la distin-
guevano. Fu soggetta al dominio dei
bolognesi, poi dei forlivesi, indi di
diversi polentani signori di Ravenna.
Appartenne in seguito ai Malatesta
signori di Rimini. Di fatti si ha,
che il Pontefice Nicolò V, ai 29 ago-
sto 1449 j naturalizzò Malatesta fi-
glio spurio di Sigismondo, e dipoi,
ai 23 maggio 14^0, gli conferì il
vicariato di Cervia , che aveva già
dato al di lui genitore ai i4 giu-
gno i448j con annuo censo, ed inol-
tre lo assolvette di quello da Sigis-
mondo non soddisfatto alla camera
apostolica; ma in seguito con diplo-
ma del primo marzo i4^2, aggiun-
se alla città di Cesena l'agro di Cer-
via. Finalmente nel pontificato di
Clemente VII, e nell'anno 1527,
mentre l'esercito di Carlo V asse-
diava Roma , la repubblica di Ve-
nezia s' impadronì di Cervia , ma
dopo la pace conchiusa nel i53o
fra il Papa, l'imperatore e i vene-
ziani , Cervia tornò stabilmente al
soave dominio della Chiesa Roma-
na, sotto la quale incominciò ad es-
sere soggetta sino da quando nel
secolo Vili l'esarcato divenne do-
minio de' sovrani Pontefici , e nella
ultima vicissitudine fu partecipe di
quelle della Romagna.
E tradizione costante, avvalorata
dagli statuti della città , essere ve-
nuta Cervia alla fede l'anno 5o del-
l' era cristiana , per opera di Eleu-
terio , che ne fu primo vescovo in-
viatovi dall'apostolo dell'Emilia san
Apollinare, discepolo di s. Pietro.
Provasi ciò con un manoscritto ap-
partenente al Cardinal Paolo Cesi, ve-
scovo di Cervia nel 1 69 j, di cui vuoisi
CER
autore Ciistoforo di s. Marcello, vesco-
vo egli pure di Cervia nel 1 43 i, cele-
bre non meno per dottrina, che per
la qualifica di nunzio apostolico presso
il concilio di Basilea, ove si legge:
»» His accedit quod in locum Fla-
>» minum diis Phycoclensium sub
« ethnica superstilione famulantiuin,
» promulgata jam Christi fide, suc-
» cessit episcopalis honor .... Eleu-
» therius qui ex Ravenna huc ac-
» cessit, a sancto Apollinare episco-
» pus ordinatus per octo fere annos,
» ecclesiam Phycoclensem rexit ".
Questa sede rimase suffraganea del-
la metropoli di Ravenna ; senon-
chè, avendo Gregorio XIII colla bol-
la Universi, elevato al grado ar-
civescovile Bologna sua patria , vi
sottomise il vescovato di Cervia, al
quale precedentemente, nel iSyg,
avea estinto un censo, che gli paga-
va la camera apostolica. Di poi il
Pontefice Paolo V liberò Cervia dal-
la giurisdizione metropolitica di Bo-
logna, e la restituì a quella di Ra-
venna , di cui è tuttora sutlra-
ganea.
Cervia venera sugli altari due dei
suoi vescovi , cioè s. Paterniano e
s. Geronzio , e la sua sede illustre
venne occupata successivamente da
personaggi chiari per virtìi , dottri-
na e natali. E primieramente abbia-
mo, che Eugenio IV nel i446 f^^e
vescovo commendatario di C«rvia il
suo nipote Cardinal Pietro Barbo
veneziano, che nel 14^4 salì sul
trono pontificale col nome di Pao-
lo II , mentre gU altri vescovi di
Cervia fregiati della dignità Gu-di-
nalizia , sono i seguenti : Antonio
Corraro veneto nipote di Gregorio
XII ; Isidoro Ruteno greco, chiama-
to l'apostolo de' greci e ruteni ; Pie-
tro Ficschi de' conti sovrani di La-
vagna; Guglielmo Alidosi dei signori
CER
d' Imola ; Paolo , ed Ottavio Cesi
romani; Scipione, ed Ottavio Santa
Croce, pure romani ; Decio Azzolini
di Fermo ; Alfonso A^isconti mila-
nese; Bonifacio Bevilacqua di Fer-
rara , e Gio. Francesco di Bagno
mantovano. Furono poi nunzi della
Santa Sede in Francia per la causa
di Lotario I , il vescovo Giovanni
Tanno 86 1 , e al concilio basileese
il mentovato Cristoforo ; mentre il
Cardinal Bonaventura Gazola, fino
al 1820, era stato vescovo di Cer-
via, donde venne trasferito alla sede
di Montefiascone.
La cattedrale è un buon edificio,
rifabbricata da ultimo dal zelante
vescovo Ignazio Gio. Cadolini, ed è
dedicata ai santi suoi vescovi Pater-
niano e Geronzio, ed il suo capitolo
si compone di due dignità, cioè l'ar-
cidiacono, e il prevosto, di dieci ca-
nonici con due prebende , quattro
mansionari , e di altri preti, e chie-
rici pel divino servigio. L'arcidiaco-
no esercita le funzioni di parroco
nella cattedrale, die è l'unica par-
rocchia della città, sebbene in essa
vi sieno delle altre chiese ben orna-
te, e r episcopio è unito alla catte-
drale. Sonovi un monistero di reli-
giosi, l'ospedale, e il seminario da
ultimo ripristinato nel 1828 dal pre-
lodato vescovo. La mensa è tassala
nei libri della camera apostolica in
fiorini duecento.
Fra i cittadini di Cervia , che
in essa fiorirono, merita qui spe-
cial menzione Lorenzo Caleppi ,
il quale fornito di grande inge-
gno, e delle più belle virtù, dopo
luminosa caniera ecclesiastica, bene-
merito della Santa Sede, ne rice-
vette il premio da Pio VII, che lo
esaltò alla dignità Cardinalizia.
Sui vescovi di Cervia è a vedersi
rUghelli nel tomo II della sua Italia
CES ii3
sagra^ e Pier Luigi Galletti, Lettera
intorno alle serie de' vescovi di Cer-
via ^ Roma 1760. Abbiamo poi da
Giuseppe Pignocchi il Catalogo del-
le notizie sinora rilevate dai libri
storici, archivi e mss. sopra le sa-
line di Cervia, e loro sali, i domi-
nanti suoi e gli appaltatori, Raven-
na lySo, e da Pietro Antonio Za-
nonio, De Salinis Cerviensibus car-
mina, Caesenae 1788.
CERVINI Marcello, Cardinale,
V. Marcello II.
CESARE DE BUS (ven.), Fonda-
tore della Congregazione della Dottri-
na Cristiana. Questo santo sacerdote
nacque li 3 febbraio del i544 a Ca-
vaillon o Cavaglione, città della con-"
tea Venesina, ove altre volte avea
sede un vescovo, ed ora è soggetta
alla diocesi di Avignone. Il padre
di lui chiamavasi Giovanni Battista,
e la madre Anna de la Marc, am-
bedue discendenti da illusU'i fami-
glie. Questi conjugi, scorgendo in
Cesare le più felici disposizioni, si
diedei'o a coltivarle con ogni pre-
mura, e poiché si mostrò desideroso
di abbracciare lo stato ecclesiastico,
lo mandarono al collegio di Avi-
gnone, ove si distinse per amore
allo studio, ed alle pratiche di cri-
stiana mortificazione e carità. Egli
era fornito di pronto ingegno, e di
solido giudizio, modesto, compiacen-
te, e soprattutto geloso della purez-
za. Pi'ima però che avesse compito
i suoi studi, fu richiamato dal padre
a Cavaglione, a motivo delle tur-
bolenze insorte nella Francia per
opera degli eretici. Cesare pieno di
zelo per la fede si armò contro i
nemici della religione, e non appena
questi furono umiliati, fece ritorno
alla casa paterna. Senonchè non an-
dò guari , che volle ripigliare la
carriera delle armi , ed a tal fine
8
ii4 CES
recossi a Bordeaux, ove suo fratello
Alessandro apparecchiava un'armata
navale contro la Roclielle, Dopo una
grave malattia sofferta in cotesta
città, per cui dovette ritornai'e in
patria, pensò di andare a Parigi,
ove si trattenne tie anni, menando
una vita del tutto mondana. Ritor-
nato a Cavaglione, perdette il pa-
dre, ed un fratello canonico della
collegiata di Salon, il quale lasciò
vacanti alcuni benefizi ecclesiastici.
Cesare, quantunque cingesse la spa-
da, non ebbe orroi'e di entrare in
possesso di questi beni , e continuò
a condurre una vita oziosa e dissi-
pata. Ma Dio, che lo avea destinato
a grandi cose, mise in animo ad
una povera vedova di campagna,
chiamata Antonietta, e ad un sem-
plice chierico, di nome Luigi Guyot,
di adoperarsi a convertirlo, come di
fatti avvenne. Cesare aprì gli occhi
.suir infelice suo stato, e cangiò te-
nore di vita. Ma per difendersi da-
gli assalti de'suoi vecchi amici, recossi
ad Aix, donde passò ad Avignone
affine di approfittare del santo giu-
bileo. Distaccato col cuore dai beni
di questa terra, rinunziò tutti i suoi
benefizi , e recatosi in patria , si
diede alla pratica di ogni maniera
di cristiane virtù, senza punto ba-
dare alle beffe, che di lui faceano
i seguaci del mondo. Meditava del
continuo la morte , leggeva le vite
de' santi , che molto aveano contri-
buito alla sua conversione , e si
mortificava con tanta asprezza , che
ne cadde malato. Né contento di
faticare alla sua santificazione, si
diede con mollo zelo a pi-aticare le
opere di misericordia. Gì' indigenti,
e gì' infermi furono gli oggetti del
suo tenero amore, e coloro segna-
tamente, che alle malattie corporali
c^uellc aggiungevano dell'anima. K
CES
per meglio riuscire in questo divi-
samento, pensò di ripigliare i suoi
studi, e di consecrarsi a Dio nello
stato ecclesiastico. Il vescovo di Ca-
vaghone, conoscendo il merito di
Cesare, gli conferì un canonicato,
e nel iSSa lo ordinò sacerdote.
Tanta era la divozione , con cui
offeriva l' incruento sacrifizio, che il
suo volto si accendeva , e gli occhi
suoi versavano lagrime di tenerezza.
11 ministero della parola fu da lui
esercitato con frequenza, ed egli
ebbe il conforto di veder molti tra-
viati rimessi sul sentiero della salute,
e molti eretici ritornati in seno al-
la Chiesa. La sua carità poi verso
i peccatori era mirabile, e fu osserva-
to, che sovente un solo suo sguar-
do bastava a convertirli. Legatosi in
amicizia con Alessandro Canigien, pio
arcivescovo di Aix, intervenne ad un
concilio l'accolto da quel prelato, e cer-
cò di ridestarlo spirito di pietà fra i mi-
nistri del santuario. Fondò una con-
fraternita, che fu il modello della
congregazione della Dottrina Cristia-
na, e ne fu eletto a superiore; si
diede alla riforma dei monisteri ;
incoraggiò il vener. Giovanni de la
Barriere a proseguire nell' impresa
di far rivivere lo spirito di s. Ber-
nardo nella sua abbazia di Feuillans;
aiutò de' suoi consigli un commissa-
rio incaricato dalla santa Sede a
regolare in varie provincie l'Ordine
di s. Francesco ; provvide affinchè
fossero tolti alcuni abusi in un con-
vento di domenicani a Cavaglione,
ove riformò anche il monistero di
benedettine, e bandì gli spassi pro-
fani del carnevale. Desideroso di
attendere alla sua perfezione, si ri-
tirò presso una cappella intitolata di ■
s. Giacomo, posta sopra un monte 'IJ
poco distante da Cavaglione. Ma
ben presto i fedeli mossi dalla sua
CES
santità, si recarono a quella solitu-
dine, ed egli fattosi tutto a tutti
esercitava il santo ministero. Sei an-
ni ei visse in tal guisa, e in questo
tempo insegnò la legge di Dio nei
borghi e nei villaggi vicini, e dedi-
cossi all'assistenza degli appestati in
un borgo chiamato Tauro. Addolo-
rato nel vedere, che l'eresia e la
ribellione infestavano la Francia ,
radunò alcuni suoi discepoli, e sta-
bifi di fare con essi delle processioni,
affine di calmai'e la collera del Si-
gnore. Né contento a ciò, concepì
il disegno di fondare una società,
la cui principale incunibenza fosse
d' insegnare e spiegare il catechismo
del concilio di Trento. Ottenutone
l'assenso dal vescovo di Cavaglione,
convocò i suoi confratelli nella chiesa
collegiata dell' Isola, e fece un di-
scorso per eccitarli a dar mano con
zelo ad im' opera di tanta impor-
tanza. Così ebbe principio la congre-
gazione della Dottrina Cristiana ( Ve-
di) ne\ giorno 29 settembre del 1592.
Avignone fu la prima città , in cui
si stabilì , e l' arcivescovo Taurigio
ne ottenne dalla santa Sede l'appro-
vazione. Poscia fu propagata nelle
Provincie del mezzodì della Francia,
e in appresso' Papa Clemente YllI
emanò un breve, con cui permise
se ne fondassero da per tutto degli
stabilimenti. Dapprincipio i membri
di questa congregazione la governa-
vano a vicenda; ma siccome colla
bolla di conferma si ordinava, che
fosse eletto un capo stabile, tutti
concordemente fregiarono di tal di-
gnità il santo istitutore. Questi ri-
volse le sue cure eziandio a fondare
una società di persone pie, le quali
si occupasseio ad istruire le giovani
nelle cose di religione, e vi riuscì
in modo che nel 1 592 ne fondò una
congregazione nella città dell' Isola ,
CES ii5
e poscia in Avignone, e nelle pro-
vincie tutte della Francia meridio-
nale.
Ma le infermità di Cesare anda-
vano di giorno in giorno auraen-.
tando. Egli, anziché procurarsi qual-
che sollievo, si mortificava, e rasse-
gnato alla volontà di Dio, reputa-
vasi felice di poter espiare così i
peccati della sua giovinezza. Da ul-
timo, dopo aver predetto il giorno
della sua morte, placidamente spirò
li i5 aprile del 1607, in età di
63 anni. Il sommo Pontefice Pio
VII, agli 8 dicembre 182 1, lo di-
chiarò venerabile. Questo santo sa-
cerdote compose un libro intitolato :
Istruzioni familiari sulle quattro par-
ti del Catechismo romano. P~. Ì)oT-
TRINARH.
CESARE {Caesar). Titolo, che
si dà agi' imperatori, così detti dal
nome di Giulio Cesare. La Scrittura
indica ordinariamente V imperatore
regnante col nome di Cesare, senza
esprimere il suo altro nome. Abbia-
mo dalla storia romana, che il pri-
mo a portare il nome di Cesare
fu Giulio Cesare pretore nell' anno
di Roma 544- Comunemente si cre-
de derivato questo soprannome dalla
nascita , ed indicante un fanciullo
per la cui estrazione fu duopo apri-
re il ventre della madre, e quindi
si disse: Ccesar a cceso matris utero.
Tuttavolta non é chiaro se dopo
quel Sesto Giulio, il quale appunto
fu r estratto dall' utero materno,
tutti quelli della famiglia Giulia
prendessero il nome di Cesare. P'.
Il Propìnomio isterico ec. Venezia
1676, alla parola Cesare, ove si
leggono le diverse opinioni sull'ori-
gine di tal nome.
Allorquando poi il senato romaiìo
ordinò con decreto, che il sopran-
nome di Cesare portato da Cajo
n6 CES
Cesare dittatore, e primo imperato-
re romano, sarebbe stato attribuito
all'erede dell' impero, questo nome
divenne un distintivo, e un titolo
di onore. Quindi sotto i successori
di Cajo Giulio Cesare, essendo pro-
prio degl' imperatori il nome di Au-
gusto ( J^edi ) , quello di Cesare fu
deferito alla seconda persona dell'im-
pero , senza che per ciò 1' impera-
tore cessasse di portarlo. Si osserva,
che da Marco Aurelio, il quale di-
venne imperatore l' anno di Cristo
i6i, sino all' imperatore Valenfe,
che lo fu nell'anno 364} nessuno
venne dichiarato Augusto, avanti di
essere nominato Cesare. Lucio Vero
è il primo ad esser chiamato Ce-
sare avanti di essere imperatore. Il
p. Aicher, Chronol. iinù'ers. tom. I,
pag. 2, ann. 189, parlando del ti-
tolo di Cesare non d' imperatore,
ma di successore nell' impero, ecco
come si esprime : » Tuncque pri-
>» mum Caesaris nomen imperatori-
» bus proprium, imperii tessera fuit,
'> adeo ut idem esset Caesar, ac im-
" perii candidatus , relieta ipsis im-
M peratoribus prserogativa, ut Au-
» gusti dicerentur. "
In progresso anche gli imperatori
d'occidente adottarono il titolo di
Cesare, onde si dice Maestà Cesarea
r imperatore. Prima che quello di
Russia assumesse il titolo imperiale,
portava quello di Czar, che alcuni
credono formato dalla corruzione
del nome Cesare, attribuito agli
imperatori romani; mentre il primo
principe russo, che adottò il titolo
di Czar fu Basilio, figliuolo di Gio-
vanni Basilide, il quale nel i47o
scosse il giogo de' tartari, e quindi
])ose i primi fondamenti di quella
potenza, a cui è ora giunto il rus-
so impero. Chiama vasi poi Czarina
la moglie del monarca. V. Cassar,
CES
nohiUssimus Imperntor nel Hierole-
Xìcon del Macri , Bononiae 1765,
ed il Porcellini Lexicon tothis lati-
nitatìs, Patavii 1827.
CESAREA {Ccpsa rea Julia). Città
metropolitana d'Africa nella Mauri-
tiana Cesariana , capitale un tempo
della medesima, e già grande, illu-
stre e celebre città, ornata da gran-
diosi edifizi , con magnifico porto
sul Mediterraneo. Gli africani la
chiamarono Tiqaident 3 o la città
vecchia, e vuoisi che sia la Jole
rammentata dai più rinomati geo-
grafi. Si pretende edificata, ovvero
chiamata Cesarea da Juba l'e della
Numidia, perchè egli vi faceva resi-
denza, e situata presso il luogo chia-
mato oggidì Tenes nell' impero di
Marocco, mentre altri credono che
presentemente sia Algeri , Algerian.
sivc Julia Ccesarea, dal Papa re-
gnante nel i838 eretta in sede ve-
scovile, e fatta sufifraganea di Aix.
Siccome poi divenne la metropoli
civile di una porzione della Mauri-
tiana nell'Africa occidentale, essa
prese il nome di Cesariense.
L' imperatore Claudio le diede il
titolo di colonia romana, mentre i
romani per la sua fortezza, larghez-
za, ed altezza delle sue mura non
eranvi potuti giungere che per la
via di mare. Allorquando gli arabi
scorsero vittoriosi tutta l'Africa, Ce-
sarea era considerabile non .«solo per
la sua opulenza, ma per illustri ac-
cademie, da cui uscirono filosofi e
poeti eccellenti, venendo saccheggia-
ta , e ridotta quasi in cenere nel
873 da Firmo, il quale prese il ti-
tolo di re; ma che poi dovette sot-
tomettersi, allorché Valentiniano li
mandò Teodosio nell' Africa Cesa-
riense. Tuttavia cinquanta anni do-
po, mentre incominciava a rimet-
tersi dalle sue disgrazie, cadde in
CES
potere de' vandali, che barbaramente
la bruciarono.
Cesarea divenne metropoli eccle-
siastica della Mauritiana Cesariense
nel IV secolo, e Commanville ne
registra le sedi vescovili suffraganee,
le quali ascendevano al rilevante
numero di cento ventuna, delle quali
si fa menzione ai relativi articoli del
Dizionario. Sappiamo, che Emerito
suo vescovo donatista, era uno dei
sette attori nella famosa conferenza
di Cartagine pel partito di Donato,
come si legge in s. Agostino, lib. de
gestis Clini Emerito cap. i. E Deu-
terio cattolico fu uno dei custodi
delle tavole per i cattolici. Per ter-
minare le differenze di questa chiesa,
il sommo Pontefice s. Zosimo spedi
a Cesarea s. Agostino stesso, della
quale incumbenza questo dottore
parla nelle epistole 109, e 209, e
Possidio ne* fa parola in f^ù. s. Àti-
giist. cap. 1 4.
CESAREA. Sede vescovile d'Afri-
ca, nella provincia di Numidia, sotto
la metropoli di Cirta. Deuterio suo
vescovo fu presente alla conferenza
di Cartagine. Coli. Cari.
CESAREA. Città vescovile dell'A-
sia minore, nella prima provincia
di Bitinia, eretta nel secolo quarto,
e sottoposta alla metropoli di Nico-
media, situala secondo Tolomeo tra
il fiume Ryndace , ed il monte
Olimpo, molto prossima al mare.
Fu chiamata anco Smiralca, ovvero
Smirdeana. UOriens Christ. vi enu-
mera sette vescovi, e quattro latini.
CESAREA, CAEPAREA, o CI-
PARA. Sede vescovile di Tessaglia,
la cui erezione rimonta al secolo IV.
E suffraganea della metropoli di La-
rissa, e secondo Procopio fu riedi-
ficata dall' imperatore Giustiniano.
CESAREA DI Cappadocia [Ccesa-
rea ad Jrgoeiim). Città metropo-
CES 117
litana in parlibnsj vanlaggiosamen"
te situata in una bella pianura, a
piedi del monte Argeo, distante
quaranta stadi dal fiume Melas. An-
ticamente si chiamò Mazaca , ed
Eiisebia j e successivamente la do-
minarono gli assiri, i medi, e i per-
siani, insieme colla Cappadocia, che
avea i suoi re particolari , i quali
continuarono a governarla ad onta
che Alessandro il Grande avesse
reso indipendenti i cappadoci. Alla
morte di Archelao, ultimo di tali
re, Tiberio um la Cappadocia al-
l'impero, e qual provincia romana
la fece governare da un magistrato
romano. Dopo essere stata la città
chiamata anche yépaniia, e Tisa-
ria, ricevette il nome di Cesarea
ad onore di Augusto, locchè av-
venne verso r anno 20 di Cristo.
Avendo essa adorato il fuoco nella
persiana dominazione, e i numi della
Grecia sotto i successori di Alessan-
dro, si abbandonò poscia al culto
degl' imperatori romani, il perchè
si ebbe- il titolo di Neocere, o guar-
diana dei templi innalzati in onore
di essi. Ricevette altresì il titolo di
metropoli della Cappadocia, come la
principale città dell'esarcato del Pon-
to, che comprendeva undici provin-
cie nell'Asia minore, e nell'Arme-
nia, essendo stata per lo più ordi-
naria residenza dei re cappadoci .
Poiché la maggior parte de' suoi
abitanti abbracciò la religione cri-
stiana , e distrusse i templi ido-
latri, incontrò lo sdegno di Giu-
liano r Apostata , che la degra-
dò de' suoi privilegi, obbligò gli abi-
tanti a pagare duecento lire d'oro
al tesoro imperiale, e le tolse il nome
di Cesarea, volendo che si chiamas-
se con quello antico di Mazaca.
Tuttavolta rifiorì sotto gl'imperatori
greci, e quando nel VII secolo do-
ii8
CES
pò il regno di Eraclio V impero fu
diviso in vari dipartimenti militali,
la Cappadocia con Cesarea sua ca-
pitale, fu compresa in quella del-
l' Armenia. Allorché poi fu saccheg-
giata da Sapore re di Persia, con-
teneva quattrocento mila abitanti.
Distrutta , e rifabbricata per ben
quattro volte, nel XIII secolo nuo-
vamente fu ristabilita per opera di
un sultano Selgiencide, ma più al
nord un quarto di lega dell' antica.
Fu posseduta ora dai sultani d' Ico-
nio, ora dai principi della Carama-
nig , ed in fine dal gran signore.
Attualmente è piccola città cinta
di mura, e dominata da un castel-
lo rovinato , ha alcune moschee , e
si chiama Kaiseriech , o Kaj'serie.
Si vuole, che 1' apostolo s. Pieti'o
vi abbia annunziato il vangelo, giac-
ché essendo certo, che lo diffuse per
la Cappadocia, non si deve dubita-
re, che lo abbia fatto anche nella
capitale. Abbiamo inoltre da s. Lu-
ca, Act. i8 , che quando egli da
Efeso si recò in Cesarea, vi rinven-
ne già una chiesa formata, ed ai
tempi di Costantino e di Costanzo
suo figlio, i cristiani erano si nu-
merosi e zelanti , che il mentovato
Giuliano s' indusse alla punizione
suddetta. Prima però di tal' epoca ,
questa chiesa soggiacque ad altre
persecuzioni, il perché leggiamo ii^
s. Basilio, epist. 70 al. 220, tomo III
p. 164, che il Pontefice s. Dioni-
sio, il quale governò la Chiesa uni-
versale sino all'anno 372, scrisse
lettere consolatorie all'abbattuta chie-
sa di Cesarea in Cappadocia, ed in
oltre inviò del danaro per persone
siciu'e , acciocché fossero riscattati
gli schiavi di essa. Indi nell'anno
363 dopo la morte di Giuliano ,
essendosi il successore Gioviano mo-
strato favorevole pcgU oppressi cat-
CES
tolici, si adunò in Cesarea un con-
cilio concernente la fede , come si
ha dal Fabricio in Synodico veteri.
Verso l'anno 535 , col favore del-
l' imperatrice Teodora, riuscì a farsi
nominare arcivescovo di Cesarea
Teodoro Ascida, il quale indusse
r imperatore Giustiniano a condan-
nare le opere di Teodoro di Mop-
sueste , la lettera d'Iba, e lo scritto
di Teodoreto contro i dodici ana-
temi di s. Cirillo. Quindi si condan-
narono i tre capitoli [Vedi), che Teo-
doro Ascida si era adoperato affinchè
fossero sottoscritti dai vescovi greci ,
facendo punire quei, che si ricusa-
vano. Recatosi a Costantinopoli nel
552 il Papa Vigilio, fulminò la sco-
munica a chi ubbidisse all' impera-
tore, che ad intuito di Teodoro
avea emanato altro editto contro i
tre capitoli, e sebbene l' imperatore
procurò pacificarsi col' Pontefice ,
Vigilio nel palazzo placidiano ai 1 4
agosto scomunicò Teodoro, privollo
del vescovato , e della comunione
cattolica, ordinandogli attendere al-
la penitenza; e ad onta di quanto
fece Teodoro nel quinto concilio
generale, i tre capitoli vennero con-
dannati.
Cesarea, chiamata anche Caìsa'
rij e Kaiserièy divenne metropoli-
tana nel terzo secolo, e nel seguen-
te esarcato del Ponto, coi seguenti
dieci vescovati per suffraga nei : Ni-
sa, Canmlianay Thenna Basilica,
Cissus, Teodosio fìoli, Evaissiis, Se-
riasj Arathia, Epolia, e Metodi O'
poli. Non si conosce qual fosse l'au-
torità del vescovo di Cesarea , nei
tre primi secoli della Chiesa ; sem-
bra però, che nei concili si sotto-
scrivesse pel primo, forse perchè
allora aveasi più riguardo all' anti-
chità dell' ordinazione, che alla pree-
minenza della sede. Ma già nella
CES
metà del terzo secolo , sì sa che
Firmiliano, suo vescovo, avea adu-
nato in Iconio iu un concilio i vesco-
vi di Galazia, e di Cilicia , ove si
decretò che il battesimo degli eretici
essendo nullo bisognava ripeterlo.
A stento i vescovi di Cesarea si
sottoposero al patriai'ca di Costan-
tinopoli, pel canone XXVIII del
concilio di Galcedonia; ma aven-
dolo fatto prima di quelli di Efe-
so, e di Asia, furono considerati pei
primi metropolitani del patriarcato
costantinopolitano : ed è perciò, che
in mancanza del metropolitano di
Eraclea , consagravano e intronizza-
vano il nuovo patriarca. I vescovi
di Cesarea portarono il titolo di
eccellentìssimi y distinguendosi fra essi
molti per dottrina e santità, fra i
quali meritano special menzione s.
Firmiliano morto nel 269, s. Leon-
zio che intervenne al primo conci-
lio niceno, e da cui fu consagrato
il primo patriarca di tutta l' Arme-
nia, s. Gregorio Illuminatore , che
ricevette la sua educazione in Ce-
sarea; e s. Basilio il Grande, che
morì nel 379.
Questa città ebbe un arcivescovo
armeno , ed un arcivescovo greco
per le rispettive nazioni, benché an-
ticamente quello greco estendeva la
sua giurisdizione anche sugli arme-
ni. Tali arcivescovati, secondo Com-
manville, avevano per suffragane!
due vescovati, uno sotto il titolo di
s. Maria Dei Genitrix, e l' altro
sotto quello d' Hisia. Difatti la chie-
sa intitolata a s. Maria Dei Geni-
trix, fu dagli armeni risarcita, ed
ingrandita, nel i834 nel qual an-
no restaurarono pur quella di s.
Sergio, però piccola. Presentemente
gli armeni scismatici vi hanno un
vescovo e tre chiese, oltre due al-
tre fuori della città con due piccoli
CES 119
raonisteri, ove dimorano quegli ar-
meni scismatici, che vivono religio-
samente. Poco distante dalla città
vi è un villaggio chiamato Evohe-
rè, ove esiste un bello e ricco con-
vento con chiesa sagra a s. Gio. Bat-
tista, residenza del vescovo armeno
di Kajseriè, con circa otto sacerdo-
ti detti Vartabet, ed il convento ha
circa ottanta camere. Quel villag-
gio è abitato dagli armeni , e da
pochi turchi. Nel vicino villaggio
chiamato Belehgessi, vi sono la chie-
sa ed il convento di s. Daniele con
circa trenta stanze , abitandovi da
otto Vartabet , ma gli abitanti sono
tutti armeni. Questi dimorano pure
neir altro villaggio Derevank, ossia
convento della valle, ed hanno la
chiesa e convento di s. Sergio, già
residenza di un vescovo armeno; in
somma gli armeni ascendono a no-
ve mila, ma lo ripetiamo ancora, so-
no tutti scismatici , dimorandovi i
cattolici soltanto di passaggio.
Anche i greci scismatici vi han-
no un villaggio chiamato Singilde-
rè, ossia Valle-catena. Vi sono un
convento, e la chiesa di s. Gio. Batti-
sta, residenza del vescovo greco di
Cesarea , con sotterraneo , in cui si
venerano le reliquie del santo, fre-
quentato pei prodigi , che in virtù
di Dio vi si operano. Presso poi la
città, nella montagna chiamata Ali-
daghi, o monte di s. Basilio, si tro-
va una chiesa oretta in onore della
beata Vergine Maria, e di s. Basi-
lio, uffiziata dagli armeni, e dai gre-
ci a un tempo, ma in due altari
separati. Si dice, che in questo luogo
s. Basilio vescovo di Cesarea vi me-
nasse la sua vita anacoretica, tra la
rupe della montagna, ed ivi morisse
e fosse sepolto. Questo luogo è mol-
to venerato da ambedue le nazioni.
La santa Sede riguarda Cesarea
120 CES
di Cappadocia, come una metropoli
in parlibus, colle seguenti diciasset-
te sedi suffraganee: Maxiniianopoli,
Arat, Diocossareay Dora, Emao,
Jcifjfa, Lidda, Salda, Samaria, Si-
gea, Terme, Tipasa, Tricomia, Zoa-
ra, Antipatra, Aze, ed Issa, alcu-
ne delle quali appartenevano a Ce-
sarea di Palestina. Laonde i sommi
Pontefici conferiscono tali titoli ai
■vescovi in partibus , come fanno
della metropoli Cesarea. Gli ultimi,
che ne furono investiti, sono Anto-
nio Maria Trigona ; d. Carle Em-
manuele Sardagna de Hohenstein ,
che dalla chiesa vescovile di Cremo-
na dal regnante Pontefice, nel con-
cistoro dei 2 1 febbraio iBSg , fu
trasferito all' arcivescovile di Cesa-
rea. Da ultimo, per morte del pre-
cedente, il medesimo Gregoi-io XVI
nel concistoro de' 27 aprile 1840,
fece arcivescovo di Cesarea d. Gio-
vanni Emmanuele Trisarri e Peral-
ta, canonico decano della metropo-
litana di Messico, coli' indulto della
ritenzione di tal dignità.
CESAREA DI PALESTINA {Cce-
farea Palestine^, o Pyrgos). Città
metropolitana della Palestina, in una
vantaggiosa situazione lungo il mare,
chiamata già Tiirris Stratonis, fin-
ché avendola rifabbricata Erode il
grande, le impose il nome di Cesa-
rea in onore di Augusto, facendovi
eziandio costruire un vasto porto,
ad onta degli ostacoli opposti dalla
natura, che chiamò Sebaste. Sopra
un' eminenza poi fece innalzare un
superbo tempio, in cui collocò una
statua di quell* imperatore, grande
come quella di Giove Olimpico, a
segno che Cesarea sembrava piut-
tosto una città pagana, che città
della Giudea. Infatti, nella guerra
sotto Vespasiano, i numerosi pagani
che r abitavano, fecero strage di
CES
tutti i giudei. Erode impiegò dieci
anni per abbellirla con isplendidi
edifici, e rare magnificenze. Diven->
ne pertanto metropoli della Palesti-
na, fu onorata del titolo di colonia
romana, ed assunse il nome di Fla-
via Augusta Caesarea. In seguito,
essendo fino dalla fondazione Cesarea
unita alla Siria, l'imperatore Clau-
dio donolla ad Agrippa, iiglio di
Erode; ma alla di lui morte tanto
la Giudea, che questa città, furono
riunite al romano impero verso
r anno 44 ^i Cristo, separandosi da
esso soltanto nel VII secolo, per
opera degli arabi. Al tempo delle
crociate, s. Luigi IX, re di Fran-
cia, fece rialzare le sue mura, di-
venendo il soggiorno dei re di Ge-
rusalemme. Ma terminate le guerre
de' crociati , per le gravi vicende
che soffri , poco a poco fu abban-
donata dagli abitanti. Questa illu-
stre città , la quale dopo l' unione
all' impero era divenuta capitale del-
la Palestina, servì di ordinaria resi-
denza ai governatori romani ; ma de-
cadde dal suo splendore, e mentre un
tempo era una delle più grandi e
belle città dell'oriente, non ne ri-
masero che rovine, conosciute sotto
il nome di Caisar o Cassarla, ed
anche Caisarich.
Il principe degli apostoli s. Pietro
vi recò pel primo la luce del van-
gelo, allorquando vi andò a battez-
zare il centurione Cornelio , con
r intera sua famiglia. Cornelio, il
quale era di guarnigione co' suoi
cento uomini nella città, fu il primo
gentile, che ricevette il battesimo,
come osservano s. Gio. Crisostomo,
Homil. 2 3 in Act. Aposlol. p. 609,
e s. Girolamo, Ep. IX, pag. 74,
divenendo in seguito vescovo di Ce-
sarea, siccome abbiamo da Sangallo,
Gest. Rom. Pont. tom. Ili, art. X,
CES
pag. IO 5. Laonde Cesarea fu costi-
tuita sede vescovile nel piiuio secolo
della Chiesa. Quindi, dopo che Gerusa-
lemme "venne distrutta dai romani,
i diritti metropolitani furono trasferiti
in Cesarea, riguardata come la più
ragguardevole della Palestina, e vi
rimasero sino alla metà del secolo V,
quando Giovenale di Gerusalemme
li rivendicò alla sua chiesa nel ge-
nerale concilio Calcedonese. Magni-
fica fu la di lei chiesa , dedicata a
s. Tommaso apostolo, ed è noto
quanto grande fu il mimerò de' fe-
deli, che vi sparsero il sangue pel
vangelo, contandosi trentadue vesco-
vi, i quali successivamente la gover-
narono. Il profeta Agabbo, il dia-
cono s. Filippo, Procopio, ed altri
illustri personaggi l' ebbero per pa-
tria. Commanville registra le sue
trentaquattro sedi vescovili suffraga-
nee , però egli dice che divenne
metropoli nel III secolo, che nel
tempo delle crociate la governò un
vescovo latino, e che poscia fu un
arcivescovato titolare greco. Il nome
pertanto de' vescovati sulfiaganei so-
no : Gaza, Lidda , Ascalona, Bet-
lemme y Joppe, Anlcdona, Diocle-
zianopolij Eleuterìopoli , Neapolis,
Samaria j Ebron, Dora, Alsur, Za-
nia, Nicopoli, Oniiz, Sozuza, Rha-
phia, Gerico^ Livins, Azoto, Syca-
niinon, Archclais , Zàbulon, Sodoma,
Petra, Toxus, Tricomi a, Regeon,
Daron, Hippina, Ettilium, Salton,
e Gè rasa.
Concila di Cesarea in Palestina.
Il primo fu celebrato nell' anno
197, o 198, nel pontificato di san
Vittoi'e I, sul tempo della celebra-
zione della pasqua. Teofilo, arcive-
scovo di Cesarea , e Narciso di Ge-
rusalemme vi presiedettero, colf in-
. C E S 1 9. 1
tervenlo di molti vescovi, ed in esso
fu stabilito, che la pasqua si cele-
brerebbe nella domenica dopo il i4
della luna di marzo. Reg., Labbé,
ed Arduino tom. I, Eusebio in
Chronicon.
Il secondo concilio, per altro non
riconosciuto, si adunò nell'anno 334
dagli Eusebiani per giudicare s. Ata-
nasio, il quale temendo delle loro
violenze, non v' intervenne; il per-
chè Costantino imperatore lo trasferì
a Tiro, acciocché il santo vi si di-
fendesse con libertà. Eusebio di Ni-
comedia, ed Eusebio di Cesarea vi
si trovavano. Arduino tom. I.
CESAREA Pancas. Sede vescovile
di Palestina nella Fenicia marittima
nel patriarcato d'Antiochia alla sor-
gente del Giordano in Siria, eretta
nel quinto secolo, sulfraganea alla
metropoli di Tiro. Al tempo delle
crociate si chiamò Bellina, o Belinas,
fu presa da Folco successore di Bal-
dovino dopo la disfatta de' saraceni
presso Antiochia nel 11 35, e ripre-
sa ai cristiani da Noradino allorché
vinse Raimondo nel 1169. Ebbe un
vescovo latino , e poi fu rovinata
dai successivi avvenimenti. Baudrand
la chiama Cesarea di Filippo, Cae-
sarea Philippi , perchè Filippo il
tetrarca, figlio di Erode il Grande,
la fece edificare in onore di Cesare
Caligola. Portò anche i nomi di Pan-
caa, o Paniac, e quando lo cambiò,
le fu aggiunto a quello di Cesarea
l'altro di Germanica, in onore di
Germanico padre dell' imperatore.
CESAREI LEONI Francesco, Cvr-
dinale. Francesco Cesarei Leoni nac-
que in Perugia da nobile famiglia,
il primo di gennaio dell'anno lySG.
Dopo di avere con lode compito in
Roma gli studi nella nobile iiccade-
mia ecclesiastica , sulla proposizione
della sua provincia fu dal Pontefice
Ili CES
Pio VI nominato nel ì'jS^ uditore
del tribunale della sagra Rota ro-
mana, e dal suo successore nel i8o4
fu dichiarato reggente della sagra
penitenzieria apostolica. Giunto ad
essere decano del medesimo tribu-
nale della Rota, Pio VII, Chiara-
monti, nel concistoro degli 8 marzo
i8t6, lo creò Cardinale dell'ordine
de' preti, riservandolo però in petto:
quindi lo pubblicò nel concistoro dei
5.8 luglio 1817, preconizzandolo nel-
lo stesso tempo vescovo di Jesi , e
poi gli conferì il titolo presbiterale
di s. Maria del Popolo. Fu aggre-
gato alle congregazioni Cardinalizie
del s. officio, de' vescovi e regolari,
del concilio , de' riti , e della laure-
tana. Pio, benefico, amato dai suoi
diocesani, dopo lunga infermità, vide
tranquillo avvicinarsi il suo fine, e ri-
cevuti con esemplar divozione i ss. Sa-
gramenti, spirò nel bacio del Signore
ai 25 luglio i83o. Venne esposto, e
tumulato nella cattedrale di Jesi, e
lasciò degna memoria di se, come
sollecito e zelante pastore, dotto nel-
la scienza legale, e soprattutto aman-
te della giustizia, senza alcun vima-
no riguardo , ed anco a discapito
de' suoi personali vantaggi.
CESAREO (s.). F. Cesario (s.).
CESARIANA [Caesariana). Sede
vescovile dell' Africa occidentale , la
cui provincia è incerta. Se ne fa
menzione nella Coli. Carthag.
CESARINI Giuliano, Cardinale,
Giuliano Cesarini, nato a Roma nel
1 398, accoppiava alla più distinta
nobiltà, non comune acutezza d'in-
gegno. Frequentò le università di
Perugia, Bologna e Padova, nella
quale ultima fu professore di dirit-
to. Quindi passato alla corte del
Cardinal Branda Castiglioni, andò
con lui in Boemia ; poi tornato a
{ionia, divenne uditore di Ruota, ed
CES
in progresso cherico, ed uditore di
camera ; quindi nunzio in Francia ed
Inghilterra, ove a meraviglia sosten-
ne i diritti della Chiesa. Martino V,
ai 24 maggio del 1426, lo creò Car-
dinal diacono di s. Angelo, donde
passò al titolo di s. Sabina; arci-
prete della basilica vaticana , pro-
tettore dell'Ordine serafico , vescovo
di Grosseto , e legato a latere, in
Germania e Boemia, a domare gli
eretici ussiti, cui assali con nume-
roso esercito , proponendo indulgen-
ze a chi guerreggiasse le guerre
del Signoi'e. Cadde però negli a-
guati de' nemici, e nulla potè otte-
nere. Dipoi, nel i43i, andò legato
al famoso concilio di Basilea , ove
corse pericolo di porsi a capo dei re-
frattari; senonchè per alcune vicende,
tornò in Italia ad Eugenio IV, che spe-
dillo ad incontrar Giovanni Paleologo
imperator de'greci, presso cui ebbe tan-
to potere da condurlo a Ferrara .
Fu poi al concilio generale di Firenze
col patriarca di Costantinopoli, ed
altri vescovi, e principi d' oriente,
ove segnatamente a merito di lui ,
si conchiuse per l' undecima volta
r unione della chiesa greca e latina.
Dappoi fu spedito legato nei regni
di Polonia e d' Ungheria, ad indur-
re il re Uladislao ad armarsi con-
tro Amuratte gran signore dei tur-
chi, ed andato con quel monarca al-
la funesta battaglia di Varna, restò
con lui ucciso nel i444> di quaran-
tasei anni, e diciotto di Cardinalato,
essendo vescovo Tusculano. Altri vo-
gliono, che escito dalle mani dei Tur-
chi, restasse trucidato dagli Ungari.
Divotissimo, esercitava molti atti di
cristiana mortificazione, per cui fu
altamente commendato da parecchi
gravissimi uomini, e da Pio li ap-
pellato coir epiteto di ammirabile.
Venne da tutti compianto per la sua
CES
afiàbilltà, integrità, e scienza. La
vita di questo Cardinale raccol-
ta da Vespasiano , fu pubblica-
I ta in Roma nell'anno 1763. Se
ne ha un'altra da Giambattista Ale-
giani, che nell'anno stesso fu divul-
gata in Roma colla vita della beala
Gabriela Sforza. V. Sforza, Ferviti,
Conti e Savdli, i beni prerogative,
ed onorificenze de' quali vennero in
progresso ereditate dalla nobilissima
ed illustre famiglia romana Cesari-
ni, distinta colia qualifica di Gon-
faloniere perpetuo del popolo rO'
mano (F^edi).
CESARINI GnjtiANO, Cardinale.
Giuliano Cesarini, barone di Roma,
per la sua indole assai virtuosa rie-
sci caro a tutti. Era protonotario
apostolico, e canonico di s. Pietro,
quando ai ar agosto del 149^3 A."
lessandro VI lo creò Cardinal dia-
cono dei ss. Sergio e Bacco , arci-
prete della basilica liberiana, e nel
i5oo vescovo di Ascoli. Poi da Giu-
lio II ebbe l'abbazia di Nonantola,
che rendeva mille e seicento fiorini
d'oro di camera ; ma nel 1 5 1 o mo-
rì a Roma, dopo i comizi di Pio
III e Giulio II. Fu sepolto a s. Ma-
ria in Araceli.
CESARINI Alessandro, Cardinale.
Alessandro Cesarini, romano, era ami-
co al Cardinal de' Medici, poi Papa
Leone X ; fu protonotario apostolico,
e dal detto Leone X, nel primo luglio
1 5 1 7, fu creato Cardinal diacono dei
ss. Sergio e Bacco , diaconia cui poscia
cambiò nel i5^i col vescovato di Pa-
lestrina, sotto Paolo III. Benemerito
della Santa Sede, consegui i vesco-
vati di Pamplona e Cuenca nella
Spagna, nel 1 5 1 9 da Leone X ebbe
quelli di Oppido e Gerace; nel iS-ìG
da Clemente VII ottenne l'ammini-
strazione della chiesa di Alessano, e
dell'arcivescovato di Otranto. Wel
CES
123
sacco di Roma fu dato in ostaggio.
Nel i53i pubblicò gli statuti sino-
dali della chiesa di Pamplona ; ed
eletto assente dal conclave Adria-
no VI , il sagro Collegio iiiviol-
lo a Saragozza per esibire al Pon-
tefice il dovuto omaggio a nome
del venerando senato, e del popolo
romano. Paolo III nel i537 lo in-
viò legato a Carlo V perchè si con-
gratulasse con lui della vittoria ri-
portata sopra i tunisini ; poi al re
di Francia per riconciliailo con (ce-
sare, quindi coi Cardinali Campeggi
e Grimani ebbe ordine di tener iu
dovere, e punire i ministri dello
stato ecclesiastico. Mecenate ai lette-
rati, ne albergava parecchi nella pro-
pria casa ; fu uno dei deputati so-
pra gli affari del concilio di Trento,
e dopo i conclavi di Adriano VI,
Clemente VII, e Paolo III, mori a
Roma nel i5^2, avendo compiti
venticinque anni di Cardinalato. Fu
sepolto nella tomba di sua famiglia a
S, M. in Araceli.
CESARINI Alessandro, Cardinal
le. Alessandro Cesarini nacque a Ro-
ma nel 1590, e discendeva dai du-
chi di Civitanuova. Studiò nella uni-
versità di Parma, poi a Roma, ove
fu laureato j divenne cherico di ca-
mera , governatore del conclave in
cui fu eletto Urbano Vili , che ai
3o agosto del 1627 lo creò Car-
dinal diacono di s. Maria in Do-
mnica ; poscia ebbe l' altra diaco-
nia di S. M, in Vialata , e nel
i636 fu vescovo di Viterbo, chiessi
cui dopo trenta mesi rinunziò. Du-
rante il suo governo, gettò la prima
pietra pel tempio di s. Leonardo ,
fondò il seminario e l'arricchì. A
Roma consacrò la chiesa delle mo-
nache di s. Caterina nel Quirinale, e
poco dopo morì nel 1644} di cinqnan-
tqquattro anni, e diciassette di Cai>
1^4 CES
dinalato. Fu sepolto a s. Maria in
Araceli nella tomba di sua famiglia.
CESARIO (s.) medico di profes-
sione, compiti gli studi in Alessan-
dria, passò la maggior parte della
sua vita alla corte dell'imperatore
Giuliano. Il fratello di lui s. Grego-
rio di Nazianzo ne lo richiamò, per
timore che il lungo usare con gente
pagana recasse danno alla purità
della sua fede, e santità de'suoi co-
stumi, ed egli ben volentieri vi ac-
consentì, restituendosi in seno alla
famiglia, in Cappadocia. Morto Giu-
liano, tornò alla corte e fu appres-
so questore in Bitinia. Mori in sul
finire dell'anno 368 , lasciando ai
poveri ogni sua sostanza. La sana
critica non permette di crederlo au-
tore di alcune opere, che a lui si
vogliono attribuire, perchè in quelle
si fa menzione di autori , i quali
scrissero molto tempo dopo la sua
morte, e si parla di popoli , che a
que' di non erano conosciuti. La
Chiesa onora la sua memoria nel
giorno 25 febbraio.
CESARIO o CESAREO (s.), mar-
tire, era diacono africano, e fiori-
va nel secolo terzo. Egli recossi a
Terracina, ove era in vigore la
barbara usanza di gettare in ma-
re un giovane dopo aver sagrifi-
cato ad Apolline. Cesario , che un
giorno fu testimonio di tale infa-
me misfatto, non potendo contenere
il suo zelo, inveì contro queste su-
perstizioni. Arrestato perciò , venne
condotto innanzi al governatore, il
quale avendo fatto arrestare anche
vm sacerdote di nomeLuciano, coman-
dò che ambedue fosseio rinchiusi
in un sacco, e gettati in mare. S.
Gregorio // Grande fa menzione di
una chiesa in Roma intitolata a s.
Cesario , la quale poscia decadde
per la vecchiezza. Ma Clemente Vili
CES
ad onore del santo martire la restau-
rò , e l* assegnò per diaconia al
Cardinal Silvestro Aldobrandini suo
pronipote. Z-^. Cìdesa di s. Cesareo.
CESARIO (s.), vescovo di Arles,
nacque nell'anno 4^9 o ^^'jo \n. Chà-
lons-sur-Saone. Giunto all' età di
diciotto anni, abbracciò lo stato ec-
clesiastico, e poco dopo ritirossi nel
monistero di Lerins, poiché deside-
rava di attendere alla propria san-
tificazione. Ma non andò guari che
venne assalito da forte malattia, per
cui dovette abbandonare il suo ritiro
e recarsi ad Arles, ove fu accolto
con amore dal vescovo Eonio. Que-
sti, non appena Cesario riacquistò
la salute, lo promosse al sacro or-
dine del sacerdozio, e poscia lo no-
minò abbate di un convento situato
a poca distanza dalla città. Le virtù
esercitate da questo santo, gli pro-
cacciarono la comune estimazione,
ed essendo rimasta vacante la sede
vescovile di Arles, il clero lo elesse
ad occupare quella dignità. Egli
studiossi allora di rimettere in vigore
r ecclesiastica disciplina , e di prov-
vedere con sollecitudine paterna ai
bisogni del suo gregge, di cui si
cattivò ben presto l' affetto. Senon-
chè uno scellerato congiurò contro
di lui, ed accusollo di tradimento
presso il re Alerico. Questi, senza
esaminar la causa, lo mandò in esi-
lio a Bordeaux, dal quale per altro
poco dopo lo richiamò, condannan-
do l'accusatore ad essere lapidato,
la qual sentenza sarebbe stata ese-
guita, se il vescovo non si fosse in-
terposto a vantaggio di lui. Cesario
assistette a diversi concilii , e nel-
l'anno 5oG, trovossi a quello di A-
gole in qualità di presidente; nel
5 1 3 , andò a Roma ove ottenne il
pallio dal Sommo Pontefice Simma-
co; e nel 524 celebrò un concilio in
CES
Arles. E celebre anche per avere
stabiJito un nionistero di vergini in
Arles, e per parecchie opere, che
furono date alle stampe. Compì la
sua carriera mortale ai 27 agosto
del 542.
CESAPiIO, Cardinale. Cesario,
vescovo, Cardinal di Ostia, fu ascrit-
to al sagro Collegio da Eugenio II ,
I che fu Papa dall' 824 all' 827.
^ CESARIO (s.). Monache. S. Ce-
sario, monaco prima di Lerins, e
poi nell'anno 5o2 vescovo d' Arles,
risplendette per santità, ed ebbe due
sorelle chiamate Cesarie , tma delle
quali, dopo essere stata maestra del-
la regina santa Radegunda, fu de-
stinata abbadessa nel monistero ,
che il fratello avea fabbricato in
Arles, e istituito con regole apposi-
tamente scritte , ed approvate dal
Pontefice s. Simmaco. Dopo la mor-
te di tale abbadessa. s. Cesario vi
pose a reggerlo l' altra sorella. Le
monache vestivano la tonaca bianca ,
che cingevano ne'fìanchi, e si ricuo-
privano il capo con un velo nero.
y. Ludovico Sammartani pag. 4^,
all'anno 543, e il Bonanni, Cata-
logo degli Ordini religiosi, p. XXI.
CESAROPOLI {Caesaropolitan.).
Sede vescovile in parlibus della se-
conda Macedonia nell' esarcato del
suo nome, eretta nel nono secolo ,
e sottoposta alla metropolitana di
Filippi. Gli ultimi suoi vescovi in
partibus sono Ludovico Gorski , e
d. Giuseppe de' conti Pecci di Gub-
bio, prevosto della cattedrale di sua
patria, che il regnante Gregorio
XVI, nel concistoro de' 2 2 novem-
bre 1839, dichiarò vescovo di Ce-
saropoli, coll'indidto di ritenere la
detta prepositura. Quindi il mede-
simo Pontefice, nel concistoro del
primo marzo 1841, lo trasferì alla
sede resideu/iale di Gubbio.
CES 125
CESENA {Cesenalen.y Città an-
tica con residenza vescovile, dello
stato pontificio , nella legazione di
Forlì, situata alla destra del fiume
Savio in perfetta pianura, sull'estre-
ma falda dell'ameno colle Garam-
po, di cui segue l'incurvatura. Il
rio Cesoia scoiare dall'alto, e dopo
attraversato il suo recinto, va a con-
giungersi col fiume principale. Oltre
la cattedrale, contiene begli edifizi,
ed è degno di essei*e ricordato il pon-
te a tre arcate per cui si passa il Sa-
vio, monumento di Clemente Vili,
Aldohrandini. Nella piazza principa-
le esiste una bellissima fontana di
marmo, con istupendi giuochi d'ac-
qua. La celebratissima biblioteca dei
codici Malatestiani fa onore al fon-
datore Malatesta IV, chiamato an-
che Domenico Malatesta Novello.
Quella fabbrica fu eretta da Nuni
architetto di Fano, fu già in custo-
dia de' conventuali , e perciò detta
di s. Francesco ; e durante il govei*-
no Cisalpino , nelle nuove camere
si depositarono i libri delle soppres-
se biblioteche religiose, e vi si tras-
portarono dal pubblico ridotto i ri-
tratti dei molti ragguardevoli cese-
nati, i quali illustrarono la patria.
Alla biblioteca Malatestiana trovasi
unita quella della comvmità; e vici-
no a questo edifizio non ha guari
è stato eretto un locale per le pub-
bliche scuole. Fra i palazzi merita-
no menzione quello della comune ,
nonché quelli dei Chiaramonti, dei
Dandini, dei Guidi, dei Chini, dei
Romagnoli, de' Locatelli, e dei Ven-
turelli. Alla patria amorevolezza, ed
all'intelligenza dei due privati citta-
dini Ragazzini e Guerra, si doveva
la pinacoteca fondata nel convento
del Carmine, cotanto utile per lo
studio della pittura ; ma, attesa la
morte dell' ultimo, e la partenza da
126 CES
Cesena del primo, vi rimasero po-
chi quadri. Una volta vi fiorirono
le accademie degli offuscati, dei ri-
formatori, poi imite ai fìlomati, ac-
cademici tuttora esistenti : sonovi an-
cora una colonia arcadica, e le ac-
cademie filodi'ammatica, e filarmo-
nica. La vecchia rocca si vede sul-
l'erta del monte, da dove i citta-
dini discesero al piano, e vuoisi e-
retta dall' imperatore Federico II.
L'origine del nome Cesena, Cae-
senìa, si fa derivare da una selva
tagliata, e dal nome Caesennula da-
to ad un suo rivo, e nel Calli s
caesus, oggi Caliscese , parrocchia
suburbana lungo il Pisciatello. E qui
appunto, come osserva il eh. Castel-
lano, lo Stato Pontificio^ pag. 588,
sembra doversi riconoscere la vasta
selva Lituana, ove i galli boi, 2 1 6
anni avanti l'era cristiana, riporta-
rono una strepitosa vittoria su ven-
ticinquemila romani capitanati dal
console Lucio Postumio, rovesciando
su di essi tutti gli alberi, che fron-
deggiavano la via. Postumio vi fu
ucciso, ed il suo capo qual trofeo
fu collocato nel tempio di Giove
Dolicheno, situato sul monte Cese-
nate. Divenuta colonia romana colla
residenza di un pretore, nel IV se-
colo Costantino imperatore 1' onorò
coll'aggiunta di Flavia, come si pro-
cacciò dalla riconoscenza degl' italia-
li il titolo di ospitale. Nelle inva-
sioni barbariche soffrì più delle al-
tre città romagnole, ed essendo in
potere degli eruli, invano fu asse-
diata da Teodorico, non potendo
egli impadronirsene se non che do-
po la morte del re Odoacre, perchè
Liberio, il quale la difendeva, glie-
la cedette l'anno 49^ di Cristo. Al-
la caduta del romano impero, Ce-
sena .soggiacque al dominio de' goti,
dei vandali, e de' longobardi , che
CES
le recarono immensa rovina; e non
potendo fare resistenza al numeroso
esercito di Totila, gl'invio Ignazio
III suo vescovo, il quale mediante
fervorose preghiere salvolla dalla
totale distruzione, da cui era minac-
ciata. Soccorsa poscia da Belisario,
e liberata dalla straniera domina-
zione, fu cinta di mura, e posta
sotto il comando di Longino esar- _
ca di Ravenna, e rimessa sotto il
potere degli imperatori di Oriente,
non senza provare ulteriori disastri,
mentre se da Narsete fu restaurata,
Luitprando la fece incendiare.
Divenuti i romani Pontefici, vei*-
so l'anno ySo, sovrani per volon-
taria dedizione dei popoli, allorché
sedeva sulla cattedra di s. Pietro il
zelante Pontefice s. Zaccaria, venen-
do minacciato da Luitprando l'e-
sarcato di Ravenna, si pose sotto la
protezione del Papa qual amico di
tal re possente. A questo effetto
Zaccaria nel 'j^Z si recò in Pavia
alla corte di Luitprando , e si con-
tenne con tal destrezza, che lo in-
dusse a restituire alcuni territori a
Ravenna, e due parti del territorio
a Cesena, obbligandosi inoltre di re-
stituire la stessa città di Cesena, ed
il rimanente del territorio, dopo il
ritorno degli ambasciatori da lui
spediti a Costantinopoli. Non andò
guari, che nel pontificato di Stefa-
no III, Astolfo altro re de' longo-
bardi occupò l'esarcato, e minacciò
i dominii della Chiesa romana; laon-
de non potendo Stefano III indur-
re il re a desistere dalle sue inva-
sioni, né ottenere aiuto dall'impera-
tore di oriente, si recò in Francia
ad invocar quello di Pipino, e l' ot-
tenne in guisa, che Pipino colla for-
za delle armi obbligò Astolfo a re-
stituire r esarcato ed altre terre, il
perchè nel yjy, a seconda della
CES
convenzione fatta fra il principe fran-
cese e il Papa, Pipino ampliò il
principato del Romano Pontefice ,
colla donazione dell' esarcato , e di
ventidue città dell' Emilia, fra le
quali Cesena, come si ha dal To-
massini, De vet., et nov. Eccl. di-
scipl. tom. Ili, dal Pagi, da Ana-
stasio bibliotecario, dal Borgia, e da
altri.
Sebbene questa città divenne do-
minio della Sede Apostolica, ne' suc-
cessivi secoli soffrì non poche disa-
strose vicende, venendo distrutta da
Berengario, e rifabbricata da tigo-
ne duca di Toscana , rovinata da
Aiberico altro duca di Toscana, e
dal Pontefice s. Gregorio ^11 rin-
novata , ed accresciuta nel secolo
XI. Ora si governò colle proprie
leggi municipali, ed ora le ricevette
dai signori delle vicine contrade.
Si difese contro la forza dei bolo-
gnesi, dei polenlani, e degli estensi,
i quali però in epoche diverse po-
terono dominarla. Prestò ajuto alla
repubblica fìorenlina molestata dalle
famose fazioni dei bianchi e neri.
Si accrebbe lo stato agitato di Ce-
sena pei tiranni , che volevano si-
gnoreggiarla, allorquando Clemente
V stabili la pontificia residenza in
Avignone, sebbene i Papi non man-
carono di tenerla soggetta al do-
minio della Chiesa , deputandovi a
reggerla dei governatori, con titolo
di conti di Romagna. Ma anelando
Cesena il libero reggimento, risolse
di rieopeiaie col resto della pro-
■vincia la pristina libertà, la quale
però fu di corta durata, dovendo
piegare davanti la fortuna, e pei se-
greti trattati del prode Francesco
degli Ordelaffi, signore di Forlì.
Quindi avendo questi usurpato al-
tre città di ragione della romana
Chiesa, Innocenzo VI, nel iSSy, in
CES
10.7
Avignone contro di lui e gli altri
nemici, nominò il Cardinal legato Al-
boi'noz in capo dell'esercito crocialo.
Giunto il Porporato in Italia , Or-
delaffi affidò la difesa di Cesena a
sua moglie Maria, conosciuta ^otto
il nome di Cia, e figlia di Vanni
Ubaldini, la quale fece prodigi di
valore, degni di paragonarsi a quelli
d' un gran capitano. Dappoiché, rac-
chiusasi nella città con soli due-
cento fanti, e altrettanti cavalli,
guerreggiò contro numeroso eserci-
to, disputando palmo a palmo il
terreno, e dall'ultima torre, ch'era
già prossima a rovinare , uscì con
onorevole capitolazione ai 2 1 giu-
gno
i3^
/ >
e per altro tratto di
eroismo , preservò dalla prigionia
tutti i suoi, offrendo piuttosto ai
lacci le proprie mani.
Ne qui terminarono i disastri :
che infuriando nuovamente le fa-
zioni de' guelfi, e ghibellini per !a
Romagna, il Pontefice Gregorio XI
da Avignone spedì in questa pro-
vincia un corpo di truppe per con-
tenere i ribelli , nominandone le-
gato il Cardinal Roberto di Gine-
vra, poi famoso antipapa Clemente
VII; ma questi non potendo otte-
nere la pacificazione, si recò a Ce-
sena, ove soverchiamente condiscen-
dendo alla sfrenata licenza de' sol-
dati brettoni, fu cagione che costo-
ro, autorizzati dalla sua dissimula-
zione, provocassero i cesenati con
insulti così gravi, che li costrinsero
a prendere le armi. Questi uccisero
ottocento brettoni, sebbene il Mura-
tori, Annali d' Italia, t. VIII, par.
II p. 2 1 o, dica soli trecento. Per
tanto avvenimento il Cardinal legato
con buone maniere, e per mezzo di
Galeotto Malatesta, quietò il tumulto,
si fece consegnare la rocca che for-
tificò, ed indusse gli abitanti a de-
128 CES
porre le armi, assicurandoli con giu-
ramento di poter vivere con sicu-
rezza ; ma non passò molto , che i
soldati brettoni esasperati per la
morte de' compagni , uniti ad vm
corpo d' inglesi, si scagliarono con-
tro i cesenati inermi , e ne fecero
sì orrendo macello, che non perdo-
nando nemmeno a' bambini, donne
e sacerdoti, uccisero tre, o quattro-
mila persone. Tale fu la sficnata
licenza militare, che i monisteri delle
sagre vergini stesse ne provarono
i lagrimevoli effetti. Tutto fu posto
a ruba e a sacco , chiese , e case ,
cose sagre e profane, tutto fu ma-
nomesso : catastrofe , che si descri-
ve dal Chiaramonti nella Storia di
Cesena, a p. 655, e da s. Anto-
nino, il quale paragona il legato ad
Erode e a Nerone, siccome già con-
sapevole deli' ordita trama. Quindi
per maggior sciagura, avendo i ce-
senati chiamato da Faenza Giovan-
ni Aguto, questi col più nero tra-
dimento, cogli ausiliari faentini pose
a ferro e a fuoco la misera città.
Così maltrattata e distrutta in mol-
te parti, fu Cesena da Urbano VI,
che nel iSyS era successo a Gre-
gorio Xr, conceduta in vicariato ed
in investitura al menzionato Galeot-
to Malatesta, e a' suoi discendenti ,
i quali la conservarono sino al 1466.
Tuttavolta leggiamo nella vita d'In-
nocenzo VII, che nel i4o5 essen-
do morto Fiancesco Ordelaffi signo-
re di Forlì e di Cesena, queste due
città tornarono al pieno dominio
della santa Sede.
Certo è , che i Malatesta conti-
nuarono nel vicarialo , e furono
grandemente benemeriti di Cesena,
perchè dapprima Galeotto fabbri-
covvi le mura, e disegnò il piano
della piazza; ed Andrea vi eresse
la magniiìca caltedrulc sul di&cgno
CES
di Undesualdo tedesco , verso il de-
clinare del secolo XIV. Carlo re-
staurò r antica rocca , e fabbricò il
bel castello s. Giorgio, del quale
non rimane che una semplice tor-
re ; l'andolfo l' accrebbe di nuove
mura dalla parte del nord , e dal
di lui nome la porta Cerviense si
chiamò pandolfina; finalmente Do-
menico Malatesta , detto Novello ,
in Firenze ottenne da Eugenio IV
la conferma degli statuti della città,
eresse la summentovata biblioteca
di s. Francesco, e terminò il ponte
poi rifatto da Clemente Vili. Il
Pontefice Nicolò V, a' 2q agosto
14495 confermò a Sigismondo Ma-
latesta il vicariato di Rimini , di
Cesena, e di altre città con deter-
minato censo, e poi con diploma
del primo marzo i452, aggiunse a
Cesena l'agro di Cervia. Nel ponti-
ficato però di Paolo II, estinguen-
dosi la linea dei Malatesta vicari di
Cesena, questa città ritornò all'ub-
bidienza totale del sovrano Ponte-
fice nel 1 465 : il perchè vennero
nuovamente approvati i suoi statuti
e privilegi, fra' quali di poter con-
tinuare a celebrare nella città ^ co-
me si praticava da un tempo rimo-
to, la giostra , o torneo con armi
grevi da battaglia rappresentanti
un' azione di guerra, con tutta so-
lennità e magnificenza , a seconda
de' capitoli della medesima, stabilen-
do il Pontefice Paolo II vnj premio
al vincitore; giostra, che descrive
il Fiumana nella sua Relazione ec.,
di cui parleremo appresso.
Assunto al trono pontificio Inno-
cenzo Vili, nel i4^4> benevolo a
Cesena, la distinse col glorioso epi-
teto di Propugnacolo della Roma-
gna. Quindi dall'immediato suo suc-
cessore Alessandro VI, lìorgia , sr»a-
ynuolo, nella città fu posto un pre-
sidio formato di suoi connazionali,
dipendente da Cesare Borgia suo
figlio, al quale nel i5o2 donò Cesena,
come avea fatto di altre città di Ro-
magna , per cui r avea dichiarato
duca della provincia , titolo e do-
minio, che perdette colla morte del
padre. Fu allora, che, assalita dai
veneziani all' improvviso, conservan-
dosi fedele alla santa Sede, valoro-
samente fece loro resistenza; laonde
Giulio II in premio la chiamò fe-
delissima cìtlàj le condonò il dirit-
to daziario, e ne affidò il governo
ai Cardinali, fra cui si annoverano
Alidosio, e Medici, il quale ultimo vi
eresse qualche edifizio, facendovi pu-
re ambedue la loro residenza. Quindi
nel i5i7 dal governo dei suoi parti-
colari legati passò a quello dei presi-
denti di Romagna, e poi all'altro dei
legati apostolici della stessa Roma-
gna, il primo de' quali fu il Cardi-
nal Cibo Malaspina.
Lo stesso Giulio II, ai 24 giu-
gno i5o4, concesse diversi privilegi
al collegio dei giurisconsulti di Ce-
sena, i quali furono approvati , ed
ampliati dai Pontefici successori, co-
me Clemente VII fece ai io feb-
braio ì5i^, Paolo III ai 3o dicem-
bre i535. Paolo V ai 5 settembre
1610, Alessandro VII ai 9 dicem-
bi*e 16,57, ^ Clemente X ai 28
.settembre 1675. Siccome questo col-
legio componevasi di venti dottori
laici, avendo proibito Paolo III, che
vi fossero ammessi i chierici, poiché
il priore nell' assenza del governato-
re della città doveva farne le veci
( la qual cosa non è permessa ad
un chierico ), nondimeno i chierici
sempre procurarono di esservi am-
messi. Ed è perciò, che Benedetto
XUI, agli II aprile 1 725, colla co-
stituzione Ecclesiae CalhoUcaej Bull,
rom. t. XI, par, II, p. 890, dero-
VO!.. XI.
CES 129
gando alla costituzione di Paolo IH,
ordinò che il collegio dovesse com-
poi'si di dieci dottori chierici, e di
dieci dottori laici, del quale fosse
priore perpetuo il vescovo, e nella
sede vacante il vicario capitolare: e
distribuì gli uffizi ai dottori laici in
modo, che il più anziano dovesse
supplire al governatore assente. Di-
poi colla bolla Ex injuncto, loc.
cit. p. 392, dei 20 aprile 1725, ac-
cordò all' accademia della medesima
città, la facoltà di dare la laurea
dottorale in teologia, non avendola
fino allora se non che per 1' uno e
l'altro diritto, e per la filosofia e
medicina. Clemente XII, di lui im-
mediato successore, fu grandemente
benemerito di Cesena, come si legge
nella bolla Per multa, a segno che
i cittadini a perpetua memoria gli
eressero una statua di marmo, cui
collocarono nel palazzo pubblico. Le
permise il teatro, die le era stato
sospeso, e la celebrazione della tanto
rinomata giostra ; prese cura delle
fonti neglette, ampliò le facoltà del
governatore, rifece quello della sa-
nità, le donò quattro mila scudi per
risarcire il ponte sul fiume Savio;
le restituì gli antichi maestri, che
per mancanza di stipendio erano di-
minuiti nelle scuole , ed al senato
rinnovò il dominio sul porto Cese-
natico. Questo sta nel borgo Cese-
natico, costruito sotto Giovanni XXII
sulla spiaggia dell' Adriatico, ed è
buon porto, col quale comunica un
piccolo canale, il cui ponte nel 1578
fu fatto edificare da Gregorio XIII,
in uno a diverse abitazioni. Nelle
sue vicinanze si additano le Nuove
Taverne cossuziane , eh' erano le
frontiere cispadane della repubblica
romana. La rocca fu incendiata nel
t8i3 dagl'inglesi, allorché vi appro-
darono; ma attualmente non è pih
r3o CES
seggetta a Cesena. F. la Relazione
di quanto opero Cesena in rendi-
mento di grazie a Clemente XII ,
di ci. Carlo Fiumana arciprete Ce-
senate, Venezia 1732.
Divenuto Pontefice Pio VI, Bra-
schi, di Cesena, nel 1776, per dare
una prova di attaccamento alla pa-
tria, e per accrescere ne' concittadi-
ni r amore alle scienze, con un bre-
ve le donò la sua biblioteca, cogli
accrescimenti che vi avrebbe fatti
dui'ante il suo pontificato ; ed ac-
ciocché potesse rendersi pubblica co-
me quella dell' istituto di Bologna ,
incaricò il suo architetto cav. Cosi-
mo Morelli di prendere le analo-
ghe misure, e nel disegno velie imi-
tasse la Casanatense di Roma tanto
per la forma che pel resto, doven-
dovi essere annesse le abitazioni pei
maestri e custodi. L' edifizio fu ese-
guito, ma per 1' occupazione di Ro-
ma operata da' francesi nel 1798,!
francesi medesimi subito s' impadro-
nirono della libreria privata di Pio
VI, e venne quindi venduta per
il vile prezzo di dodici mila scu-
di , mentre avea costato ingenti
somme.
Quando Pio VI, nel 1782, parfi
da Roma per Vienna, martedì 5
marzo, giunse a Cesena, ed alloggiò
nel palazzo della propria famiglia ,
alla cui testa con dolce soddisfazio-
ne trovò il Cardinal Bandi suo zio,
sua sorella donna Giulia Onesti, e
tutto il nobile parentado. Smontò
alle ore 18 alla chiesa dei pp. ser-
viti ricevuto dal menzionato porpo-
rato, dal vescovo Francesco Agosel-
)i, non meno che dai vescovi di For-
lì, Berti noro, Cervia, Sarsina ec. ,
dalla magistratura, nobiltà, ed im-
menso popolo. Orò avanti l'allaie
di s. Carlo, e sulla tomba de' suoi
antenati, quindi a piedi andò al suo
CES
palazzo, dalla cui loggia compartii
l'apostolica benedizione. Quivi, depo-
sta la formalità del suo grado, volle
tutti i suoi congiunti a mensa, com-
prese le donne e i fanciulli. Nel giorno
appresso celebrò la messa nella cat-
tedrale, lasciando ivi il prezioso calice
d' oro, e la ricca pianeta, ed ascoltò
poi quella di monsignor Ponzetti cau-
datario, indi ammise al bacio del pie-
de il capitolo, visitò i monisteri di s.
Chiara, e di s. Caterina^ e nel se-
guente venerdì, dopo avere ascoltata
la messa nella chiesa de' serviti, pro-
seguì il suo viaggio. Quindi vi ritor-
nò a' 29 maggio in giorno di mer-
coledì, ad ore ventitre ; visitò su-
bito la cattedrale, di poi si recò
al proprio palazzo , ove trovò i
suoi parenti. Nel dì seguente , fe-
sta del Corpus Domini^ celebrò la
messa nella cattedrale, ed assistito
dai monsignori Bandi e Locatelli ,
portò processionalmente la ss. Eu-
caristia, colla quale poi diede la
trina benedizione. Volle inoltre con-
sagrare la chiesa de' serviti , essendo
stata rinnovata, e vi lasciò perpetua
memoria della funzione, con una iscri-
zione composta e scritta dallo stesso
Pio VI, che si legge nel Tavanti ,
Fasti dì Pio VI, t. I, p. i5i. Nella
sua permanenza in Cesena, il Papa
assistette a un triduo di ringraziamen-
to celebrato pel prospero ritc)rno nei
suoi stali, ed avendo praticato varie
dimostrazioni di affetto, e beneficen-
za co' suoi concittadini, partì da Ce-
sena ai 4 ^^ gii'oii^-
Accaduta nel declinare del secolo
XVI II la rivoluzione e la repubblica
francese, avendo essa decretato l'oc-
cupazione dello stato pontificio, su-
scitò pretesti per compierne il dise-
gno; laonde Pio VI dovette accet-
tare dure condizioni nell'armistizio
di Bologna, e coslretlo poi come
CES
principe a respingere l'oppressione,
oppose ai francesi un esercito. Que-
sto fu da quelli sbandato sulle spon-
de del Senio, per cui nel febbi'aio
1797 il general Victor s'impadronì
di Cesena, che in un alla Romagna
dovette cedere Pio VI nella pace di
Tolentino, a' 2 3 febbraio di det-
to anno; perlocchè col nuovo or-
dine di cose, Cesena prima appar-
tenne alla repubblica cisalpina , e
poi al regno italico, come capo di
circondario del dipartimento del
Rubicone. Quando trionfalmente l'al-
tro Cesenate Pio VIF, Chinramonti,
nel 1814, fece ritorno /»e' suoi stati,
Cesena era ancoj-a soggetta al do-
minio straniero: tuttavia accolse tri-
pudiante frale sue mura l'augusto
concittadino nel giorno 20 aprile.
Durante il suo soggiorno, nel dì
primo maggio, si recò al santuario
per coronarvi, come diremo, l'im-
magine della Madonna. Nel giorno
5 maggio celebrò la messa nella cat-
tedrale all' altare della b. Vergine
del popolo, quindi ammise nella
.stanza capitolare al bacio del piede
le dame , e i nobili della città ; e
recatosi al palazzo comunale , da
una ringhiera compartì al numero-
so popolo r apostolica benedizione.
A Cesena Pio VII ricevette il re
Gioacchino Murat, e da Cesena scris-
se a Luigi XVII I re di Francia.
Questi due memorabili avvenimenti
meritano leggersi per la loio impor-
tanza, nella applaudita Storia di
Pio VII, tradotta in italiano dal
Rovida, nel voi. II, alla pag. 2 33,
e seg. Quindi ai 4 maggio da Ce-
sena Pio VII diresse ai suoi suddi-
ti una paterna allocuzione sulle sue
disgrazie, prigionia , liberazione , e
sulle disposizioni militari in Italia ,
che ritardarono il suo ingresso in
Roma sino ai 24 maggio, stante
CES i3i
la lenta marcia delle truppe austria-
che per gli stali della Chiesa, e per
le difficoltà, che apponeva Murat
nell'evacuare i distretti occupali dal-
le sue truppe : il perchè Pio VII si
trattenne in Cesena sino ai 7 di mag-
gio. Finalmente nell' anno appresso
18 i5. Cesena fu restituita al gover-
no pontificio, e compresa nella pro-
vincia forlivese, essendo stata tolta,
e resa alla Chiesa Romana sotto
due Pontefici cesenati.
Il vangelo fu predicato in Cesena
nei primi tempi della Chiesa, da s.
Timoteo discepolo di s. Paolo, o da
s. Apollinare discepolo di s. Pietro,
divenendone primo vescovo s. File-
mone d'Asia, altro discepolo di san
Paolo, la cui morte si pone nell'an-
no 92 dell'era cristiana ; quindi la
sede vescovile fu dichiarata sufFra-
ganea di Ravenna , ciò che alcuni
fanno incominciare nel terzo secolo.
Fra i più celebri suoi vescovi sono
a rammentarsi principalmente , san
Severo alemanno, fatto l'anno ^^'^•,
s. Mauro romano vescovo del 934,
nipote del Pontefice Giovanni IX;
Giovanni li di Cesena, il quale nel 1 042
ai 2 di giugno, vi celebrò un concilio,
e vi fondò una comunità di chierici
regolari pel servizio della sua chiesa,
concilio che il Lenglet l'egistra all'an-
no precedente i o4 1 • 11 Labbé ne tratta
nel tomo IX, l'Arduino nel tom. VI
e rUghelli nel tom. II. Il Garampi
nelle sue Memorie , a pag. 276, e
3 IO, parla di tal convitto claustrale
de' canonici, che durò sino al r335,
in cui ai 9 novembre Francesco Oi-
delaffi costrinse i canonici ad abban-
donai'e la canonica. Il vescovo Ge-
bizo , Cardinale di s. Chiesa, nel
1078, e Folcuino di Fossorabrone fu-
rono spediti da Papa s. Gregorio VII,
quali legati apostolici, a Demetrio
principe di Dalmazia, e di Schiavo-
i32 CES
nia, per dichiararlo re di queste pro-
vincia , ed imporgli la corona, e le
insegne reali; Benno, o Bennone , dei
Coditi venne fatto vescovo nel i i 26
da Onorio li, e Cardinale ; Fazio San-
torio viterbese, fu fatto vescovo e Car-
dinal nel 1 5o4 da Giulio II ; Mi-
chelangelo Tonti riminese da Paolo V
venne creato Cardinale, e nel 1 6og
vescovo di Cesena; Francesco Sacrati
ferrarese da Gregorio XV venne ele-
vato al Cardinalato, e nel 1622 a que-
sto vescovato; Pietro Bonaventura
Nosile di Urbino, nel i638, pubblicò
le ordinanze sinodali ; Giovanni Ca-
simiro Denhoff, Cardinale d'Innocen-
zo XI, e vescovo Cesenate, dopo il
seguente, celebrò il sinodo dioce-
sano, che fu stampato nel 1698
in Cesena. 11 Cardinal Vincenzo Ma-
ria Orsini , che da arcivescovo di
Manfredonia , da Innocenzo XI , ai
22 gennaio 1680 fu trasferito alla
sede di Cesena, cui egli governò con
esemplar pietà , e zelo pastorale ,
dallo stesso Pontefice nell'anno 1686
fu traslocato a quella di Beneven-
to, e poi nell'anno 1724 diven-
ne supremo Gerarca col nome di
Benedetto XIII. Ricordando nel pon-
tificato la sua antica diocesi di Ce-
sena, come pure che il seminario pei
chierici secolari da cento e più an-
ni fondato appena aveva centocin-
quantatre annui scudi di rendita ,
e che non essendovi gesuiti, o sco-
lopi, i quali potessero istruire nella
pietà e nelle lettere la gioventù, era
perciò più necessario di altrove che
il seminario fosse in fiore, collii bolla
dei 3o maggio 1724, yid ^posto-
lìcacy Bull. Roni. tom. XI, par. II,
p. 4^2> ordinò che le confraternite
di s. Tobia, della Madonna del Suf-
fragio, e della Madonna del Popo-
lo, vi concorressero ognuna con cin-
quanta scudi all'anno, ed in ricom-
CES
pensa accordò a ciascuna di esse <li
poter nominare un alunno cesenate
per esservi ammesso gratis. Oltre
a ciò Bendetto XIII soppresse un
piccolo convento degli agostiniani
fuori della città, perchè eranvi due
soli religiosi, e la confraternita del
Rosario presso la chiesa de' dome-
nicani, per le ragioni che dice nel-
la bolla, applicando i beni di ambe-
due allo stesso seminario. E sicco-
me quando era vescovo di Cesena,
aveva osservato la cattiva ammini-
strazione del monte di pietà, e dei
due ospedali del ss. Crocefisso, e di
s. Tobia, COSI ai i5 agosto 1726,
col disposto della bolla Quotiescuin-
que, Bull. Rom. tom. XII, p. ii3,
stabiPi diversi regolamenti, co' quali
provvide ai danni anteriori , ed al
futuro. Finalmente merita di essere
rammentato il vescovo di Cesena
Carlo Bellisomi , da Pio VI creato
anche Cardinale , al quale nel con-
clave per la di lui morte mancò un
voto per divenir Papa , sebbene le
votazioni in suo favore durassero
costantemente per più di trenta gior-
ni, ma sempre mancanti d' un voto
necessario al compimento della ca-
nonica elezione. Morì nel 1808, e
dopo lunga sede vacante, Pio VII
gli diede in successore nel 18 16
Francesco Savorio Casliglioni di Cin-
goli, ornandolo altresì della porpora
Cardinalizia. Egli governò la diocesi
con dottrina, zelo e prudenza , ma
la dovette lasciare nel 1821 per
quella di Frascati, donde nel 1829
ascese alla veneranda cattedra di s.
Pietro col nome di Pio Vili. Allo-
ra nel breve apostolico, che indiriz-
zò alla città di Cesena, la chiamò
patria di adozione, per essere stato
anteriormente acclamato patrizio ce-
senate ; ed alla cattedrale mandò in
dono un calice d'oro per supplire a
I
CES
quello di Pio VI, eh' era stato de-
rubato, non che alcuni ricchi para-
menti sagri. V. Series epìscoporum
caesenatium, composta, aumentata,
e compita dall' Ughelli , dal Coleto,
e dal Zaccaria, Cesena 1779-
L'antica cattedrale fu edificata sul
monte Garampo, consagrata , e de-
dicata in onore di s. Gio. Battista,
dal Pontefice s. Eleutero nell'anno
igi. Quindi dovendosi rifabbricare
nel pontificato di Urbano VI , si
eresse quella, che ora esiste con ar-
chitettura gotica, egualmente dedi-
cata al s. Precursore di Cristo, ed
ove si venerano varie insigni reli-
quie, fra le quali una mano di san
Gregorio Magno, ed i corpi dei ss.
Severo e Mauro, già vescovi di Ce-
sena. Merita poi special menzione la
nobilissima cappella, in cui venerasi
con singoiar pietà un'antica immagine
della Madonna del Popolo, protettrice
insigne della città, solennemente co-
ronata, come diremo, da Pio VI ai 3
giugno 1782. Il capitolo si compone
di tre dignità , cioè del prevosto ,
dell'arciprete , e dell'arcidiacono , di
undici canonici, otto de' quali sono as-
segnatari, cos'i detti perchè percepi-
scono un' annua pensione dal gover-
no, e tre sono di giuspatronato par-
ticolare, fra' quali il canonico cura-
to. I loro distintivi sono il rocchet-
to, la cappa magna, la mitra bian-
ca, il canone, la bugia, il collare, e
il fiocco di seta paonazza al cap-
pello : però ne' pontificali usano la
mitra gialla , ed ogni altro distin-
tivo proprio de' vescovi, meno il pa-
storale. Sono vi inoltre tre mansio-
nari, che hanno per distintivo la
mozzetta di color violaceo, col ro-
vescio di seta rossa; otto cappellani,
sei dei quali sono assegnatari, e due
di particolare giuspatronato, con si-
mile mozzetta, ma col rovescio ne-
CES i33
ro ; ed altri preti, e chierici pel di-
vino servigio. Tutti i mentovati pri-
vilegi vennero concessi al capitolo
dai Pontefici Pio VI, e Pio VII,
quindi Leone Xlf, nel 1828, li e-
stese a monsignor vicario generale
prò tempore. Nella cattedrale cvvi
la parrocchia, amministrata da un
vicario perpetuo eletto dal capitolo
fra i suoi canonici, ed oltre a ciò,
ve ne sono altre undici nella città,
compi'ese le suburbane. Il cimitero
è fuori della città, ed è costruito in
modo, che dopo quello di Bologna,
è forse il più bello delle provincie
dello stato pontificio. La comune vi
spese pili di trenta mila scudi ; ed
in capo all' arcata ettagona sorge
una bella chiesa in forma di croce
greca, ed evvi qualche rimarchevole
monumento di marmo. L' episcopio
è contiguo alla cattedrale, e la men-
sa nei registri della camera aposto-
lica è tassata di 2 36 fiorini. Elsiste
tuttora fiorente il seminario, e vi sono
due ospedali, ma presentemente si con-
tano due soli monisteri di monache
benedettine e cappuccine, nonché due
conservatori i per le donzelle esposte,
pericolanti , ed orlane , e diverse
confraternite. Sull'alto di fuori di
Cesena trovasi il celebre santuario
della Madonna del monte de'mona-
ci cassinosi , ove il Pontefice Pio
VII, coll'assumervi la cocolla mona-
stica incominciò la sua carriera, e fu
visitato nella cella da Pio VI, il quale
volle permutarla coli' appartamento
dell'abbate di governo, siccome troppo
incomoda , esprimendosi, che fra i
cenobiti doveva l'cgnar sempre l'im-
parzialità, e la condiscendenza. Me-
more Pio VII di questo suo anti-
co monistero, per testamentaria dis-
posizione gli lasciò la sua privala
libreria. Belle e grandi sono pure le
chiese di s. Domenico, di s. Agosti-
i34 CES
no, e de' Serviti, non che quella di
s. Cristina, edificata, come diremo,
da Pio VII.
Cesena vanta non poche nobili ,
e distinte famiglie , dalle quali usci-
rono personaggi celebri per santità,
per le ragguardevoli dignità soste-
nute nella ecclesiastica gerarchia,
per valor militare e letteratura.
Conta di fatti tra i santi s. Manzio
martire vescovo d' Ebora , s. Ilde-
brando vescovo e protettore di Fos-
sombrone, s. Urbano della congre-
gazione cassinese, oltre a diversi' bea-
ti claustrali. Per mezzo secolo • la
Chiesa universale fu governata da
due suoi concittadini , immortali
Pontefici, il cui nome sarà in etei--
na benedizione, Pio VI, Braschì, e
Pio VII, Chiarainond j il primo
creato nel l'/'jS, e il secondo nel-
l'anno 1800. I cesenati nella loggia
del pubblico ridotto eressero al
Bi'aschi una statua colossale di bron-
zo. Egli ingrandì la diocesi di nove
parrocchie, dell' antica giurisdizione
riminese, e di quattro della raven-
nate. Il Chiaramonti poi prese cu-
ra della propria parrocchia, fabbri-
cando la chiesa di s. Cristina , ed
imitando il disegno del Pantheon
romano, e ad essa , non meno che
alla cattedrale , e ad altre chiese,
lasciò morendo preziose suppellettili
sagre. Ne deve tacersi, che Pio VI
coronò l'immagine di s. Maria del
Popolo con corona d'oro nella cat-
tedrale; e Pio VII fece altrettanto
con quella dell' Assunta nel tempio
di s. Maria del Monte. Compresi i
detti due Pontefici, tredici Cardinali
diede Cesena al sagro Collegio, che
sono ì seguenti : Gehizzo o Gebiz-
zone degli Ottardi, fatto da s. Gre-
gorio VII del loyS; Bennont del-
la nobilissima famiglia de' Coeliti
del 1127 di Onorio li ; Gitone, o
CES
Odone de' Fatlibonì, dopo il 1 1 3o,
creato da Innocenzo li ; Girolamo
Dandini di famiglia patrizia, del
i55i, di Giulio III ; Francesco Al-
bizi egualmente patrizio cesenate ,
del 1632, d'Innocenzo X; Gio.
Carlo Bandi del lyyS, del nipote
Pio VI; Romualdo Guidi del 1778,
di Pio VI ; Romualdo Braschi One^
sii, del 1786, dello zio Pio VI;
Aurelio Roverella ferrarese, nato in
Cesena, del i 794 j di Pio VI ; Fran-
cesco Maria Locatelli del 180 3,
di Pio VII; e Pier Francesco Ga-
leri, del i8o3, egualmente di Pio
VII. Evvi chi enumera fra i Car-
dinali cesenati Gianfrancesco, e Ni-
colò de' conti Guidi di Bagno; ma
il primo nacque a Firenze, e solo
fu ox'iundo dell'Emilia dei marchesi
di Montebello, e il secondo nacque
in Mantova, o nei dintorni di Rimi-
ni, ove la famiglia godeva dei feudi.
Finalmente i cesenati illustri nel-
la guerra, sono Teodoro Calisesi
del 1266, Rinaldo Cinzio del i3o3,
Agusello Aguselli del 1 353 , Ger-
mano Buono , Polidoro Tiberi , e
diversi altri. Fiorirono fra i moltis-
simi letterati, Ambrone Ugolini, cele-
bre giureconsulto, Lambertino Ram-
poni, Fr. Michelino da Cesena, An-
tonio Tiberti , Giovanni Angniscio-
la , Carlo Verardi , Benedetto da
Cesena, Bonifacio Martinelli, Anni-
bale e Giuliano Fanlaguzzi, Giaco-
mo Mazzoni ed altri. Sono pure
rinomati il pio e dotto canonico
Rosi ni, il giurisconsulto Grazioso
Uberti, e, per dii-e dei celebri scrit-
tori non molto lontani, rammente-
remo il dottissimo Scipione Chia-
ramonti , monsignor Gio. Battista
Braschi vescovo di Sarsina , ed il
conte Ercole Dandini. F. Bernar-
dino Manzoni, Caesenae chronologia,
in qua Ecc. a/Uisdlcs, et civilatis
CES
domini ab origine ad haec usqiie
tempora recensenlur, civesque cae-
senates illustres , Pisis, i643. Gli
autori, che scrissero la storia di Ce-
sena, sono riportati dalla Bibliogra-
fìa storica dello sialo pontifìcio :
laonde qui solo ricorderemo, Gio.
Battista Braschi Memoriae caesena-
tes sacrae et prophanae per saecu-
la dislributae , Roma e 17 38; Si-
mone Chiaramonti, Cesena trion-
fante apologetica ec, in difesa di
essere stata Cesena stanza primiera
de' galli senoni , e che la colonna
dell' ospitalità non fu mai di Cese-
na, ma di Bertinoro, Cesena 1 66 1 ;
Scipione Chiaramonti Caesenae Hi-
sloria ab initio civitatis ad haec
tempora j Caesenae 1 64 1 ; e Zacchi-
roli Saggi sopra V aria del Cese-
natico nel territorio di Cesena, Ce-
sena 1782.
CESI Famiglia. Vuoisi che questa
antica nobiUssima famiglia romana
sia proveniente da Ceso figlio di
Temeno re de' greci, i cui discen-
denti non conservando più che il
nome di re , furono discacciati dal
reame. Dicesi inoltre, che questi,
seguiti da alcuni parenti della pri-
maria nobiltà , siano discesi in
Italia in quella parte, la quale si
cliiama Magna Grecia, pel nome ira-
postole da loro, e poi fu provincia
di Abruzzo, indi si recarono anche
a Roma, ove abitarono nel rione
de' monti nella rinomata contrada
Suburra , ed occuparono le prime
dignità. Ditàtti abbiamo un Publio,
un Marco, un Cajo, un Quinto, nn
Lucio, e un Tito, ch'ebbero il pre-
nome di Cesi. Degli illustri perso-
naggi della famiglia Cesi, per quello
che riguarda i tempi antichi, scrisse
Gio. Battista Fontei, De prisca Cce-
sioriim gente libri duo, Bononiae
i583, a' quah Giuho Jucoboni ag-
CES i35
giunse una copiosa appendice. L' o-
pera di 1 Fontei è dotta , e ci dà
la storia della famiglia Cesi sì cele-
bre nell'antica Roma sino all' Vili
secolo della Chiesa. Passarono poscia
nella Francia , ed ivi conservato
r illustre tronco , s' imparentarono
co' duchi di Aquitania, e co' Carlo-
vinghi . Da essi discesero i Cesi
conti di Marsi , i principi dell' Um-
bria , e di Spoleto, i fondatori del
aistello Aquilano, Cesi, ed altri, tra
i quali i duchi d'Acquasparla [Fedi),
che divennero i capi della famiglia,
i duchi Cesi, principi di s. Agosti-
no, e di s. Polo, signori del castello
di Civitella Cesi, di cui parleremo
per ultimo, marchesi di Monticelli,
Olivetano, Rignano, e Riano nella
Comarca di Roma , il quale fu nel
iSyo comperato dal Cardinal Pier
Donato Cesi per settanta mila scudi
d'oro, e rimasto al ramo d'Acqua-
sparla venne poi acquistato dai Bon-
compagno principi di Piombino. V.
Nibby, Analisi de'dintorni di Roma,
tom. Ili, pag. II, dal quale si ap-
prende a p. i3, che Rignano posto
egualmente nella Comarca di Roma
( Fedi ) non appartenne ai Cesi ,
ma ai Savelli, da cui passò ai Muti,
e da questi ai Massimi delti di Ara-
celi, dal palazzo, che in Roma han-
no presso la chiesa di tal nome , e
i quali r eressero in ducato a favore
del primogenito della famiglia, che
ha ereditato molte cose appartenenti
ai Cesi.
Però è certo, che il castello di
Rignano , anticamente detto Ara
Jani, appartenne ai Savelli nel se-
colo XVI, dai quali passò ai Bor-
ghese, per cui Paolo V l'eresse in
ducato. Dai Borghese passò quindi
nei Muli a titolo di permuta, e dai
Muli nei Cesi per titolo di dote.
Esliulasi questa famiglia nel 1799
i36 CES CES
in Federico Cesi juniore, passò Ri- gna, il tutto acquistato da' monaci
gitano in casa Conti a titolo di di s. Antonio abbate di monte Li-
ildecommisso, e dai Conti nei Cesa- bano, con chirografo di Clemente
vini, i quali lo vendettei'o al duca XIH, che autorizzò l'alienazione co-
Massimo di Araceli, succeduto già me fidecommisso, a benefìzio delle
al detto Federico in tutti i beni li- missioni d'Oriente; nonché l'altro
beri della famiglia Cesi, fra i quali palazzo situato nella via Maschera
si contavano molti fondi in Rignano, d'oro, incontro a quella casa, sulla
e la cappella di s. Caterina in santa facciata della quale si dipinsero a
Maria Maggiore, e di s. Francesco chiaro-oscuro Niobe, ed altre storie
nella chiesa del Gesù. per opera del famoso Polidoro da
Questa celeberrima famiglia ora Caravaggio scolare di Raffaello. Fu
estinta, che s' imparentò colle fami- questo il palazzo appartenente ai
glie d'Este, Varani, Liviani, Azzi, conti di s. Secondo di Parma , che
Gaetani, Anguillara, Savelli, Orsini, nel iSGy, fu comperato dalla fami-
Colonna, Salviati, Pico, della Ro- glia Cesi; palazzo in cui nel i6o3,
vere, Altemps, Peretti , Ghislieri, il celebre principe Federico Cesi i-
Borromei, Conti, ed altre le più stituì l'accademia de' Lincei [Fedi),
illusti-i sì di Roma, che di tutta e si celebrarono da lui parecchie
l'Italia, vanta il gran Pontefice Sii- accademie; anzi dal contiguo giardino
▼estro II, creato l'anno 999, perso- ancora esistente, dal detto principe
naggio il più dotto de' suoi tempi, dedicato agli studi botanici degli ac-
Tanto affermano l'autore àeW Histoi- cademici , furono tratte le super-
re des Conclaves, dell' edizione di be statue rappresentanti due re tra-
Colonia 1624, tom. II, pag. 899, ci, o numidi, fatti schiavi da Cle-
ed il Bzovio nella Fila di Silvestro mente XI, che le acquistò e pose
II3 di cui diffusamente descrive la nel Campidoglio. /^. Odescalchi ,
genealogia. Inoltre la famiglia Cesi Memorie islorico-critiche dell' Acca-
diede al senato apostolico cinque demia de^ Lincei, Roma 1806.
Cardinali, le cui notizie biografiche Sul palazzo Cesi aggiungeremo,
si riportano qui appresso. Il ducato che attualmente appartiene ai mar-
di Cesi posseduto da questa famiglia, chesi Pentini , avendolo acquistato
nella delegazione di Spoleto, è un Ulisse Pentini nel 179B da Angelo
cospicuo borgo, che forse ebbe origi- Cesi. La facciata esterna era dipinta
ne dagli avanzi di Garsoli, ed è con- da Polidoro da Caravaggio come il
siderato come capo delle terre Ar- palazzo incontro; ma essendo assai
nolfe, dall'antico loro signore così danneggiata la pittura rappresentan-
chiamate, come disposero Alessandro te il ratto delle Sabine, fu ricoper-
VI, e s. Pio V. Fu governato lun- ta con imbiancatura. Ora vi è la
gamente dai cavalieri gerosolimitani Deposileria Urbana, ma la pro-
perchè eravi una rocca importante, prietà è dei Pentini.
e si ha, che il castellano cav. fr. Per altre notizie su questa fami-
Giovanni era anco rettore delle glia si possono consultare Felice
terre Arnolfe. In Roma la famiglia Gontelori, Memorie storiche della
Cesi possedeva molti edifizi, come terra di Cesi, perciò che riguarda
era sua proprietà il palazzo presso la casa Cesi, Roma iG?*); Risposta
il Vaticano col contiguo orto e vi- a tale opera, stampata nel !{};^G
I
CES
in Najjoli per Giacinto Pass. Con-
telori : Antirisposta apologetica per
le Memorie sloriche ec. Napoli 1680;
Gio. Battista Fontei , De prisca
Ccesiorium gente, Commentariorum
libri duo, cum Julli Jacoboni ap-
pendice, Bononiae i583. Ma meglio
di tutti,, tanto per la famiglia Cesi,
che per la famiglia Massimo erede
in parte della medesima, egregiamen-
te trattò il conte Pompeo Litta,
nell'applaudita opera che si pubbli-
ca in Milano, intitolata Famiglie ce-
lebri d' Italia.
Per dire poi alcuna cosa del sum-
mentovato feudo di Civitella Cesi ,
ora principato di d. Alessandro Toi-
lonia, è a sapersi, che il castello è
situato nella provincia del Patrimo-
nio, ora delegazione apostolica di
Viterbo. Fu edificato il castello
•verso l'anno 1024 dai conti Bovac-
cini o Bovacciani, sebbene altri cre-
dono nel 1026 dalla flimiglia Mo-
naldeschi. Quindi prese il nome
anche di Cesi dai suoi possessori
Cesi, e le prime capitolazioni a fa-
vore degli abitanti furono fatte ai
18 marzo 1608 dal duca di Acqua-
sparta Federico Angelo Pier Donato
Cesi, che n'era signore. Con chiro-
grafo de' 2 aprile 1674 d'Innocenzo
XI, dal duca l'acquistò il principe
Giambattista Borghese; ma ai 4 giu-
gno, e con altro chirografo pontifi-
cio, Civitella Cesi dai Borghesi passò
a Nicolò Pallavicini nobile genovese,
in favore del quale e de' suoi suc-
cessori, Innocenzo XI con motopro-
prio dei 7 del medesimo mese ed
anno, la stabilì ed eresse in nobile
e perpetuo principato. Finalmente
nel 18 r 3, il principe d. Luigi Pal-
lavicini lo vendè a d. Giovanni Tor-
lonia romano, con trasferirgli lutti
i diritti, privilegi, immunità, domi-
nii , e giurisdizioni annesse. Ed è
CES i37
perciò, che a cagione di tal pro-
prietà Pio VII, con chirografo degli
II settembre 181 4, fece e nominò
principe di detto castello, e luoghi an-
nessi, il duca d. Gio. Torlonia, e suoi
successori con esso; concedendogli
tutte le singole prerogative, preemi-
nenze, ed insegne comuni agli altri
principi , con privilegio apostolico,
e con suprema imperiale e reale
potestà. Neil' istituire poi il duca
Torlonia un'ampia secondogenitui'a
a favore del figlio d. Alessandro,
unì per essa agli altri beni 1' ex
feudo di Civitella Cesi ; ed in occa-
sione che d, Alessandro Torlonia
si unì in matrimonio colla princi-
pessa d. Teresa Colonna, il regnante
Pontefice in premio delle virtù, delle
benemerenze colla santa Sede, ed in
pegno di sovi-ana benevolenza, con
onorifico breve de' 7 luglio 1 840,
creò, nominò, e riconobbe d. Ales-
sandro, non meno che i posteri suoi
primogeniti, in perpetuo principi di
Civitella-Cesi.
CESI Paolo Emilio, Cardinale.
Paolo Emilio Cesi, nato neh' Um-
bria nel 1481 da nobile famiglia,
fu notaio nel concilio lateranese sotto
Giulio li. Quindi divenne canonico
nella basilica liberiana, poi nella va-
ticana, protonotario apostolico, prefet-
to della cancelleria, e da ultimo Car-
dinal diacono di s. Nicolò tra le imma-
gini, creato nel primo luglio i5i7
da Leone X. Poi sotto Clemente
Vii, nel i52 3, fu vescovo di Todi,
e di Narni , nel i SiiS di Orte, nel
1528 di Cervia, nel i52g di Massa;
quindi ebbe le cattedrali di Lunden
nella Danimarca, e di Sion nella
Vallesia , cui poscia , ad istanza di
Carlo V , rinunziò. Di più sotto
Paolo III fu arciprete di s. Maria
Maggiore , prefetto della segnatura
di giustizia e di grazia , protettore
i38 CES
del ducato di Savoia presso la s.
Sede, vicepro lettore dei regni d'In-
ghilterra e d' Ibernia , giudice nella
causa del Cardinal Soderini, depu-
tato da Paolo III alla riforma de-
gli ecclesiastici , ed al buon anda-
mento del concilio di Trento. Eres-
se nella basilica liberiana la cap-
pella di s. Caterina, ora della fami-
glia Massimi di Araceli, cui dotò ricca-
mente, assegnandole anche quattro
sacerdoti. Nel sacco di Roma soffrì
assai, essendo dato in ostaggio agl'im-
periali, ma per voto fatto alla Vergi-
ne ss. di Loreto, riebbe la salute. Se-
nonchè, dopo i conclavi di Adriano VI,
Clemente VII, e Paolo III, morì a
Roma nel i537, di cinquantasei
anni, e venti di Cardinalato. Egli
fu sepolto nella cappella di sua fa-
miglia nella basilica liberiana. Era
il vero amico degli uomini, l' uo-
mo generoso, il padie dei poveri ,
mecenate a' dotti , sostegno a chi
abbisognava di lui.
CESI Federico, Cardinale. Fede-
rico Cesi nacque a Roma nel i5oo
da nobile famiglia. Peritissimo in
diritto, nel i534, Clemente VII lo
promosse al vescovato di Todi, cui
governò per dieci anni ; quindi fat-
to chierico di camera, ai ly dicem-
bre del i544> Paolo III lo creò
Cardinal prete di s. Pancrazio. Giu-
lio 111 nel i55o gli diede l'ammi-
nistrazione della chiesa di Vultura-
no ; ma nel i55i passò a quella
di Cremona , cui rinunziò. Poscia
nel I 564 sotto Pio IV fu fatto ve-
scovo di Porto , ed intervenne ai
conclavi di Giulio IH, Marcello II,
e Pio IV, che lo elesse a giudice
nella fumosa causa del Cardinal Car-
lo Caraffa. Era di ottima indole, e
generoso, e nella cappella a s. Maria
Maggiore, fondata dal Cardinal fra-
tello Paolo con quattro cappellanie,
CES
egli ne accrebbe due, formando così
sei cappellanie ben provvedute, ed
ivi eresse uno splendido mausoleo al
detto Cardinal suo fratello ; ed eres-
se una cappella alla ss. Nunziata
in s. Maria della Pace. In appresso,
ad insinuazione di s. Ignazio Loio-
la , fondò a Roma la chiesa di s.
Caterina de' Funari per le fanciulle
povere, e le diede dote convenien-
te. Lasciò in oltre altre opere pie ,
e morì a Roma nel i565 di ses-
santacincjue anni , e ventuno di
Cardinalato. Fu sepolto nella sua
tomba gentilizia alla basilica libe-
riana, t^. Chiesa di s. Caterina dei
Funari, e chiesa di s. Maria Mag-
giore.
CESI PiERDOXATo, Cardinale. Pier-
donato Cesi, patrizio ronmuo, nacque
nel i52i. Compiti gli studi nelle pri-
me accademie d' Italia, fu laureato
nell'università di Ferrara dal celebre
giureconsulto Andrea Alcialo; poi fu
alla corte del Cardinal Federigo suo
zio, quindi Paolo III lo fece referen-
dario delle due segnature, e nel i546
vescovo di Narni, e si trovò al con-
cilio di Trento. Sotto Paolo IV di-
venne preside di Ravenna, ed essen-
do Pontefice Pio IV, fu vicelegato
di Bologna , in luogo del Cardinal
Carlo Borromeo. Resse da ottimo
ministro , e si guadagnò il favore
comune; sollevò i miseri, e benefi-
cò Bologna quanto poteva. Condot-
ta r ac<[iia dai monti vicini, fece co-
struire una magnifica fontana , riu-
scendo bella perchè l'adornò di me-
talliche statue; e rimpetto all'univer-
sità fece collocare una statua pure
di bronzo a Pio IV, perchè compì
il concilio di Trento: pei quali pre-
gi mei'itò i gloriosi titoli di propa-
gatore della religione, difenditore
de' poveri , ampliatore della cit-
tà. Lo stesso fece a Ravenna, ove
I
m
CES .
sedò gravissimi tumulti. Allorché
governava la Chiesa s. Pio V, fu
cherico di camera, presiedette alle
fabbriche delle fortezze di marina
per allontanare i corsari ; poi fu
nunzio ai principi cattolici per in-
durli a difender Carlo IX re di
Francia dagli ugonotti ; quindi a
Parigi sostenne tale incarico collo
stesso Carlo, e fu a merito di tante pre-
stazioni, che ai 17 maggio iSyo, dal-
lo stesso Pontefice venne creato Car-
dinal prete di s. Agnese nel Foro Ago-
nale , nonché deputato alla congre-
gazione della lega contilo il turco ,
e a quella di alienare i censi della
Chiesa, per le spese della guerra.
Nel Pontificato di Gregorio XIII
ebbe la legazione di Bologna , ove
fece costruire alcune fabbi'iche ; con-
tribuì alla erezione della chiesa di
s. Maria in Vallicella di Roma, cui
ornò di volta e tribuna, ed acqui-
stò parecchie case ai preti dell'ora-
torio. Amante dell'antichità, raccol-
se monumenti di marmo, e meda-
glie a formare un museo, a cui ag-
giunse scelta biblioteca di rari codi-
ci, e manoscritti. Alla fine, dopo la
elezione di Gregorio XIH , e Sisto
\, mori a Roma nel i586 di ses-
-santacinque anni, e sedici di Cardi-
nalato, e fu sepolto in chiesa a s.
Maria in Vallicella.
CESI PiERno.WTo, Cardinale. Pier-
donato Cesi dei duchi di Acquaspar-
ta, nacque a Roma nel i585 da
nobili genitori. Affidato ai padri
dell'oratorio, crebbe nella pietà e
nelle lettere , e laureatosi in giuris-
prudenza, ebbe tre pingui abbazie:
quindi Paolo V lo ascrisse ai pro-
toiiotari apostolici, e Urbano Vili
nel i6'25 ai chierici di camera, colla
prefettura del porlo, e della fortezza
di Civitavecchia; poi nel i634 fu
fatto tesoriere, e a' 16 dicembre del
CES i39
i64i dal medesimo Urbano Vili
venne creato Cardinal prete di s.
Marcello. Lo stesso Urbano lo asso-
ciò alle congregazioni del buongo-
verno, di propaganda, dei vescovi e
regolari, ed altre ; poscia lo spedi
legato a latere a Perugia nella guer-
ra del Papa coi principi d'Italia;
indi colla dispensa del Papa, ven-
ne nominato canonico di Toledo dal
re di Spagna. Dopo i conclavi d'In-
nocenzo X , e di Alessandro VII,
morì a Roma nel i656 di settantaim
anno , e quindici di Cardinalato,
ed ebbe tomba in chiesa a s. Pras-
sede.
CESI Bartolommeo , dei duchi
d' Acquasparta, Cardinale . Barto-
lommeo Cesi nacque in Roma nell'an-
no 1567, e fatti gli studi nell'u-
niversità di Perugia, nel i587 ot-
tenne la laurea in ambe le leggi.
Dal numero de' protonotari aposto-
lici cui fu ascritto, fu anche avan-
zato a quello de' chierici di ca-
mera, e da Sisto V venne promosso
nel 1 1190 alla carica di tesoriere e
collettore degli spogli dove dando
saggi di prontezza d'ingegno e zelo
per la giustizia, nell'età d'anni ven-
tinove meritò d'essere creato nel-
r anno iSgG da Clemente Vili Car-
dinale colla diaconia di s. Maria in
Portico, che in appresso cambiò col
titolo di s. Lorenzo in Lucina. Prov-
veduto di molte e pingui abbazie,
e tra le altre di quella di s. Pasto-
re nella diocesi di Rieti, fu ordina-
to sacerdote da Clemente Vili nel-
la s. Casa di Loreto nell' occasione
che quel Pontefice si restituiva da
Ferrara a Roma. Nel pontificato di
Leone XI ottenne il governo della
città e fortezza di Benevento; ma
nel pontificato di Paolo V , scor-
gendo che poco conto facevasi di
lui, se ne stette per lo più fuori
r4o CES
di Roma. Mutossi però la scena nel
pontificato di Gregorio XV, della
cui esaltazione era stato il Cesi vi-
vo promotore. Il Cardinale Ludovi-
si nipote del nuovo Papa adope-
rollo in molte commissioni impor-
tanti non solo pubbliche, ma anche
domestiche. Promosso era già stato
da Paolo V nel 1608 all'arcivesco-
vato di Conza, di cui dopo sei an-
ni fece rinunzia. Gregorio XV nel
1621 il passò al vescovato di Tivo-
li; ma non appena erano cinque
mesi spirati , che mori nell' an-
no 162 1 pieno di meriti e di vir-
tù, nell'età d'anni cinquantaquattro e
venticinque di cardinalato. Trasferi-
to a Roma, fu collocato nella basi-
lica di s. Maria Maggiore nella tom-
ba di sua famiglia. Fu egli il pri-
mo a promuovere l' introduzione
degli archivi tanto nel Vaticano che
in Castel s. Angelo. V. ARCHivr.
CESLAO (s.). Religioso dell'Or-
dine di s. Domenico, discendeva dai
conti d' Odrovans. Avendo abbrac-
ciato lo stato ecclesiastico, fu cano-
nico di Cracovia, e poi conservato-
re di Serdomir, nei quali impieghi
si distinse per pietà, dottrina, e ca-
rità verso i poveri. Nel 12 18, vestì
l'abito domenicano in Roma insie-
me con suo fratello Giacinto; poi
annunziò le verità del vangelo in
Germania ed in Polonia; nel 1222,
fondò due conventi in Pi-aga, e spe-
dì 27 religiosi del suo Ordine nella
Bosnia affinchè vi predicassero la
fede, i quali subirono la palma del
martirio. In appresso predicò nella
Slesia, e fermò lunga dimora in Bi'es-
lavia. Per lui i regni del nord fu-
rono illustrati da parecchi pii per-
sonaggi, e Bi'eslavia fu salvata dal
furore de' tartari. Questo santo uo-
mo, favorito da Dio dello spirito di
profezia, e del dono de' miracoli,
CET
morì nel mese di luglio del 1242.
Clemente XI, nell' anno 1 743, ap-
provò il culto, che da tempo imme-
morabile si rendeva a questo servo
di Dio.
CESSERON {Cesstroy o Cessa-
rion). Antica città della Gallia nar-
bonese prima, nella Linguadoca ti'a
Agde, e Pezenas, in una valle pres-
so l'Auraris, vicino ad un luogo
distante cinque leghe da Beziers ,
in cui s. Tiloerio, che il volgo chia-
ma s. Tubery, pàti il martirio. In
questo luogo appartenente alla dio-
cesi di Ayde , eravi un' abbazia di
monaci benedettini denominata di
s. Thibery, nella quale si celebrò
un concilio nell'anno 907. V inter-
vennero dodici vescovi, e vi fu di-
chiarata la chiesa di Ausonne esen-
te da un tributo , che pagava a
quella di Narbona. Gali. Christiana^
tom. VI, pag. 2 3.
CESSITA. Sede vescovile di Afri-
ca. Vi sono due città di questo no-
me, Cissita nella provincia cartagi-
nese proconsolare , sottoposta alla
metropoli di Cartagine. Coli. Casi. ,
e Cìssac nella provincia della Mau-
ritiana Cesariense, sotto la metro-
poli di Cesarea Giulia, Coli. Casi.
Nella conferenza di Cartagine v' in-
tervennero i loro vescovi , Quod-
vult-Deus, e Fiavolo.
CESTRO, o CESTRA {Cistra
seu Cistra). Sede vescovile d'Isau-
ria, nel patriarcato di Antiochia,
eretta nel XII secolo , e fatta suf-
fraganea della metropoli di Seleucia.
Epifanio suo vescovo intervenne al
concilio calcedonese.
CETIVO Alano, Cardinale. Ala-
no Cetivo nato nel 1407 dai signo-
ri (li Talliebaur nella Brettagna, pei
suoi meriti e talenti, da Eugenio IV,
nel 1438, fu promosso alla chiesa di
Quimper ; poi, nel 1 444> ^ quella di
CET
Avignone, di cui fu 1' ultimo vesco-
vo, perchè sollevata da Sisto IV al-
l'onor di metropolitana. JXel i44i>
vi tenne il sinodo , e vi fece co-
struire, a comodo dei vescovi, un pa-
lazzo; dipoi a' 19 febbraio del i44^5
Nicolò V lo creò Cardinal prete di
s. Prassede, lo fece protettore del-
l'Ordine de' predicatori , e si ado-
però di quietare la controversia sor-
ta sino dall'anno i436 contro i
minori circa il - Sangue di Cristo.
Ebbe quindi 1' amministrazione di
Dol, e di Nimes; poi Calisto III
lo spedì, nell'anno 1/^56, alla Bret-
tagna, per riconoscere il corpo di s.
Vincenzo Ferreri, cui avea canoniz-
zato l'anno prima a' 29 giugno; di
là andò legato a Intere a Carlo VII
re di Francia per indurlo alla guer-
ra sagra, ove dicesi, che colla sua
eloquenza radunasse una flotta di ven-
tiquattro galere, per cui si raccolse-
ro le decime del clero, ma morto
Calisto , andò a vuoto. Poscia ac-
compagnato Pio II nel viaggio di
Mantova, passò nuovamente in Bret-
tagna, Savoia, e nel Delfinato a rac-
cor decime per la guerra col turco.
Già fino da Eugenio IV si riguar-
dava come vero Cardinale , perchè
quel Papa gli avea promesso di
crearlo tale, se avesse ottenuto dal-
la Francia che venisse tolta di
mezzo la prammatica sanzione. Men-
tre era vescovo di Avignone, si
tenne il concilio provinciale , nel
quale tutti segnarono il decreto del
concilio di Basilea a favore dell'Im-
macolata Concezione di Maria Ver-
gine ss. Da ultimo, dopo i conclavi
di Calisto III, Pio, e Paolo II, e Si-
sto IV, mori a Roma, nel i4745
di sessantaselte anni, e ventisei di
Cardinalato, vescovo di Sabina, e fu
sepolto in thiesa a s. Prassede. Al-
cuni l'accusano di troppo libero nel
CEU i4i
parlare, come riporta il Novaes ,
tom. V, p. 143.
CEUTA {Seplen. in Àfrica). Cit-
tà con residenza vescovile sulle co-
ste di Barbaria , e dell' impero di
Marocco, sotto il dominio della Spa-
gna. Occupa una penisola all'estre-
mità orientale dello stretto di Gi-
bilterra, la cui costa scoscesa esten-
dendosi semicircolarmente al nord-
est per lo spazio d' una lega, forma
due baie poco profonde. La parte
nord-est di questa penisola è coper-
ta dalla Sierra Almina, donde il
monte Acho s' innalza ad una con-
siderevole altezza. All'ovest di que-
sti monti , ed in una bella pianu-
ra, si estende Ceuta propriamente
detta, formidabile piazza di guerra ,
le cui inespugnabili fortificazioni si
prolungano sulla detta Sierra, e
principalmente sulla sommità del-
l' Acho, per sorvegliare i movimen-
ti de' mori, e i vascelli che passano
lo stretto. La sua cittadella posta
.sull'istmo è circondata da una fos-
sa d'acqua, comunicando colla cit-
tà per un ponte levatoio. La por-
zrone della città, che estendesi sul-
r Almina, e ne prende talora il no-
me, è piuttosto un delizioso sobbor-
go, e residenza degl' impiegati e ne-
gozianti.
Ceuta rimpiazza Seplem, o Septa,
di cui non si fece menzione avanti
di Giustiniano I, che ascese all'im-
pero l'anno 527 dell'era cristiana..
Fu un tempo capitale della Mauri-
tiana Tingitana, e dai romani fu
chiamata Civita.f, volendo l' Orte-
lio, che possa essere l'antica Essilis-
sa. Dopo i goti, che la tolsero ai
romani, ne divennero padroni gli
arabi, finché la conquistò nel i^i5
Giovanni I i-e di Portogallo, che la
fortificò, e vi accrebbe gli abitanti. Il
Pontefice Martino V, per facilitare
i42 CEU
al pio monarca la guerra contro i
nemici del nome cristiano, fece ban-
dire la crociata, il perchè vennero
fatti in Africa altri importanti ac-
quisti ; ma per la morte del re Se-
bastiano, e del Cardinal Enrico suo
zio, occupava il trono portoghese il
re di Spagna Filippo II: laonde
Ceuta passò in potere degli spa-
gnuoli nel i58o.
Dopo la rivoluzione del i64o, in
cui il Portogallo si sottrasse dalla
dominazione spagnuola, a questa
monarchia rimase Ceuta, e gliene
fu confermato il possesso nel 1668
col trattato di Lisbona. Questa cit-
tà e fortezza importante dovette sos-
tenere per parte dei barbareschi
diversi assedi, massime dal 1694 al
1720. Fu Papa Clemente XI, che
accordando al re Filippo V grandi
soccorsi dalle rendite ecclesiastiche,
liberò Ceuta dal continuato assedio
di circa ventisei anni. Finalmente
riuscì alle truppe reali con diverse
battaglie sconfiggere i mori, e Fi-
lippo V scrisse lettera di ringrazia-
mento al Pontefice, e gl'invio al-
cune bandiere guadagnate sui ne-
mici. Da tal' epoca, Ceuta servi di
detenzione, o luogo di esilio, essen-
do lo stabilimento il più importan-
te, che gli spagnuoli hanno in Afri-
ca, da loro appellato presidios. Ol-
tre un governatore militare, e poli-
tico, ha un tribunale civile e crimina-
le, ed un intendente di finanza.
La luce del vangelo fu predicata
in Ceuta nei primi tempi del cri-
stianesimo. Commanville vuole che
la sede vescovile vi fosse fondata
nel quarto secolo, e soltanto rista-
bilita, per le preghiere di Alfonso
V re di Portogallo, dal Sommo
Pontefice Eugenio IV nel i444> ^
dichiarata sufTraganea di Lisbona.
Quindi nel seguente secolo venne
CEV
unita a Ceuta la sede di Tanger
Tìngis, ed in seguito fu tolta dalla
soggezione di Lisbona, e sottoposta
alla metropoli di Siviglia, di cui è
tuttora suffraganea. In Ceuta non
pochi missionari e cristiani sparse-
ro il sangue per la fede, e Leone
X, con un breve del i5i6, ripor-
tato dal Wadingo, Annal. Òrd.
Minor, tom. XVI, p. 7, approvò il
culto dei sette martiri francescani,
Daniele, Samuele, Angelo, Donno,
Leone, Nicolò, ed Ugolino martiriz-
zati nel 1221 in Ceuta di Mauri-
tiana per la confutazione della setta
maomettana. Poco dopo il loro mar-
tii'io, Dionisio figlio primogenito di
Alfonso II re di Portogallo, otten-
ne dal re di Marocco, che i coi-pi
di questi martiri fossero trasportali
nella Spagna, ove avevano incomin-
ciato ad avere culto, con celebrarne
la festa agli 8 ottobre, venendo le-
gistrati i loro nomi nel martirolo-
gio l'omano ai 1 3 ottobre.
La cattedrale di Ceuta è ampia,
bella, e guarnita di sagre suppellet-
tili, ed è dedicata alla beatissima
Vergine assunta in cielo. Il capito-
lo si compone di quattro dignità ,
la prima delle quali è il decano,
di undici canonici senza prebenda ,
di quattro benefiziati, e di altri sa-
cerdoti, e chierici addetti al divino
servigio, ed ufìiziatura. L' unica par-
rocchia è la cattedrale, ove evvi il
fonte battesimale, ed il cimiterio.
Non ha seminario, né monte di pie-
tà; vi sono però due conventi di
religiosi, tre ospedali, ed alcune con-
fraternite . L' episcopio trovasi in
buon stato, ma è distante dalla
cattedrale. La mensa vescovile paga
cento trentatre fiorini alla camera
apostolica, secondo le tasse.
CE VA Francesco Adriano, Car-
dinale. Francesco Adriano Cova nac-
i
e li A
que nel Mondovi del Piemonte nel
i585. Andò alla corte del Barberini,
che fu poi Urbano Papa Vili, cui a-
vea seguito da Cardinale nella legazio-
ne di Francia , come segretario, e da
cui conseguì un canonicato nella ba-
silica lateranese, e la carica detta il
Concessum. In appresso fu segretario,
maestro di camera, e nunzio straor-
dinario a Luigi XIII, per istabilire
la pace, e segretario di stato, quindi
lo stesso Papa lo creò Cardinal prete
di s. Prisca ai i3 luglio del i643.
Viveva sempre economicamente, ed
era anche di mal ferma salute, e
dopo i conclavi d'Innocenzo X, e
di Alessandro VII, morì nel i655
di settanta anni, e dodici di Cardi-
nalato. Fu sepolto nella sua cappella
gentilizia dedicata alla nascita di
M. V. nella basilica lateranese , cui
beneficò sommamente , ove sorge
a memoria di lui magnifico avello
con nobile epitafio. Gli eredi eb-
bero a che dire sul testamento di
lui, perchè scritto da ignota mano,
e da lui solamente sottosegnato , il
perchè dubitavano dell'autenticità del-
la sottoscrizione; però si divisero poi
in buona pace quella pingue sostanza.
CIIADIRA. Sede vescovile della
diocesi di Caldea, nella provincia di
Babilonia, di cui si hanno poche
notizie.
CHALANT (de) Antonio, Cardi-
nale. Questo nobile savoiardo, vesco-
vo di Sisteron e poi arcivescovo di
Tarantasia, fu fatto Cardinale dal-
l'antipapa Benedetto XIII. Abban-
donato ch'ebbe quest'ultimo, fu ri-
conosciuto per Cardinale da Ales-
sandro V, che gli assegnò la diaco-
nia di s. Eustachio, dalla quale Gio-
vanni XXIII lo passò al titolo di
■prete di s. Cecilia. Morì in Losan-
na nel i4i8.
CHALCIS, o CALCIS. Sede ve-
CIIA 143
scovile di Siria, nel patriarcato di
Antiochia, eretta nel V secolo, e
nel XII elevata al grado di arci-
vescovato latino onorario. E conosciu-
ta anche col nome di Chinzerin , e
fu già capitale della Calcidica o Cal-
cidene in Celesiria. Ebbe per re
Erode fratello di Erode Agrippa, e
Giustiniano ne rialzò le mura ca-
dute per la sua antichità.
CHALCIS, o EURIPUS. A Ne-
GROPONTE, e CALCmE.
CHALCIS o CALCIDE. Sede ve-
scovile della provincia d' Europa,
neir esarcato di Tracia, la cui ere-
zione rimonta al nono secolo, sotto-
posta alla metropoli d'Eraclea.
CHALONS SUR M\RNE [Catalau-
nen.). Città con residenza vescovile
in Francia, nella provincia di Sciam-
pagna, conosciuta anche col nome
di Sciatoli sulla Marna, come ca-
poluogo e prefettura del dipartimen-
to del Marna, Matrona, i cui pri-
mi abitatori furono i calalauni. Cha-
lons, città considerabile, è situata in
mezzo a vaste praterie sul fiume Mar-
na, che ne bagna ima parte delle mu-
ra, le quali circondano la città. Ol-
tre la cattedrale, il palazzo della pre-
fettura è uno de' più belli edifizi ,
quello della città ha un' elegante
facciata, e sono considerevoli la por-
ta detta di s. Croce, e il ponte
sulla Marna costruito nel 1787. So-
novi un'accademia agraria, una scuo-
la reale di arti e mestieri, ed altri
importanti stabilimenti
Chalons sulla Marna è una an-
tichissima città , e nel regno di
Giuliano r apostata figurava fra le
pili distinte della Gallia Belgica se-
conda. Ebbe il nonie anche di
Duro- Catalaununi, come appartenen-
te ai catalauni. Nelle sue pianure
Aureliano sconfisse il competitore Je-
trico nel terzo secolo, il quale es-
i44 CHA
sendo presidente dell' Aqiii tarila, era
stato proclamato imperatore dal suo
esercito. Nelle medesime pianure ,
fu pure scondito l'anno 45 1 At-
tila coi suoi alleati da Meroveo re
de' franchi. Francesco I vi operò
molte fortificazioni; e nel 1592 vi
fu trasferito il parlamento di Parigi;
e pei'chè si era sottomessa, e con-
servata fedele a Enrico IV, questo
re per riconoscenza fece coniare una
fnedaglia in suo onore. Nel secolo
XYI, molto soffrì per le guerre ci-
vili, e sono celebri le sue vicinan-
ze per la ritirata dell' armata prus-
siana nel 1792. Appartenne al ba-
liaggio del Vermandese. Luigi XIII
r eresse in baliaggio regio con sede
presidiale, e dipoi fu dichiarata ca-
po di circondario e di cantone.
11 vangelo fu predicato in Cha-
lons da s. Memmio l'omano, il qua-
le ne divenne primo vescovo. Mori
in fine del terzo secolo ; il perchè
da molti si dice, che questa sede
vescovile fu fondata nel IV. S. Po-
ma vergine, sorella di s. IVJemmio,
è altresì venerata in Chalons. Suc-
cedettero al detto servo di Dio nel-
la sede vescovile i ss. Donaziano, e
Domiziano. Nel V secolo governò
questa chiesa s. Alpino, e perle sue
oi-azioni vide il suo gregge liberato
da Attila. S. Elafio, altro vescovo,
fiorì verso la fine del sesto secolo ,
ed ebbe in successore s. Ludomiro,
che riposò nel Signore l'anno 626.
Questa illustre sede fino dalla sua
erezione fu sottoposta alla metropo-
li di Reim.s, come lo è tuttora. I
conti di Chalons cedettero i loro so-
vrani diritti ai vescovi, i quali di-
vennero anco duchi e pari di Fran-
cia, col diritto di portare l' anello
regio nella consagrazione dei re.
Neiraniio i 1 i5, Conone vescovo di
Palestrinp , e poi legato apostolico di
CHA
Calisto li nella Francia, adunò ai
12 luglio mi concilio contro l'im-
peratore Enrico V, scomunicato dn
Pasquale 11 per la famosa contro-
versia delle investiture ecclesiastiche,
rinnovando le censure. Labbé t. X,
Arduinoj tomo VI. Vi furono ce-
lebrati diversi sinodi, negli anni
1559, 1641, 1647, 6 '" ^^*^^'i t^''^^"
pi. La sua grande e bella cattedrale
di gotica architettura fu rinnovata,
e nel i i47 consagrata dal Ponte-
fice Eugenio III, ma abbruciata nel
1 668, venne rifabbricata con abbel-
limenti nel 1672, colla facciata e-
retta nel fine del regno di Luigi
XIII, con greca architettura, e con
due torri laterali di forma pii-ami-
dale. Essa è dedicata a s. Stefano
protomartire, ed aveva un numero-
so capitolo, con nove dignità. Pre-
sentemente n' è vescovo monsignor
Giuseppe Maria Francesco Vittore
de Monyer de Prillj' d'Avignone,
(atto da Leone XII nel concistoro
dei 17 novembre iSaS, dagli atti
del quale si rileva, che stante le
ultime vicende non esisteva capitolo,
e che doveva formarsi dal nuovo ve-
scovo. Nella cattedrale avvi la cura di
anime con parroco, ed altri preti in
suo ajuto; e presso ad essa esiste un
conveniente palazzo vescovile. Nella
città si contano altre cinque parroc-
chie, un inonistero di monache, due
ospedali, il piccolo seminario , che
contiene circa duecento alunni ; ed
inoltre il monte di pietà, e diverse
confraternite. I frutti della mensa
sono tassati nei libri della camo
ra apostolica, in fiorini trecento sei-
tanta.
CHALONS SUR Saone. Città ve-
scovile di Francia nella provincia
di Borgogna, posta in una pianura
fertile sulla destra riva del fiiune
Suona, che vi forma un' isola, in cui
CHA
è sifiialo il soblxjrgo di s. Lorenzo.
Essa è il deposito delle merci , che
. dai porti del Mediterraneo , e del-
l'ocenno sono dirette all'interno del-
la Francia, pel canale che congiunge
la Saona alla Loira. E capo luogo
di circondario , e di cantone , con
tribunali, ed utili stabilimenti, e va
ornata di belli edifìzi. Chalons sulla
Saona fu chiamata con più nomi ,
cioè Cabìllonia , Cablilo , Aedue-
riini ec. Le statue, i vasi e le iscri-
zioni, che si rinvennero negli scavi,
e gli avanzi di un anfiteatro, ed
altri edifìzi dimostrano la sua anti-
chità. In origine fu un castello , o
borgo degli edui, laonde si conosce
anche col nome Castrum. Cesare vi
stabilì i suoi magazzini, e vi mtm-
dava a riposare le affaticate legioni;
poscia i romani vi mantennero una
flotta per proteggere le due rive del-
la Saona. Vuoisi che fosse distrutta
da Attila, e poi ristabilita, e che
abbia sofferto anche l'invasione dei
vandali. I re di Francia della pri-
ma stirpe la sottomisei-o al loro im-
pero: e sebbene Cramno figlio di
Clotario I l'abbia posta a ferro e a
fuoco verso l'anno 555, pur si rieb-
be. Quindi Luigi il Buono la eresse
in contea, e da' suoi conti partico-
lari discese la nobilissima casa di
Chalons. Nell'ottavo secolo i sarace-
ni vi commisero orrende stragi , e
nel nono fu incendiata da Lotario I
per vendicarsi del conte Varin, che
avea salvato Carlo il Buono dalla
persecuzione de' suoi figli. Il primo
conte di Chalons fu Lamberto , il
quale viveva sotto Ugo Capeto, po-
scia si divise fra due famiglie, e
Goffredo di Donzy , volendo recarsi
nella Palestina, verso l'anno 1097,
vendette à Góntiero vescovo di (cha-
lons la sua parte di contea , sulla
tjuale dominarono poscia i vescovi
VOL, XI.
CHA 145
suoi successori, rimanendo alla linea
Savary l'altra porzione. Guglielmo,
discendente da questa, venne punito
da Luigi il Giovane, che prese Cha-
lons, e le sue terre; ma rientrato in
possesso de' suoi dominii, lasciò mo-
rendo una figlia per nome Beatrice,
la quale dicesi sposata da Alessan-
dro di Borgogna. La figlia di lui
Matilde portt) in dote la contea di
Chalons a Giovanni figlio di Stefa-
no conte di Borgogna, che prese il
nome di Chalons. Indi nel 1247,
Giovanni cambiò la contea per altre
terre con Ugo IV duca di Borgo-
gna, alla quale in tal modo si unì
Chalons, finché l'una e l'altra nel
1477 *^^ Lodovico XI vennero riu-
nite alla corona di Francia. A nuo-
ve sciagure andò soggetta questa cit-
tà nel XVI secolo per parte degli
ungheresi, e dei calvinisti, che profa-
narono le chiese , e ne derubarono
le sagre suppellettili , ed in seguito
fu a parte dei destini della Francia.
Il vangelo venne predicato in Cha-
lons dai ss. Marcello , e Valeriano
martiri di Lione, i quali verso l'an-
no 1 79 patirono gloriosa morte. La
sede vescovile, sulfraganea della me-
tropoli di Lione, fu fondata nell'an-
no 340, e vanta illustri vescovi, ed
alcuni santi, fra' quali : s. Silvestro,
che nell'anno 49» successe al beato
Giovanni di Chalons sulla Saona;
s. Agricola, eletto l' anno 532 , che
governò la sua chiesa sino al 590, e
s. Grato, il quale fiorì verso la me-
tà del settimo secolo, e vuoisi che
morisse l'anno 652. Il reGontrano,
il quale faceva l'ordinaria sua residen-
za in Chalons, vei'so l'anno 590, vi fon-
dò l'abbazia in onore di s. Marcel-
Io distante un quarto di lega dalla
città, ove cessò di vivere il famoso
Abelardo, mentre era priorato clu-
iiiacense. Il vescovo per cinque se-
io
i46 e II A
coli ebbe il dominio di Chalons nel
modo che dicemmo, col titolo di
conte, e sedeva al parlamento di
Borgogna, e agli stati della provin-
cia; ma nel concordato del 1801,
il Sommo Pontefice Pio VII ne sop-
presse la sede vescovile. La catte-
drale^ dedicata dapprima al proto-
martire s. Stefano , prese il nome
di s. Vincenzo martire di Saragozza
verso l'anno 54 1, allorquando il re
Childeberto recatosi nella Spagna ,
da Saragozza trasportò in Chalons
le reliquie del santo.
Nel i8o5, quando Pio VII da
Parigi ritornava a Roma, dopo aver
coronato imperatore Napoleone Bo-
napai'te , ai 9 aprile giunse a Cha-
lons , ove trovò la maggior parie
degli abitanti della provincia di Bor-
gogna desiderosi di prestargli omag-
gio. Vi si trattenne negli ultimi gior-
ni della settimana santa , e cele-
brò nell'antica cattedrale le funzio-
ni ecclesiastiche, ed il Cardinal An-
tonelli penitenziere maggiore celebrò
quella del venerdì santo. In oltre
Pio VII visitò l'ospedale di s. Luigi,
e disse messa la mattina di Pasqvia
nella medesima cattedrale, non però
pontificalmente per mancanza dei ne-
cessari arredi , e paramenti sagri.
Terminato che ebbe il santo sagri-
fìzio, si recò processionalmente nella
chiesa di s, Pietro, dove asceso il
palco eretto innanzi la porta, diede
ad un immenso popolo la solenne be-
nedizione, indi nel seguente lunedì
proseguì il viaggio per la città di
Macon.
Il capitolo della cattedrale for-
mavasi di sette dignitari , oltre di-
ciotto canonici , ed altri ecclesiastici
per l'ufficiatura. Nella città oravi mi
celebre monistero, la collegiata di
s. Giorgio superstite al fuoco , col
quale Lotario I incendiò Chalons,
CHA
e molti religiosi d' arabo i sessi di
parecchi Ordini. Si noverano sei ab-
bazie nella diocesi , la quale sinché
esistette pagava duecento fiorini di
tassa ad ogni nuovo vescovo , che
godeva la rendita di quattordici mi-
la lire.
Finalmente in Chalons o Scialon
sulla Saona furono celebrati i se-
guenti ventuno concili, conosciuti col
titolo di concili Cabilonensi.
Il primo si tenne nell'anno ^'jo
per eleggere il vescovo , e il beato
Giovanni eh' era allora arcidiacono,
fu il prescelto e consagrato dal me-
tropolitano di Lione s. Paciano. Lab-
bé, tomo IV.
Il secondo nell'anno Syg per co-
mando del re Gontrano , contro i
vescovi Solone d'Embiim, e Sagit-
tario di Gap, deposti per delitti di
lesa maestà , ed altre incolpazioni.
Gali. Christ. tomo IV, p. 866. IVIa
siccome furono poi dallo stesso re
ristabiliti a richiesta del Papa, e de-
posti di nuovo a Chalons, evvi ar-
gomento di credere , che in detto
anno vi fossero celebrati due concili.
Greg. di Tours, lib. V, Hist. e. 2 1 .
11 terzo vuoisi adunato l' anno
589, o 590, in cui si esaminarono
le accuse di Basina figlia del re Chil-
perico I , e di Cronielda figlia del
re Amberto, religiosa del monistero
di Poitiers , contro V innocente ab-
badessa Lubovora. Greg. di Tours,
lib. IX, et X Hist.
Il quarto l'anno 594, sopra l'uf-
ficio divino. Reg. XlV, Labbé t. V,
Arduino tom. III.
Il quinto r anno Co3 presieduto
dal metropolitano di Lione, pegli
intrighi della regina Brunelda. Vi
fu deposto s. Didiero o Desiderio,
vescovo di Vienna, perchè le avea
rimproverati i suoi disordini. Reg.
t. XIV, Labbè t. V, Arduino t. 111.
CHA
Il sesto nell'anno 644 ai 25 ot-
tobre d'ordine di Clodoveo II, pre-
sieduto da Candorico arcivescovo di
Lione, che lo adunò nella cattedrale.
Vi si fecero venti canoni sottoscintti
da trentanove vescovi presenti , da
sei deputati degli assenti, da altret-
tanti abbati , e da un arcidiacono.
Il primo canone comanda l' osser-
vanza della fede nicena confermata
nel concilio di Calcedonia; il quarto
proibisce l'ordinazione di due vesco-
vi nella medesima chiesa; il quinto
vieta ai laici dirigere le chiese , e
amministrarne i beni ; il nono proi-
bisce di rendere gli schiavi cristiani
agli sti-anieri, ed agli ebrei; il deci-
moquarto ordina ai chierici addetti
alle cappelle piena soggezione al ve-
scovo ; il decimosesto vuole la sos-
pensione de' preti, che si fecero or-
dinare per danaro; il decimonono proi-
bisce alle donne di cantare canzoni
profane nel recinto delle chiese, per
la loro dedicazione e feste, così le
danze. Agapio, e Bobone vescovi di
Digne, vi furono deposti come vio-
latori de' canoni, e Teodosio d'Arles
vi fu .sospeso. S. Eligio , e s. Onco
assistettero a questo concilio, che al-
tri dicono celebrato nel 648 , ed è
il medesimo di quello, che alcuni
registrano nel 6 io. Gali. Ckrist.
tom. I, pag. 898 , FI. tom. VI ,
Reg. tom. XV, Labbé tom. VI,
Arduino tom. III.
Il settimo si adunò nell'anno 8 1 3
per ordine dell' imperatore Carlo
Magno, per ristabilire la disciplina
ecclesiastica , al qual fine si forma-
rono sessantasei canoni . Fu con-
vocato da tutta la Gallia lionese ,
meno la provincia di Tours, che
adunossi separatamente. I primi un-
dici riguardano i vescovi , la loro
istruzione, esempio, provvidenze, di
stabilire scuole, e di difendere i po-
CHA i47
veri. Gli altri vietano ai preti, dia-
coni, e monaci di essere fittaiuoli,
di ricevere più d'una volta la con-
fermazione ; esorta i sacerdoti a dare
penitenze proporzionate , condanna
quelli, che avendo avuto proibizione
di mangiar carne e bere vino in
mortificazione delle loro colpe, pro-
curano deludere la disciplina della
Chiesa; ordina che in tutte le messe
si debba pregare pei defonti ; pre-
scrive la reclusione ne' monisteri
pei chierici degradati , condanna i
pellegrinaggi sotto pretesto della re-
missione de' peccati, perchè era inval-
so l'abuso di commetterli più fa-
cilmente , e in vece loda quelli in-
trapresi con retto spirito ; ordina a
tutti i cristiani di ricevere l'Eucari-
stia nel giovedì santo, meno quelli
cui era proibito pe' loro delitti ; proi-
bisce la celebrazione della messa
nelle case private; ingiunge alle ab-
badesse di non far mancare il ne-
cessario alle monache , ed alle une
e alle altre vieta di parlare ad ore
indebite sì cogli ecclesiastici, che coi
secolari, proibendo in oltre alle ab-
badesse uscire dai mopisteri senza
il permesso del vescovo, o del vica-
rio generale ; così espressamente vie-
ta agli ecclesiastici , e secolari l' in-
gresso ne' monisteri , tranne il caso
di necessità. Reg. tom. XX, Labbè,
t. VII, Arduino tom. IV.
L'ottavo concilio si celebrò nel-
r 889 su alcuni affari ecclesiastici
e politici , massime per calmare la
rivolta di Luigi contro il padre Lo-
dovico il Pio. Reg. XXI , Labbc
t. VII, Arduino t. IV.
Il nono nell'SyS presieduto dal-
l'arcivescovo di Lione Remigio, fu
tenuto nella chiesa di s. Lorenzo, la
quale venne restituita ai benedettini
dell'abbazia di s. Marcello. Reg.XXIV,
Labbé t. IX, Arduino tom. VI.
i48 CHA.
II dorimo neir870j per i beni
dell'abbiizia bencdeltina di Tournus,
alla quale ne fu confermato il pos-
sesso. Labbé toni. IX, Arduino
lom. IV.
L' undecime nell' 880, in cui il
vescovo di Langres rivendicò la chie-
sa di s. Martino, e si confermarono
i beni, che possedeva l'abbate di
Charlieu. Gali. Christ. tom. IV,
pag. G&.
Il deciniosecondo nell' 886, con-
vocato ai i8 maggio da otto vesco-
vi per ristabilire la pace, e regola-
re gli affari della Chiesa, laonde
venne concesso il privilegio di esen-
zione all'abbate di Charlieu dell'Or-
dine di s. Benedetto, nella diocesi
di Macon. Reg. tom. XXIV, Labbé,
tom. IX, Arduino tom. VI,
Il decimoterzo concilio ebbe luo-
go nell'anno 887, per l'immunità,
e beni della Chiesa. Marlene , in
The sauro tom. IV.
Il decimoquarto nell' 894 , adu-
nato il primo maggio nella chiesa
di s. Gio. Battista^ presieduto da
Aureliano di Lione, qual primate
di tutta la. Gallia. Il monaco Go-
fredo di Flavigny si discolpò dalla
accusa di aver avvelenato il vesco-
vo d'Autun Adalgerio. Reg. tom.
XXIV, Labbé tom. IX, Arduino
tom. VL
Il decimoquinto nell' anno 9 1 5,
nella chiesa di s. Marcello, sopra le
differenze di alcuni curati. Fu re-
stituito un podere alla chiesa di s.
Clemente, ed altrettanto fece il con-
te di Macon per quelli , che avea
tolti alla chiesa. Reg. XXV, Labbé
tom. IX, Arduino tom. VI, Marle-
ne in The sauro tom. IV.
Il decimosesto nel io56 in favo-
re dei canonici di Romans. Mar-
t^-ne in Thesauro tom. IV.
Il decinioseltimo nel io63 pre-
CHA
sieduto dal Cardinal s. Pier Damia-
ni, legato della Santa Sede , con
tredici vescovi, in cui si corressero
diversi abusi, e vennero riconosciu-
ti e confermati i privilegi della ce-
lebre abbazia di Cluny, violati dal
ve.scovo di Macon, col quale si pa-
cificò l'abbate. Labbé tom. IX. Ar-
duino tom. III.
Il decimo ottavo nel 1064. Gali.
Christ. tom. IV, p. 43-
Il decimonono nel 1072, in fa-
vore dei canonici di Romans. Mar-
lene in Thesauro, tom. IV. p. 445'
11 vigesimo nel loyS. Gali. Christ.
tom. IV, pag. 885.
Il vigesimo primo nel 1 129, con-
vocato ai 2 febbraio, nel quale En-
rico di Verdun , per consiglio di
s. Bernardo, rinunziò il vescovato.
Pagi ad hutìc an.
CHAMBERY, o CIAMBERI
( Camborien. ). Città con residenza
arcivescovile degli stati Sardi, capi-
tale del ducato di Savoja, capohu>-
go della divisione e della provincia
di questo nome, con residenza d'un
regio senato, d' un tribunale di pre-
fettura di seconda classe ec. E si-
tuata sul Leisse e svili' Albano fra
due montagne, e suU' orlo di una
pianura fertile ed elevata, ove la
frequenza dei gelsi le dà un aspet-
to selvoso. La pubblica istruzione
della Savoia è regolata dal consi-
glio di riforma creato ai 25 novem-
bre 1768, che qui risiede, e vi è
fondato il più illustre collegio reale
della monarchia. La .società accade-
mica non solo nel 1820 fu appro-
vata e poi, nel 1824, incoraggila
con dotazione dalla munificenza so
vrana , ma fu anche onorata cf>l
titolo di corrispondente dall' acca-
demia reale delle scienze di Tori-
no, Era questa città un tempo cin-
ta di mura, e da una fossa ; e tut-
e II A
torà la domina un castello foiiifi-
cato, ovesj trova una bellissima chie-
sa. Cliainbeiy è ben fabbricata, non
manca di rispettabili edifizi moderni,
di biblioteca pubblica, di magnifica
caserma, ed assai vivo è il suo com-
mercio.
Non risale a grande antichità la
sua origine. Trovasi denominata an-
che Camberiacum, Civaro, Canieri-
nuni, e Laminconim, perchè diver-
si paesi ora distrutti si trovano de-
scritti ne' rimoti tempi in questa con-
trada. Vuoisi che Civaro occupasse
r area di Ciamberi , e non lungi si
trova Leminco, o Villa Lemensis ,
ove i prossimi Abissi di Mians fan-
no testimonianza di altra città, che
vi sorgea. Alcuni signori particola-
ri la possedettero dal secolo decimo
sino ai iiZo, epoca in cui fu ce-
duta a Tommaso I conte di Savo-
ia, il quale su di una collina fece
fabbricare il castello, in cui risiedet-
tero gli altri conti, e principi della
nobilissima casa di Savoia, sino alla
traslazione del loro governo a Tori-
no. Questo castello fu incendiato nel
i74t', e poi nel 1798,6 venne re-
staurato nel i8i>3. Vittorio Ama-
deo primo re di Sardegna vi si ri-
tirò nel lySo, dopo aver abdicato
al trono. I fi-ancesi, e gli spagnuoli
s' impadronirono di Chambery, e di
una gran parte della Savoia nel 174^,
ma la resti tmrono sei anni do-
po. Quindi nel 1' anno 1 792 , i pie-
montesi, presso Sanparelliano, ten-
tarono resistere all' armata repub-
blicana fi'ancese ; ma assalili nella
notte del 2 1 settembre dal general
Laroque, furono superale le gole
savoiarde , e aprirono il passo a
Chambery, che dal general Montes-
quieu fu tranquillamente occupata
ai 24 settembre, ed in uno alla Sa-
voia venne ceduta alla Francia pel
CU A 149
trattato del 1 796. Incorporala al-
l' impero francese, fu dichiarata ca-
poluogo del dipartimento del Monte
liianco, sino al secondo trattato di
Parigi de' 20 novembre 181 5, pel
quale ritornò al suo legittimo prin-
cipe.
La sede vescovile di Chambery ,
ad istanza del re di Sardegna Vit-
torio Amadeo III, venne eretta nel
concistoro dei 18 agosto 1779» dal
Sommo Pontefice Pio VI, che la
dichiarò immediatamente soggetta
alla Santa Sede; quindi, in quello
dei IO marzo 1780, vi preconizzò
per primo vescovo Michele Con-
scil di Megera diocesi di Ginevra.
Dipoi Papa Pio VII, che ne' suoi
viaggi avea onorato di sua presen-
za Chambery, per le premure di
Vittorio Emmanuele re di Sardegna,
elevò la sede vescovile di Chambe-
ly, con bolla de' 17 luglio 1817, al
grado di metropolitana, assegnando-
le per sufl'raganei i vescovati di Ao-
sta, e di Annecy, mentre anticamen-
te «"a soggetta alla diocesi di Gre-
noble nel Delfinato. Ne divenne pri-
mo arcivescovo Ireneo Ivone Des-
solles di Auch, che dal medesimo
Pio VII era stato trasferito dalla
chiesa di Digne a questa di Cham-
bery, sino dal concistoro de'22 mar-
zo i8o5, da lui tenuto in Parigi.
In appresso vi fui'ono aggiunte per
suffraganee anche le sedi vescovili
di Tarantasia, e di s. Giovanni di
Moriana. La cattedrale, bell'edifi-
zio gotico, è dedicata a s. France-
sco di Sales vescovo e confessore , e
vicino avvi l* episcopio. Il capitolo
si compone di quattro dignità, la
maggiore delle quali è il prevosto,
di nove canonici senza prebenda, ed
altri preti, e chierici addetti al di-
vino servizio. Oltre la cattedrale, che
ha la cuia di anime, vi souo tre
i5o CHA
parrocchie. Il cimiterio sta fuori
della città. Sonovi inoltre un colle-
gio de' padri della compagnia di Ge-
sti, una casa de' fratelli delle scuole
cristiane, un convento di cappuccini,
e tre monisteri , cioè delle dame del
sagro cuore di Gesù, delle sorelle del-
la carità, e delle salesiane. Inoltre
vi sono diverse pie congregazioni di
ambo i sessi, e confraternite , 1' ospe-
dale, e il seminario. La mensa è
tassata ne' libri della camera apo-
stolica in fiorini trecento settanta.
CHAMBRE (della) Filippo, Car^
ditiale. Filippo della Chambre, no-
bile savoiardo, era parente della
jegina di Fi'ancia Caterina de' Me-
dici, fu monaco benedettino, abbate
di Gorbia, indi vescovo di Terovana,
e poscia nell'anno i533 da Clemente
VII , nella sua decimaterza promo-
zione , venne creato prete Caidina-
le di s. Martino a' Monti. Il Papa
permise a lui di portare nella Fran-
cia e nella Savoia le vesti rosse, co-
mechè monaco. Fu fatto nel i543
vescovo di Frascati, e mori in Ro-
ma nel i55o.
CHANACH (de) Guglielmo, Car-
dinale. Guglielmo de Chanach, nato
in Parigi di nobile famiglia, si fece
monaco benedettino, e più volte fu ab-
bate e pubblico professore di canoni
neir università di Parigi. Eletto ve-
scovo di Chartres nel i 368, passò a
Mande nel iSyi. Fu creato poscia,
nell'anno stesso, prete Cardinale di
s. Vitale da Papa Gregorio XI, e
mori in Avignone.
CHANIGIARA. Sede vescovile
della provincia di Beth-Garmè, nella
diocesi di Caldea, di cui si conosco-
no due vescovi.
CHAPPES Pietro, Cardinale.
Pietro Chappes, o de Capis, appel-
lato cosi dal luogo di nascita a
Trojes, era canonico delle chiese di
CHA
Reims, e di Amiens; indi fu fitto
tesoriere di quella di Laon, cancelliere
di Filippo V re di Francia, vescovo
di Arras nel i3ao, epoinel iZiQ di
Chartres. Da ultimo ai i8 dicem-
bre del i327, Giovanni XXII lo
creò Cardinal prete ; ma* dopo no-
ve anni mori in Avignone nell' an-
no i336.
CHARAGMOBA, o CHARACH.
MUCHA seu Parachmucri. Sede epi-
scopale della terza Palestina, nel
patriarcato di Gerusalemme, sotto-
posta alla metropoli di Petra , ed
eretta nel nono secolo. Bollando re^
gistra due vescovi di questa, t. III
Jul. ad dieni 1 3.
CHARCAS. Arcivescovato nell'A-
merica meridionale. V. Plata ( de
la).
CHARLESTOWN ( CarolopoU-
tan. ). Città con residenza vescovile,
negli stati uniti nell' America setten-
trionale, la più ragguardevole fra le
città della Carolina, e, dopo Nuova-
Orleans, la maggiore degli stati me-
ridionali, e capoluogo del distretto,
che da essa prende il nome. Giace
su di una penisola e lingua di terra
formata dall' Ashley, e dal Cooper,
che dipoi riviniti formano la bella
rada con vasto , e comodo porto.
Dal lato del mare ne difendono l'ac-
cesso tre forti , e dopo gì' incendi
del 1 796 e 1 797 , che distrussero
le sue case di legno, la riedificazio-
ne venne eseguita con opere lateri-
zie. Sono osservabili i palazzi dello
stato, della comune, della dogana,
e la casa penitenziaria. Una volta
si vedeva sulla piazza la statua di
Guglielmo Pitt, conosciuto anco col
nome di Lord Chatham. Vi hanno
degli stabilimenti letterari , e sono
rinomati i collefji Charles-Town, ed
il medico, nonché altre scientifiche
società. Vivo è il commercio pel
CIIA
canale, che unisce il Cooper al San-
tec. Quantunque però Charlestown
sia riguardata come il luogo il più
salubre dei bassi paesi degli stati
raeridionali, la febbre gialla vi ope-
rò grandi stragi , come è frequente
anche quella catarrale.
Charlestown, o Charleston, fu fon-
data nel 1671 , da coloni inglesi
sotto la condotta del governatore
William Vogle, e da qualche emi-
grato bianco e nero, che sir John
Yeamans vi trasse dalla Barbada ,
isola la più orientale delle Antille;
ed il governatore britannico vi face-
va r ordinaria sua residenza, prima
della proclamazione dell' indipenden-
za. Nella guerra , che dopo questa
ebbe luogo, gl'inglesi tentarono più
volte di riconquistarla, massime ne-
gli anni 1776, e 1779, Clichè do-
po un lungo assedio si arrese per
capitolazione al generale Clinton nel
dì I I maggio 1780.
La sede vescovile in Chai'lestoven
fu eretta dal Sommo Pontefice Pio
VÌI , che la dichiarò suffraganea
della metropoli di Baltimore, e per
primo vescovo vi nominò l' attuale
dotto e zelantissimo pastore, monsi-
gnor Giovanni England irlandese ,
mediante il breve apostolico spedito,
ad istanza della sagra congregazione
di Propaganda, agli 11 luglio 1820.
A questo vescovo il regnante Pon-
tefice, per mezzo della stessa con-
gregazione Cardinalizia con breve dei
3o ottobre i834, diede per coad-
iutore con futura successione, mon-
signor Guglielmo Clancy della dio-
cesi di Corck, che fece inoltre ve-
scovo di Oria in parlihiis. Questa
diocesi comprende le Caroline del
sud e del nord, e la Georgia. La
chiesa cattedrale dedicata a s. Mi-
chele è fabbricata di legno , lunga
ottanta piedi, e quarantacinque lar-
CHA
i5i
ga, con un'alta torre di bella ar-
chitettura per le campane. Havvi
un convitto di donne pie per l' e-
ducazione delle femmine , partico-
larmente delle negre, non che un
seminario, ed il cimiterio pei cat-
tolici sta nelle vicinanze. Nella Ca-
rolina australe, in Columbia vi ha
una bella chiesa ed un collegio,
nella Carolina settentrionale vi so-
no due chiese , nella Georgia tre
antiche chiese da ultimo restaurate,
ed in Goergcstown avvi il collegio
de' gesuiti. I cattolici superano i do-
dici mila, e vanno sempre più au-
mentando mediante l'attività del ve-
scovo, che per lo spiritual vantag-
gio della sua diocesi, si recò in Ro-
ma diverse volte. Il clero vive del-
le pie oblazioni , che riceve dai fe-
deli.
CHARLIEU (Carilocus). Borgo
della contea di Charolois nella Bor-
gogna, diocesi di Macon, già abba-
zia e priorato de' benedettini. Nel-
r anno 926 vi si celebrò un concilio,
presieduto dall' arcivescovo di Lione
Anscherico, qual metropolitano di
Macon, ove si presero provvidenze
sui santuari rovinati dai ladroni e
dai malvagi, ed ordinossi che fossero
all'abbazia restituite dieci chiese,
eh' essa aveva in vari luoghi. Reg.
tom. XXV. Labbé tom. IX, ed
Arduino tom. VI.
CHARLOTTETOWN ( Carolino-
politan.). Città con residenza vesco-
vile nell'isola del principe Edoardo,
nella nuova Brettagna dell'America
settentrionale, ossia Città di Carlotta^
capo-luogo dell' isola di s. Jean, o
del principe Edoardo, nel centro
della quale è situata sulla baja di
Hillsborug. E questa una città na-
scente, disegnata con regolarità, e
situata vantaggiosamente pel com-
mercio. Il suo comodo porto è uno
-')2
CHA
de' migliori dell' America settentrio-
nale , per cui forse venne chiamato
un tempo Port de-la Joje. Vi si
trova istituita la società di agricol-
tura, ed ha pure delle buone scuole
normali.
La sede episcopale, ad istanza della
sagra congregazione di Propaganda,
fu istituita dal sommo Pontefice Pio
Vili, col dismembiare alcune regioni,
che formano la diocesi , dalla chiesa
di Quebech, dichiarandola immedia-
tamente soggetta alla santa Sede.
Quindi, col breve apostolico degli
I I agosto 1820, vi nominò per pri-
mo vescovo monsignor Bernardo
Agostino Mac-Eacheru, traslato dalla
sede vescovile di Rosa in pardbusj
e tanto il vescovo, che il clero vi-
vono delle pie oblazioni de' fedeli.
Pertanto questa diocesi si compone
dell' isola Edoardo, del nuovo Bruns-
wick, e dell'isole della Maddalena.
Neil' isola del principe Edoardo vi
sono dodici chiese di legno, due nel
nuovo Brunswick, e altrettante nel-
r isola della Maddalena. 11 numero
de' cattolici ascende a circa quaranta
mila, ed il numero maggiore è nel
nuovo Brunswick, e nella predetta
isola.
CHARROUX. F. Caroffe\
CHARTRES (Carnuten.). Città
con residenza vescovile della Fran-
cia, nella provincia Orleanese, già
capitale dello Sciartrese, e della
Beauce , ed ora capo luogo di pre-
fettura del dipartimento di Eure e
Loir. Giace parte in feracissipia pia-
nura presso il fiume Eure, e parte
sopra un'altura, per cui si divide
in alta e bassa, essendo cinta di
mura e fosse. Ha una società rea-
le di agricoltura, biblioteca pub-
blica, e parecchi scientifici stabili-
menti, ed è patria di molti uomini
dotti. Grande è il suo commercio,
CHA
particolarmente di grano e di lane,
ma non si distingue negli edifizi ,
meno alcuni pochi; ha inoltre diverse
importanti antichità relative ai tem-
pi de' Druidi, e da ultimo vi fu eretto
un monumento onorifico al suo
concittadino general Marceau,
Questa antichissima città, chiama-
ta anche Sciartres, CarniUum Au-
tricum, era la capitale dei carnuti ,
e prima che i romani la conqui-
stassero, veniva considerala come la
capitale della Gallia Celtica. Fu sede
del collegio de' sanguinarli sacerdoti
Druidi, che vi tenevano le loro assem-
blee, sotto il nome di Aulricum,
proveniente da quello di Auturaj
Eure, che nel IV secolo venne so-
stituito dall' altro di Carnutum. Gli
abitatori di questi paesi, per conser-
var la propria libertà, con valore
resistettero ai romani, sinché diven-
nero loro alleati quando Cesare li
soggiogò. Chartres sotto i re della
prima stirpe soggiacque a molte
vicende, venendo varie volte presa
e saccheggiata, particolai-mente dai
normanni negli anni 858, e 911,
mentre nell' anno i o 1 9 fu quasi
ridotta in cenere. Nel secolo X di-
venne contea ereditaria, e i suoi
conti lo furono pure di Blois, e di
Sciampagna; poscia passò nel domi-
nio della casa di Chatillon, indi fu
acquistata nel XIV secolo da Filip-
po // Bello, re di Francia, che la
diede al fratello conte di Vaiois, il
quale, divenuto re, l'aggiunse alla
corona. Nel regno di Carlo VI, gli
inglesi se ne impadronirono, e la
conservarono fino al i/jSa. Fran-
cesco I la eresse in ducato nei
i5i8 a favore di Renata di Francia
duchessa di Ferrara cui la donò,
dalla quale passò al duca di Ne-
mours, che la vendette nel 1623 a
Luigi XIII; onde da quel tempo
I
CtìX
venne conferita per appannaggio al
secondogenito del duca d' Oileans.
Invano nel i568 V assediarono i
protestanti, come partitante della
celebre lega. Enrico IV, nel 1591,
la prese, e vi si fece consagrare re
di Francia tre anni dopo, perchè
Reims seguiva ancora il partito della
lega, che lo escludeva dal trono.
Nel III secolo vuoisi predicato il
vangelo in Chartres, e fondata la
sua chiesa dai santi Potenziano, e
Saviniano, che con s. Aitino furono
mandati dalla santa Sede nelle Cal-
ile. 11 Butler dice, che s. Aitino con
s. Edoaldo si recarono a Chartres
ad annunziarvi la fede cristiana,
mentre Commauville è di opinione,
che questa sede avesse origine nel
declinar del III secolo, o nei pri-
mordi del IV. Tuttavolta altri dico-
no, che ciò avvenisse nel V secolo,
giacché quando vi si recò s. Cerau-
no, scarso era il numero de'cristiani.
Essa fu illustrata da parecchi santi
vescovi , come da s. Solenne eletto
nel cadere del V secolo. Ma essendo
questi per umiltà fuggito dopo la
sua ordinazione, gli fu dato in suc-
cessore s. Aventino, il quale, quando
ritornò il predecessore a Chartres,
rimase corepiscopo. Nel 554, ^^ ^^'
scovo Eterio succedette s. Lubino ,
dopo la morte del quale nel 55'j
fu eletto in vescovo s. Caletrico. Ma
Golfredo venendo deposto nel 1091
da Urbano II, il clero, ed il popo-
lo vollex'o per vescovo il b. Ivone,
che recossi in Roma per farsi con-
sagrare.
Dalla sua erezione sino al 1621
Chartres fu sullraganea dèlia metro-
poli di Sens , finché avendo Grego-
rio XV ai 1 2 marzo elevata Parigi
al grado metropolitico, fra i vesco-
vati, che le assegnò per suffraganei,
vi comprese questo di Chartres, che
CHA i53
Io è tuttora. Mentre però era ve-
scovo Ciò. Battista Giuseppe de Lu-
lìcrsac di Limoges , pel concordato
fatto nel 1801 da Pio VII colla
Francia, venne la diocesi soppressa,
avendo allora un capitolo composto
di diciassette dignitari, e settantasei
canonici, senza comprendervi gli ab-
bati di Cluny, e di s. Giovanni di
Vallea, che vi avevano una preben-
da. Nelle solennità il decano vestiva
di colore paonazzo, e i canonici di
rosso; il primo veniva nominato dal
capitolo, e i secondi dal vescovo, la
cui diocesi, fino al secolo XVII, era
una delle più estese del regno, for-
mandosi dai suoi smembramenti il
vescovato di Blois. Però nello stesso
pontificato di Pio VII , sotto il re-
gno di Luigi XVIII, la sede di Char-
tres fu ristabilita , nominandosi per
vescovo nel concistoro del primo ot-
tobre 18 17, Gio. Battista Maria An-
na Antonio de Latil , che poi Leo-
ne XII trasferì alla metropolitana
di Reims, e creò Cardinale.
Attualmente la cattedrale dedicata
alla beatissima Vergine , che vuoisi
la più antica di Francia , e la più
bella forse del regno per essere un
capo d'opera di architettura gotica,
pel suo coro , confessione , e i due
campanili , ha il capitolo composto
di dieci canonici titolari , e di altri
canonici onorari addetti al servigio
divino, ed ufficiatura della medesima.
In essa si venera il corpo di s. Piato,
e vi è la cura amministrata da un
parroco. Ampio e bellissimo si am-
mira l'episcopio, contiguo alla catte-
drale. Vi sono inoltre nella città
due parrocchie, diversi monisteri 'di
monache, due ospedah, il monte di
pietà , il seminario , e il cimiterio.
La lassa de' registri camerali ascen-
de per questa mensa episcopale a
fiorini trecento settanta , perchè le
1% CHA
rendite del vescovo si funno arrivare
a quindici mila franchi.
Tre concili furono in divei'si tem-
pi celebrati in Cliartres, sebbene, co-
me descriveremo , il Lenglet , nelle
sue Tavole cronologicliej ne registri
quattro.
Il primo fu adunato l'anno 849,
ed in esso venne data la prima ton-
sura a Carlo, minor fratello di Pi-
pino re d'Aquitania , e nipote di
Carlo j'I Calvo. Reg. tom. Vili, Ar-
duino tom, V.
Il secondo nel 11 28 sopra la di-
sciplina. Mabillon, Jnnal. s. Bened.
t. VI, p. 99, et 646.
Il terzo nel 1 124, in cui si ordi-
nò, cBe il visconte di Mans col toc-
care un ferro l'ovente, dovesse assi-
curare di esser stato violentemente
espulso da una chiesa. Mansi t. II,
p. 358, e Lenglet p. 32 3. 11 Dizio-
nario da' concila dice , che fu pre-
sieduto dal Cardinal Pietro di Lio-
ne, poi antipapa col nome di Ana-
cleto li.
Il quarto concilio, che alcuni chia-
mano piuttosto un' assemblea, ebbe
luogo a' 2 1 aprile del i 1 4^ » nella
terza domenica di Pasqua, nel pon-
tificato di Eugenio III. Si volle eleg-
gerne per capo s. Bernardo, ma egli
si sottrasse costantemente. V'inter-
venne il re di Francia Lodovico VII,
con tutti i vescovi del regno , e vi
fu stabilita la crociata per la guerra
santa di Palestina. Reg. t. XXVII,
Labbè t. IX, Arduino t. VL
Finalmente Chartres fu onorata
dalla presenza di diversi Sommi Pon-
tefici. Per tacere degli altri, l'icorde-
remo, che Pasquale II nell'anno 1 1 07
vi celebrò le feste di Pasqua ; e nel
ii3r vi si recò Papa Innocenzo II.
CIIARTZETUNA , o RARTZE-
TANA scu Cortzena. Sede episco-
pale della quarta provincia di Ar-
di A
menia, nell' esarcato di Ponto, sotto
la metropoli di Keltezene, la cui
erezione rimonta al nono secolo.
Commanville aggiunge , che si um
alla medesima metropolitana.
CHATEAU-THIERRY {Castrum
Theodorici ). Città della Francia ,
nel dipartimento dell' Aisne, in riva
al Marna, inclusa un di nella Sciam-
pagna, ed ora capoluogo di circon-
dario, posta in una situazione deli-
ziosa. Vuoisi fabbricata nel 720 da
Carlo Martello. Ebbe il titolo di du-
cato, appartenne alla casa di Bouil-
lon, fu presa dal duca di Mayenne
a nome della lega nel XVI secolo,
e saccheggiata dagli spagnuoli , ma
poscia venne decorata di ampli pri-
vilegi. Ai 1 2 febbraio 1 8 1 4, i fran-
cesi vi batterono il general russo
Sacken. Neil' anno 933 , mentre
Raoul assediava la città, l'arcivesco-
vo di Reims Artaut vi celebrò un
concilio, in cui Ildegario fu consa-
grato vescovo di Beauvais. Reg. t.
XXV, Labbé, t. IX, Arduino t. VI.
CIIATEAUX GOxNTIER ( Ca-
strum Goiiterii). Città di Francia,
nella provincia del Maine , nel di-
partimento di Mayenne, capoluogo
di circondario, e di cantone, situa-
ta sul Mayenne , e ben fabbricata.
E degna di menzione la sua chiesa
principale per l'architettura gotica.
Dicesi, che prima si chiamasse Ba-
silica^ che fu rifabbricata nel i3o7,
e che molto soffrì nella guerra della
Vandea. In essa furono celebrati i
cinque seguenti concili:
11 primo nell'anno 1221, come
vuole il Bochel, Nomencl. Synod.
edit. 1609.
11 secondo nel i23i dall'arcive-
scovo di Tours, e da suoi suffraga -
nei, per affari riguardanti la disci-
jilina. Vi si formarono trentasetle
canoni, in cni fra le altre cose si
CIIA
dichiara : che i matrimoni clandesti-
ni devono cssei'e dichiarati nuUi , e
che per prevenirh è proibito il con-
trarli con parole, senza averli pub-
blicali prima in chiesa, giusta il co-
stume : che i curati pi-esentati dai
patroni far dovessero giuramento di
non aver dato, né promesso cosa al-
cuna per ottenere la cura, e quando
il vescovo gliela avrà conferita, giu-
rare di obbedirgli , e di conservar
i diritti della Chiesa : che in avve-
nire non si provvederanno i cano-
nicati delle chiese cattedrali per la
prima prebenda vacante , e che i
monaci dovranno osservare le loro
regole, e non si porranno soli nei
priorati. Finalmente si rileva dal
medesimo concilio , che gli usurai
si scomunicavano tutte le domeni-
che, che i tribunali ecclesiastici an-
davano moltiplicandosi , e che gli
arcipreti, arcidiaconi, ed abbati go-
devano di una giurisdizione partico-
lare. Labbe t. XI, Arduino t. VII.
Il terzo concilio fu celebrato nel
1253 dall'arcivescovo di Tours, coi
suoi suffraganei , nel quale si pro-
nunziò la sentenza di scomunica con-
tro quelli , che non osservassero la
costituzione Quia nonnulli di Gi'e-
gorio IX.
Il quarto nel 1268 convocato
dall' arcivescovo di Tours, e dai ve-
scovi suffraganei, che vi formarono
otto canoni, in cui vengono scomu-
nicati coloro , che si appropriano i
beni di Chiesa, o che disturbano la
giurisdizione di questa ; si privano
della sepoltura quelli, che da un anno
erano scomunicati ; si vieta di spo-
ghar i priorati vacanti. Si rinnova-
rono inoltre i regolamenti de' prece-
denti concili, e vi si trattarono altre
cose riguardanti la disciplina ecclesia-
tica. Reg. t. XXVI II, Labbé t. XI,
Arduino t VII.
CIIA i55
11 quinto concilio fu tenuto nel
i336 egualmente dall' arcivescovo
di Tours, e dai suoi suffraganei, ed
in esso si pubblicarono dodici ca-
noni. Venne pertanto proibito d'in-
quietar quelli, che hanno affari pen-
denti ne' tribunali ecclesiastici , di
usurpare 1' ecclesiastica giurisdizione,
di esigere pedaggi dai chierici; si
scomunica chi desse scandalo in chie-
sa, e chi impedisse le oblazioni, ec,
Labbé t. XI.
CIIATELUS (de) Almerico, Car-
dinale. Almerico de Chatelus, co-
sì si appellava dal castello di sua
nascita nella diocesi di Limoges in
Francia. Era consanguineo del Papa
Clemente VI, e fu canonico di Li-
moges, presidente di Ferrara e ret-
tore dell' Emilia. Fatto nel i323
arcivescovo di Ravenna, nel i332,
passò alla chiesa di Chartres, e fu
latto uditore delle contraddette, e
quindi nella prima promozione dei
Cardinali fatta nel i342 da Cle-
mente VI in Avignone, fu ci'eato
Cardinale prete di s. Martino ai
Monti, legato a Roma, nella Tosca-
na e nell'isola di Corsica e Sarde-
gna, che sovente procui-avano di mu-
tar signore. Eletto amministratore
e vicario della Santa Sede nel re-
gno di Napoli e di Sicilia, fu inviai
to, nel i335, per reggente nella
minorità di Carlo Martello figlio
del re Roberto. Mori in Avignone
nel i35o.
CHATILLON Odone, Cardinale.
V. Urbajjo II.
CHATILLON Ottone, Cardina-
le. Ottone di Chatillon nato a Reims
da' signori di Castiglione e Basoc-
chio , nipote al Pontefice di questo
nome , e monaco di Clugny , era
specchiatissiino in pietà , non meno
che in sapere. Creato poi vescovc»
Cardinal d'C>stia dallo zio Urbano
i56 CHE
II, consacrò a sommo Pontefice Pa-
s({uale II ; intervenne al concilio di
Clermont per la spedizione di Ter-
rasanta, sotto il medesimo Urbano, e
quindi santamente morì nell' anno
I lor.
CHATILLON Cherudini Francesco,
Cardinale Francesco Cherubini. Cha-
tillon nacque da nobilissima ed antica
famiglia di Montalboddo di Sinigaglia
nel i58i. Provveduto di buona eru-
dizione, dopo svariati offizi, divenne
aiutante di studio al prelato Pamfili,
cui seguì come uditore nelle nunzia-
ture di Napoli e di Spagna ; il quale
poi divenuto sommo Pontefice col
nome d'Innocenzo X, a' 7 ottobre
dell'anno 1647, creò il Cherubi-
ni Cardinale del titolo presbite-
rale di s. Giovanni a Pòrtalatina, e
Io confermò a prouditoi'e pontificio.
Quindi sotto Alessandro VII , nel
i655, ebbe il vescovato di Sinigaglia,
cui governò per soli otto mesi, ma
molto saggiamente, e si distinse assai
nella tenera compassione verso i po-
veri. Nell'anno 1 656 morì nella sua
patria, di settantacinque anni, e nove
di Cardinalato. Fu poi sepolto nella
parrocchiale di s. Croce di Montal-
boddo.
CHATZINTZARIANI. Eretici, che
rigettavano il Trisagio. Teodosio il
Giovane li fece scacciare da Costan-
tinopoli, dove si erano annidati.
Questo accadde dopo finito il tre-
inuoto, che si è sentito sotto il di
lui regno.
CHA.VES Martini Antonio, Car-
dinale. V. Martini.
CHELCHIT . Luogo del regno
d'Inghilterra, nella provincia di
Cumberland, rinomato pel concilio,
che vi si celebrò nell'anno 787 nel
pontificato di Adriano I. Ne' suoi
venti canoni si contengono molte
provvidenze riguardanti la discipli-
CHE
na ecclesiastica, la celebrazione del-
la messa, ed il sinodo da celebrarsi
due volte l'anno, la proibizione dei
matrimoni incestuosi , 1' esclusione
dei bastardi alle eredità, l'abolizione
dei riti del paganesimo; s'ingiunge
l'adempimento de' voti, trattasi del-
la confessione, della penitenza, e si
vietano le preghiere pei defonli im-
penitenti. Spelman Cono. Augi. Reg.
tom. XVIII. Labbé tom. VI. Ar-
duino tom. III.
CHELIDONIO (s), fu compagno
a s. Emetero così nel servizio del-
le armi romane in Ispagna, che nella
gloria del martirio, sostenuto con
istraordiiiario coraggio in Calahorra.
Prudenzio ci lasciò scritto di questi
santi martiri, che nella Spagna era-
no in grande venerazione, ed ope-
ravano grandi miracoli a vantaggio
di tutti quelli, che ricorrevano alla
loro intercessione. Intorno all'epoca
del loro martirio non ci è perve-
nuto alcun che di sicuro, perchè i
pagani mandarono alle fiamme i ve-
ridici documenti , che riguardavano
questi due santi.
CHELLES (Calac). Borgo della
Francia, nel dipartimento di Senna
e Marna, presso la riva destra della
Marna. La sua antica abbazia delle
monache benedettine, una delle piìi
celebri della Francia, fu fondata l'an-
no 662 dalla regina s. Batilde ,
moglie di Clodoveo II. Gli antichi
l'e Merovingi vi avevano un palaz-
zo, ed il re Chilpenco I vi fu as-
sassinato dalla sua moglie Fredegon-
da. Nel 1008 tredici vescovi ten-
nero un concilio nel palazzo del re
Roberto, il quale vi fu presente, ed in
esso si confermarono le donazioni ,
che quel pio principe avea fatte al-
l'abbazia di s. Dionigi, insieme ai
privilegi concessi dopo la riforma del
monistcro. Questo concilio si chiama
CHE
Cnlcnse,o Kalense. Lahbè t. IX. Ar-
duino l. VI.
CIIELMA, e BELZT. Vtscovafi
imiti di rito greco ruteno nella Wo-
linia. Chelnij o Chelina (Chelmen.),
città con residenza -vescovile della
Polonia, nell'impero russo, voivo-^
dia, sulla riva destra dell' Uber, pro-
tetta da un castello edificato su di
un'altura, fu già capitale del pa-
latinato del suo nome, era assai flo-
rida , quindi decadde principalmente
pei saccheggi, e gì' incendi dei mo-
scoviti e dei tartari ; e nelle sue vi-
cinanze, agli 8 giugno 1794» i po
lacchi furono sconfitti dall'esercito
prussiano.
La sede vescovile venne istituita
nell'anno iSyS, ed il vescovo lati-
no fu dichiarato sufFraganeo della
metropoli di Gnesna^ donde poi fu
trasferito sotto quella di Leopoli,
quando nel XV secolo fu fatto ar-
civescovato. Poscia il vescovo di Chel-
ma portò la sua residenza in Cra-
nostau o Rranostaw, borgo della
diocesi. Vi fu pure un vescovo greco
sufFiaganeo di Kiovia. L'ultimo ve-
scovo latino fu Alberto Skarzewski
di Leopoli, fatto da Pio VI, ai 29
novembre 1790, avente per sufFra-
ganeo Melchiorre Gio. Kochonowski
della diocesi di Cracovia, vescovo
di Dionisia in parlihiis. Presente-
mente il vescovo di Chelma , e di
Belzi o Belzi, è di rito greco rute-
no, suffraganeo del metropolitano
di Posnania, arcivescovato anch'esso
unito a Gnesna , sotto la giurisdi-
zione della sagra congregazione car-
dinalizia di Propaganda. V. Belzi.
CHENE. Borgo vicino a Calcedo-
nia, ove in una chiesa fu celebrato
vm conciliabolo nell'anno ^oZ, con-
tro s. Gio. Crisostomo, arcivescovo
di Costantinopoli. In questo conci-
lialx)lo Teofilo di Alessandria, ne-
CHE i57
mico del santo, con trentasei vescovi
della sua Dizione, fece deporre quel-
r illustre padre della Chiesa, dando
a questo conciliabolo il nome di
Sinodo della Quercia. Acacio di
Berea, Severiano di Gabales, An-
tioco di Tolemaide, e Ciriaco di
Calcedonia furono ad uno testimoni,
accusatori e giudici , esaminando a
capriccio le accuse degli altri nemici,
le quali, secondo Fozio, erano divise
in XXVII capi, e secondo altri in
XXIX. La maggior parte erano ca-
lunniose, e maligne interpretazioni;
come di aver chiamata Gezabele
r imperatrice Eudossia ec; ma il
più fiero de' suoi accusatori fu Gio-
vanni, uno de' suoi suddiaconi. Si
mandò a citare s. Gio. Grisostomo
acciocché si presentasse al concilio;
ma il santo avea nel medesimo
tempo un concilio di quaranta ve-
scovi di varie provincie, sette dei
quali erano metropolitani, adunati
per ordine dell' imperatore Arcadio,
per giudicare lo stesso Teofilo ales-
sandrino, contro di cui eranvi set-
tanta suppliche, senza che mai si
fosse giustificato del contenuto, loc-
chè, a tenore delle leggi, il rende-
va incapace di essere giudice in
persona, massime di Grisostomo suo
giudice naturale, e capo riconosciuto
da tutto r oriente. Palladio , che
riporta questo concilio, era di quel
numero. Lungi il santo vescovo di
servirsi di questo titolo, fece rispon-
dere, che era pronto a giustificarsi,
purché Teofilo, Acacio, Severiano,
ed Antioco fossero tolti dall' assem-
blea , e che altrimenti avrebbe ap-
pellato ad un concilio generale. Non
avendosi niun riguardo alle sue ri-
sposte, vennero trattati indegnamen-
te i deputati da lui inviati, e si
pronunziò la sentenza di deposizione.
Arcadio, in conseguenza della sua
i58 CHE
piena deferenza per Eudossia , che
avea giurato la perdita del santo,
ne confermò la deposizione, e lo
esiliò nella Bitinia; ma questo esilio
durò appena un giorno, dappoiché
un terremoto, che sopravvenne, in-
cusse tale spavento nell' imperatrice,
che prontamente spedì alcuni uffi-
ziali per supplicarlo a ritornare in
Costantinopoli, ove il Crisostomo
rientrò come in trionfo, ed invano
protestò di volersi fermare nei sobbor-
ghi sinché fosse dichiarato innocente
da un concilio. Pìiol. Cocl. 5c) fin.
Clirys. ad Intl. Ap. Pallad. p. i3.
Pallad. Dialog. pag. 54, 70.
CHENERINO o CHIERANO (s.),
vescovo detto dai bretoni s. Pirano.
Nacque verso 1' anno 352 , secondo
alcuni nella contea di Ossory, e se-
condo altri, in quella di Cork, Gl'ir-
landesi Io chiamano il primogenito
de' loro santi, e lo reputano il più
insigne tra quanti fiorirono in Ir-
landa qualche tempo prima di s.
Patrizio. Recossi a Roma in età di
trenta anni, e dopo essersi in essa
perfezionato, fece ritorno in Irlanda
con Lugazio, Colombano, MeldanOj
Lugado e Cassano* che poscia fu-
rono insigniti della dignità 1 episco-
pale. S. Patrizio lo ebbe in tanta
estimazione, che lo innalzò all' epi-
scopato, e lo volle suo compagno
nel piantare la fede in Irlanda. S.
Chierano si ritirò appresso in un luo-
go solitario vicino al fiume Fua-
ran, e qui fattasi costruire una cella,
si diede alle pratiche della cristiana
perfezione. Ma divulgatasi la fama
di sue virtù, molti si recarono co-
là, e ben presto costruirono un mo-
nistero , clic fu chiaro per molto
numero di religiosi. Quindi si fab-
bricò ima chiesa , che poi ebbe il
nome di Sier-Keran. Questo santo
convcrfi tutta la sua famiglia alla
CHE
fede, ed ebbe il conforto di illumi-
nare molli idolatri, che ricevettero
il battesimo. Inoltre fondò vm mo-
nistero per svia madi-e Liadana che
vestì l'abito religioso, ed in appresso
si condusse nella provincia di Cor-
novaglia, ove visse da eremita presso
alla Severna, quindici miglia lungi
da Pakstow. Dopo aver ammaestrati
nella pietà alcuni discepoli, morì in
questa solitudine, nella quale fu in-
nalzata una chiesa ad onore di lui.
CHERANO (s.), abbate in Ir-
landa, fioriva nel secolo sesto. Era
chiamato /"/ Giovane per distinguer-
lo da un altro santo dello stesso
nome, il quale viveva a' tempi di
s. Patrizio. Entrato un giorno in
vma chiesa, sentì leggere un brano
del vangelo , e ne rimase sì alta-
mente commosso, che decise di da-
re le spalle al mondo. Postosi per-
tanto sotto la direzione di s. Fir-
miano , fece maravigliosi progressi
nelle cristiane virtù , e non andò
guari, che divenne fondatore di un
celebre monistero nell' isola d' Inis-
Aiugeau. Il re Dermizio, ammiran-
do la santità di Cherano, gliene die-
de la proprietà, ed inoltre contri-
buì colle sue largizioni alla fonda-
zione di un altro monistero fatta
dallo stesso santo sulla riva del Shan-
non nel Meath occidentale. Questo
fu chiamato Cluain-Macnois, e po-
co dopo divenne sede vescovile col
nome di Clunes. S. Cherano mori
ni 9 settembre 549, ^^ ^ venerato
col titolo di patrono principale nel-
la provincia di Connacia.
CHERSO, CHERSONA, o Cher-
sonesìis Taurica . Sede vescovile
in parùlms , nella penisola europea
sulle paludi Meotidi, nell'istmo del
Chersoneso di Taurica, che si avan-
za nel ponto Eussino, penisola che
oggidì corrisponde alla Crimea o
CHE
Tauride, I piti antichi suoi abitanti
(sono i Tauri, da cui ricevette il no-
me. Mitridate re di Ponto se ne im-
padronì. Quindi conquistata dai ro-
mani , venne da loro donata ai re
del Bosforo, ed in seguito passò in
dominio di alcuni principi della fa-
miglia di Gengkis-Kan. Questa pen-
isola è stata celebre, nei primi se-
coli della cristianità, pel gran nu-
mero de' confessori di Cristo, che vi
soffrirono l'esilio e la morte. Secon-
do Baudrand , ed altri , il quarto
Pontefice s. Clemente I patì il mar-
tirio nella terza persecuzione della
Chiesa, sommerso nel mare della
piccola Tarlarla ai 23 novembre
dell' anno 1 02 , presso Chersoneso
città del Ponto, vicino alla palude
Meotide, ove era stato esiliato; ed
il suo corpo fu trasportato in Roma
nell'anno 867, nel pontificato di
Adriano IL II Cecconi , Del sagro
rito di consagrare le chiese, dice
che s. Clemente I nel suo esilio, con-
sagrò molte chiese nel Chei-soneso.
Commanville asserisce, che Cherso
o Chersonesus , città rovinata della
Scizia nel Chersoneso Taurico , di-
venne arcivescovato onorario sotto
il patriarcato di Costantinopoli, la
cui erezione rimonta al secolo IX.
CHERSONA , o CHERSONESO
la Grande ( Chersonesus Magnus).
Sede vescovile in partihus nella pe-
nisola meno considerabile della Tau-
rica e della Cimbrica, che stava sul-
le coste dell'Africa. Scillace afferma
essere in prospetto dell' isola di Cre-
ta o Candia : altri la collocano sulla
costa della Marmarica, poco distante
dal promontorio Drepanum. Viene
anche chiamata Chironis, o Spina-
longa y e nel quinto secolo fu fon-
dala la sua sede vescovile suffraga-
nea di Creta o Candia, ove si tras-
icrì la metropoli di Gortina, nell'esar-
CIIE i59
cato di Macedonia , di cui si cono-
scono otto vescovi. Attualmente è
vescovato in parLihus sotto la me-
tropoli di Candia o Creta, o Gor-
tyna, pure inparlibus. ^.Baudrand,
e Mireo, pag. 181. Da ultimo il
Papa regnante Gregorio XVI, ai 17
settembre iSSg, conferì questa chie-
sa con breve pontificio, a monsignor
Giovanni Laurent, vicario apostolico
delle missioni settentrionali di Ger-
mania.
CHERSONESO ( Cliersonesus ,
Cherronesiis j o Cfiesronesui ). Gli
antichi con questa voce indicavano
una penisola , significando la voce
Chersoneso Isola di terra , Isola
terrestre. Le più celebri sono Cher-
soneso Cimbrica nella Germania ,
di Taurica o Cherso {Fedi), la pre-
cedente di Creta, o la grande, e di
Tracia che è la seguente, mentre la
Chersoneso d' oro, penisola dell' In-
dia di là dal Gange, comprendeva
la penisola di Malaca ( Vedi), ove
nel XVI secolo fu eretto un vesco-
vato, e quella di Sumatra , che ne
fu poi staccata. Molti credettero che
la Chersoneso d'oro sia VOpliir, ove
Salomone inviava i suoi vascelli.
CHERSONESO m Tracia {Cher-
sonesus Thraciae). Sede vescovile,
nella penisola europea , che faceva
parte della Tracia, rinchiusa dal gol-
fo di Melas, Mclanes Siniis, e dal-
lo stretto chiamato Bosforo di Tra-
cia, avente da Abido sino all' Arci-
pelago il nome di Ellesponto. In
progresso fu separata dal continen-
te per mezzo di un muro. Gli ate-
niesi la dominarono , quindi i re
macedoni ; e dopo Alessandro Ma-
gno appartenne alla Tracia. La se-
de di Chersoneso, suffraganca della
metropoli di Ei*aclea , fu chiamata
pure Caelcn , o Carlos seu Cyla ,
e venne fondata nel nono secolo.
i6o CHE
Tultavolta, siccome la penisola chia-
mossi poi Gallipoli, o della Ro-
mania, e Commanville riporta fra
le sedi dipendenti dalla metropoli
di Eraclea, Gallipoli eretta nel IV
secolo, e divenuta arcivescovile nel
XVI ; così sembra più probabile ,
che questa sia la vera sede vescovi-
le della Chersoneso di Tracia, e ciò
si conferma dall' osservare che nel
conciliabolo Efesino celebrato nel
449? allorquando Longino, vescovo
della Chersoneso Taurica ebbe dato
il suo avviso , Pietro vescovo di
Chersoneso, parlò per Ciriaco di
Eraclea.
CUESTER (Ceslria seu Chestria).
Città vescovile d' Inghilterra , capo
luogo della contea di tal nome, sulla
Dee, nel sito in cui questa riviera
si allarga in forma di golfo; edifi-
cata su di una altura in paese fer-
tile, e cinta da vecchi bastioni. Il
castello, che domina la Dee, fu eret-
to da Guglielmo il Conquistatore^
e racchiude la corte di giustizia, e
la prigione, bellissimo edilìzio. Que-
sta antichissima città fu stazione ro-
mana, e vi ebbe quartiere la ven-
tesima legione, detta Falena Vi-
ctrix, per cui si rinvennero oggetti
di notabili antichità. Nel 908 gì' in-
glesi vi celebrarono un' assemblea
generale per 1' elezione d' un re.
Quindi nel secolo XVII molto soffrì
per essersi dichiarata a favor-e di
Carlo I. Si racconta che quivi Ed-
garo, uno de're sassoni, si facesse
condurre in una piccola barca dalla
chiesa di s. Giovanni sino al suo
palazzo, nella quale, come suoi vas-
salli, remigavano otto re brettoni e
scozzesi , ed egli per mostiaie la sua
superiorità, ne dirigeva il timone.
La sua grande e bella cattedra-
le, che ha ima tori'e alta cento e
▼entisette piedi, e che rinchiude
CHE
molti sepolcri , fu fatta edificare
con un monistero di religiose, e
sotto il nome di s. Verburgo dal
conte Leufric; poi Ugo il Lupo con-
te di Chester, nel 1094, ristabilì il
monistero, e vi pose dei monaci, e
nel secolo XII divenne sede vesco-
vile suffraganea di Yorck. Dappoiché
Pietro, vescovo di Lichtfield verso
l'anno 11 33, vi trasferì la sua se-
de, i successori di lui si chiamaro-
no ad un tempo vescovi di Licht-
field, di Chartres, e di Conventri ;
ma Enrico Vili dopo la riforma,
nel i54i, eresse la chiesa di san
Verburgo in cattedrale, separando-
la dalla metropoli di Yorck. I cat-
tolici sono soggetti al vicario apo-
stolico del distretto settentrionale
d'Inghilterra.
Tre concili furono tenuti in Che-
ster. Il primo nel ix^'j sopra l'ab-
bazia. Labbé tom. IX. Arduino
tom. VIL
Il secondo, chiamato Cicestrense,
si tenne nel 1 289, in cui Gilberto ve-
scovo di Chester fece quarantuno ca-
noni, o regolamenti di disciplina ec-
clesiastica, riguardanti i doveri dei
parrochi, e la loro esemplar condot-
ta , gli abiti sacerdotali , la recita
dell'uffizio divino, la visita degli
infermi, ec. Si proibì inoltre di ri-
fiutare il viatico, o la sepoltura per
delitti occulti; s'ingiunse di sommini-
strar la comunione il giorno di Pa-
squa gratuitamente ; si comandò di
fornire le chiese di suppellettili, e che
i fonti battesimali, col crisma sieno
chiusi con chiave j si vietò il giura-
mento di fedeltà, che gli ecclesiasti-
ci esigevano dai religiosi , i quali
presentavano ai benefizi prima di
essere istituiti, e si prese provviden-
za sui matrimoni , e sui predicatori ;
si fulminò la scomunica ai sediziosi ,
ai calunniatori, agli invasori de' bc-
CHI
ni di Chiesa ec. Labbé t. XI, Ar-
duino t. VII.
Il terzo concilio fu celebrato l'an-
no 1292 dallo stesso vescovo Gil-
berto, che vi fece sette canoni di-
sciplinari. Fu proibito di pascolare
sui cimiteri , di limitare le oflerte
volontarie del popolo alle chiese, e
si esortò a stare in queste con rac-
coglimento. Non si permise la se-
poltura nelle chiese a nessuno, tran-
ne ai signori, ai patroni, ai parro-
chij ai vicari, e si vietarono le cas-
sette per l'elemosine nelle chiese,
senza la licenza del vescovo. Labbé
t. XI, Arduino t. VII.
CHIAPA {de Chiapa). Città con
residenza vescovile dell'America set-
tentrionale, nel Messico, volgarmen-
te chiamata Chiapa de los espano-
les, e Ciudad real, capitale dello
stato di Chiapa sull'oceano pacifi-
fico, posta in amena pianura, il cui
lato oiientale viene bagnato dal
Zeldales, ed è di bello aspetto. Po-
co distante avvi una singolare sor-
gente, che scorre, e si arresta con
una intermittenza di tre anni. La
città fu fondata nel i528, sul luo-
go di una città indiana. Ricevette
prima il nome di Filla reale, poi
di Filla-viciosa, quindi di San-Cliri-
sloval-de-los Llanos, ed in fine quel-
lo, che porta attualmente.
Il Sommo Pontefice Paolo III,
per le istanze dell' imperatore Car-
lo V, monarca della Spagna, eresse
la sede vescovile di Chiapa nel
i538, non come dicono alcuni nel
i544 o ''^47> dichiarandola sulfra-
ganea della metropolitana di Mes.si-
co. Uno de' suoi primi vescovi fu
il benemerito dell' umanità , Barto-
lomtneo di Las-Casas, il cui nome
sarà sempre in benedizione presso
gli americani, e per chi ama le vir-
tù, poiché da lui ripete non solo la
VOL. JK,
CHI i6f
metropoli, ma tutto lo stato, quel-
la moltitudine di privilegi, onde
godette per tutto il tempo della
dominazione spagnuola. Di poi, nel
1743, Benedetto XIV tolse Chiapa
dalla soggezione di Messico, e la
sottopose all'altra metropolitana di
Guatimala; ma il regnante Grego-
rio XVI, col disposto della bolla Do'
minìco gregi assidua sollicitudine ,
emanata nel maggio 1887, la resti-
tuì alla metropoli messicana. La
cattedrale, cospicuo edifizio, è dedi-
cata a s. Cristoforo, e il suo capi-
tolo componesi di quattro dignità,
delle quali il decano è la maggiore,
di un canonico, e di diversi cap-
pellani e preti in servigio della
medesima. Ha il fonte battesimale ,
e la cura d'anime, che si esei'cita
da un sacerdote col titolo di retto-
re, ed ha contiguo l'episcopio. Nella
città non vi sono altre parrocchie,
e vi hanno tre conventi di reli-
giosi, un monistero di monache , il
seminario, l'ospedale, e il cimiterio.
La mensa è tassata ne' libri della
camera apostolica, per ogni novello
vescovo, di trenlatre fiorini.
CHIARA (s.), abbadessa nacque
in Assisi da genitori distinti per pietà
e per ricchezze. La sua fanciullezza
fu così un modello di santità, che
facilmente potevasi argomentare co-
me Iddio l'avesse prevenuta colle sue
benedizioni. Cresciuta cogli anni, le
fu proposto matrimonio assai van-
taggioso; ma ella non volle altro
sposo che GesLi Cristo. Aiutata dal
consiglio di s. Francesco, che con
lei aveva comune la patria, pensò
di abbandonare per sempre il mon-
do , e perchè quel santo non aveva
ancora religiose del suo Ordine, ve-
stita d' un abito di penitenza, entrò
nel monistero delle benedettine di
s. Paolo. Le po\'ere Clarisse contano
1 1
i62 CHI
«la quest' epoca la data della fonda-
zione del loro Ordine. Molto dovette
ella soffrire per parte della sua fa-
miglia, che coi rimproveri e colla
forza volea richiamarla al secolo;
ma il Signore la rese forte nel re-
sistere a somiglievoli tentazioni. La
nostra santa si ti-asferi appresso nel
monistero di s. Angelo di Panso,
poco lungi da Assisi, e seguita nella
stessa vocazione da sua sorella A-
gnese, s. Francesco le allogò in una
piccola casa, contigua alla chiesa di
s, Damiano, creando Chiara supe-
riora di questo nascente monistero.
Ella ebbe non poca allegrezza nel
vedere la sua madi-e medesima, e
molte altre donne delia sua famiglia
unirsi a lei per attendere agli eser-
cizi di penitenza, e in breve tempo
la sua comunità fu composta di se-
dici persone , tre delle quali appar-
tenenti alla illustre casa Ubaldini di
Firenze. Non andarono molti anni,
che il novello Ordine ebbe monisteri
a Perugia, ad Arezzo, a Padova, a
Roma, a Venezia, a Mantova, a
Bologna, a Spoleto, a Milano, a
Siena, a Pisa, e nelle primarie città
di Alemagna. Le austerità praticate
da s. Chiara e dalle sue figlie era-
no state infino allora interamente
sconosciute fia le persone di quel
sesso. Camminavano a piedi nudi,
dormivano sulla terra, digiunavano
quattro quaresime, e non parlavano
se non quando la necessità, o la
carità le obbligava. S. Chiara alle
mortificazioni ordinarie ne aggiun-
se per sé delle particolari a tal
segno, che fu costretta dalla obbe-
dienza a non portare più oltre le
asprezze della sua penitenza. La sua
meditazione era assidua intorno alla
vita e morte di Gesù Cristo; e la
povertà così le era in grado, che
mentre tutti gli altri Ordini religiosi
CHI
^
domandarono ad Innocenzo IV la
permissione di possedere dei beni,
ella supplicò il Pontefice a mante-
nere il suo nel privilegio della evan-
gelica povertà. Quantunque fosse la
superiora, era tanto umile, che la-
vava per sino i piedi alle converse,
quando ritornavano dalla cerca, ser-
viva in tavola, ed assisteva le ma-
late, comecché fossero affette da
malattie le più nauseanti. Neil' ora-
zione provava ogni conforto, e spesse
volte nell'atto che pregava, dal suo
volto usciva una luce, che movea
a divozione insieme e a maraviglia
le sue figliuole. Per le preghiere di
lei, Assisi venne liberata da un
esercito di barbari , che le aveano
posto l'assedio. Non appena infatti
s. Chiara conobbe, che il monistero
di s. Damiano, situato fuori della città,
era stato assalito da' nemici, sentissi
ripiena della più ferma fiducia nel
suo Signore, e fattasi condurre alla
porta del monistero con un ciborio
contenente il santissimo Sacramento,
mise in fuga gli assedianti compresi
da subitaneo terrore. In altra cir-
costanza, mercé le sue orazioni e
quelle delle sue religiose, Vitale A-
versa, generale di Federico II, levò,
l'assedio da Assisi, che avea divisato
di mettere a ferro e a fuoco. La
pazienza di questa santa spiccò so-
prattutto nel tempo di sua malattia,
in cui conservava mai sempre la
stessa ilarità , ed occupavasi con
maggior divozione a meditare i mi-
stei'i della vita e della morte del
figliuolo di Dio. Rinaldo, Cardi-
nal di Ostia, il quale divenne Papa
col nome di Alessandro IV, la ebbe
in tanta estimazione, che le scrisse
una lettera , ed andò a visitarla.
Anche Innocenzo IV volle vederla,
e perciò da Perugia recossi ad As-
sisi. Neil' ultima malattia s. Chiara
CHI
confortò le sue religiose a perseve-
rare nella pratica della santa pover-
tà, e dopo aver impartito ad esse
la sua benedizione, morì agli 1 1
agosto 12,53, in età d'anni 60. Ai
funerali di lei assistettero il Papa
Innocenzo IV, e molti Cardinali; e
Alessandro IV la canonizzò nel i255.
CHIARA (s.) DI Monte Falco,
vergine, nacque intorno al l'xjS.
L'amore alla pietà ed alle peniten-
ze si manifestò in lei fino dai primi
anni, ed ella, conosciuta la vanità
dei beni di questo mondo, stabili di
rinunziarvi. Abbracciò pertanto la
regola delle religiose agostiniane, e
ben presto fu innalzata alla dignità
di abbadessa, sebbene ancor giova-
ne. Nessuno si avvicinava a lei sen-
za sentirsi acceso dal desiderio di
tendere alla pratica delle cristiane
virili. La sua anima era costante-
mente unita al Signore, e ne me-
ditava mai sempre le infinite per-
fezioni. Morì a' 18 agosto del i3o8.
Il processo di sua canonizzazione
venne ordinato da Giovanni XXII,
ma fu interrotto per la molte di
lui.
CHIARA MONTE Nicolò, Cardi-
fiale. Nicolò Chiaramonte nacque da
nobile ed illustre prosapia nella Si-
cilia, e lasciata ogni cosa, professò
tra i cistcrciensi. Poscia nel dicem-
bre del 12 16, Onorio III lo elesse
vescovo Cardinal tusculano, e legato
in Germania a Federigo H, perchè
promovesse la guerra sacra, ed in
appresso ebbe la legazione di Na-
poli, ove nel 1222 consacrò solen-
nemente la chiesa di Cosenza. Da
ultimo, conseguita dal Pontefice ad
abitazione, per se, e pei suoi suc-
cessori nel vescovato tusculano , la
chiesa di s. Maria , detta del moni-
stero, inori nel 1227, dopo undici
anni di Cardinalato.
CHI i63
CHIARAMONTE Francesco Gu-
LiELMO, Cardinale. F. Clermont.
CHIARAMONTI. Famiglia. Se-
guendo le eruditissime notizie, che
di questa illustre famiglia italiana
ci ha date il vivente chiar. Erasmo
Pistoiesi , nella Vita del Sommo
Pontefice Pio VII, Chiaraniontì ,
di Cesena , pubblicata in Roma in
quattro tomi colle stampe di Fran-
cesco Bourliè dal 1824 al i83o, le
riuniremo compendiosamente ad ono
r^degli antenati, donde uscì l'im-
mortale Pio VII, le cui gloriose
gesta saranno in eterna benedizione
nella Chiesa di Dio. Abbiamo dato
la preferenza al lodalo Pistoiesi, dap-
poiché da sicura sorgente ci fu dato
apprendere, che le notizie sulla fa-
miglia Chiai'amonti da lui scritte,
nel tomo I della citala opera , sono
in tutto consentanee a quelle, che
poti'ebbonsi raccogliere, e dall'archi-
vio di tal famiglia, e da altri scrii-
tori. Tuttavolta ci permetteremo ag-
giungere qualche nozione, che tro-
vammo in altri autori , e che por-
tiamo lusinga non riuscirà super-
flua, e del tutto inutile.
Incominciando dall'origine del co-
gnome Chiaramonti, si vuole, che
certo Dalmasio, guerriero cristiano,
conquistasse dai maomettani nella
Catalogna , prima dell' anno 1 000
dell' era nostra , un castello detto
ClaramontCj dal quale egli prese il
soprannome, che divenne sino d'al-
lora, ed in seguito particolar casato
de'suoi discendenti. Non deve tacer-
si, che nella famiglia de Clermont
Tonnerre, uno della quale, Anna
Antonio arcivescovo di Tolosa, nel
1822, fu creato Cardinale da Pio
VII, evvi costante tradizione, che
i Chiaramonti d'Italia appartengano
a quelli di Francia , e che tut-
ti provengane da uno stesso cep-
i64 CHI
pò. In vei'O tal consanguinità non
venne giammai stabilita perfetta-
mente, non bastando l'analogia del
prenome Chiaramonti per dire ,
che derivi da quello di Clermont,
ad onta che nella famiglia Chia-
ramonti esista un antico ritratto, col-
r iscrizione : Simone della fami-
glia francese de' Claraniond dif-
fusa in tutta l' Italia. Un contrario
argomento si deduce dagli stemmi
gentilizii delle due famiglie, dap-
poiché la francese porta due chiavi
incrociate, e quella di Cesena ha per
arme tre teste di mori bendati, con
altrettante stelle. Aggiungiamo qui
inoltre, che i Clermont ebbero un
altro Cardinale, nella persona di
Francesco Guglielmo elevato nel
i5o3 alla porpora da Giulio li,
che divenne decano del sagro Col-
legio.
Per conto dell'origine de' Chiara-
monti, essa rimonta all' Vili secolo
nella Catalogna , una delle primarie
Provincie di Spagna, che in seguito
conquistarono; divenendo poscia, nel
secolo XII, signori d'una città d'Al-
vergna, rinomata pe'suoi molti con-
cili , e pel lustro della sua antica
sede vescovile, la quale dal loro
cognome fu appellata in lingua pro-
venzale Clermont [Vedi). Inoltre i
Chiaramonti diventarono celebri in
Barcellona pei segnalati servigi pre-
stati alla fede dal marchese di Gi-
ronella, che equivale a Claramuntj
contro i moi'i maomettani invasori
della Spagna. Raimondo III, detto
// vecchio^ conte sovrano di Barcel-
lona, e figlio di Berengario II, nel-
l'anno 1068, diede a' suoi sudditi
un codice di leggi , che fece appro-
vare dai grandi de' suoi stati, ove
si legge il nome di Bernardo figlio
di Amato Claramonte. Questo è
r atto più antico, in cui si fa nicn-
CHI
zione di questa casa in maniera
autentica.
Il Moreri pretende, che i Cler-
mont di Spagna discendano dal conte
Manfredo di Clermont, ammiraglio
di Sicilia , verso la fine del secolo
XIV. Nella vita di Onorio III si
legge, che nel 12 19 creò Cardinale
Nicolò di Chiaramonte , nobile si-
ciliano.
Trapiantata la famiglia in Fran-
cia, Napoli, e Sicilia, s' innestò per
mezzo di nobilissimi maritaggi alle
reali famiglie d'Ungheria, e d'Ara-
gona, dappoiché Costanza figlia di
Manfredo sposò nel iSqo Ladislao
re d' Ungheria; ed Isabella figlia di
Tristano, donzella di grandi speran-
ze, si uni in matrimonio nel i44^
con r infante d. Ferdinando duca
di Calabria, figlio ed erede del re
di Napoli d. Alfonso V, il magnifico,
d'Aragona. Un ramo però della fa-
miglia Chiaramonti, a cagione di
militari imprese, si stabih da più
di tre secoli a questa parte in Ro-
magna nella città di Cesena { Vedi).
Essendo la discendenza de' Chiara-
monti di Napoli sicura, ed avendo
sempre percorsa la carriera delle
armi, si crede, che un esercito na-
politano sotto le armi di Aragona,
soggiornando verso il XV secolo
negli stati della santa Sede, in cui
servivano due membri di questa
famiglia, si sieno stabiliti con van-
taggiosi matrimoni nella detta città
di Cesena.
Molli pure credono, che ai Cliia-
i-amonti possa appartenere quella
invitta donzella, di cui parla l'A-
riosto nel suo Furioso ec. e dalla
quale ebbe origine, sino dai tempi
di Carlo Magno, la serenissima casa
d'£ste. V. Signahlf, Storia de' prin-
cipi d' Esfej Ferrara i^yo. Altri,
seguendo le opinioni di Fazzelli, di
CHI
Bonfigli, e di Zazzeda, fanno deri-
vare i Chiaramonti da Enrico dei
Chiaramonti, che perseguitato da Fi-
lippo /' audace, e sbalzato qua e
là dall' avversa fortuna, illusti-ò po-
scia la sua discendenza colla dimo-
ra che, nell'anno 1 271, venne a sta-
bilire in Italia. E primamente, in
Napoli entrò al servigio del re Car-
lo I d'Angiò, fratello di san Luigi
IX re di Francia; però non andò
guari, che il re s' invaghì della sposa
d'Enrico, e questi della figlia del
re. Ma lo strepitoso avvenimento
del vespero siciliano nel 1282, aven-
do posto fine, ovvero d'assai dimi-
nuita la possanza de' francesi in
Italia, né potendo Enrico ripatriare
per le sue vertenze colla corte, si
recò in Sicilia presso il re Pietro
III d'Aragona, che avea conquistati
que' dominii per le ragioni di Co'
stanza, figlia superstite di Manfredi.
Finalmente i Chiaramonti si fanno
anco discendere da Simone, generale
de'siciliani sotto il re d'Aragona, ov-
vero, come altri vogliono, si credo-
no stretti in parentela con quel
Chiaramente colonnello nella guer-
ra di Piemonte, diretta e coman-
data da de Ghisa. Altri poi dicono
che discendano da Gregorio, il quale
combattendo con valore contro gli
svizzeri, sagrificò sé stesso per la
patria; ed altri infine da Muzio, o
da Virginio prodi capitani.
Certo è_, che dalle storie di Ce-
sena si rileva, che un Lodovico Chia-
ramonti fu vicario imperiale di Ro-
magna ; un Agostino amministratore
della pubblica annona ; e un Scipio-
ne senatore e cavaliere di s. Stefano.
Onorata memoria lasciò Cesare pub-
blico lettore di leggi; così Giacinto
avvocato di gran merito, e France-
sco giusdicente in Bologna e in Ge-
nova. Meritano pur menzione un
CHI i65
Tolomeo camaldolese , e Cosimo ed
Angelo domenicani , mentre Egidio
e Girolamo appartennero alla com-
pagnia di Gesù, come vi appartenne
Giacinto, poi arcidiacono della catte-
drale di sua patria dopo la soppi*es-
sione della compagnia , felicemente
ripristinata da Pio VII. I cappuc-
cini vantano due individui di questa
famiglia, Stefano ed Antonio, come
i precedenti, chiari per sapere e vir-
tù. Stefano divenne ministro gene-
rale del suo Ordine, il perchè Car-
lo II lo dichiarò grande di Spagna
di prima classe, e morì santamente
nel 1682.
Fra gli uomini illustri di questa
famiglia va particolarmente ricordato
Scipione filosofo, e matematico insi-
gne , fondatore dell' accademia degli
Offuscati in Cesena sua patria , ed
autore di molte opere date alla luce
nello spazio di pochi anni nel secolo
XVII, che in numero di ventitré sono
accuratamente riportale da M. Jaen
Pierre Niceron, nelle sue Mcmoìres
polir servir a V histoire dcs liommes
ìllustres dan la republique des let-
teres, tom. XXX, p. iSy. Fra tali
opere meritano menzione quella Della
ragione di slato, l'Antiticone, o libro
delle tre nuove stelle , e la Scoria
di Cesena divisa in XVI libri , la
quale'venne da Simone di lui figlio lo-
devolmente difesa nell'opera, che por-
ta il titolo : Contentio apologetica de
Caesena triumphante adversus For-
tunì Lìceti oppositiones , in qua de-
fenditur patriae historia fideliter con-
scripta a Scipione Claramontio in
lib. II divisa, quorum prior affir-
mat Caesenani primuni Senonuni
fuisse sedeni, posterior probat colu-
mnant annulorunt, seu hospitalitatis
nwnquam Caesenae, sed Bertinori
fuisse. Avendo vestito il sagro abito
de' cappuccini quattro figli di Sci-
i66 CHI
pione, volle anch' egli imitarli dopo
(li essere rimasto vedovo, ma nun
gli fu concesso, ed in vece divenne
fondatore d' una congregazione di
Filippini in s. Marino. Venuto a
morte, a' 20 giugno i652, ne' suoi
funei'ali si vide il commovente e sin-
golare spettacolo, che i quattro figli
cappuccini portarono sulle loro spal-
le il feretro, il quale conteneva la
mortale di lui spoglia. P^. Pier An-
tonio Serassi, che nella P^ita di Ja-
copo Mazzoni j a pag. i58, fa l'elo-
gio di Scipione ; vita che fu stam-
pata in Roma nel 1790, e la Cese-
na trionfante del citato Simone Chia-
ramonti , pubblicata in Cesena nel
1661. Celebrò poi le virtù dei men-
zionati quattro cappuccini , il sud-
detto arcidiacono Giacinto Ignazio
Chiaramonti, colla composizione : De
majorum suoriim laude, excudebat
Gregorius Blasinius, Caesenae 1786.
La qual composizione Giacinto dedi-
cò al proprio fratello poi Pontefice,
ed allora Cardinal vescovo d'Imola.
Gli altri illustri individui della fa-
miglia Chiaramonti, che si distinse-
ro per lettere, per dignità, e santità
di vita, trovansi descritti nelle Me-
moriae Caesenates ec, le quali giun-
gono sino al 1700, e furono com-
poste da monsignor Gio. Battista
Braschi , vescovo di Sarsina , poscia
arcivescovo di Nisibi , pubblicate ir^
Roma nell'armo 1738,
Nel secolo decorso , capo di que-
sta quanto antica altrettanto nobile
famiglia, fiori il conte Scipione, com-
mendevole per le più rare qualità
di cuore e di spirito, il quale si uni
in matrimonio con Giovanna Coro-
nata de' marchesi Gbini. L'anlica e
nobile famiglia Ghini è stata altre
volte distinta coi nomi di Ghino, e
di Ghilinj. In quella de' Ghini, o
Cini, vi fu Mn Andrea canonico di
CHI
Tournai , elemosiniere del re Carlo
IV il Bello, quindi creato Cardinale
nel 1342 da Clemente VI, le cui
gesta si possono leggere all' artico-
lo Leonardo Ghino. Favorito dalla
natura di un vivacissimo ingegno ,
essendo andato Paolo III a Perugia,
recitò alla sua presenza un' eloquen-
te orazione , da tutti grandemente
encomiata , e tradusse dal greco la
storia di Eliodoro delle cose etiopi-
che. Riguardo poi ai Ghilini , Ca-
millo fu segretario di stato del duca
di Milano ; Girolamo pubblicò di-
verse opere, e molte ne lasciò ma-
noscritte ; e Pietro celebre giuriscon-
sulto visse sotto Gio. Galeazzo Vi-
sconti, primo duca di Milano. Senza
dichiarare se appartengano a questa
famiglia, vi furono un Girolamo
Ghinucci nobile sanese, che Paolo
IH creò Cardinale nel i535; ed un
Tommaso Maria Ghilini nobile pie-
montese, che Pio VI nel 1778 fec^
Cardinale. Prima di parlare dei figli,
che nacquero da sì avventuroso ma-
trimonio, ci permetteremo dire quan-
to avvenne di Giovanna Ghini ap-
pena rimase vedova. Essa subito ri-
volse le spalle al mondo, e si recò
in Fano nel monistero di s. Teresa
a prendere l'abito delle carmelitane
scalze; e nel 1763 fece la solenne
professione, assunse il nome di Ma-
ria Teresa, e visse specchio di virtù
sino al sessantesimo anno di sua vita,
terminando santc^mente 1 suoi giorni
ai 22 novembre 1771.
Da Scipione Chiaramonti, e Gio-
vanna Coronata Ghini , nacque la
seguente prole: i.° Giacinto Ignazio
prima gesuita, poi arcidiacono della
cattedrale di Cesena ; 2.° Tommaso,
che si uni in matrimonio colla con-
tessa Marianna Aldini di Cesena, dai
quali discese l'odierna generazione,
di cui poi parleremo; 3." Bainab^,
e II I
che divenne Pio VII ; 4° Grego-
rio , il quale per quel vivo inte-
resse, che dimostrò Pio VI pei
Chiaramonti suoi parenti, fu chia-
mato in Roma , e collocato nel-
l'accademia ecclesiastica , a fare il
corso degli studi. Ma avendo poscia
Gregorio manifestato non sentirsi
chiamato allo stato ecclesiastico, pas-
sò ad abitare con monsignor Ro-
mualdo Braschi nipote del Papa ,
quindi si restituì a Cesena, e morì
celibe in Bologna ; 5." Ottavia egual-
mente morta celibe in Cesena , già
delle Celibate di Rimini.
Barnaba Nicola Maria Luigi Chia-
ramonti nacque in Cesena a' i4 ago-
sto 1742, e dopo una saggia e re-
hgiosa educazione, di sedici anni nel
monistero de' benedettini cassinesi
di s. Maria del monte di Cesena ,
prese l'abito monastico nel 1758,
ed assunse il nome di Gregorio. Fu
scelto a voti concordi per alunno
nel primo chiericato della congrega-
zione cassinese nel monistero di s.
Paolo fuori le mura di Roma. Ivi
attese per un triennio agli studi di
teologia, e di jus canonico, e al fine
sostenne con sommo applauso una
pubblica disputa nella chiesa di san
Calisto. Quindi lesse filosofìa nel mo-
nistero di s. Gio. Evangelista di Par-
ma. Poscia, essendo stato richiesto
per maestro di filosofìa pei giovani
del suo noviziato dal p. abbate di
s. Paolo, tornò a Roma. Poco dopo
fu destinato alla lettura di teologia
nel collegio di s. Anselmo, che con-
tinuò per un intero novennio. Fu
poi promosso alla carica di priore ,
e sostenne la cattedra di diritto ca-
nonico ; e per le premure della sua
congregazione venne abilitato con un
breve speciale al grado di abbate di
reggimento di S. M. di Castel Buono
dal Pontefice Pio VI, Braschi, suo
CHI 167
parente, il quale in seguito lo dichia-
rò vescovo di Tivoli nel dicembre
del 1782, e poi lo traslatò al ve-
scovato d' Imola, occupato prima dal
Cardinal Bandi zio dello stesso Pio
VI, creandolo Cardinale ai i4 feb-
braio 1785, e conferendogli il titolo
presbiterale della summentovata chie-
sa di s. Calisto. Finalmente, per mor-
te di Pio VI, nel conclave tenuto a
Venezia, fu eletto Papa ai 1 3 n)ar-
zo del 1 800, e prese il nome di
Pio VII, in memoria del suo con-
cittadino, parente, benefattore e pre-
decessore. F^. Notizie intorno alla
augusta persona del Sommo Ponte-
Jice Pio VII, Venezia 1800.
Tale esaltazione del Chiaramonti,
non che i lunghi penosi e insieme
gloriosi affanni sofferti da Pio VII,
vuoisi che fossero stati predelti nel
monistero di Fano dalla degna e
veneranda di lui genitrice. Prima di
narrare il contegno tenuto dal Papa
co' parenti, fa duopo avvertire, che
all'epoca della sua assunzione al pon-
tificato , il di lui fratello d. Tom-
maso era morto, ed aveva lasciata
la moglie contessa Marianna Aldini,
dal cui matrimonio erano nati: i." d.
Scipione , del quale riparleremo; 2.°
d. Nicolò tuttora celibe ; 3." d. Au-
relia maritata al conte d. Camillo
Carabetti Cesenale oriundo di s. Ar-
cangelo, morti ambedue, le cui vir-
tù rivivono ne' figli ; 4-° d- Barnaba
tuttora celibe ; 5." d. Lodovico mor-
to celibe; 6.° d. Teresa maritata al
conte Antonio Gaddi di Forlì, i figli
de'quali seguono gli edificanti esempi
de' loro defonti genitori; 7.° d. Elena
monaca nel monistero delle bene-
dettine, al secolo Maria Isabella, di
s. Maria della Concezione in Campo
Marzo , della quale ancor vivente
facemmo onorata menzione al volu-
me IV, pag. 3o6 del Dizionario.
i68 CHI
Appena eletto Pio VII, racconta
il eh. ab. Giovanni Bellorno, Conti-
nuazione della storia del cristiane-
simo, voi. I, pag. 5o, che distaccato
egli dalla carne e dal sangue, e mi-
rando unicamente a promovere il
bene della cristianità, fece intendere
alla vedova cognata, contessa Aldini
Chiaramonti, che i suoi parenti non
si dovessero presentare a lui , se
non chiamati. La lettei-a, che allora
fu pubblicata dalle notizie relative
al Pontefice Pio VII, inserite nelle
Notizie del mondo stampate a Ve-
nezia, e diretta dal Papa alla me-
desima sua cognata, è del seguente
tenore : » Essendosi degnata la di-
« vina Provvidenza di addossarci il
grave incarico del supremo go-
verno della Chiesa , non lasciamo
di darvene l' avviso, come a no-
stra cognata, e diletta figlia in
Gesù Cristo. Ciò noi pratichiamo
non già a fine, che ne facciate
esultazione, ma a solo oggetto,
che uniate la confusione vostra
alla nostra nel vedere la nostra
indegnità esaltata a così sublime
onore. Le vostre lagrime, e le vo-
stre preghiere all' Altissimo ac-
ciocché sostenga la debolezza no-
stra, saranno più accette a noi,
che qualunque voce di gioia e
di tripudio, che noi non deside-
riamo. Vi avvisiamo esser nostra
volontà , che nessuno di nostra
famiglia si muova per venire a
noi, senza essere da noi chiamato,
ed augurandovi dall'Altissimo ogni
bene, vi diamo l'apostolica nostra
benedizione ".
Leggiamo poi nei Diari di Roma,
numero 3i, dell'anno 1800, che
Pio VII scrisse due lettere di pro-
prio pugno, partecipando con esse
la sua esaltazione non solo alla con-
tessa Aldini di Cesena, ma ben an-
CHI
co al proprio fratello Gregorio in
Bologna.
Tutta volta sebbene Pio VII non
volle giammai per un'eroica mode-
razione, che i suoi parenti si recas-
sero a Roma, non lasciò di bene-
ficarli, e permise il matrimonio delia
principessa d. Teresa Barberini, col
di lui nipote Scipione Chiaramonti,
il quale ultimamente cessò di vive-
re , compianto per le sue egregie
doti. Da tal matrimonio nacquero
i seguenti: i.° d. Tommaso; 2. " d.
Giovanna, che morì d'anni venti nel
i835; 3." d. Beatrice; Z^." d. Co-
stanza maritata al conte Giammaria
Palletta di Camerino nel decorso
anno 1840; 5." d. Ottavia maritata
al conte Antonio Castracane degli
Antelminelli di Cagli nel i838; 6."
d. Pio morto di anni diciotto nel
i83r; 7.° d. Urbano. Allora quan-
do nel 18 14 Pio VII fece senatore
di Roma il marchese Giovanni Pa-
trizi, il marchese Rinaldo del Bufa-
lo della Valle , destinato a presen-
tare al santo Padre i riconoscenti
sentimenti del popolo romano per
tale elezione, espi*esse ancora il dis-
piacere di non aver avuta la sorte
di avere Roma per senatore un in-
dividuo della rispettabile di lui fa-
miglia, come più volte il senato ne
aveva fatto istanza in nome dello
stesso popolo romano- L' edificante
moderazione di Pio VII, e quella
de' nobili suoi congiunti non fu mai
menomamente alterata, e finalmen-
te il magnanimo ed inimortal Pon-
tefice terminò la sua gloriosa car-
riera ai 20 agosto 1823, cioè ses-
santacinque anni dopo che nello
stesso giorno avea professato la re-
gola di s. Benedetto. F. Pio VII.
1 di lui successori ebbero sempre i
più alti riguardi alla famiglia Chia-
ramonti , uno de' quali, Pio Vili ,
CHI
Casliglìoni , nello stesso giorno di
sua elezione, ai 3t marzo 1829,
scrisse di proprio pugno una lette-
ra di partecipazione, e benevolenza
al conte Scipione nipote del suo
benefattore Pio VII, in memoria
del quale ne avea assunto il nome,
perchè egli i'avea fatto vescovo di Ce-
sena, Cardinale, e penitenziere mag-
giore ; tratto che onora la gratitu-
dine di Pio Vili, e la famiglia Chia-
ramonti. Giovanni Francesco Mas-
deu, storiografo della Spagna, colle
slampe del Salvioni, pubblicò in Ro-
ma : Origine catalana dell' illustre
funi iglia Cliiarantontì.
CHI ARA MONTI Gregorio Bar-
naba, Cardinale. V. Pio VII.
CHIARAVALLE. Abbazia. Tre so-
no le pili celebri abbazie di questo
nome, da cui uscirono molti grandi
uomini illustri per santità, virtù, e
dottrina ; la prima in Francia , la
seconda nel ducato di Milano , la
terza nello stato pontifìcio. Appar-
tenevano esse ai cistcrciensi, ed ora
non più esistono per le note vicen-
de degli ultimi anni del secolo de-
cimottavo , e dei primi del corren-
te ; il perchè ci limiteremo di ognu-
na a' seguenti compendiosi cenni.
Clairvaux , o ChiaravaUe, Clara-
vallis _, Claraci'allense Coenohium.
Borgo considerevole di Francia nella
Sciampagna, dipartimento dell'Aube,
sulla sinistra del fiume di questo
nome, presso una vasta foresta, cinta
di boschi ed alture , nella diocesi
di Langres. S. Bernardo [Fedi) nel
1 1 1 5 vi fu mandato dall'abbate ci-
stcrciense Stefano per primo abbate,
e vi morì nel 11 53, per cui è co-
munemente chiamalo V abbate di
ChiaravaUe. Divenne celebre abba-
zia, e primo ceppo di una filiazio-
ne di cistcrciensi, venendo conside-
rato il terzo monistero dell' Ordine
CHI 169
dopo Citeaux , e Pontigny. Dicesi
da alcuni fondata da Tibaldo IV,
conte di Sciampagna, e secondo al-
tri da Ugo conte di Troyes, e dal
mentovato abbate Stefano. Chiara-
valle pertanto divenne figliale del-
l'Ordine cistcrciense, elettiva, e re-
golare. Fu visitata da diveisi Pon-
tefici, e da Innocenzo lì, nel 1 i3i,
il quale collocò i suoi monaci nel
monistero dell' abbazia nulUiis de' ss.
Vincenzo ed Anastasio alle acque
Salvie, dette le tre fontane, presso
Roma, di cui è abbate commenda-
rio un Cardinale, e lo era stato Cle-
mente VII.
ChiaravaUe, celebre abbazia e mo-
nistero de' cisferciensi , nella pieve
di s. Donato, regione IV della dio-
cesi di Milano, fu fondata da s. Ber-
nardo nel I 1 35, arricchita dalle no-
bili famiglie milanesi , i cui abbati
vennero distinti con privilegi, e ado-
perati in affari importanti. Giovan-
ni II, Visconti, arcivescovo di Mila-
no, nel 1 242 > dispensò i monaci
dal rito ambrosiano. Il primo ab-
bate commendatario fu Gerardo Lan-
driani de' Capitani milanese, creato
Cardinale da Eugenio IV nel i43q.
Leone X, nel i5i8, conferì questa
abbazia in commenda al suo cugi-
no Cardinal Giulio de' Medici, che
nel i523 divenne Papa col nome di
Clemente VII.
ChiaravaUe, nella delegazione apo-
stolica di Ancona , nella diocesi di
Sinigaglia, è un bel borgo sulla si-
nistra riva del fiume Esino, celebre
anche essa per esservi stata fondata
nel II 46 dai monaci cistcrciensi,
l'abbazia di s. Maria in Castagnuo-
la, che prese poi da Clairvaux il
nome di ChiaravaUe. Sino da tempo
immemorabile divenne commenda
di vari Cardinali , col privilegio di
un vicario nullius dioecesis Si ve-
J70 CHI
dono ancora il suo grandioso mo-
nistero, e la chiesa di architettura
gotica, con due magnifiche cappel-
le. Siccome la coltura del tabacco
sempre vi prosperò, nelle circostanti
campagne ne fu eretta una vasta
fabbrica, che divenne accreditata. V.
Ciste RciEivsi.
CrilARENI,CHIARENlNI,o Clv
HENiNi. Congregazione dell' Ordine di
s. Francesco, che prese il nome dal-
la Clarena, piccolo fiume della Mar-
ca d' Ancona, ovvero dal suo fon-
datore fr. Angelo Chiareno, da al-
tri chiamato Cordon, religioso del-
l' osservanza. Nel declinare del se-
colo XIII, egli fondò questa congre-
gazione colla regola di s. Fi'ancesco,
i cui membri vivevano nell'eremo ap-
plicati soltanto alla vita contemplativa,
ed il Pontefice s. Celestino V 1' appro-
vò nel 1294. Di poi fr. Angelo si uni
agli eremiti celestini, ed allorché fu-
rono essi dispersi, si ritirò presso il
fiume Clarena , ove nei primi del
XIV secolo, potè riunirvi alcuni di-
scepoli. Quindi , essendogli riuscito
confutare le calunnie de' nemici. Pa-
pa Giovanni XXII confermò la con-
gregazione nel 1 3 1 7 , che in pro-
gresso di tempo si dilatò nell'Italia;
ma nel 1472 sotto Sisto IV, i re-
ligiosi, i quali sino allora erario stati
soggetti ai rispettivi Ordinari , vol-
lero dividersi in due parti ; gli uni
si unirono a' frati minori, gli altri
continuarono a vivere colle primi-
tive regole, finché nel i5io Giulio
JI r incorporò agli osservanti , ed
essi conservarono il loro tenore di
vita , e formarono una provincia
particolare. Ma allorquando s. Pio
V riformò vari Ordini religiosi, sop-
presse la congregazione Clarena ,
chiamata pure Amadea o della Bec-
ca, forse per essersi gli amadeisti
ij'^cdi) uniti a loro, e col disposto
CHI
della bolla 53 Beatiis Chrisli, ema-
nata ai 2 3 gennaio i568, volle
che perpetuamente rimanessero uni-
ti, ed osservassero le costituzioni dei
minori osservanti , come abbiamo
dall'annalista Wadingo, e dagli sto-
rici degli Ordini religiosi.
CHIARISSIMO ( Clarissimus ) .
Titolo di onorificenza, e distinzione,
superlativo di chiaro, clarus. Rile-
viamo dalla Crusca, che per chia-
rissimo vuoisi intendere notissimo,
famosissimo, celebratissimo, nobilis-
simo, ec. come anche glorioso, di
grande affare, leale, e simili.
Avverte Francesco Parisi , Istru-
zioni, tom. III, cap. II, Dei titoli
in specie, che prima dell' impero in
Roma non adoperossi questo ag-
giunto, se non per esprimere la chia-
rezza del sangue , e delle insigni
qualità della persona. Plinio, nella
Epist. 33, lib. VII, chiama Claris-
sinii i consoli ; e tali anche si di-
cevano i prefetti del pretorio, ed i
rettori, i quali godevano anco il ti-
tolo d' Illustre, come si legge in piti
luoghi del testo civile. Il p. Lupi,
nel tomo II delle sue Dissertazio-
ni, pubblicate dal Zaccaria, pag. 33,
aggiunse, che i correttori dell' impe-
ro romano ebbero il titolo di Firi
Clarissiini in tempo, in cui il cla-
rissimato non si dava se non ai pri-
mi personaggi dell' impero. La di-
gnità di correttore, che fu istituita
nel secondo secolo, mentre regnava
l'imperatore Commodo, ed era un ma-
gistrato destinato al governo di una
o più Provincie, col gius di giudi-
care in tutte quelle cause criminali
e civili, nelle quali in Roma giudi-
cavano il prefetto di Roma, o del
pretorio, i consoli, i pretori , e gli
altri giudici a questi inferiori.
Verso l'anno 879, nella medesi-
ma Roma il titolo di Chiarissima
CHI
sì (lava dai privati a persone no-
bilissime. Si legge pertanto, presso
il Galletti, Del Priinicero, p. 189,
che un certo Gregorio si chiamava
vir cldrìssìinus^ e dal Zazzera, Fani,
di s. Eustachio^ abbiamo che nel
ro^g il fratello dell'antipapa Bene-
detto X, della famiglia de' conti del
Tuscolo, così era chiamato. Inoltre
si sa che nel secolo XVI il chia-
rissì'mo era un distintivo de' nobili
veneziani; ed il titolo di magnifico,
che era pure attributo di nobiltà,
non si pregiava quanto il chia-
rissimo, come osserva Piei*. Cat.
Zeno, Note alla lett. -2.5 del Casa,
tom. II, p. i63, edit. Venet. Quin-
di il chiarissimo poco a poco pas-
sò ad esser proprio de* letterati vi-
venti. Ma contro l'abuso di questo
titolo, che impropriamente talvolta
si dà a chi noi merita, inveì il ce-
lebre Francesco Peranda, segretario
della casa Gaetani, in una lettera
ad Antonio Ambrosi, pag. 244> edi-
zione del Ciotti 1601. Altrettanto
fece ancora colla conosciuta sua gra-
ziosa mordacità il Menchenio, Orai,
De Ciarlai. Erudit. pag. 20, edit.
Lucen., di cui riportiamo il seguen-
te brano tradotto dal latino:
» In vero mi sono spesso mara-
» vigliato dell'ambizione de' nostri
'» padri, giacché i nomi di illustri,
» chiari, e ragguardevoli un tempo
" solo dati ai principi, ai re, ed ai
» senatori romani , essi li traspor-
» tai'ono ne\\n scuola. Devi oggi
»» osservare, come parla Liental, uo-
» mo di elegante ingegno, de Mach,
» Lit. 3, pag. i53, che molti vole-
« vano essere detti chiarissimi, '\
» quali sono affatto incogniti fuori
» delle mure della città; magnifici
" quelli, ch'erano angustiati dagli
»» altari domestici; pieni di consi-
" glio coloro, nei quali o poco o
CHI lyt
» niente v'era di senno; eccellen-
>ì tissimi quelli, i quali anche dai
" principianti si superavano nella
" scienza. Difatti, mentre un tem-
» pò Carlomagno imperatore dei
" romani nell' intitolazione del li-
» bro, che dicesi aver scritto sulle
» immagini conti'o i greci, è con-
» trassegnato coli' elogio di uomo
» eccellentissimo e ragguardevole ;
» chi va oggi tra i dottori ombra-
» tici, cioè di cognizione, o di ri-
" guardo ec. ". V. il Bandisio,
Disserlatìo de titulis illustris, spe*
ctahilis, clarissimi, magnifici y e. i,
§3.
CHIARO (s.), martire, trasse i na-
tali in Rochester d' Inghilterra nel
principio del secolo nono. Insignito
del carattere sacerdotale, si recò nel-
le Gallie, e fermò stanza nel Ves-
sino, diocesi di Rouen. Univa alla
vita contemplativa anche l' attiva, e
pieno di zelo per la salute de' suoi
fratelli, predicava ad essi le celesti
verità, Una rea femmina irritata
perchè non avea potuto indurlo a
soddisfare le sue brame, lo fece uc-
cidere da due malandrini verso
l'anno 894. Nelle diocesi di Rouen,
di Parigi e di Beauvais è celebre
il suo culto; e molti si recano a
visitare per divozione il luogo ove
egli subì la palma del martirio,
nonché un romitaggio, nel quale è
fama che abbia dimorato. La ba-
dia di s. Vittore di Parigi ne so-
lennizza la festa ai 18 di luglio, e
molte chiese della Normandia lo ve-
nerano come patrono.
CHIARO (s.), primo vescovo di
Nantes. Poche notizie ed incerte si
hanno di questo santo, il quale il-
lustrò la Chiesa di Dio nel secolo
terzo. I pili accreditati scrittori ne
assicui-ano, eh' egli sia stato spedito
nelle Gallie circa V anno 280 dal
17-2 CHI
Sommo Pontefice Eutichiano in una
al diacono Adiodato. Né mancano
alcuni, i quali sono d'avviso, ch'egli
sia lo smesso s. Chiaro di Aquitania,
il quale recossi nella Brettagna.
Quelli di Vannes ritengono che san
Chiaro sia morto e sepolto nella
loro diocesi; per altro egli è certo
che le reliquie di lui vennero tras-
portate all' abbazia di s. Albino di
Angers nell' 878. La sua festa è
stabilita al i, al io ed al i5 di
ottobi'e.
CHIARO (s.) , trasse i natali in
Vienna del Delfìnato, ed ancora fan-
ciullo rimase privo di padre. La ma-
dre di lui, donna commendevole
per ogni sorta di virtù, diedesi con
tutto l'impegno alla educazione di
questo giovanetto, il quale dava di
sé le più belle speranze. Dopo qual-
che tempo Chiaro entrò nel moni-
stero di s. Ferreolo , e la madre
rilirossi in quello di s. Blandina.
La fama delle virtù di Chiaro ben
presto si divulgò, ed il vescovo di
Vienna lo elesse abbate di s. Mar-
cello; e poco dopo gli fu affidata
eziandio la direzione delle religiose
di s. Blandina. Egli disimpegnò con
molta lode le sue incumbenze. Fu
da Dio favorito del dono de' mira-
coli, e prima di morire, predisse ai
suoi discepoli le .scorrerie dei van-
dali e dei saraceni, che dopo circa
settanta anni infestarono la Francia.
Verso l'anno 660, terminò la sua
carriera mortale, e fu sepolto nella
chiesa di s. Blandina. Le sue reli-
quie furono poscia trasportate nel
tempio di s. Pietro, ma vennero
disperse dagli ugonotti nel secolo
decimosesto.
CHIAVI PoNTiFcciE. Chiavi della
Chiesa, o potere delle chiavi aposto-
liche, si chiama in un senso meta-
forico il pulcic spirituale di legare,
cm
e di sciogliere, di aprire, e di chiu-
dere il cielo, di governare la Chiesa
universale. Chiave nella sagra Scrit-
tura significa podestà, autorità pro-
pria, o autorità delegata come pro-
pria. Abbiamo che Gesù Cristo disse
a s. Pietro, Matth. e. 16, v. 19: io
ti darò le chiavi del regno de' cieli j
e qualunque cosa avrai legato so-
pra la terra, sarà legala anche nei
cieli; e qualunque cosa avrai sciol-
ta sopra la terra, sarà sciolta anche
nei cieli. Perciò l' origine delle chiavi
è tutta celeste, ed è manifesta la im-
mensa autorità, di cui Gesù Cristo
soltanto investì il principe degli a-
postoli e primo Pontefice s. Pietro
come fondamento e capo della Chie-
sa universale. E siccome nello stile
della Scrittura le chiavi sono il sim-
bolo del governo, e dell'autorità, e
il regno de' cieli indica la Chiesa ;
così è duopo conchiudere, che Gesù
Cristo diede a s. Pietro il primato
di onore, e di giurisdizione, tanto
sopra gli apostoli, che sopra tutta
la Chiesa universale. E quindi sicco-
me questa santa società non può sus-
sistere senza un governo , così è
pur forza convenire, che i Papi suc-
cessori di s. Pietro godono piena-
mente della stessa di lui suprema
autorità per divino diritto, e in vir-
tù dell' istituzione di Gesù Cristo ,
come osserva Bergier.
Adunque non è cosa fra i catto-
lici più celebre e veneranda della
promessa di Cristo fatta a s. Pietro
di dargli le chiavi del regno de'cie-
li, ed a suo tempo adempiuta, non
solo nella persona del santo aposto-
lo, ma anco de' successori i Ponte-
fici romani, a' quali di mano in mano
passa la cura del gi'egge di Cristo, e
il governo universale della Chiesa.
Le chiavi del cielo, secondo varie
spiegazioni, sono di più sorte. S. A-
CHI
gostino diede questo titolo ali' ora-
zione nel seimone 226 de icmpore,
mentre dice: Orado j'tisli clavis est
coeli. In un simile senso parlò di
quelle chiavi s. Ambrogio nel ser-
mone de jejunio ci qaadrag., dicen-
do, eh' erano la fede viva, ed eccel-
lente di s. Pietro. Eucherio ancora
iieir omelia de iialali aposloloruin ,
cercando come potesse s. Paolo sen-
za queste chiavi date a s. Pietro
penetrare sino al terzo cielo, ris-
ponde, che chiavi del cielo sono i
meriti, e le virtù cristiane ; le qua-
li chiavi sono comuni ai santi e
virtuosi, e ciascuno può adoperarle
per aprirsi il paradiso. Altre più
particolari chiavi essendo quelle, che
furono, come dicemmo, da Cristo
date a s. Pietro, Giansenio primo
vescovo di Gand, al cap. 66, della
sua Concordia Evangelica, il Lin-
dano nella Panoplia, lib. 1 5, cap.
8*, ed il Bzovio lib. 18, de signis
Ecclesiae, cap. i, stimano che con
i|uesta metafora di chiavi si signi-
lichi quello, che si fa dal padre di
famiglia, o dal principe, il quale
all'economo, che governa la casa,
consegna le chiavi delle stanze e
delle officine, acciocché possa dis-
porre ciò che conviene, e piovvede-
re a' suoi tempi alle bisogna. Così
Ciisto diede le chiavi metaforiche
del governo della Chiesa, eh' è casa
e famiglia di Dio, a s. Pietro, men-
tre con somma podestà lo costituii
suo vicario in terra. Il Sandero, de
davi David, lib. i, vuole che la
simihtudine sia presa dall' uffizio dei
portinari, incarico de' quali è l'apri-
re ed il chiudere le porte secondo
il bisogno ; ed il medesimo signifi-
cato si dà ad esse da s. Bernardo
nel serni. 69 sopra la Cantica, men-
tre dice che le chiavi di s. Pietro
sono, potestas aperiendi et claudeu^
CHI 173
di, altpie ìnter excludendos et ad-
miUendos discretio j ma o sia presa
la metafora dagli economi, o dai
portinari, sempre la medesima po-
destà di s. Pietro si significa, non
che quella de' Pontefici suoi succes-
SOl'i.
In quanto al numero delle chia-
vi di s. Pietro, Mariano Vittorio ,
de Coiif. lib. IO, e. 12, ed altri dis-
tinguono tre chiavi. La chiave della
scienza, della potenza, e della giu-
risdizione. La prima significa la
podestà di dichiarare le cose che
sono di fede , e si chiama chia-
ve della scienza, a similitudine di
quella , che avevano il Pontefice
o sommo sacerdote, e i dottori del-
la legge antica, de' quali disse Cri-
sto al capo XI di s. Luca: Vae vO'
bis legispcritis , qui tulistìs da veni
scientiae etc. La chiave della pode-
stà significa la virtù coercitiva di
castigare i contumaci, e quella della
giurisdizione^ il governo ordinario ,
la facoltà di dispensar nelle leggi ,
di amministrar i sagramenti, e cose
simili. Per questo forse s. Pietro si
soleva dipingere con tre chiavi, co-
me ha gli altri avverte 1' autore del-
le Annotazioni sopra il IV libro di
s. Pier Damiani, fondato su quelle,
che abbiamo dalle antichissime me-
morie. Di fatti, fuori della cappel-
la della Madonna della Bocciata nel-
le grotte vaticane, si vede il mosai-
co, che stava nell' atrio della basili-
ca sopra il sepolcro di Ottone li
imperatore, rappresentante il Salva-
tore con s. Paolo alla destra, e s.
Pietro alla sinistra con tre chiavi,
che pendono dalla sua mano. Que-
sto è stato illustrato dal Torrigio ,
Grotte vaticane, p. 35, dal Ciam-
pini, de sacr. aedif. lab. XXV, e
da Filippo Dionisi, Sacr. Vat. Bas.
cryptaruni niouumcnta, tab. X, p. 24.
174 CHI
Nicolò Alemanni, De Parielinis La-
teranensibus, p. 55, tab. VII, ri-
porta da un codice della vaticana
11. 699, un'immagine di s. Pietro
con tre chiavi in mano, e ne de-
scrive un'altra consimile esistente nel
Triclinio Leoniano, tab. Vili, p. 56,
in pui ecco come ne spiega il si-
gnificato : Senserunt majores pote-
statetn illam, quae ad conti nendarii
in officio christ. rentp. petra con-
cessa est, jure suo longe lateque
manarCj extendique, qiiuni opus, ad
civilein quoque statum teniperanduni j
qui tum opU'me teniperatus ordina-
tusque putalur,quuni ne laluni quidcni
ungueni a polestate discedit, qua
una, et uno aniniarum bono civile
omne negotiuni metiCur chrisliana
religio. Tertia igitur clavis munus
est illudj quod ex ligandi, alque sol-
vendi furo consequilur, nenipe sae-
cularia ad spiritualia dirigendi. Il p.
Teofìlo Raynaud, nel t. X Oper. in
corona super mitram Rom. Pont.
Praenot. 4, nelle tre chiavi ricono-
sce simboleggiata la scienza, il po-
tere, e la giurisdizione pontificia.
Tuttavolta si osserva, che l'unio-
ne delle tre chiavi può attribuirsi
ad un arbitrio dei pittori, e mosaici-
sti, trovandosi molti inoni unenti di
s. Pietro, con una, e con due chia-
vi, riportati dal citato Alemanni p.
68, dal Ciacconio nei sigilli di Vit-
tore II, e di Alessandro II, nel t.
I, col. 807, e 833, da Ant. Fran-
cesco Gori, in Forileg. nocliuni co-
rylan., e. 8, p. 81, e dal p. Meno-
chio nella parte VI delle Stuore ec-
cles. p. 1 63. Il Cancellieri, de secre-
tariis, p. 44^} l'i porta i gloriosi ti-
toli attribuiti dai santi padri, e scrit-
tori ecclesiastici a s. Pietro per l'uso
di queste chiavi, il cui simbolo vie-
ne eziandio spiegato diffusamente dal
p. Agostino Maccdo, De clavibus Pe-
CHI
tri, Koma 1 66 1 , et in Biblici. Pont.;
da Roccaberti t. XII, p. 1 1 2 ; da Stef.
de Ni vi bus, de davi pontificia Pa-
tavii 1697; da Bonanni t. I. JVu-
niisni. Pont. p. 234, ^^ ^^'j ^ ^^^
Bollandisti nel t. V di giugno p.
453.
Oggidì costantemente viene rap-
presentato il primo Sommo Ponte-
fice s. Pietro con due sole chiavi
una d' oro, 1' altra d' argento ; colla
prima vuoisi spiegare la chiave del-
la potenza, colla seconda quella del-
la scienza, o, come dice il Molano,
De Imoginibus, lib. Ili, capo 2 1 ,
quella d'oro significa la podestà di
fulminare le scomuniche. Queste due
chiavi sono inoltre chiamate da Teo-
doro Studila, nella Catechesi i5,
Claves intelligibiles, cioè chiavi spi-
ri tuali^ simbolo delle quali erano
quelle chiavi d'argento, che secon-
do r autorità del medesimo Studita
si esponevano alla pubblica veneia-
zione. Altrettanto significavano quel-
le piccole chiavi d' oro, che antica-
mente solevano farsi con rinchiuder-
vi entro la limatura delle catene di
s. Pietro [Vedi), e dai romani Pon-
tefici si mandavano in dono a 'gran-
di principi, e personaggi distinti, in-
cludendovi ancora alcuna parte del-
le reliquie insigni. Si legge perciò
nella vita di s. Leone III, che es-
sendo stato pregato da Carlo Mar-
tello, re di Francia, di confermargli
il titolo di patrizio romano conferi-
togli da Gregorio III, il Papa gli
mandò le chiavi di s. Pietro, e lo
stendardo di Roma. Queste chiavi
però erano teche con reliquie, e non
fu che la congettura di alcuni l'af-
fermare che fossero le vere chiavi
con cui si aprivano e serravano le
porte della basilica vaticana: molto
meno davano diritto alcuno sulla ro-
mana Chiesa, e sulla sovranità di
CHI
Roma, come pretesero i novatori ,
confutati dal Bzovio de Roman.
Pont, appresso il citato Roccaberti,
t. VII, p. ig, meravigliandosi che
essi ignorino l'antico rito di man-
dare tali donativi in segno di divo-
zione ad imperatori, e principi cri-
stiani, i quali non ebbero mai di-
ritto alcuno sulla Chiesa Romana ,
come scrissei'o altresì il Baronie ad
ann. 796, n. 16, e il Pagi nella
critica in Annal. Baron. ad on.
eunidem n. 4-
Niuno però meglio del Cenni esa-
minò questo punto, giacche avendo
il p. Orsi, nella sua Dissertazione
dell'origine del dominio, e sovrani-
tà de" romani Pontefici sopra gli
stati loro temporalmente soggetti,
abbracciata ropinione di alcuni sul-
le chiavi mandate da Gregorio III
a Carlo Martello, il medesimo Cen-
ni nella ristampa, cui fece nel 1724
di detta Dissertazione, in due note
che vi aggiunse , cos'i la discorre.
La prima lettera del codice Caroli-
no, descritto dal Tegnagelio, biblio-
tecario dell' imperiai biblioteca di
Vienna, ove si conserva sì prezioso
codice, pubblicato dal Gretsero, par-
la delle chiavi mandate da Carlo
Martello in questa forma: » Ne des-
>» picias deprecalionem meam , ne-
>» que claudas aurcs tuas a poslu-
»> latione mea. Sic non tibi prin-
» ceps AposJolorum claudat coele-
» stia regna. Conjuro te in Deum
» vivum et veruni, et ipsas siicra-
» tissimas claves confessionis b. Pe-
»» tri, quas vobis ad regnum dire-
" xiraus, ut non praepouas amici-
" tiam regum longobardorum amo-
» ri principis Apostolorum ". Non
altrimenti si legge nel Duchesne,
che ristampò l' edizione del Gretse-
ro, e così lesse il Baronio all'an-
no 740, num. 20, in due esempla-
CHI 175
ri di essa lettera, della quale il cita-
to periodo ha dato luogo alle in-
terpretazioni di molti ed eruditi
uomini, che meritano tutta la scu-
sa, siccome son degni di somma lo-
de il Lambeccio , e il Genti lotti,
bibliotecari anch'essi come il Tegna-
gelio, ma molto più diligenti ed
esatti osservatori del medesimo co-
dice, i quali con poca diversità l'uno
dall' altro lessero il Lambeccio ad
togam, ed il Gentilotti ad rogiim,
parole ambedue ciedute indifferenti
dal Ducange, il quale con vari esem-
pi di carte e monumenti dei bassi
tempi , fa vedere che si adoperava
per supplica, o per memoriale, che
vogliam dire. Or si emendi sulla
fede di questi due valenti uomini
un errore sì universale, e sì paten-
te con restituire ad rogum in luo-
go di ad regnimi, e si vedrà come
cammina bene l' intiera sentenza.
Propugna dunque il Cenni, che
le chiavi in questione altro non fos-
sero che reliquie. Che le chiavi fos-
sero di due specie, lo insegnano s.
Gregorio I in molte lettere, e s. Gre-
gorio di Tours, De Glor. Mart.
cap. 28 : il primo tratta delle chia-
vi colla limatura delle catene di s.
Pietro, solite a mandarsi, come di-
cemmo, a sovrani, a gran perso-
naggi, a vescovi rimoti, ec, e l'al-
tro parla d' altra maniera di chia-
vi, che così descrive : " Multi et
M claves aureas ad reserandos can-
» cellos beati sepulcri faciunt, qui
» ferentes prò benediclione priores
» accipiunt, quibus infirmitati tribu-
» latorum medeantur ". Ambedue
le maniere di chiavi, come è pale-
se, erano sante reliquie, ma soltan-
to della prima sorte ne mandavano
i Papi ai personaggi illustri, perchè
le portassero al collo, facendo lare
chiavi d'oro, in cui mettevano la
176 CHI
limatura delle catene di s. Pietro,
e dall'altare di questo santo cava-
vano le medesime chiavi, delle qua-
li riportano la forma i Bollandisli
loco citato. E a consultarsi Adriano
I, nel lib. 5, epist. 6, per vedere
quali termini usò affine di definirle
del sepolcro di s. Pietro, contenenti
le sagre catene e venerabili reliquie,
Lat. Conc. t. Vili col. 958, delle
quali espressioni fece uso parimenti
s, Gregorio VII quando nel 1079
mandò una di tali chiavi ad Alfon-
so re di Castiglia, lib. VII, epist. 1.
Conchiude pertanto il lodato Cenni,
che i sovrani non ricevettero dai
Pontefici , se non che di tal sorta
di chiavi. A questa divozione per le
chiavi di s. Pietro, si può aggiun-
gere la pietà di quelli, riferita da
s. Gregorio di Tours, Miraculonun
lib. I, cap. 28, che mandavano chia-
vi d'oro al sepolcro di s. Pietro,
per ricevere in cambio quelle di
ferro, che avevano servito al me-
desimo sepolcro, e tenerle con ve-
nerazione e divozione come reli-
quie, per le quali il Signore operò
non pochi mii-acoli, di cui ne racconta
il citato Torrigio uno avvenuto nel
589 avanti il re de' longobardi Au-
tari, come si legge a pag. i35. Né
qui si deve passare sotto silenzio il
pio costume de' primi secoli della
Chiesa, ne' quali i principi deposi-
tarono l'omaggio della loro vene-
razione sulla medesima tomba di s.
Pietro, col rendere tributari i loro
stati alla santa Sede , deponendovi
sopra le chiavi. Quando poi Pipino
re di Francia nel ySS costrinse Ai-
stulfo re longobardo a restituire alla
Romana Chiesa l' esarcato di Ra-
venna, mandò a Roma le chiavi ,
che furono collocate sul sepolcro di
s. Pietro, in signuni veri ci perpe-
tui dominii.
CHI
La presentazione delle due chia-
vi, una d' oro, l'altra d'argento, che
il Cardinal arciprete della basilica
lateranense in un al vicario di essa
fa ad ogni nuovo Pontefice, allorché
ivi si reca a prendere il solenne pos-
sesso ( Fedi), vuoisi derivata dal-
l'antico rito misterioso di cingere
in tal funzione il novello Papa con
una fascia avente pendenti sette
chiavi, e altrettanti sigilli, forse rap-
presentanti i sette doni dello Spirito
Santo, di cui l'eletto Pontefice doveva
essere rivestito, e i sette sagramenti che
doveva amministrare, ovvero l'essere
egli r agnello dell' Apocalisse. Ninno
più eruditamente del Cancellieri scris-
se sui possessi dei Papi, e sulla ce-
rimonia delle chiavi. Egli dice per-
tanto, che talora le pi'esentarono i
canonici , e talora il vicario della
basilica in mancanza dell' arciprete;
e che fiu'ono presentate in un ba-
cile pieno di fiori, figurando pure le
chiavi delle porte della basilica, l'una
d'oro, e l'altra d'argento, con cor-
done tessuto d'oro, e d'argento, con
due fiocchi simili intrecciati con fiori
tessuti di seta, e di oro. Il gesuita
lionanni, Numismala Ponlif., t. II,
p. 788, in una dissertazione sul ri-
to di presentare al Pontefice le chia-
vi della basilica lateranense, con-
chiude , che il principio di questo
rito sia incomincialo per lo meno
dal tempo di Pasquale II, nel 1099,
dappoiché descrivendo Pandolfo da
Pisa, suddiacono apostolico, l'elezio-
ne di detto Papa, presso il Baro-
nio all'anno iioo, dice che porta-
to questo alla basilica lateranense,
»> baltheo succingitur cum septem
» ex eo pendentibus clavibus, et
>i septem sigillis, a quo sciai se se-
»> cundum septiformem Spiritus San-
>i cti graliam , sanctarum ecclesia-
» rum, quibus Dco auctore praeest
CHI
>i regimini, in claudendo, aperiendo-
5! qiie tanta ratione procedere de-
« bere , quanto solcrtius id quod
» inlenditur operatnr". In fatti nel
cerimoniale compilalo in tempo di
Celestino III, verso l'anno 1 191 , da
Cencio Savelli poi Pontefice Onorio
111, eh' è il XII nella raccolta defi,li
Ordini Romani pubblicati dal Ma-
billon, come nelTaltro che è il XIII,
fatto per ordine di Gregorio X cir-
ca l'anno 1271, alti-ettanto con po-
co divario viene prescritto: » ubi
» (nella basilica lateranense) prior
" basilicae s. Laui'cntii de palatio
'» dat ei ferulam, quae est signum
>i regiminis et correctionis , et cla-
» ves ipsius basilicae, et sacri late-
" ranensis palatii , quia speciali ter
M Petro principi apostolorum data
» est potestas claudendi et aperien-
» di, et ligandi atque solvendi , et
>y per ipsum apostolum omnibus
>■> Romanis Pontifjcibus. Et cum ipsa
» ferula, et clavibus accedi t ad al-
'> teram sedem similem (una delle
» tre sedie porfìretiche ove il Papa
:ì sedeva) et ejusdem lapidis, et tunc
-•» reddit eidem priori tam ferulam,
« quam ipsas claves ". Del qual ri-
to, e delle quali chiavi tratta anche
il Garampi nel Sigillo della Gar-
fagnanUj alle pag. 102, io6 e
107.
Sebbene questo autore asserisca ,
che il Papa teneva in mano le chia-
vi soltanto in detta circostanza, ve-
diamo le statue di Bonifacio Vili,
e di Benedetto Xll nelle grotte va-
ticane, tenenti nella mano sinistra
le due chiavi papali ; ed inoltre
abbiamo nella vita di Bonifacio Vili,
clic allorquando , mentre stava nel
palazzo apostolico di Auagni, intese
che nel i3o3 Nogaret, con Sciarra
Colonna ed altri partigiani di Fran-
cia, ad armata mano si voleano prc-
VOL. XI.
CHI 177
sentare a lui , egli si fece trovare
vestito pontificalmente, col triregno
in capo, e colle chiavi della Chiesa
incrocicchiate in mano. Ed inoltre,
siccome fino dagli antichi tempi il
segno delle chiavi fu frequente per
denotare la sovranità ed autorità
pontificia, lo stesso Garampi, citato
dal Bolgia, Memorie ist. t. Il, p.
289, avverte alla pag. 108, che nei
libri dell'archivio segreto vaticano,
fra le spese del rettore pontificio
di Benevento fatte nel i33i, sene
nota una » prò XII biretis novis,
» et uno cappello prò servientibus
» curiae de panno rubeo cum cla-
" vibus Ecclesiae Romanae , ed a
» pag. I 09 dice, che in un inventa-
" rio del i339 si fa menzione di
» panni XIV de serico prò paran-
" dis cappella seu consistorio, quo-
" rum campus est viridis coloris ,
" seminalis ibidem armis Romanae
» Ecclesiae sub figura circulari Bo-
» nifacii PP. Vili, et regum Fran-
» ciac et Angliae " : in altro del
1371 si legge: » tres cortines de
» sindone rubea , folrate alia sin-
» done viridi , quarum altera est
» ad arma Eccl. rom. , scilicet
» ad claves "; e finalmente in altro
libro di simili spese del i328, si
dice , che » consuctum est facere
» cialfardas seu biretos panni ru-
» bei, cum signo Romanae Ecclesiae
" servientibus voctitis de cialfarda ".
De' quali cilFardi parla il mentova-
to Borgia, loco dialo, chiamandoli
Cijfardi Clavcsegnati. Il Macii poi
riporta , che Clavesìgnati vennero
anticamente chiamati i soldati del
Papa, perchè difendevano la giuris-
dizione della Chiesa, portando negli
stendardi, e nelle sopravvesti il se-
gno delle pontificie chiavi , e cita
il Riccard, ad ann. 1228, che descri-
vendo i soldati dell'esercito adunato
12
178 CHI
da Gregorio IX, couli-o Fetlorioo II,
dice : Clavium signa gercbant.
Che le chiavi pontifìcie sieno stale
prese dalla Chiesa Romana per sua
propria divisa , si rileverà ancora
dalle seguenti testimonianze. Aven-
do Innocenzo III spedito a Calo-
giovanni re de' bulgari il vessillo
di s. Pietro, notò, come leggesi nel-
le sue lettere presso il Ilinaldi , al-
l'anno 1204, n. 36, che un tal ves-
sillo M praetendit non sine mysterio
« crucem et claves, quia b. Petrus
>» apostoluSj et crucem prò Christo
>' sustinuit , et claves a Christo su-
» scepit ". Quindi nel mosaico del-
l'abside vaticana fatta dal medesimo
Innocenzo IH, vedevasi » mulieris
■•> effigies manicata veste usque ad
w talos demissa induta , ac super
» humeros birrum vulgo mozzetta
» deferens ; caput quodain bireto ,
« veluti ducali corona , redimitum
« habel; in dextera manu hastam,
« in summitate cruce insignitam,
« gestat, ad cujus pedem vexillum
« volutal, in quo duae claves expres-
» sae cernuntur ; altera vero manu
)■< librum ad pectus stringit. Quid
« per hanc denotetur flguram, ap-
« positae ibi liltercC demostrant, sci-
» licet Ecclesia Romana ". Così de-
scrive il Ciampini , De sac. cedìf.
cap. IV. Innocenzo IV, dopo di aver
ricevuto nell'anno 1 248 sotto l' im-
mediata sua tutela uno spedale del-
la diocesi morinense , gli concesse
per insegna sìgnutn clavis b. Petro
a Domino Salvatore nostro collatcCj
acciò fosse il segnale " quod idem
» hospitale ad jus et proprielatem
» b. Petri nullo mediante pertineat".
Merita qui ricordarsi un diploma
che nel 1 3 1 6 concesse ai Viterbesi
Bernardo di Cucujaco, vicario del
patrimonio di s. Pietro, esistente nel-
l'archivio segreto di Viterbo, ripro-
CHI
dotto malamente dal Bussi, p. 4'^»
col quale concesse loro »> ultra ar-
» ma vestra propria, qua? habetis,
>» scil. leonem cum palma, vexillum
5j et insignia Romanae Ecclesia? pro-
» pe ipsum leonem "; e nel diplo-
ma stesso fu espressa in miniatura
la detta insegna, che consiste in vmo
stendardo i-osso, il quale svolazza e fini-
sce con due code, e da una gran croce
bianca viene diviso tutto in quattro
parti, e in ognuna vedesi una chia-
ve bianca. In progresso di tempo i
romani Pontefici concessero l' inse-
gna delle chiavi a città, istituti, cor-
porazioni ec, e Nicolò V eletto nel
1447 ^"" volle usare nel suo pon-
tificato di altre insegne gentilizie ,
senonchè delle chiavi di s. Pietro
messe in croce. Indi poco a poco
furono adottate dalle famiglie , che
ebbero un Papa inserendo ne' loro
stemmi (^Vedi) e sigilli le chiavi in-
crociate, e sovrastate dal padiglione,
che è pure l' insegna della Chiesa
Romana ; come ancora venne posto
il triregno sulle chiave incrociate ,
una d'oro, e l'altra d'argento, riu-
nite talvolta con un cordone d' oro
con fiocchi; insegna, che si colloca
su tutte le cose appartenenti ai Pon-
tefici , ed alle loro arme gentilizie ,
non che alla sede apostolica , alle
basiliche patriarcali di s. Gio. in
Laterano, di s. Pietro , di s. Maria
Maggiore ec.
Anche nelle monete battute dai
Papi nel secolo XIV si vedono per
insegna le chiavi , come riporta il
Fioravanti, Denar, Pontif. pag. 4^^>
e nel sigillo della curia pontificia
del contado Venosino dell'anno i3o6
v' erano da una parte » iinpressac
» duae claves cancellata; ". Osserva
il Borgia , Memorie istorichc della
Pontificia città di Benevento , t. II,
p. 287, il singoiar pregio di Bene-
CHI
vento, cioè che Ira tutte le città
possedute dalla Santa Sede , e che
aveano il privilegio della zecca, nin-
na coniò moneta colle chiavi della
Chiesa prima di Benevento, anzi
neppure gli stessi Papi, quantunque
la loro zecca sia antichissima, men-
tre le prime monete pontificie col
segno delle chiavi incominciano do-
po Benedetto XI eletto nel i3o3.
In sede vacante, come dicemmo al-
l'articolo Camerlengo [Fedi), questi
conia le monete d'oro e di argento
col proprio stemma gentilizio, e con
quello della camera apostolica , che
sono due chiavi incrociate, sotto il
padiglione della Chiesa Romana. Non
riuscirà discaro che qui si avverta,
che fra quelli, i quali nella medesi-
ma sede vacante coniano medaglie
per aver accesso al conclave , uno
è il maresciallo del conclave [F'edi),
siccome custode di esso, e delle chia-
vi esterne, per cui nel suo stemma
pone lateralmente due chiavi d'ar-
gento, le quali in sua morte si pon-
gono anche a' piedi del di lui ca-
davere , qual segno del suo uffizio ;
e siccome dall'origine del conclave
fino al 1^12 la famiglia Savelli avea
esercitato tal' insigne carica , donde
passò nella Chigi, così il duca Sfor-
za Cesarini, erede del cognome, del-
le proprietà, e dell' insegne di quel-
la nobilissima prosapia, nel suo stem-
ma gentilizio, usa le chiavi del ma-
resciallato del conclave.
Finalmente , che le chiavi sieno
segno di sovranità, lo abbiamo dal
vedersi piesentale formalmente a'mo-
narchi nel loro ingresso nelle città
suddite, ed agli stessi Sommi Pontefici
quando si recano in alcun luogo, o
città del loro dominio, o a visitare
le fortezze di esse, come avvenne di
quelle di Castel s. Angelo, e di Ci-
vitavecchia , per non dire di altre ;
CHI 179
mentre quando il Pontefice prende-
va il possesso con nobile cavalcata,
nell'asccndcre il Campidoglio, ivi il
senatore di Roma in un bacile gli
presentava le chiavi dello stesso Cam-
pidoglio. Il Cardinal Albornoz nel
1 367 presentò in Viterbo a Papa
Urbano V più carri pieni di chiavi
delle città, e castelli da lui ricupe-
rati al dominio della Santa Sede, e
di già lo stesso Urbano V aveva ri'
cevuto a Corncto dai deputali del
popolo romano la presentazione for-
male delle chiavi di Castel s. Angelo.
Cesi quando Alessandro V ricuperò,
nel 1 4 ' o j 'a signoria di Roma , i
romani gli mandarono a Bologna ,
ove trova vasi , le chiavi delle porle
della città , i sigilli , e lo stendardo
del popolo romano ; e quando nel
i5i% Adriano YI, eletto a.ssente dal
conclave , fece per la porta di san
Paolo il suo ingresso in Roma , ivi
il senatore, e i conservatori di Roma
gli presentarono le chiavi di tal por-
ta. /^. Nicola Boerio , De custodia
claviuni porlarwn civilatuntj in to-
mo XVI, Tract. jiir. univ. p. 281;
Lor. Rice. Molin, De clavihus vete-
rani , Upsalae i G84 ; Sallengre in
tom. Ili , pag. 800 , Thes. ; Mich.
Anf de la Chausse , De clavibus ,
tom. Xll, Thes Graevi, p. 929. In
oltre Chrisliano Goltlieb Schwarzio
scrisse : De diis clavigeris ethnico-
runìj Alterdorfii i528.
CHICHESTER (Gcestria). Città
vescovile dell' Inghilterra, capoluogo
della contea di Sussex, situata sulla
piccola riviera di Lavant presso al-
la sua imboccatura, nella baja di
Chichestcr, che corrisponde coi ca-
nali di Arundel, e Portsmouth, i
quali ne facilitano il suo importan-
te commercio. E cinta di mura ro-
vinose, ha una bella e vasta catte-
drale di architettura gotica, sormon-
i8o CHI
tata da un'alta toi-re. Fra gli al-
tri edifìzi degni di particolare men-
zione, conta il palazzo vescovile, quel-
lo della città ec. Questa città, che
ha il titolo di contea, fu chiamata
anticamente Rcgnum, dai regni che
ne posero le fondamenta, e qualche
autore crede, eh' essa occupi il luogo
di una stazione romana, anche pe-
gli avanzi di un tempio, i quali vi
si scuoprirono nel lyaS. Dopo es-
sere stata saccheggiata. Cessa II, re
de' sassoni o di Sussex, avendola
rifabbricata, le diede il nome, che
porta, e la fece capitale del suo l'egno.
In progresso divenne residenza dei
re sassoni meridionali , e sotto il
regno di Guglielmo // ConquistalorCj
verso l'anno 1070, vi si trasportò
la sede episcopale di Selsey, che era
stata eretta da Cedwal nell' isola di
questo nome, ora dal mare quasi
interamente inghiottita. Fu sufFra-
ganea della meli'opoli di Gantorbeiy.
Nel 1180 sotto Riccardo I soggiac-
que ad un furioso incendio , che
interamente la distrusse. Oi"a i cat-
tolici di Chichester sono sotto la giu-
risdizione del vicario apostolico del
distretto di Londra, e la città ha
il diritto di mandare due deputati
al parlamento.
CtUEMSEk {C/ikmmm). Città
vescovile della Baviera , situata in
una delle tre isole del la^o Chiem-
sea , anticamente Bayerisckcinsec ,
nel circondario dcU'Iser, fra Salisbur-
go e Monaco, avente sette leghe circa
di circuito. Il Pontefice Innocenzo
III, neli2i4) per le istanze dell'ar-
civescovo di Salisburgo Everardo,
e a cagione dell'ampiezza della sua
diocesi, eresse un vescovato suflVa-
ganeo alla metropolitana di Salisbur-
go, a cui poscia venne unito. Lo
stesso Everardo, benemerito di tal
fondazione, ne lasciò la uoinìua ai
CHI
successori, ma col diritto di esigere
il giuramento di fedeltà, il che ven-
ne confermato nel i568 con decreto
imperiale. La cattedrale di Chiem-
sea, dedicata al ss. Salvatore, ed a s.
Sebastiano, aveva il capitolo di ca-
nonici regolari di s. Agostino, il
monistero de' quali era stato prima
dipendente dal vescovo di Metz.
CHIERANO (s.). V. Ciienerino.
CHIERICA, o CHERICA. Rasu-
ra rotonda, che si fanno i chierici
dei capelli [Vedi) in sul cocuzzolo
del capo. V^. Tonsura. Anticamente
i Cardinali nuovi per farsi la pri-
ma chierica doveano servirsi dell'a-
iutante di camera del Cardinal ni-
pote, e nelle camere di questo. Nei
Diari del maestro di cerimonie Pa-
ride de Grassis, de' 21 dicembre
i5oo, si legge descritto quest'uso:
Coronas autem nisi in die qua ad
concistoriuni ire debent, vel in die
anteriori, non debent sibi facere la-
tas Cardinales. Ma in progresso di
tempo, fu stabilito farsi questa chie-
rica nel giorno del concistoro d«illa
creazione o pubblicazione , quando
il novello Cardinale si reca nelle
stanze del Cardinale nipote , o del
Cardinal segretario di stato, per es-
sere da lui accompagnato a ringra-
ziare il Papa, e ricevere dalle sue
mani la mozzetta, e la berretta ros-
sa. Ora però la chierica se la fanno
fai'e i Cardinali nuovi dal loro bar-
biere, e più grande della preceden-
te, e nel recarsi dal Cardinale men-
zionato , lasciano al cameriere la
fascia, e il cappello che usavano,
assumendo allora la fascia, e cap-
pello usuale Cardinalizio: pagano poi
al medesimo la propina di scudi
venti, come se realmente loro facesse
la cherica, giusta l'anlicu consuetu-
dine. V. Nola degli emolumenti, ec,
che devono dare i novelli Cardi-
CHI . CHI i8i
nati, a seconda' del nuovo piano fa menzione del chierico, e dell' ar-
di rifonna, dalla quale si conosce cichierico. Di questo arcichiericato
che anticamente la detta propina egli ti-atta alle pag. 208, 278, e
era molto maggiore. 274. Osserva il Macri alla parola
CH1ERICA.TO, CHERICA.TO, o Clericus, che anticamente molti ab-
CLERICATO (Clericatus). Ordine bracciavano tale stato non per di-
chiericaie, università di chierici, che vozione, o servigio delia Chiesa, ma
dicesi anche Clero [Vedi). Nel chic- per essere esenti dagli aggravi e
ricato vi sono diversi gradi, dappoi- tributi , o per non essere costretti
che col nome di chierico si com- di andare alla guerra. Laonde di-
prendono tulte le persone, che pel poi la congregazione dei vescovi
loro stato sono consagrate al servi- decretò, non dovere il clero eccede-
gio divino, dal semplice tonsurato re il numero necessario al servigio
sino ai prelati. I gradi pertanto del della Chiesa, per non pregiudicare i
chiericato sono : i." lo stato di laici poveri. Ecco come si espresse
semplice tonsurato; 2.° quello di il concilio di Trento sulle qualità,
coloro, i quali hanno ricevuto i che debbono avere quelli, i quali
quattro ordini minori, come gli bramano essere ammessi alla pri-
ostiari, i lettori, gli esorcisti, e gli ma tonsura, e al chiericato, sess.
accoliti; il 3." comprende quelli, 24, cap. 4= ^c quibus probabilis
che sono negli ordini maggiori , conjectura sit, eos non saecularis
come sarebbono i suddiaconi, i dia- fndicìi fraude, sed ut Deo Jldelem
coni , e i preti ; il 4-" fìnalmen- cultuni praestent, hoc vitae genus
te si compone dei vescovi, degli ar- elegisse . Quindi il p. Ledesma ,
civescovi, e di tutti quelli, la cui tom. IL De Sacr. ad e. 7, conci. 3,
dignità è al di sopra del sacer- è di sentimento, che pecchi colui,
dozio. Questi quattro gradi formano il quale abbia animo nell' ordinarsi
la gerarchia ecclesiastica ( Vedi), di non passare avanti negli ordini
Vuoisi che i monaci fossero chia- sagri , ma solamente lo faccia per
mali al chiericato dal Pontefice san godere del privilegio del foro. Sono
Siricio, elevato alla cattedra aposto- anco ripresi da s. Gregorio Magno
lica nell'anno 385, il quale permi- coloro, che abbracciano lo stato
se ad essi di ricevere l'ordine sacci*- chiericale, per ottenere beni eccle-
dotale . Difatti si legge nella epi- siastici, rassomigliandoli alle turbe,
stola 63, § 66 di s. Ambrogio, che le quali seguirono il Salvatore, per-
i monaci cominciarono ad ordinarsi che avea miracolosamente moltipli-
sacerdoti sulla fine del quarto seco- cato il pane. In Job. cap. 3o. San
lo, essendo s. Atanasio il primo, Girolamo scrivendo a Nepoziano,
che dallo stato monacale diede sa- nella ep. 3, piange lo stato misera-
cerdoti al clero alessandrino, nella bile di costoro,
qual cosa fu imitato neh' occidente Quanto poi sia necessaria allo sta-
da s. Eusebio vescovo di Vercelli. to chiericale la dottrina sagra, si
Nella Sabina Sagra di Speran- rileva ancora dal chiamarsi antica-
dio, fra i ministri ecclesiastici della mente Clericatuni la scienza delle
chiesa Foronovana fondata dal prin- sagre Scritture ; anzi Chierici ( /Re-
cipe degli apostoli, e prima sede di) erano nominati i dottori, i Sa-
de'vescovi suburbicari di Sabina, si pienti. F. S. Ilieronymi, Epist. de
iBa CHI
vita clericorum , et sacerdotum, Ro-
mae i74'-
CHIERICT, o CHERICHETTI.
Serventi delle chiese , e de' loro
superiori, non insigniti per lo più
d'ordine alcuno, che vestono collare,
sottana, e calze nere, e la cotta.
Taluni però incedono con sottana
d'una forma, e di un colore parti-
colare , proprio delie consuetudini
delle singole chiese cui appartengo-
no, ed esei'citano uffizi minori, co-
me la nettezza di esse, l'ornare gli
altari, servire la messa, assistere alle
sagre funzioni, ed altro. Il Piazza
nella sua Gerarchia Cardinalìzia
pag. 333, dice che i chierici minori
destinati al servizio delle messe, fu-
rono da Anastasio chiamati Carnilli.
Con questo nome i romani chiamava-
no quei giovanetti ingenui, i quali ser-
vivano ne'sagrifizi ai Flamini Diah.
CHIERICI DI Camera. Collegio
Prelatizio. Si compone di prelati
di mantelletta, che sono dei primari
della santa Sede , per le cospicue
cariche esercitate da essi. Vestono
la sottana, la fascia, la .mantelletta,
il collare, e le calze di seta pao-
nazza, del qual colore e specie è
il fiocco del cappello, con rocchetto.
Neil' inverno la sottana, e la man-
telletta sono di panno, mentre la
cappa di saia pur paonazza è fode-
rata in tale stagione di pelli di ar-
mellini, e in altri tempi di seta
cremisi; ma nelle Cappelle Papali ,
([uando i Cardinali assumono i pa-
ramenti sagri, essi invece della cappa
sul rocchetto, assumono la cotta,
facendo l' uffizio di chierici.
La loro origine rimonta al XII
secolo, e deriva dall'essere stali pri-
mari ed intimi famigliari del Sommo
Pontefice, a cui nel palazzo aposto-
lico prestiirono servigio, donde ven-
nero chiamati » Procuratori del pa-
CHI ^_
» trimonio di s. Pietro, cappellani ^H
>j del Papa, consiglieri del Papa,
» e consiglieri della camera Aposto-
» lica, " e più comunemente Chie-
rici di Camera, Clerici Cainercej
per distinguerli dagli altri chierici
addetti al servigio delle chiese di
Roma. Si chiamò udienza della ca-
mei'a , ed udienza del Pontefice
quella, ch'egli dava particolarmente
nella sua camera , trattandovi gli
affari con alcuni prelati domestici, i
quali per ciò si chiamavano Chierici
della camera apostolica, quasi eletti
a stare nella camera dello stesso
Pontefice. Quindi si fa menzione
nel tom. I, pag. 2 3 degli Archiatri
del Marini , di Berengario de Su-
curseto, nel Venaissino , chierico di
camera, e vice-camerlengo di Papa
Gregorio X, ai ic) luglio 1274-
Inoltre si legge presso lo stesso au-
tore, e a pag. 3c) , che alcuni per-
sonaggi aveaiio la qualifica di con-
siglieri de' Papi, detti il piìi delle
volte della camera apostolica, e che,
secondo Anastasio bibliotecario eil
altri', nei secoli precedenti VI, VII
ed Vili, alcuni portarono il titolo
di consiglieri della Sede apostolica,
e de' sommi Pontefici.
Questi chierici di camera nei
primi tempi non avevano determi-
nate incumbenze, ma solo quelle,
che commettevano ad essi i Ponte-
fici. Però più particolarmente veni-
vano esercitati negli affari concer-
nenti il fìsco, il tesoro pontifìcio, e
i dominii della Chiesa romana, per
cui incominciarono a trattare le cose
presiedute dal Cardinal camerlengo.
Altra testimonianza certa della loro
esistenza anche nei primi del secolo
XIV, l'abbiamo nel protocollo degli
atti del contado Venaissino, dominio
della sede Apostolica, e rogati negli
auui i3o2 e i3o3, nel pontificalo
CHI
di Bonifacio \HI, dal barone Al-
cotti iiotaro della curia del medcsi-
iiio contado, ed esistente nell'archi-
vio valicano : Magisler Mnlhias de
Theaie clericux Domini Papce. Ac-
cresciutesi progressivamente le mol-
tiplici ingerenze del Cardinal camer-
lengo della santa romana Chiesa,
massime sulla esigenza delle tasse,
delle oblazioni, dello decime, dei
censi, della battitura delle monete
ec. , e venendo il medesimo Cardi-
nale di frequente fregiato della di-
gnità vescovile, nei primordii del
secolo XIV, incominciò egli a pre-
valersi dell' opera dei detti chierici
assistenti al Pontefice, incaricandoli
di parziali incumbenze, tanto per
Ja diligente custodia delle robe ap-
partenenti al Papa, ed alla sua ca-
mera apostolica [Vedi), quanto alle
rendite spettanti alla santa Sede,
giacché a quell'epoca per anco non
ei'asi stabilito il tribunale camerale, ed
i chierici di camera non erano che tre.
In tal modo i chierici di came-
ra incominciarono a dipendere dagli
ordini del Cardinal camerlengo, e
vennero riguardati quali consiglieri,
e coadiutori dello stesso porporato,
nelle mani del quale si esercitava
la somma degli affari temporali.
Che i chierici di camera nel pon-
tificato di Clemente V, il quale di-
venne Papa nel i3o5, fossero tre,
chiaramente si rileva dalla quietan-
za , cui il Cardinal camerlengo Ber-
trando de Bordis fece al collettore
di Boemia, Ohligat. Canterai, tom.
II, pag. loo, nella quale si nomi-
nano i chierici di camera, Magislro
Oddoni de Sernionetaj Johanni de
Regio, et Johanni de F^endis. Nel
rendimento di conti , che fece al
camerlengo il chierico di camera
Guglielmo Alberto, si legge nel Cod.
Canterai. 4^8, pag. i,die 4 ^"g-
CHI i83
i368; »' Venerabilis vir dominus
» Guillclmus Alberti quondam apo-
» stolicaj cameraj clericus, et the-
" saurarius omnium gabellarum ci-
» vitalis Avenionensis ( a que'tempi
" residenza pontificia ) prò Domino
» nostro Papa specialiter deputatus."
Quindi nel 1 869 dovendo Gau-
ccllino, tesoriere, rimettere a Papa
Urbano V, allora residente in Italia,
una somma di duemila fiorini, ne
stipidò co' banchieri il cambio de
mandato Domini Nostri Papce, et
gentiuni suce cavicrce. Verso quel-
l'epoca incominciarono i chierici di
camera ad unirsi in corpo, ed assi-
stere quindi ai contratti camerali, e
a formare tribunale. Come ancora
abbiamo dai capitoli della pontificia
zecca di Avignone del iSgS nell'an-
tipontificato del falso Pontefice Cle-
mente VII, che v'intervenne Pietro
Borrerio chierico di camera, e com-
missario specialmente deputato dal
camerlengo Francesco Conzy. Da ciò
si conferma la dipendenza dei chie-
rici di camera dal Cardinal camer-
lengo, e r introduzione del rilevante
uffizio di tesoriere , esercitato nella
sua prima istituzione da un chierico
di camera, il perchè in seguito i
sommi Pontefici ne affidarono la
carica quasi sempre ad un prelato
di questo rispettabile collegio, come
afferma il Lunadoro, Relazione della
Corte di Roma, cap. XXXIH, Del
Tesoriere, e come si può vedere nel
Vitale, Memorie ùtoriche de' teso-
rieri generali pontijicii.
I chierici di camera si aumen-
tarono , senza però determinarsene
il novero; ma Eugenio IV , il quale
divenne Pontefice nell'anno i43ij
e che avea esercitato tal carica per
volere delio zio Gregorio XII, col
disposto della costituzione 1 3 , che
incomincia, Inter cader a , emanata
i84 CHI
in Ferrara nel i438, stabilì, che il
collegio de' chierici della camera apo-
stolica , dovesse essere composto di
sette prelati: e già essi avevano una
certa norma ed attribuzioni di giuris-
dizione. Nella detta costituzione Eu-
genio IV chiama i chierici di came-
ra suoi cappellani , adducendo per
ragione della diminuzione de' chierici
al numero settenario, che antica-
mente, ad onta del maggior nume-
ro e della frequenza di affari, pure
erano in minor numero di quelli da
lui stabiliti, e pei'ciò con più pingue
stipendio. Dipoi, nel i444) pubblicò
la costituzione In eminenti, per con-
fermare gli statuti della camera apo-
stolica, la quale, come si esprime il
Pontefice, si darà a trattare gli spiri-
tuali e temporali negozi delle chiese,
e de' monisteri, non che delle città,
teri'e , castella, ed altri luoghi sog-
getti alla R-omana Chiesa. I detti
statuti erano stati compilati dalle
Genti di camera , col qual nome
allora si appellava il collegio de' mi-
nistri camerali, di cui avea il primo
luogo il Cai'dinal camerlengo, dopo
il quale veniva il tesoriere, co' suoi
assistenti , cioè i chierici di camera
emeriti e promossi a maggior di-
gnità, i quali sebbene fossero usciti
dal collegio , per consuetudine som-
mamente lodevole, continuavano ol-
tre il collegio ad assistere al tratta-
to degli affari riguardanti la camera
apostolica , siccome rispettabili per
età, prudenza, ed esperienza in tali
affari. Nella medesima costituzione
Eugenio IV confermò il numero set-
tenario de'chierici, e di essi molte co-
se si leggono avere diligentemente ,
e gravemente stabilite, che lungo
qui sarebbe descrivere.
Ma sebbene col nome di ^enti
di camera si comprendessero tutti .
gli uiliciuii anche i più degni , ohe
CHI
trattavano gli affari, e le cause ca-
merali, pure tal titolo , e tali inge-
renze erano più proprie de' chierici
in modo, che essi costituivano un
collegio . Espressamente , e ripetute
volte ne' detti statuti si fa men-
zione dc^ Padri chierici : Patruni rle-
rìcorum collegio , non che del pre-
lato decano di esso , il cui ufficio
così viene prescritto: » Essendo op-
»» portuno che fra i chierici uno a
» nome degli altri debba addossarsi
" le cure continue di varie cose,
>ì quello sarà meritamente che da
'» più lungo tempo fu ammesvo nel
»> collegio , purché sia presente in
» curia : allorché poi sarà assente ,
» o infermo, gli verrà surrogato il
'> prossimiore di tempo , col nome
'> di pro-decano . Incomberà ad esso
>t di obbligare i chierici di camera
» di numero, e quelli oltre questo,
» di proporre le cose da trattarsi
» e di esigere i loro voti, e secondo
'» essi conchiudere e risolvere, eccet-
» tua te le cause fiscali , e i tempi
« in cui i chierici fossero occupati
» in affari maggiori. Il decano deve
» avere cura diligente dell'altare, e
» delle suppellettili pel divino sagri-
5j ficio, e pel sacerdote, ed a tutto
» ciò che queste cose riguarda : il
>j sigillo del collegio , e il volume
» delle costituzioni si terrà presso
» di sé ; e finito l'anno, dovrà ren-
jj dere ragione delle predette cose ".
Quindi gli statuti furono confermati
da Calisto III , e poi da Leone X ,
il quale sanzionò altresì gli altri sta-
tuti firmati dai chierici di camera
nell'anno i5i8, colla costituzione,
Sictit prudens. Ma il Pontefice Ni-
colò V , successore immediato di
Eugenio IV , con costituzione da
lui emanata , egualmente stabilì
il numero de' chierici di camera, fis-
sandolo sollauto in selle individui.
r
I
CHI
Poscia Leone X, mediante la bulla
TJcet felici s , che è la XXIV delle
sue costituzioni, ai i7- giugno i^x'j,
acci'el)l)c il loro numero sino a do-
dici, il quale fu approvalo dai suoi
successori, precipuamente da Pio IV,
colla costituzione 88 , Qiium inler ,
del 1 564 , colla quale ecco come
definì r ufficio del chiericato di ca-
mera : 55 Olllcio clcricatus dictT ca-
» merae quod in ipsa curia prima-
» rium existit , munus potissimum
" incumbat ejusdem camerac res rite,
" et recte administrandi, jura et red-
" dilus utiliter locandi, contractus-
" quo desuper neccssarios, et oppor-
» lunos. ineundi. quorum occasione
}> ipsi clerici camerae procuratore»
}> patrimonii b. Petri, veriunque o-
" mnium totius status ecclesiae ro-
'i manae custodes et praesidcs me-
" rito nuncupentur; nec non jus
» l'cddendi, et justitiam tam fisco,
" et privato, quam ipsis privatis , si
» qua ratione de fisci interesse a-
5» galur, administrandi ".
S. Pio Vj che successo a Pio IV,
li accrebbe fino a dodici, stabilendo
che fossero probi ed egregi uomi-
ni, e che non vi fosse ninna dilfe-
renza negli onori , privilegi , ed c-
uìolumenti tra gli antichi chierici, e
gli aggiunti da lui, pei (juali volle
che la camera apostolica fosse ob-
bligala, come si legge nella costitu-
zione 166, Ronianus Ponti/ex. Ma
non andò guari, che per le ragioni
addotte in altra costituzione, ridus-
se a dieci i chierici di camera , i
quali ancora chiamò i suoi cap-
pellani, e volle che il loro collegio
in futuro così rimanesse, e si chia-
masse decemvirale. Qui poi va no-
talo, die i chierici soprannumeri non
votavano quando intervenivano agli
affari ; e con una specie di novizia-
to acquistavano le primarie nozioni
CITI t85
tanto necessarie al loro cospicuo po-
sto, acciò poi non dovessero essere
inesperti nel deliberare le cose sì
ap[)artenenti alla camera apostolica,
sì alle private persone. Dei chierici
di camera soprannumerari, che i
Papi solevano fare, si vegga la costi-
tuzione di JNicolò V, qun jussil eos
e loco aiidicnliae camerali s exire ,
cluni negotia illic expediehanlur j
quam constitutinnem refert, confir-
matque Calixtus IH , nova sua
constitutionc , Quae laudahilis, etc,
Tuttavolta Gregorio XIII, che
dopo di lui ascese sulla cattedra di
s. Pietro, trovando che si erano ri-
dotti a sette, ne accrebbe tre, laon-
de il collegio si compose di dieci
chierici di camera. Però nuovamente
per le promozioni, e per le morta-
lità erano sette, quando Sisto V, nel
1587, li fissò al numero di dodici,
giacche lo stesso Gregorio XIII ad
onta della suaccennata disposizione
avea soppresso in seguito un chie-
ricato, assegnandone i frutti, alla ca-
mera apostolica. Inpi'ogrcsso si man-
tennero nel numero di dodici sino al
pontificato di Pio VII , ed essendo
negli ultimi di esso ridotti ad un-
dici prelati, nei primi anni di quello
di Leone XII essendo rimasti a no-
ve, egli li stabilì con tal numero, in
cui tuttora si mantengono, mediante
eziandio la conli^rma, che ne fece
il l'egnante Pontefice, nelle provvi-
de riforme legislative da lui emana-
le. Tutti poi sono di egual rango, e
con eguale appuntamento. Questi
uffizi divennero vendibili , e si die-
dero a persone idonee, le quali som-
ministrassero delle somme pei bisogni
della santa Sede. Perciò si dissero
uffizi vacabili [Vedi). Paolo IV
per altro fece chierico di camera
senza alcun pagamento Annibale Goz-
zuti, che meritò, nel i56j, di es-
i86 CHI
sere creato Cardinale da Pio IV ,
mentre era presidente della came-
ra. Abbiamo poi, che Fabrizio Ve-
rospi, Cardinale di Urbano Vili, al-
lorquando fu fatto chierico di ca-
mera, per non gravare la sua fa-
miglia del dispendio necessario alla
compera di questo posto, lo rinun-
ziò, ed in vece fu annoverato fra
gli uditori di Rota.
Nella riforma, che Sisto V fece
degli uftizi vacabili , vi comprese
quelli del collegio de' chierici di ca-
mera, stabilendo per pagamento di
ogni chiericato la somma di qua-
rantadue mila scudi , avmientando ,
come dicemmo, da sette a dodici i
chierici. Quindi, per non recare dan-
no alla camera apostolica pei cor-
rispondenti proventi, colla bolla Sii
Immani de' 5 settembre 1087, ^"'^•
Ront. tomo IV, pag. 344> smembrò
dall' ullizio del camerlengo una rata
di scudi duemila duecento pei cin-
que chiericati da lui aggiunti, e con
tal aumento di chierici, in sovveni-
mento de' bisogni del pontificio era-
rio, portò a questo la rilevante som-
ma di scudi duecento diecimila, im-
porto appunto dei cinque predetti
chiericati, a ragione di scudi qua-
rantaduemila per ciascuno. Vero è
però, che siccome da questo collegio
ì sovrani Pontefici non solo per lo
più sceglievano il tesoriere generale,
ma anche l'altra eminente carica
dell' uditore generale della camera,
cui conferivano ad un chierico di
camera, e siccome doveano pagare
tanto r uditore che il tesorieic scu-
di cinquanlaseimila per tali posti in-
compatibili col chieric-.ito, cosi ai pre-
scelti ai due menzionali ullizi , nel
rassegnare il chiericato, veniva di-
falcata l'anterior somma sborsata di
quarantaduemila scudi, per cui paga-
vano solluiilu i residui qua l lordici lai-
CHI
la, con che venivano a formare la
somma di scudi cinquantaseimila, ri-
chiesta per l'uditorato, e pel tesoriera-
to. J^. il Cardinal de Luca nel Trat-
tato degli uffìzi venali della corte
di Roma. Sembra che in seguito
venisse accresciuto il pagamento per
un chiericato di camera , perchè si
legge in un decreto fatto nella Da-
taria apostoHca ai i4 novembre
1670 nel pontificato di Clemente
X, che ogni chiericato di camera si
dovesse vendere per quarantadue-
mila scudi d'oro, pari gì scudi ro-
mani sessantatremila. Anzi abbiamo
nella vita di Alessandro Vili del
chiarissimo Novaes tom. XI, p. 102,
che quel Pontefice dal 1689 al
i6c)t creò quattordici Cardinali,
dieci de' quali erano cappelli va-
canti lasciati dal predecessore Inno-
cenzo XI, e molti ne conferì a' pre-
lati chierici di camera, i quali,
avendo tutti comperato 1' uffizio , e
perdendolo colla promozione alla por-
pora, il Papa potè ricavare da ogni
nuovo chierico di camera la somma
di scudi ottantamila a vantaggio del-
la Santa Sede. Di fatti Alessandro
VIII creò Cardinali del Giudice chie-
rico di camera , ed allora gover-
natore di Roma , Costaguti deca-
no dei chierici di camera prefetto
dell'annona, Richi chierico di came-
ra e uditore della medesima, Impe-
riali chierico di camera ed allora
tesoriere, Omodei chierico di came-
ra, e Rarberini chierico di camera
e uditore della medesima.
Altra prova che il chiericato di
camera nel secolo XVII si pagava
ottantamila scudi , fruttando però
ognuno otto, o dieci scudi per cen-
to, si ha dallo stesso Novaes, t. XI,
p. I9.0. Ma assunto al pontificato
Innocenzo XII, Pignatelli, non po-
tendo solfrirc che gli uffizi, i qviali
CHI
davano potere di fare il bene, o il
male fossero vendali, a' i5 ottobre
ìQc^'i colla costituzione 35, Ad hoc
unxil DeiiSy Bull. liorn. tom. IX,
p. 277, proibì per sempre che gli
uffizi, de* quali si componeva la ca-
mera Pontificia, fossero vendibili, fa-
cendo ad ognuno restituire quanto
avea sborsato per conseguirli, com-
prensivamente ai dodici chierici di
camera ; dappoiché il saggio e giu-
sto Innocenzo XII altro non voleva
dalla prelatura che i meriti perso-
nali, esemplar condotta, equità e
^L dottrina. Si racconta che questo
^P Pontefice, quando era ancor vescovo
di Lecce, si trovò nell'anticamera del
Cardinal camerlengo Paluzzi-Altieri
nipote di Clemente X, con un chie-
rico di camera. Or avvenne che es-
sendo entrato quest' ultimo all'udien-
za del Porporato prima di lui , egli
non potè trattenQ»'SÌ dall' esclamare :
Come ? un chierico e più di un
vescovo ? Pei'ciò vuoisi che prendes-
se tale avversione a' chierici di ai-
mera, che divenuto Pontefice abolì
la vendita de' chiericati.
Gli uffizi esercitati dai chierici di
camera sino agli ultimi tempi , e
che per la maggior parte tuttora
sono da essi goduti , alcuni però
come diremo riuniti, erano di pre-
sidente dell'annona, chiamato an-
co pre((;tto ; di presidente degli ar-
chivi, e di presidente delle carceri;
ulfici tutti descritti dal citato Luna-
doro al cap. XXXIV, Del tribunale
della camera^ e dei chierici di ca-
mera, ec. , dal Cardinal de Luca,
Rei. Rorn. dir. Disc. 4o, ed il Car-
dinal Pratico capo XLI ; dal Plet-
temberg, e da noi ai rispettivi ar-
ticoli che li riguardano, avendo an-
che detto all'articolo Camera Apo-
stolica, la riunione de' due uffizi in
uà chierico di camera , la variazio-
CHI 187
ne in alcuni del titolo, la loro au-
torità, ed altro che li riguarda. F.
il volume VII, particolarmente alle
pag. 7, 8, 9, i^, i3 e i5. Le cari-
che poi, che oggidì si fungono dai
chierici di camera, sono: i." di pre-
sidente dell'annona e grascia; 2.°
di presidente delle armi ; 3." di pre-
sidente delle acque e strade; 4-" th
presidente degli archivi; 5." ili pre-
sidente delle zecche e degli ulìizi del
bullo, degli ori ed argenti, e degli
orefici ed argentieri dello stato pon-
tificio; mentre gli altri quattro chie-
rici di camera sono membri della
congrega/ione di revisione [Vedi),
la quale è presieduta da un Cardina-
le. Fu Pio VII che, colla costitu-
zione Post diiUurnasj restituì al tri-
bunale della camera il diritto della
revisione de' conti camerali. Quindi
l'immediato successore Leone XII
pubblicò un moto- proprio sul me-
todo da tenersi dai chierici tli ca-
mera nella revisione dei conti , e
negli affari di pubblica amministra-
zione, confermato con qualche mo-
dificazione dal regnante Pontefice
coH'editto dei 21 novembre i83i,
ove fu dal medesimo istituito il men-
tovato Cardinal presidente. Non si
deve inoltre tacere, che spetta pui-e
ad un chierico di camera la presi-
denza dell' ospizio apostolico di san
Michele , in virtù di un chirografo
di Pio VI, emanato nel 1794- In-
oltre i chierici di camera possono
simultaneamente esercitare alcune al-
tre cariche , anche primarie, ed at-
tualmente il chierico di camelea ,
Gaspare Grassellini, presidente delle
acque e strade, è anco pro-presiden-
te del censo. I cinque chierici poi
addetti attualmente alle mentovate
presidenze, giacché in quella del-
l'ospizio apostolico ora vi è un Car-
dinal visitatore, formano il tribuna-
i88 CHI
le della piena camera , il quale ri-
vede in appello le causo, in cui ha
interesse il fìsco. Così ancora i chie-
rici di camera fanno parte di varie
magistrature, e stabilimenti. Nella vi-
gilia e giorno della festa di s. Pie-
tro, siedono col Cardinal camerlen-
go nella camera de' tributi, a ricevere
i censi dovuti alla Santa Sede; e per
turno un chierico di camera assiste
in abito prelatizio all'estrazione del
lotto nella loggia di Monte Citorio.
Il decano è sempre prefetto dell' erga-
stolo di Come to, di cui si parla all'ar-
ticolo Carceri Ecclesiastiche, è mem-
bro delle congregazioni del buon go-
verno, e della consulta; faceva antica-
mente parte del tribunale criminale
del camcriengato , e di quello del
vicarialo per l'esame dei parrochi.
E chiamato in tutte le congrega-
zioni speciali, ove hanno luogo gli
altri decani dei tribunali superiori ,
supplisce a tutte le presidenze dei
chierici di camera o per assenza, o
per vacanza , o per morte , ed ha
altre ingerenze ec. Prima allo stesso
decano, in vigore della costituzione
di Sisto V, Ad clavum j emanata
nel 1 586 , spettava la custodia di
una delle chiavi del danaro da lui
riposto in Castel s. Angelo; deposito
che sussistette sino agli ultimi del
decorso secolo. Il medesimo Papa ,
con chirografo dato ai 17 agosto
1087, registrato per acta Martini
noi. cani. , autorizzò il decano dei
chierici di camera a fungere l'uifjzio
del camerlengato , per morte del
Cardinal camerlengo di s. Chiesa ,
sino all'elezione del nuovo , ovvero
del Cardinal pro-camerlengo. Final-
mente, siccome dicemmo più so-
pra, sogliono i Pontefici elevare alla
sublime dignità Cardinalizia il piii
anziano prelato del collegio, come
decano, in considerazione della sua
CHI
anzianità nel chiericato di camera,
come da ultimo fece il regnante di
due decani. Altri analoghi esempi
si possono vedere al citato volume
VII del Dizionario, pag. i3.
In sede vacante i chierici di ca-
mera, come gli altri prelati, vestono
abito prelatizio tutto nero, con roc-
chetto liscio senza merletto, ed ap-
pena morto il Papa , il Cardinal
camerlengo, come capo del tribunale
della camera apostolica, coi chierici
di camera si reca al palazzo ponti-
ficio per fare la ricognizione del ca-
davere del Papa [P^cdi); quindi pi-
glia possesso dei palazzi apostolici ,
e si destina ad ogni sezione un
chierico di camera per assistere al-
l' inventario di tutto quello , che
in essi esiste. Recandosi poi il Car-
dinal camerlengo, coi chierici di ca-
mera, ed altri ministri camerali, nel-
le stanze dello stesso sagro palazzo
ove nei luned"i e venerdì, ed in al-
tre occasioni si convoca il tribunale
della piena camera oppure in quello
di sua abitazionCj in congregazione
si conferiscono ai chierici di camera
gli ufTicii , che esercitano nella sede
vacante, cioè la custodia delle sup-
pellettili dei Pontifìcii appartamenti ,
la sorveglianza agli inservienti palatini
la custodia delie scuderie, giardini,
florerie, ed altre officine del detto
sagro palazzo, di Castel s. Angelo,
del ruolo, de' soldati dell'armeria ,
delle suppliche spettanti alla data-
ria, e alla segretaria dei brevi ce, e
poi col medesimo camerlengo assi-
stono alla tumulazione del pontifi-
cio cadavere. Durante l'esequie no-
vendiali intervengono i chierici di
camera ad esse , e durante il con-
clave fanno per turno la guardia
alle ruote del medesimo, laonde per
disposizione di Clemente XII restano
nel giorno del turno a desinare da
CHI
monsignor maggiordomo, come go-
vernatore del conclave. Però quel
Pontefice vietò a' chierici di camera
di fruire nella sede vacante emolu-
menti straoi'dinari e inerenti agli
iiflìcii , non essendo le loro cariche
più venali dopo Innocenzo XII; co-
me proibì ai chierici di camera, che
l' erario pontifìcio pagasse loro le
vesti di corruccio secondo l' antica
nsucludine, cioè a due chierici di
mera.
Lungo sarebbe poi il riportare
tutte le esenzioni, privilegi, e prero-
gative, che godono i chierici di ca-
mera per concessione de'llomani Pon-
tefici, il perchè ci limiteremo alle
principali, oltre quanto si è detto, e
in seguito si dirà. E primieramen-
te abbiamo dal Vittorelli, nelle ad-
dizioni al Cincconio, f^it. Poiilif.
tom. II, p. 985, che Papa Calisto
III, colla costituzione, Quae lauda-
bili, agli 8 maggio i4^^> dichiarò
i chierici di camera famigliari del
Sommo Pontefice, e cappellani di
esso, e della Sede Apostolica, come a-
veanli dichiarati Eugenio lY, ed al-
tri Pontefici ; per le quali qualifiche
sinché il palazzo apostolico distribuì
giornalmente il pane ed il vino,
conosciuto sotto il nome di parte di
palazzo, i chierici di camera costan-
temente r ebbero, siccome ho letto
nei ruoli dello stesso palazzo. Gre-
gorio XIII, nel 1572, dispose che i
chierici di camera eletti vescovi la-
sciassero r uffizio, o rinunziassero al
vescovato. Che il collegio de' chieri-
ci di camera sia stato riconosciuto
quale amplissimo magistrato della
curia romana, pegli adari che trat-
ta della Chiesa romana, e della so-
vranità, e governo pontificio, e che
i suoi individui abbiano goduto il
titolo di cappellani , famigliari , e
commensali del Papa, si rileva altresì
CHI 189
dal voto, o discorso approvalo, e
presentato nel iG55, ad Alessandro
VII, composto dal celebre giuriscou-
sulto Pietro Francesco de Rossi, av-
vocato del fisco, e della reveienda
camei'a apostolica, in ocrasione del-
la questione sulla precedenza degli
uditori di Rota nella cappella Pon-
tificia, di che parleremo in appres-
so. Quale poi sia la ragione, per la
quale i chierici di camera fossero
chiamati cappellani del Papa, e del-
la Sede Apostolica, l'espone il Che-
rubini, Compcnd. Bull, ad Constit.
I Sixti IV, sch. I, con queste pa-
role : »> Penso che così ciano chia-
j mati perchè nelle cappelle ser-
3 vono in molte cose il Papa , co-
5 me apparisce dal cerimoniale, e
5 per r istessa ragione, se non mi
3 inganno, anco gli uditori di Ro-
> ta si chiamano cappellani del
» Papa ec. V. Uditori di Rota. Mol-
3 to più poi la dignità de' chierici
y> di camera risplendc ne' concilii
3 generali, ov'essi ottennero un po-
3 sto più distinto degli uditori di
3 Rota ; imperciocché in esso gli
3 assistenti al Papa siedono pnrati
3 sopra i gradini del trono pontificio
3 alla parte sinistra , i protonotari
3 apostolici, e i chierici di camera
3 alla destra: i suddiaconi poi udi-
3 tori di Rota, e i votanti accoliti,
3 nella parte esteriore. Così fu fatto
3 nel concilio di Pisa sotto -Alessan-
3 dro V, in quello di Costanza sot-
3 to Giovanni XXllI, e in quello ge-
3 neralelatcranensesottoGiulioII,neI
3 quale fu deciso che i chierici di ca-
3 mera sederanno come i protono-
' tari apostolici, secondo Paride de
3 Grassis, maestro di cerimonie, che
3 lo scrisse a pag. 1 65 del suo Dia-
3 rio. " V. Christoph. Marcelli in
Caerenionial. Roman, impress, sub
Leone X, lib. I, sccL lé^. cap. 3.
190 CHI
Quindi i cliierici di camera siedono
nel suddetto luogo ne' concilii, come
ofTiciali del concilio, ed in uno ai
protonotari apostolici spetta loi'o a
scrutare i voti, e redigerli in for-
ma, siccome alTerma il Jacobacci ,
De concilio lib. I, artic. 5, num.
8, et Traci, tom. i3, part. I.
Alessandro VII poi avendo ese-
guite varie riforme per le cappelle
pontificali, nel i655, colla costitu-
zione Nuper, dichiarando suddiaco-
ni di essa gli uditori di Rota, che
godevano da remotissima epoca la
detta qualifica di cappellani pontificii,
aggiudicò ad essi la precedenza sui
prelati chierici di camera, su di che
pendevano reciproche pretensioni ,
laonde venne accresciuto il decoro
delle stesse cappelle, coli' intervento
de' due collegi, ubbidienti alla pon-
tificia determinazione , Soddisfatto
Alessandro VII della docilità dei
chierici di camera sul punto di pre-
cedenza, coll'autorità della costitu-
zione Singulans fìilectoruni, emana-
ta ai 18 novembre del medesimo
anno i655, concesse loro quanto
grandemente bramavano , cioè la
cappella domestica, e l'uso del roc-
chetto, che sino allora non godeva-
no sempre. Indi, nel 1670, Clemen-
te X coH'autorifà della costituzione
12, Roinanus Pontifcx, Bull. Rorn.
tom. VII, p. 34, emanata nel mese
di giugno, concesse loro l'uso del
cordone, o fiocco di seta paonazzo
nei loro cappelli. Benedetto XIII
nell'ottobre dell'anno 1725 assegnò
cento scudi annui per ciascun pre-
lato chierico di camera, somma che
dipoi venne stabilita mensilmente
per disposizione di Leone XII , co-
me tuttora la godono a cagione del-
la perdita di tanti proventi, ed c-
molumenti che fruivano. E Benedet-
to XIV allorquando volle in Roma
CHI
accrescere il culto dei principi degli
apostoli, coir istituzione delle cap-
pelle prelatizie [Fedi), nell'ottava
della loro festa, prescrisse che a
quella, la quale nel quinto giorno
di essa, cioè ai 3 luglio, si cele-
brerebbe con pontificale nella basi-
lica di s. Pietro in Finculis, do-
vesse assistere il collegio dei chie-
rici di camera, a tenore della di lui
costituzione Admirahilis, del primo
aprile 1743.
Nelle cappelle l'ontificie il posto
dei chierici di camera è al penulti-
mo gradino del trono, dopo gli udi-
tori di Rota, ed il p. maestro del
sagro palazzo, per cui nelle proces-
sioni incedono avanti ad essi, e do-
po i votanti di segnatura, recando-
si al trono a ricevere le candele,
le ceneri, le palme, e gli Agnus
Dei benedetti appresso il p. mae-
stro del sagro palazzo, e facendo il
simile all' adorazione della croce nel
venerdì santo.
All'articolo Cappelle Pontificie
(Vedi) si descrivono gli uffizi che
esercitano nelle sagre funzioni i chie-
rici di camera, come il porgere il
grembiale al Papa, e custodirlo quan-
do gli viene levato , cioè quando
non siede, il portare processional-
mente lo stocco e beiTettone bene-
detti tanto nella notte di natale ,
che nel d\ della festa, non che la
rosa d'oro benedetta nella quarta
domenica di quaresima, nelle quali
circostanze siedono a sinistra del
decano della Rota, custode della mi-
tra pontificia usuale, fra i due ca-
merieri segreti partecipanti; accom-
pagnando un chierico di camci'a i
laici nobili quando versano l'acqua
sulle mani del Papa, ne' pontificali ,
ed altre funzioni, e porgendo al Pon-
tefice il zinale di tela bianca, il qua-
le gli vien levato dopo terminala
CHI
tale lavanda. Finché ebbero luo-
go le cavalcate , i chierici di ca-
mera v'intervennero, cavalcando do-
po i votanti di segnatura, mule bar-
date di paonazzo, con finimenti si-
mili, in sottana, rocchetto, mantelli
con cappuccio, e cappello pontifica-
le. Nelle cavalcale dei possessi dei
Papi, quando questi li prendevano
co' sagri paramenti, i chierici di
camera v' incedevano in cotta e roc-
chetto, che portarono pure nei pos-
sessi d'Innocenzo Vili, nel ì^S\, e
in quello di Leone X, nel 1 5 i 3, il
quale fu l' ultimo a prenderlo coi
paramenti sagri. Dipoi in tali caval-
cate, ne' Possessi descritti dal Can-
cellieri, non si fa più menzione del-
l' intervento di questo Collegio ai
medesimi, forse per le dispute di
precedenza col tribunale della Rota ,
e solo nel possesso di Clemente IX,
nel 1 667, incominciarono di nuovo
ad intervenirvi, perchè appunto il
predecessore Alessandro VII avea
accomodate tali vertenze, siccome di-
cemmo, ed in seguito vi si recarono
costantemente, come facevano nelle
cavalcate per le cappelle dell' An-
nunziata, della Natività, e di s. Car-
lo. Nelle cavalcate poi, che si face-
vano pel trasporto solenne dei ca-
daveri de' Cardinali camerlenghi ,
cavalcavano anche i chierici di ca-
mera, come si descrive a quell' ar-
ticolo, ove pure si tratta di altre
cose risguardanti questo collegio, da
cui sortirono amplissimi Cardinali in
grandissimo numero, alcuni de'quali
furono esaltati al pontificato, come
Eugenio IV, Innocenzo XI, e Cle-
mente XII.
Della dignità de' chierici di ca-
mera , loro prerogative , piivilegi ,
e di quanto può riguardarli , non
che delle presidenze da loro eser-
citate , diffusamente tratta Jacobo
CHI 191
Cohellio, Notula Cardinnlalus ec. ,
et Romanae Aulae Officialibus ,
Romac i653, dal capo XLIl al Lll
inclusive. Va pure consultata la bolla
citata di Pio IV, Cuni i/iter, ove si
leggono i privilegi, e le facoltà con-
cesse al camerlengo, al collegio e
persone de' chierici, ed altri uffiziali
di camera, da Gregorio IK, Bonifa-
cio Vili, Urbano VI, Martino V,
ed Eugenio IV ec. Questo ultimo,
nel i444> colla costituzione In emi'
nenti stabifi la loro ordinaria giu-
risdizione , sulla quale emanarono
provvidenze diversi Papi, come si
può vedere dalle bolle Di sposi lione
divina, de' 16 febbraio i^'j'i. di Si-
sto IV; Quuni sicut, i5 kal. sept.
i485 d'Innocenzo Vili; Etsi Acì
1 5o2 di Alessandro VI ; Ex injun-
rlo del i5o6 di Giulio II; non che
di Clemente VII, e Paolo 111, colla
costituzione Non siiie, emanata nel
i535; e dalle altre due di Pio IV,
Ronianus Ponlifex , 6 kal. Junii
1 562, et Inge.ns hiuneris nostris ,
8 idus august. iSG'). Quello poi
che riguarda il loro tribunale, au-
torità, ed altro secondo le ultime
legislazioni e riforme, si legge alla
voce Camera tribunale, e Camera
apostolica, neir indice alfabetico del-
la Raccolta delle leggi e disposizio-
ni di pubblica amministrazione, che
si pubblicano in Roma nella stam-
peria della camera apostolica. Che
poi i chierici di camera anticamen-
te intervenivano sempre nei conci-
stori , ove si trattava la maggior
parte degli affari, spettanti alla ca-
mera apostolica, per essere pronti
alle domande e interpellazioni del
Papa, e dei Cardinali, secondo le
loro diverse attribuzioni amministra-
tive, tuttora si rileva da quanto av-
viene ogni volta che ha luogo il
concistoro. Allorché questo si aduna,
igi CITI
i chierici di camera si debbono por-
ture nelle stanze che hanno nel pa-
lazzo apostolico, affine di essere pron-
ti, ed attendere se alcuna cosa oc-
corresse al Papa. Sebbene ciò con-
sista ora in sola formalità, appena è
terminato il concistoro, un cursoi'e
pontificio li avvisa, ed allora ri-
mangono in libertà ; ma ai conci-
stori pubblici intervengono , assu-
mendo la cappa paonazza. V. Pra-
tica della Curia Romana, Roma
1 8 1 5, nel tomo II, capo XXVII
Del Tribunale della Reverenda Ca-
ìììera, ove si tratta di tutto ciò
che riguarda i chierici di camera ,
j)iima delle ultime provvide legisla-
zioni.
CHIERICI DELLA Cappella Pon-
tificia. Ministri addetti alle cappel-
le papali insigniti del carattere ec-
clesiastico, i quali, come dicemmo al-
l' articolo Cappelle Pontificie, ed al
§ IV, De' ministri ec, sono diversi
dai ctippellani comuni che esercita-
no r ullìzio di accoliti ceroferari i, e
si compongono di due chierici, di
mi sotto chierico, e di alcuni so-
prannumerari. In detto articolo, e
nelle diverse funzioni sagre, si trat-
ta delle incumbenze, che esercitano
i chierici, il sotto chierico, e i so-
prannumerari della pontificia cappel-
la, e del luogo che loro compete
neir andare al trono del Papa a
prendere le ceneri, candele, palme,
e Agnu^ Dei benedetti, come agli
articoli Cappelle Cardinalizie, e Cap-
pelle Prelatizie si dice; dell' assi-
stenza che vi prestano, e molte co-
se che li riguaida, insieme alle di-
verse onoi'cvoli attribuzioni cui dis-
impegnavano . Essi ebbero origine
colle cappelle istituite nei palazzi a-
j)ostoli(:i, Istituzione che rimonta al
A' IV secolo, dopo che Clemcnle V,
fletto nel i3o5, stabilì la resideniiu
CHI
papale in Avignone; laonde da quel
secolo si hanno memorie di loro. I
chierici pertanto della cappella, sic-
come addetti air augusto luogo dove
i Sommi Pontefici celebrano ed as-
sistono alle sagre funzioni, sono l'a-
inigliari del Papa, che li nominava
prima con un breve, ed ora con bi-
glietto per mezzo di monsignor mag-
giordomo. Anticamente li presenta-
va a detto prelato monsignor sagri-
sta qual prefetto della sagrestia pon-
tifìcia, cioè i due chierici, mentre il
sotto chierico, eh' era anco custode
de' libri de' cantori pontificii, si no-
minava talvolta dal medesimo sagri-
sta, e talvolta dal collegio de' can-
tori, il perchè nel i5c)3, sotto Cle-
mente Vili, nacque contesa tra quel
prelato e il collegio, pretendendo che
la nomina spettasse esclusivamente
ad ognuno. Furono (piindi divise le
attribuzioni in due soggelli, una di
sotto chierico da eleggersi dal sagri-
sta, l'altro di custode da sceghersi
dal collegio , come si legge in An-
drea Adami, Osser s'azioni per rego-
lare il coro de' cantori della Cap-
pella Pontificia j a pag. 35, il
quale inoltre a pag. 36 dice, che
in tutte le facoltà e prerogati-
ve godute dai cantori pontificii (uno
de'cjuali soleva essere il primo chi(!-
rico, come rileva l' Adami medesi-
mo a pag. 98), vi si comprendeva-
no eziandio al godimento i due chie-
rici, e il sotto chierico delle Cappel-
le papali, godendo essi r onorificen-
za di sup[)lire all' uillcio de' maestri
delle cerimonie pontificie in mancan-
za di essi. Né deve qui passarsi sot-
to silenzio, che tali cerimonieri, siiiof
al declinare del XV s'ecolo, e in par-
te del- XVI, si chiamavamo cliierici
delle cerimonie pontificie. Dilàtli si
ha, che l'enea Silvio Piccolomini, il
quale poi fu il gran Poulclìcc Pio 11,
i
ì
i
CHI
nel «439^ >n qualità di chierico delle
cerimonie assistè al conclave in cui
fu eletto Felice V antipapa; ed il ce-
lebre Burcai'do agli I t dicembre 1483,
nel pontificato di Sisto IV, fu fatto
chierico delle cerimonie pontificie, e
lo fu sino al pontificato di Giulio
II, detto nel i5o3, sebbene comu-
nemente venga chiamato maestro
delle cerimonie.
Ne' ruoli del palazzo apostolico,
evvi registrato il chierico del ss. Sa-
gramento, dal custodire quello che
si conservava nella cappella Pontifi-
cia, allorquando ogni giorno avea
luogo l'uffiziatura, colla messa can-
tata; il perchè nei viaggi, o nei pos-
sessi ne' quali i Pontefici si fecero
precedere dal ss. Sagramento, due
chierici della Cappella Pontificia ca-
valcavano avanti al cavallo in cui
portavasi la ss. Eucaristia, sostenen-
do due lanterne con candele di ce-
ra accese, ed in cima ad mi' asta ,
assicurate sulle stafle, come descrive
il Rocca pel viaggio di Clemente
Vili, nel 1597 ; mentre dal Can-
cellieri si trova fatto altrettanto nel
possesso, che prese Giulio II della
basilica lateranense, dovendo uno di
essi suonare il campanello di tratto
in tratto, per avvisare il popolo ad
adorare il Signore. L' altro chieri-
co, che doveva essere sacerdote, nei
luoghi di fermata, prendeva dal ca-
vallo il ss. Sagramento, e lo colloca-
va sull'altare nelle chiese, e luoghi
ove si riponeva , e dipoi tornava
dall'altare a collocarlo sul cavallo.
I chierici della Cappella vennero
chiamati anche chierici campanari ,
clerici catiìpanarum , giacché nella
menzionata uiFiziatura quotidiana, fe-
riale e comune, che nella Pontificia
cappella ebbe luogo sino al i 788, in-
tervenendovi privatamente talora lo
slesso Papa, alle ore sette e mezzo uno
VOL. XI.
CHI 193
dei due chierici suonava la campa-
nella di palazzo per un quarto di
ora, e quindi i cantori intuonavano
il divino uffizio ; il qual suono di
campanella, ne' tempi più antichi,
serviva di segno al capitolo della
basilica vaticana, abitando i Papi il
contiguo palazzo , per incominciar
contemporaneamente l'uffiziatura. Da
questo uffizio, e dal suonare il campa-
nello quando il Pontefice viaggiava col
ss, Sagramento, vuoisi derivato il no-
me di chierici campanari, come si
legge in un cerimoniale antico di
Avignone, non potendo essere altri-
menti, per non aversi giammai u-
sato il suono di campana o campa-
nello nella cappella del palazzo apo-
stolico.
I due chierici della cappella han-
no dal palazzo apostolico il mensile
onorario di scudi dodici per cada-
uno. Al sotto chierico sono assegna-
ti scudi sei al mese, e tutti sono
posti a vita. Godono di altri emolu-
menti , e dispensa di cera , secondo
le funzioni, nella creazione dei Car-
dinali, quando cantano la prima
messa in cappella tanto come del-
l' ordine de' preti , quanto come
vescovi suburbicari, che per le loro
esequie; così quando canta la prima
messa in cappella un pati'iarca, o
vescovo assistente al soglio; ed ogni
volta che un Cardinale , o vescovo
nelle cappelle pontificie, e cardina-
lizie canta messa, paga per le am-
polle bajocchi cinquanta, invece del-
la fiasca di vino, che prima loro si
dava. In alcune cappelle, come in
alcune straordinarie, e per quelle
di cseqviie de' Papi , Cardinali, e
sovrani , i chierici si prendono le
candele dell'altare, e il sotto chie-
rico quelle della credenza. Tanto
poi i chierici, che il sotto chierico,
ed i loro soprannumerari, nelle ri-
i3
«94 CHI CHI
correnze della festa dei principi degli dispensa degli Jgnits Dei beiiedelti;
apostoli, e pel possesso del nuovo nel vespero e festa dell'Ascensione,
Papa, l'icevono ognuno la medaglia non che della Pentecoste, della ss.
d'argento, che in tali circostanze si Trinità , del Corpus Domini, e dei
conia. Prima i chierici della cap- ss. Pietio e Paolo , della festa del-
pella non solo godevano dal palazzo l' Assunzione di Maria Vergine, cioè
apostolico l'abitazione, ma fruivano soltanto quando il Papa comparte
dal medesimo la cosi detta parie la solenne benedizione; nel vespero,
del palazzo 3 consistente in pane e e festa d'Ognissanti, nel vespero,
vino. notte e festa di Natale, e nelle due
Tanto i chierici della cappella, seguenti feste, non che per l'aper-
che il sotto chierico, e i rispettivi tura e chiusura della porta santa,
soprannumerari portano sempre il col- e pel solenne possesso, che il nuovo
lare di seta paonazza, e nelle cap- Papa prende alla basilica lateranense.
pelle vestono sottana di seta pao- Finalmente quando il Pontefice con
nazza con mostre di seta paonazza, solenne cavalcata si recava a cele- ^
che neir inverno è di saja, con fa- brare la cappella per la festa della
scia di seta di tal colore e cotta, ss. Annunziata, i medesimi vestivano
calze nere, e scarpe con fibbie; ma le sottane rosse, che pure assume-
senza la cotta, usano il mantellone vano, precedendo ne' viaggi, e possessi
di saja paonazza, come nelle proces- la ss. Eucaristia,
sioni di penitenza ec. Però nelle se- Ripetiamo ancora una volta, che
guenti solennità, e circostanze, in dei chierici della cappella del Pa-
cui adoperano la cotta, la sottana pa, si parla all'articolo Cappelle,
è di saja rossa, ma allora non por- e negli altri articoli ove si descri-
tano la fascia, la quale di simile vono le funzioni a cui essi assisto-
colore nel iSSg il regnante Ponte- no, e di essi fra gli altri trattaro-
fìce r ha concessa ai soli maestri di no il Landucci sagrista pontifìcio, nel-
cerimonie pontificie, che nelle me- l' opera intitolata , CoUeclio eoruni,
desime festività e tempi assumono qiice ad prcvfecluni sacrarli Ponli-
contemporanea mente le sottane ros- jicii, et ad idem sacrariuin spe-
se, le quali nelle cappelle pontifìcie etani j non che il dotto gesuita
usano i soli cerimonieri, chierici, sotto p. Bonanni nella Gerarchia Eccle-
chierico, e soprannumerari. Ecco le siastica, particolarmente a pag. 49^>
funzioni ordinarie, e straordinarie, riprodotto da d. Vittore Falaschi,
in cui i suddetti vestono la veste la Gerarchia Ecclesiastica, pag. 3,
rossa di saja con mostre di seta de" Chierici della Cappella Ponti-
del medesimo colore, oltre la cotta, jicia.
Quando il Papa celebra solennemen- CHIERICI della vita comune.
te la messa sia per la sua corona- Congregazione di chierici, o di ca-
zione, che per la canonizzazione, ec; nonici regolari, conosciuti ancora
negli anniversari della sua elezione, sotto il nome di fi'fiti della vita
e della coronazione; nel vespero e festa comune, istituita da Gerardo Groat,
della Circoncisione; nel vespero e festa o il grande, nativo di Devcnier
dell' Epifania; nella Pasqua di resurre- presso il fiume Isaia nella Germania
zione, e nelle due seguenti feste; inferiore, diocesi d'Utrecht. Avendo
nel sabbato in Albis, quando si fa la egli compiuti gli studi nella univer-
J
I
CHI
sita di Parigi, divenne canonico di
Utrecht e di Aquisgrana, e quindi
rinunziando tali dignità, ed il suo
patrimonio, si dedicò al vantaggio
spirituale de' suoi simili. In Deven-
ter adunò alcuni compagni , per
istruire i fanciulli nella pietà, e
nelle lettere, vivendo con essi in
vita comune, col prodotto che rica-
vavano dal trascrivere i libri, non
essendo per anco inventata la stam-
pa. Secondo che afferma il Mirco,
Gregorio XI, nel iSyG, approvò
questa congregazione di chierici colla
regola di s. Agostino, ed il fondatore
mori verso l'anno 1 384- In seguito
Fiorando Radivivio, uno de' primi
discepoli di Gerardo, si diede a pro-
pagare l'istituto : laonde ebbero scuo-
le, e case nel Brabante, nella Fian-
dra, nella Gheldria , nella Frisia,
nella Westfalia ed altrove, e vi fio-
rirono non pochi uomini distinti,
che vennero celebrati da Tommaso
da Rempis, discepolo di questi re-
ligiosi , i quali furono inoltre arric-
cliiti di privilegi e concessioni dai
Pontefici Eugenio IV, e Pio II, nel
XV secolo. Ma in progresso di tem-
po si estinsero, essendo state le ul-
time case, e scuole in Colonia, ed
in Bolduch, giacché sino dal i58t
Ernesto duca di Baviera trasferì il
possesso di molle loro case nella
compagnia di Gesù; altre furono
assegnate ad altri Ordini religiosi,
ed alcune furono convertite in se-
minari. Il Bonanni, che nel suo
Catalogo riporta a pag. 5'j , la
figura d'uno di tali chierici, dice
che nelle vesti nere assomigliavano
a quelle de'monaci di s. Benedetto,
però con maniche più strette, e
cappuccio più largo. Di essi scrissero
il p. Helyot, Storia degli Ordini
vìonaxtici, tomo II, pag. SSg, il
Tritemio, Silvestro Maurolico, kx-
CHI »9^
naldo Buschio, ed altri autori, che
si occuparono della storia degli Or-
dini religiosi.
CHIERICI Regolari. Ecclesiastici
uniti in congregazione, con voti,
viventi in comunità, e soggetti ad
una regola comune per adempiere
le funzioni del santo ministero, per
istruire i popoli nelle lettere e nella
religione, assistere caritatevolmente
gli ammalati nel temporale e spiri-
tuale, fare le missioni sì nelle pro-
prie diocesi, che altrove, ed eziandio
nelle parti degl' infedeli. Questo nuo-
vo genere di preti sorse nel XVI
secolo, sotto il titolo di Chierici Re-
golari, e sono ecclesiastici, che in
differenti società e congregazioni vi-
vono sotto una regola; alcune esi-
genti i voti solenni, altre i soli sem-
plici, altre con un voto speciale, e
con diverso tenore di vita, sebbene
in parecchie cose convengano. Ge-
nerale è poi l'oggetto del servigio
di Dio , e della salvezza del prossi-
mo. I primi chierici regolari che
furono istituiti, sono i Teatini {Ved{)y
la fondazione de' quali rimonta al-
l'anno i524, mentre governava la
Chiesa Clemente VII . Poco dipoi
vennero altresì istituiti i chierici re-
golari di s. Paolo, appellati Barnabiti
[Fedi), quelli di s. Majolo, o So-
maschi [Fedi), i Gesuiti [Fcdi)y
i chierici regolari minori [Fedi)',
i Ministri degl'Infermi [Fedi), co-
nosciuti anche sotto il nome di Cro-
ciferi , chierici regolari della Ma-
dre di Dio [Fedi), e queUi delle
Scuole Pie, chiamati comunemente
Scolopi [Fedi). Alcuni autori anno-
verano tra i chierici regolari gli
Oratoriani, o Filippini, i Doltiinari,
i Passionisti , ed altri, de' quali si
tratta a'rispettivi articoli; ma questi
sono piuttosto congregazioni religiose
che vivono in comunità, cui stret-
196 CHI
tamente parlando non appartiene il
titolo di cliierici regolari, come si
può vedere nelle ISotizie di Roma,
al titolo , Ordini Religiosi. Il pad.
Tommasini, Disciplina della Chiesa,
tomo I, pag. 1806, edi'/ione del
1726, dice che la vita de' chierici
regolari è moJto simile a quella
de'canonicì regolari. V* ha però una
differenza, ed «, che gli antichi ca-
nonici regolari avevano i digiuni,
le astinenze, le veglie della notte,
il silenzio dei monaci , mentre i
chierici regolari abbracciarono nel
loro istituto tutte le funzioni della
vita ecclesiastica, e non le grandi
austerità de' religiosi consacrati alla
solitudine. Si chiamarono poi chiei'ioi
acefali quelli , che non vollero più
vivere in comune col vescovo, sicco-
me ci vivevano dapprima , a diffe-
renza de' chierici canonici, i quali
continuarono la vita comune col
vescovo.
CHiERICI sEGOtARi. Congregazioni
religiose, di cui a seconda dell' isti-
tuzione , oltre i sacerdoti e i laici,
potevano professare la regola , ed
emettere i corrispondenti voti sem-
plici anco i secolari non ordinati in
sacris. Pei'ciò e da un genere di
vita più mite, e dal professiu-e voli
non tanto rigorosi, ed anche dal non
emetterne alcuno, furono detti chie-
rici secolari, o congregazioni in co-
mimità , come i dottrinari , o chie-
rici secolari della dottrina cristiana
istituti nel 1593, ed altre congre-
gazioni simili ; mentre che alcune
congregazioni di chierici regolari nel-
la loro fondazione erano state se-
colari.
Innocenzo XI, colla costituzione 85,
Creditae nobis, Bull. Rom. t. Vili,
pag. I 33, ai 7 giugno 1680, appro-
vò gl'istituti de' chierici secolari, che
soggetti agli Ordinarli vivono in co-
CHl
mune, le cui nuove costituzioni poi
confermò a' 1 7 agosto 1 684 col
disposto della costituzione i43, Sa-
crosancti y Bull. Rom. tom. Vili,
pag. 309. Sopra tali istituti sono
pure a vedersi le costituzioni , che
il medesimo Pontefice pubblicò ai 7
giugno 1688, nello stesso tomo del
citato Bollarlo. Inoltre Innocenzo XI,
mediante la costituzione 126, /4d
Pasloralis, data a' 20 maggio 1682,
Bull. Rom. loco citato, pag. 283,
approvò la congregazione de' chierici
regolari dell' Assunzione in Porto-
gallo, cogli stessi statuti, e ad imi-
tazione della congregazione dell'ora-
torio di s. Filippo Neri in Roma, e
dell'altra congregazione della Ma-
donna dell'Assunta di Lisbona, appro-
vata dal predecessore Clemente X ,
a' 6 maggio 1671 , e a* 24 agosto
1672. Dipoi Alessandro Vili, a' i3
settembre i6qo, colla costituzione
25. Bull. Rom. tom. IX, pag. 43,
confermò la suddetta congregazione
de' chierici secolari dell'Assunta in
Portogallo.
CHIERICI REGOLARI DELLA MaDRE
DI Dio. Congregazione l'eligiosa, che
vanta per suo fondatore il venera-
bile p. Giovanni Leonardi, nato nel
1543 in Diecimo , terra dello stalo
di Lucca, da genitori onesti e timo-
rati di Dio, i quali nell'educarlo se-
condarono la sua pia inclinazione, e
l'affidarono anco per l'istruzione ne-
gli studi ad un buon parroco. Gio-
vanni in tutto fece profitto , e si
elesse a speciale protettrice la bea-
tissima Vergine Maria ; ma sebbene
avesse disposizione alla vita religiosa,
giunto all'età di diciassette anni, per
volere del genitore si condusse in
Lucca ad imparare l'arte del farma-
cista. In quella citfà si ascrisse alla
confraternita de' colombini , diretta
da uu zelante p. douienicauo, i cui
CHI
membri si adunavano per eseguir
alcuni esercizi spirituali in casa di
certo Giovanni Fornaino loro capo.
Questi era tessitore di drappi, e col
prodotto delie sue fatiche alloggiava,
e manteneva nella medesima i pel-
legrini, e i poveri. Non andò guari,
che il Leonardi ottenne di coabitar-
vi, e siccome era bramoso di mag-
gior perfezione, domandò di essere
ammesso tra i minori osservanti di
Lucca. Dio, che lo avea destinato a
fondare un utile istituto, permise
che i superiori non lo accettassero ;
il perchè, sebbene contasse il Leo-
nardi ventisei anni , per consiglio
del proprio confessore, intraprese il
corso degli studi, interrotti per co-
mando del genitore, né si vergognò
d' incominciare dai primi rudimenti
grammaticah. Rapido ne fu il pro-
fìtto, apprese la filosofia, e la teolo-
gia dal p. Paolino Bernardino do-
menicano, ed, ordinatosi sacerdote ,
compi gli studi sotto il dotto Pro-
spero Pampaloni, minoie osservante.
Indi nel convento di s. Romano
de' domenicani, ad insinuazione del
Leonardi, furono istituiti alcuni eser-
cizi di pietà, e conferenze ecclesia-
stiche, uve prevaleva la dottrina e
pietà del medesimo: il perchè meri-
tò, che fosse a lui affidata l'ufficia-
tura della chiesa di san Giovanni
della Magione, eh' era una commen-
da di Malta, ed ivi introdusse eser-
cizi spirituali, dispute filosofiche, e
nella domenica l'istruzione della dot-
trina cristiana ai fanciuUi, cose tutte
approvate, e lodate dal vescovo, che
inoltre gli permise, insieme ad altre
persone da lui scelte , d' insegnare
la dottrina cristiana ai fanciulli, nel-
le chiese e parrocchie della città. Il
Leonardi riuscì così bene in tale in-
segnamento, e nell'organizzarlo, che
la dottrina compendiata da lui, e
CHI 197
fatta stampare, fu adottata nella dio-
cesi di Lucca. Mentre egli era tutto
occupato in sì pii esercizi, a lui si
unirono Giambattista Cioni nobile
lucchese, e Giorgio Arrighini, e con
questi incominciò a fondare la sua
congregazione nella chiesa della Ma-
donna della Rosa, della quale, e
della compagnia ivi eretta, fu di-
chiarato cappellano , e poco dipoi
unironsi a lui i fratelli Cesare e
Giulio Franciotti , nobili di Lucca ,
i quali co' due precedenti vengono
riguardati come i primari istro-
menti della fondazione di questi re-
ligiosi. Il venerabile Leonardi volle
assoggettare la sua famiglia all'ub-
bidienza e direzione dei domenicani,
i quali deputarono all' oggetto due
loro religiosi, ma poscia costrinsero
lo stesso fondatore in virtù di ub-
bidienza a prenderne esclusivamente
la cura.
Accresciuta di numero la congie-
gazione , fu pregato il Leonardi a
scriverne le regole ; ma egli, pi'eso
un foglio di carta, solo vi scrisse
Ubbidienza , e lo fece affiggere al
pubblico. Egli però esigette da' suoi
compagni raccoglimento interno, as-
siduità nell'oi-azione, e povertà, per
cui, benché fossero tenuti per voto,
e vivessero in comune, non possede-
vano nulla; esigeva rigoroso silenzio
in refettorio, ed in ore determinate, e
dopo averli ammaestrati colle parole,
e coir esempio di profonda umiltà,
r impiegava a vantaggio della sa-
lute delle anime^ che è il fine pre-
cipuo della congregazione. Si reca-
va ancoi-a il fondatore ne' villaggi
suburbani con alcuni compagni per
istruire i contadini nella dottrina
cristiana , istituendo a tal fine col-
l'approvazione del vescovo, una con-
fraternita sotto il titolo della dot-
trina cristiana, i cui fratelli, e so-
198 CHI
relle doveano fare il catechismo ai
fanciulli ; sodalizio fondato nel 147^9
arricchito d' indulgenze da Gregorio
XIII, e Sisto V, e che poi nel j GSg
fu aggregato a quello di Roma. Ad
onta di ciò insorsero non poche per-
secuzioni contro il servo di Dio e
la sua congregazione, per cui \'en-
nero costretti i religiosi a mendica-
re il vitto di porta in porla , e a
subire gi-avi ingiurie; finché nel
i58o passarono dalla suddetta chie-
sa a quella di s. Maria Cortelandi-
ni, ove Dio li provvide del mante-
nimento necessario. Lungi il fonda-
tore di avvilirsi dalle traversie, pie-
no di costanza, fondò ancora in Luc-
ca una casa per collocarvi le fan-
ciulle povere e pericolanti, la quale
divenne in seguito monistero chia-
mato degli Angeli , in cui con au-
torità di Urbano Vili , impetrata
dal p, Domenico Tucci, quarto ret-
tore generale della congregazione, si
fecero dalle monache i voli solenni
sotto la regola di s. Chiara, perchè
già avevano assunto l'abito del ter-
z Ordine di s. Francesco.
La mentovata chiesa di s. Maria
Corlelandini era stata ceduta dal
rettore Giovanni Neri , ed avendo
la cura delle anime, il fondatore la
fece esercitare dal p. Cioni, quan-
tunque ancora non fosse sacerdote,
ed i religiosi, che allora venivano
appellati preti riformati, v'introdus-
sero molte di vote pratiche. Segui tc^
la rinunzia formale di tal parrocchia
nelle mani di Papa Gregorio XIII,
egli prima di unirla alla congrega-
zione, volle che il vescovo di Lucca
Alessandio Guidiccioni erigesse ca-
nonicamente la congregazione, locchè
eseguì agli 8 di marzo i583 col
darle il titolo di congregazione di
chierici secolari della Beatissima Ver-
gine. Quindi fu loro permesso di
CHI
compilarne le costituzioni, che fece
il ven. Leonardi, come anche di eleg-
gere un superiore, e di ricevere tutti
quelli, che avessero bramato farne
parte. Stabilito l'istituto in congrega-
zione, iu quell'anno medesimo si ce-
lebrò il primo capitolo, nel quale fu
eletto a superiore, col titolo di Rettore
Generale , il medesimo fondatore ,
che presentò le costituzioni ai pa-
dri capitolari per l'approvazione, ed
il vescovo di Lucca per autorità
conferitagli dal Sommo Pontefice le
confermò. Indi il ven. Leonardi, la-
sciando il governo della casa al p.
Cioni, per soddisfare ad un voto si
recò a visitare il santuario di Lo-
reto , donde passò a Roma amore-
volmente accolto da s. Filippo Neri,
che lo presentò a Gregorio XIII ,
da cui fu incoraggilo a proseguire
nel bene spirituale, che faceva alla
città di Lucqa. Restituitosi alla pa-
tria, i malevoli rinnovarono le per-
secuzioni: laonde il servo di Dio an-
dò nuovamente in Roma, dove pas-
sò il resto di sua vita.
Subito le virtù e I9 santità de(
p. Leonardi riscossero in Roma ve-
nerazione, ed egli venne in istima
de' Pontefici , e della congrega-
zione de' vescovi e regolari , così che
fu mandato a Napoli col grado di
commissario apostolico , per termi-
nare alcune differenze insorte tra il
vescovo di Nola, e il popolo di san
Anastasio, lo che eseguì felicemente.
Fatto ritorno in Roma, si applicò
agli ulteriori vantaggi di sua con-
gregazione; primieramente ordinò «i
suoi religiosi di Lucca rivedere le
costituzioni, e domandò a Clenten-
te Vili la conferma del suo istituto,
che il Papa accordò colla bolla 370,
Ex quo divina , emanata a' 1 3 ot-
tobre 1595, come si legge nel Bull.
Ront. tomo V, parie III, /éppend.
CHI
pag. 1 1 6, con voli semplici, con di-
versi privilegi, e coH'esenlarlo dalla
giurisdizione de* vescovi, sottoponen-
dolo all'immediata protezione della
Santa Sede. Quindi lo stesso Cle-
j. mente Vili nominollo commissario
apostolico per la riforma dell'Ordi-
ne di Monte Vergine, e nel 1597
lo spedi a Lucca col carattere di
visitatore apostolico della stessa sua
congregazione, cui egli consolidò
maggiormente. Ritornato a Mon-
tevergine per comando pontificio per
vedere se eseguivansi i di lui decreti,
il vescovo di Aversa, dovendo al-
lontanarsi dalla diocesi, lo pregò ad
accettare l'incarico di amministratore
di essa. Il p. Leonardi per ben al-
tre due volte fece ritorno a Mon-
teveigine , ove celebrò il capitolo
generale.
Adempiute tali incumbenze, affi-
ne di stabilire in Roma la congrega-
zione, accolse l'offèrta del Cardinal
Bartolommeo Cesi della sua chiesa
diaconale di s. Maria in Portico, e
col consenso di Clemente Vili ne
prese possesso nella domenica fra
l'ottava dell'Ascensione del 1601.
In questo anno medesimo, per la
gran riputazione, che godeva il Car-
dinal Giustiniani protettore dei val-
lombrosani, lo mandò a visitare i
monisteri di questi monaci, e per
volere del gran duca di Toscana
Ferdinando I, visitò pure l'eremo
di Monte Senario , ove per altro
nulla trovò, che avesse duopo di
riforma. Senza far menzione di altri
onoievoli incarichi con prudenza e
zelo disimpegnati, ricompose le dif-
ferenze insorte fra la repubblica di
Lucca, e il duca di Modena. Ad
onta di questo benefizio, i concitta-
dini non lo riguardavano con quella
venerazione che riscuoteva da tutti,
massime quando Clemente VIII,
CHI 199
avendo deputato per primo protetto-
l'e di questa congregazione il celebre
Cardinal Baronie, fu da lui nominato
rettore generale della medesima, ab-
benchè non accettasse se non per
ubbidire a Clemente Vili. Avendo
poi pei'fezionate le sue costituzioni,
il Cardinal protettore volle , che si
convocasse in Roma una dieta per
esaminarle, avanti di sottoporle alla
suprema sanzione del Papa. La dieta
le confermò, e siccome veniva dalle
costituzioni ordinato, che al rettore
generale si deputassei'o tre assistenti,
col consiglio de' quali dovessero de-
terminarsi le cose spettanti al go-
verno della congregazione, ed un
ammonitore, che lo avvertisse dei
mancamenti cui poteva commettere
neir esei'cizio della carica , i padri
vocali giustamente esentarono da tal
legge il benemerito fondatore. Indi
presentarono a Clemente Vili le
costituzioni, che avendole esaminate,
altamente le encomiò, e di concerto
col Cardinal Baronio ne diede
l'assenso a' 24 giugno del i6o4 colla
costituzione, I/los , Bull. Rom. loc.
cit. pag. Il 3, permettendo alla con-
gregazione di potersi propagare in
altri luoghi. Dopo la dieta, il ven.
Leonardi passò a Lucca a visitare
la casa religiosa, e tornato in Roma
nel i6o5, quindi nel 1608, vi tenne
due congregazioni geneiali.
Nell'anno seguente afflitta Roma
da micidiale influenza, il fondatore
si distinse nell' assistere i discepoli,
che ne furono attaccati, e consu-
mato dalle fatiche santamente mori
a' 9 ottobre «609 in età di QQ anni.
A^enne sepolto nella detta chiesa di
s. Maria in Portico, donde poi fu
trasferito alla chiesa di s. Maria in
Campitelli, operando Dio a sua in-
tercessione non pochi miracoli, per
cui dopo approvate le sue virtù in
aoó CHI
gi*ado eroico, s' introdusse la causa
per la di lui beatificazione. Due
sole case lasciò erette, cioè quella
di Lucca, e quella di Roma, ma
dopo la sua morte ne furono fon-
date alcune altre, mantenendosi tut-
tavolta la congregazione sempre ri-
stretta, e poco numerosa. V. Carlo
Antonio Erra della medesima con-
giegazione. Vita del venerabile -pad.
Giovanni Leonardi fondatore della
congregazione de' chierici regolari del-
la Madre di Dio, Roma i ySS.
Paolo V in seguito, col disposto
della costituzione , Inter Pastoralis,
volle, che questa congregazione fosse
chiamata de' Chierici regolari della
Madre di Dio, commettendole la
cura delle scuole pie introdotte in
Roma da s. Giuseppe Calasanzio
sotto Clemente Vili, per l'ammae-
stramento gratuito de'giovani poveri;
ma i religiosi avendo pregato dipoi
di essere esonerati da sifliitto mini-
stero, lo stesso Paolo V vi fece sot-
tentrare l'altra nuova congregazione
de' chierici regolari delle scuole pie,
ossia de'poveri della Rladre di Dio,
la quale però volle denominare Pao-
lina de'poveri della Madre di Dio
delle scuole pie, che a' i4 gennaio
i6i4 aveva unita all' istituto del
vener. Leonardi; unione, cui sciolse
con bolla de' 6 marzo 1617. ^. il
Ragguaglio dell'unione, e disunione
delle scuole pie, 0 Scolopi, con la
congregazione de' chierici regolari del-
la Madre di Dio, composto dal p.
Carlo Antonio Erra milanese , reli-
gioso della stessa congregazione della
Madre di Dio, e stampato in Roma
nel 1 753.
Il medesimo Pontefice Paolo V
concesse a questi chierici regolari
di aggiungere ai tre voti semplici
di castità, ubbidienza, e perseveran-
za nella congregazione, anche quello
CHI
della povertà, e con breve del 1 6 1 9
diede facoltà ai superiori di variare
le costituzioni per ciò che riguar-
dava l'ultimo voto aggiunto. Final-
mente il suo successore Gregorio
XV, a' 3 novembre 1621, con breve
apostolico, In supremo Apostolatus,
elevò la congregazione al grado di
Ordine religioso, col poter professare
i voti solenni, e gli accordò tutti
quei privilegi ed esenzioni, che go-
dono tutti gli Ordini religiosi ap-
provati canonicamente dalla Sede
apostolica, come si può vedere presso
il Sarteschi , De scriptoribus Congr.
Matris Dei, art. I, pag. 3, et seq.
Nel pontificalo di Alessandro VII,
e neir anno i656, essendo Roma
afflitta dalla peste, il senato romano
fece voto di collocare con maggior
ornamento e decoro la miracolosa
immagine, che ivi si venerava, di
s. Maria in Portico, verso cui era
rivolta l'universale fiducia. Il Papa
annuì al voto, e ordinò che, demo-
lita la primitiva chiesa sulla piazza
Campitelli appartenente a' chierici
regolari della Madre di Dio, dalle
fondamenta se ne erigesse una nuo-
va, e volle che vi fosse trasferi la
l'anzidetta immagine unitamente alla
diaconia CardiiiaHzia , come seguì
nel 1662, e che si chiamasse di s.
Maria in Portico in Campitelli, della
quale si tratta all'articolo Chiese.'
La medesima è uflizìata tuttora con
decoix) dai chierici regolari della
Madre di Dio, e vm religioso vi e-
sercita le funzioni di parroco. JVel
contiguo collegio risiede il rettore
generale della congregazione. La ca-
sa annessa all'antica chiesa di santa
Maria in Portico, in oggi s. Galla,
sgombrata dai religiosi, che tutti
passarono in Campitelli, fu da loro
venduta agli Odescalchi, i quali la
convertirono in ospedale di s. Galla
CHI
( Vedi ) , a vantaggio de' poveri ,
che non hanno luogo per dormire.
Concorse pure a tale acquisto Anna
Moroni, che sotto la direzione del
padre Cosimo Berlintani, chierico re-
golare, parroco di detta chiesa, e
suo confessore, fondò l' istituto delle
monache del Bambin Gesù ( Vedi).
Questa fondatrice colle sue convit-
trici, finché visse, abitò a piazza
Maigana sotto Ja parrocchia di s.
Maria in Campitelli, e vi mori a' 7
febbraio 1675. Quindi nel 1679, '^
dette conviltrici ne partirono, pas-
sando ad abitare il palazzo Cimarra
presso s. Lorenzo in Pane e Penìa.
Della paite, che i chierici regolari
della Madre di Dio ebbero nella
fondazione dell* ospizio apostolico di
s. Michele a Ripa, se ne tratta a
queir articolo.
Finalmente questa congregazione
si sarebbe più dilatata, se non aves-
sero i superiori ricusate le fondazioni,
a cui erano invitati in diverse città
d'Italia, preferendo la pace, e la re-
golare osservanza, all' ingrandimento
dell' istituto. Le loro pratiche religio-
se sono anche riferite dal p. Annibali
nel suo Compendio della Storia de-
gli Ordini regolari, capit. IX, Della
Congregazione de' Chierici regolari ec,
e dal p. Bonanni nel suo Catalogo
ec. , a pag. 4 ' 5 i^ quale inoltre ne
riporta la figura, e dice che nelle
costituzioni viene ordinato, che dopo
il desinare recitino le litanie della
b. Vergine, e dopo cena quelle dei
santi ; che nella festa della di lei
assunzione rinnovino i voti, e la
celebrino solennemente, digiunando
ad ogni di lei vigilia ec, che s' im-
pieghino in vantaggio spirituale delle
anime , visitino gli ospedali e le
carceri, si prestino nelle missioni,
e in altri pii esercizi. I loro sacer-
doti e chierici portano l'abito talare
CHI 201
di saja nera della forma degli eccle-
siastici, con piccolo collarino di tela
bianca, con cappello nero egualmen-
te ecclesiastico, usando in chiesa, ed
in casa la berretta clericale. I laici
portano il medesimo abito ma più
corto, e gli uni e gli altri in chie-
sa assumono la cotta. Vanta questa
congregazione un gi'an numero d'uo-
mini insigni nella predicazione, non
che scrittori illustri, fm' quali il ce-
lebratissimo p. Giandomenico Mansi,
poi arcivescovo di Lucca sua patria.
Lo stemma, e il sigillo della con-
gregazione consiste nel ss. Nome di
Maria in lettere greche, colla corona
sopra.
CHIERICI BEGOLARi MmoRi. Que-
st'Ordine rehgioso fu istituito da tre
gentiluomini, cioè da Giovanni A-
gostino Adorno genovese, e da Ago-
stino, e Francesco Caracciolo napo-
letani. Il primo, nato nel i55i, da
una delle primarie famiglie di Ge-
nova , fu dalla natura dotato di
somma perspicacia d' ingegno. Col
viaggiare, ed intrattenersi nelle va-
rie corti d' Italia, prese facilità gran-
dissima nella pratica degli affari po-
litici, per lo che, giovane ancora, fu
dalla vecchia nobiltà di sua patria
destinato a far parte dell' ambasce-
ria, che a Filippo II re di Spagna
inviavasi per comporre alcune ver-
tenze insorte fra essa, e la cos'i det-
ta nobiltà nuova. Iddio però, che ad
altra carriera più luminosa avealo
destinato, fece, che nel fiorire degli
anni pervenisse alla maturità de' co-
stumi. Tornato in patria, si pose
sotto la direzione del suo confessore
p. Basilio Pignatelli teatino, ed in
breve grande fu il profitto che fe-
ce nella pietà, e nelle virtù ; ed es-
sendo stato trasferito il p. Pignatel-
li da Genova in Napoli , ad eser-
citarvi la carica di maestro de' no-
202 CHI
vizi, l'Adorno risolvette di raggiun-
gerlo. Nel viaggio si fermò prima in
Firenze, ove fece gli esercizi spiri-
tuali, poi passò in Vallombrosa e-
sercitandosi nella penitenza, e nella
meditazione delle cose celesti, per
cui si sentì ispirato di fondare una
congregazione religiosa, ed ivi ne
incominciò a scrivere le regole, in-
di giunto in Roma si trattenne a
\isitare i santi luoghi, ed a ricever-
vi la tonsura, e i quattro ordini mi-
nori , finché arrivato in Napoli, si
pose sotto r ubbidienza del p. Pi-
gnatelli, si ascrisse alla compagnia
dei Bianchi, che aveano per istituto di
assistere i condannati all'ullimo sup-
plizio ,e ricevette gli altri ordini mag-
giori, e il sacerdozio. Fu allox'a, che
con più caldo impegno si dedicò al-
la salvezza eterna delle anime, ed a
pensare di proposito ali Ordine che
si proponeva istituire, e ne ricevet-
te r ultimo impulso da una divina
visione, mentre orava all' altare del-
la ss. Vergine nell' ospedale degl'in-
curabili.
Col consigUo del p. Pignalelli si
determinò 1' Adorno alla fondazione,
invitandovi Fabrizio Caracciolo, che
poi assunse il nome di Agostino, ed
Ascanio Caracciolo, che prese poscia
quello di Francesco, co' quali in se-
guito li chiameremo. Questi pertan-
to furono i due primi compagni
dell' Adorno^ e cooperatori con lui
Dell' istituzione, e stabilimento dei
chierici regolari minori ; dappoiché,
per dare il suo compimento alla re-
gola abbozzata dall' Adorno, dopo
varie consulte col p. Pignatolli, e col
p. Mario di Andria, gesuita, tutti e tre
si ritirarono nell'eremo degli cremiti
camaldolesi di s. Salvatore di Napoli,
Quivi colle orazioni ed aspre peni-
tenze, perfezionarono la regola, se-
condo le divine ispirazioni che rice-
CHI
vevano ; dopo di che l' Adorno, e
Francesco Caracciolo si recarono a
Roma per domandare al Pontefice
Sisto V la sua approvazione, non
che della congregazione, che brama-
vano fondare. Il Papa ne lodò il
pio divisamento, e deputò quattro
Cardinali ad esaminare ogni cosa, i
quali sebbene trovassero l' istituto, e
la regola secondo i dettami del van-
gelo, non istimarono rilasciarne ap-
provazione a cagione del gran nu-
mero di Ordini religiosi di cui era
provveduta la Chiesa universale ; pe-
rò passati due mesi, Sisto V, colla
bolla Sacra Religionis, emanata il r
luglio i588, con autorità apostolica
permise loro di erigere la nuova
congregazione di chierici regolari ,
dandole a similitudine de' frati mi-
nori _, il titolo di Minori, benché l'A-
dorno avrebbe prefei'ito quello di
Mariani, per la tenera devozione, che
professava alla Vergine Maria, e di
fare i voti solenni. Tornati ambe-
due a Napoli, ivi gettarono le fon-
damenta della congregazione nella
chiesa parrocchiale della Misericordia
ottenuta da Agostino Caracciolo, che
era rimasto in detta città cogli as-
piranti ad entrare nell' istituto.
Veramente questi religiosi brama-
vano la chiesa di s. Maria Mag-
giore, essendo abbate il p. Agosti-
no; ma non avendola potuta conse-
guire, andarono ad abitare presso
quella della Misericordia i tre fon-
datori con nove compagni. Essi vi-
vevano poveramente , l' abito era
di panno tessuto di peli, per cui fu-
rono chiamati i Pelosi. Subito die-
dero principio all'osservanza delle
regole, ad uffiziare la chiesa colla
recita delle ore canoniche, predican-
do la divina parola, amministrando
i sacramenti, o facendovi esercizi di
pietà con tal zelo ed esemplarità,
I
CHI
che ben presto si procacciarono in
JVapoli la generale estimazione. In
seguito, e nel 1 589, rimanendo in
tal città il p. Agostino, i pp. Ador-
no e Francesco recaronsi a Madrid,
per diffondere l'Ordine nella Spagna;
ma per allora ciò non rii»scì . Pex'-
ciò il p. Adorno ritornò a Roma,
lasciando la casa della Misericor-
dia sotto la direzione del p. Fran-
cesco, il quale finalmente ottenne la
chiesa di santa Maria maggiore, di
cui prese possesso co' suoi religiosi
9' 9 febbraio i Sg r , mentre in Ro-
ma il p. Adorno otteneva da Papa
Gregorio XIV la conferma dell'Or-
dine mediante i due brevi o bolle,
che incominciano la prima Ut ca,quac
ad ri'ligionis propagalioiiein, la secon-
da colle parole /?o/7i«72«.9 Pontifcx, spe-
diti a' 18 febbraio del medesimo an-
no. Con questi brevi furono concessi
a' chierici regolari minori i privilegi
dei teatini (^p^edi). Se non che fatto ri-
torno in Napoli il p. Adorno, vi mori
in odore di santità a' 29 settembre
1591, cui Dio confermò con vari
prodigi a sua intercessione operati.
Allora prese il governo dell'Ordi-
ne il p. Fiancesco Caracciolo, che fu
eletto in superiore della cqsa della
Misericordia, e poi nel i593, per
primo generale dell'Ordine, il quale
principalmente riconosce da lui il
suo maggior lustro ed incremento;
giacché se il yen. Adorno gli diede
principio, il resto si deve al p.
Francesco per essere stato, come di-
remo, canonizzato, e perciò questi si
ritiene per fondatore se non il pri-
mo, il principale pel merito. Cle-
mente "Vili confermò di nuovo l'Or-
dine, colla bolla Sarrae religionis pro-
pagationem, nel primo giugno 1592.
Il padre Francesco poi lo propa-
gò in molte città d' Italia, ed ezian-
dio nella Spagna, ove recatosi nel
CHI 2o3
i5>94, fondò in Madrid una casa
sotto il titolo di s. Giuseppe, da cui
in progresso i religiosi passarono a
quella dello Spirito Santo: enei me-
desimo anno 1 594, Clemente Vili
con bolla ad pcrpetuain rei meino-
riam, data apud S. Matcum die 1 5
septanhrìs i594> confermò anch' e-
gli questa congregazione. Nell'anno
seguente il p. Antonio Franchi in
Roma, per mezzo del Cardinal Ales-
sandro Peretti detto Montalto^ ni-
pote del Pontefice Sisto V, ottenne
per la congregazione la chiesa di san
Leonardo presso piazza giudea, fì-
gUale di quella di s. Agnese in piaz-
za Navona, e posta dov'è ora il pa-
lazzo Costaguti , giacché , come di-
remo , fu la chiesa demolita , do-
po essere stata data alla confrater-
nita degli Scalpellini, come si legge
nel Piazza, e nel Panciroli: laonde
il p. Franchi a' 25 novembre si
trasferì ad abitare nella casa conti-
gua alla chiesa, comprata e donata
dal mentovato Cardinale, insigne be-
nefattore dell'Ordine. Il p. France-
sco restaurò la chiesa di s. Leonar-
do co' sussidi, che potè riunire dopo
aver fatto un altro viaggio nella
Spagna ; e ritornando a Napoli, spe-
di alla nuova casa di Roma otto
studenti per incominciarvi il corso
letterario, onde questo fu il primo
collegio, in cui i chierici minori in-
cominciarono a professare le scien-
ze. Apprendiamo dal medesimo Pan-
ciroli, Tesori nascosti di Roma ce. ,
che il lodato Cardinal Montalto co-
me vice-cancelliere, e commendata-
rio della basilica di s. Lorenzo in
Damaso, consegui da Clemente Vili
per questo istituto la chiesa di s. A-
gnese in piazza Navona, eh' era tito-
lo Cardinalizio, e figliale della detta
sua basilica, colla casa annessa, e sue
rendile, mediante un breve aposto-
ao4 CHI
lieo emanato a* i5> maggio iSgj ,
per cui i religiosi lasciarono la chiesa
di s. Leonardo, la quale fu poi data
all'università degli Scalpellini, e po-
scia demolita, mcutre i religiosi coi
settecento scudi, che ricavarono dalla
vendita della contigua casa, risarci-
rono qviella di s. Agnese, alla qua-
le lo stesso Cardinal Montalto la-
sciò un mensile assegnamento, e di-
venne residenza del p. generale. In
questa casa il padre Paolo Masio i-
stituì una congregazione di secolari
sotto il titolo óeW Immacolata Con-
cezione di Maria Fermine, e nel
i6o4, il P- Francesco Valletta im-
petrò dal senato romano 1* annua o-
blazione alla chiesa di s. Agnese di
un calice d'argento, e quattro tor-
cie ; ed in seguito il p. Fmncesco
Caracciolo ampliò 1' edifizio della ca-
sa, aumentando il numero eziandio
degli studenti e de' religiosi.
Per opera egualmente del Cardi-
nal Montalto, il Pontefice Paolo V
Borghese, nel 1606, concesse al p.
Francesco la casa, e chiesa di san
Lorenzo in Lucina, ove agli i r
giugno andarono trenta religiosi di
quelli, che abitavano in s. Agnese,
in cui ne rimasero sette, il perchè
Paolo V nel medesimo giorno sop-
presse r antica collegiata, trasferen-
do le rendite de' canonici, e i bene-
ficiati alla sontuosa cappella da lui
fabbricata nella basilica lil)eriana.
In tal modo i chierici regolari mi-
nori ebbero l'antichissima chiesa di
s. Lorenzo in Lucina [Vedi), che è
il primo titolo Cardinalizio, e resi-
denza del p. generale dell'Ordine,
non che parrocchia amministrata da-
gli stessi religiosi. Quindi il p. Carac-
ciolo ottenne dal medesimo Paolo
V, che tutti i professori della con-
gregazione fossero partecipi de' pri-
vilegi accordati dai l'onlelìci a quel-
CHI
li degli altri Ordini religiosi ; e sei
bene fosse stato eletto perpetuo ge-
nerale dell' Ordine, vi rinunziò mo-
destamente, ma nel recarsi a Napo-
li, giunto in Agnone nell' Abruzzo,
ivi si ammalò nella casa de p. Fi-
lippini, e pieno di meriti, com' era
vissuto santamente, morì, a'4 giugno
1608, nella fresca età di quaranta-
quattro anni. Il suo corpo venne
trasportato nella chiesa di s. Maria
Maggiore di Napoli, e tumulato
presso quello del ven. p. Giovanni
Agostino Adorno. Per le sue eroi-
che virtù, e pei miracoli, che Dio
fece a di lui mezzo, Clemente
XIV, nel 1769, solennemente lo
beatificò, e Pio VII, nel 1807 ai
24 maggio, ne celebrò la canonizza-
zione, concedendone l'uffizio e la mes-
sa di rito doppio alla Chiesa vuii-
versale. La vita di s. Francesco Ca-
racciolo fu scritta da Ignazio Vivez,
e stampata in Napoli nel i654 dal
p. Clemente Piselli chierico regola-
re minore, pubblicata in Roma nel
1700; dal p. Agostino Cencelli del
medesimo Ordine, e stampata in Na-
poli nel 1769, e ristampala in Ro-
ma per la sua canonizzazione. F.
Frai\cesco Caracciolo (s. ), la sta-
tua marmorea del quale eseguita
dal valente scultore cav. Alessandro
Laboreur, fu da ultimo collocata
fra quelle de' santi fondatori nella
augusta basilica vaticana. Non riu-
scirà poi discaro, che qui si faccia
menzione del p. Agostino Cai'acciolo
della stessa famiglia del santo, ma
di un ramo distirito, siccome terzo
fondatore dell'Ordine, morto san-
tamente nella casa di s. Lorenzo in
Lucina ai i5 maggio 161 5, nell'età
di anni sessanta, senza aver mai vo-
luto accettare la carica di generale.
Innocenzo X, Pamphyli, volendo
rifabbricare la chiesa di s. Agnese,
MM
tCHI
ai i3 agosto 1 652, fece intimare al
p. pieposilo Giacomo Penta di la-
sciarla in uno alla casa, e di riti-
rarsi in quella di s. Lorenzo in Lu-
cina ; e sebbene i nipoti del Papa ,
cui Innocenzo X donò la chiesa, e
l'edifizio contiguo, inclinassero a re-
stituirla ai chierici regolari minori,
ciò non ebbe mai effetto. Gli ven-
ne pure esibita la direzione del col-
legio Pamphyli eretto nel nuovo e-
difizio, per gì' individui dei feudi di
tal principesca famiglia, di cui ri-
porta il dettaglio Francesco Can-
cellieri a pag. 2o4 , e seg. nel
suo Mercato, ove fa la storia del-
la chiesa di sant' Agnese in piaz-
za Navona [Vedi). Avendo dun-
que i religiosi perduto in Roma il
collegio per lo studio dei loro no-
vizi, nel 1669, acquistarono per tre-
dicimila scudi quello annesso alla
chiesa de' ss. Vincenzo ed Anastasio
a Trevi, la qual chiesa nel medesimo
anno fu loro concessa, in uno alla cu-
ra parrocchiale, che sino al pontifi-
cato di Leone XII comprese lo
stesso palazzo apostolico del Quiri-
nale. E perciò, che da Sisto V in poi,
vi si debbono depositare le viscere, o
prccordii de' cadaveri de' Papi, che
terminarono di vivere al Quirinale,
della qual chiesa parleremo al-
l' articolo Ministri degl' Infermi (J^e-
dì), detti comunemente CRociFERr ,
che attualmente vi dimorano, essen-
do da quella passati i chierici rego-
lali minori alla casa e chiesa di s.
Maria in Trivio nella stessa regione
di Trevi, della quale ci permettere-
mo un cenno. La chiesa- di s. Ma-
ria in Trivio è vma delle più an-
tiche di Roma_, e prima si chiamava
s. Maria in Fornica, forse dai fòr-
nici, o archi del vicino acquedotto
dell' acqua vergine. Belisario, cele-
bre generale dell' imperatore Giusli-
CHI 20T
niano I, dai fondamenti la restaurò
per espiare l' arbitraria e riprove-
vole deposizione del santo Pontefice
Silverio, avvenuta per opera della
imperatrice Teodora nell'anno 537,
quando quel prode capitano liberò
Roma dal dominio dei goti. La me-
desima chiesa divenne parrocchia, e
nel 1573 fu da Gregorio XIII data
alla congregazione sotto il titolo del-
la Concezione della ss. Vergine detta
dei Crociferi, così chiamati dal por-
tare sempre in mano una croce di
argento, come nel suo Catalogo, e
a pag. 70 afferma il Bonanni. Se non
che diminuendo Innocenzo X, i loro
inonisteri che poi nel 1 656 furono
soppressi da Alessandro VII, questo
Pontefice nell' anno seguente conse-
gnò la chiesa e casa di S. M. in Tri-
vio ai p. ministri degl' infermi, detti
eziandio crociferi dalla croce rossa,
che portano suU' abito , e quindi
nel pontificato del menzionato Ales-
sandro VII venne ridotta la chiesa
nello stato attuale con disegno del-
l' architetto Giacomo del Duca . Il
suo interno è elegante, ed assai
bene decorato, con dipinti di pre-
gio. Dai ministri degl' infermi fu
assegnata l' annessa casa per resi-
denza del procuratore generale del-
l' Ordine, e del curato , ma sotto
Leone XII, cessò di essere parroc-
chia, ed ora è semplicemente nu
ospizio de' chierici regolari minori.
Il medesimo Papa Alessandro VII,
in compenso della cessione, cui i
chierici regolari minori fecero della
scelta libreria, che Fi-anccsco Ma-
ria II della Rovere, ultimo duca
d' Urbino, avea lasciata alla loro
casa del Crocefisso di detta città di
Urbania, cioè fuori le mura di essa,
nella qual chiesa riposano le spoglie
mortali di un tanto benemerito prin-
cipe, secondo la di lui ultima vu-
9.o6 CHI
iontà (libreria che fu dal Papa fatta
trasportare nel!' università roma-
na), promise di collocare in questa
per cattedratico nelle facoltà filo-
sofiche, un religioso del medesimo
Ordine, e di conferire ad uu altro in
perpetuo un posto tra i consultori
della congregazione Cardinalizia del-
l' Indice. Senonchè avendo la morte
impedito ad Alessandro VII di effet-
tuare la promessa, il Pontefice Clemen-
te XI, agli 8 aprile i7i3, colla costi-
tuzione, Ci /tanno fatto rappresen-
tare ^ Bull. Rom. tom. X, par. I,
pag. 332, mise in possesso i religiosi
tanto nel consulto rato, che nella cat-
tedra. Ed oltre a tali prerogative,
non si dee passare sotto silenzio,
che il benefico Paolo V, sino dal-
l'anno 1620, diede il privilegio a
quest'Oi'dine, che nella cappella pa-
pale della Circoncisione, dopo il
varjgelo della messa, un suo indivi-
duo pronunziasse in latino un di-
scoi'so analogo alla festività, lo che
tuttora si eseguisce in cappa violacea
con pelli d' armellino , e berretta
nera. La cattedra poi assegnata da
Alessandro VII a' chierici regolari
minori fu di etica, in corrispettivo
della ossequiosa docilità, con cui
avevano essi ceduto a lui la celebre
biblioteca summentovata. E allora
quando Leone XII colla bolla, Quod
divina sapientia, volle riformare sa-
pientemente gli studi dello stato pon-
tificio, la detta cattedra di etica fu
annoverata li'a quelle, che formano
parte integrale del coi'so di filosofia,
comesi legge al § 2 1 3, Anno seciindo
nuni. I Etilica , riconoscendone , e
confermandone il possesso all'Ordine,
come rilevasi dal § 66: » A lege
" concui-sus in sola uni versi tate ro-
" mana excipiuntur calhedrae S.
" Scripturae binae cathedr.Tf! iheolo-
» giae, theologiac moralis cathedra;
CHI
5> atque ethicae, quas in eadem uni-
» versitate peculiarium nonnuUoruni
>j Ordinum professores obtinent: " ed
al § 67: » Qua prima ex praedictis
« quinque cathedris vacante, supe-
« rior generalis illius Ordinis , ad
» quem spectat, tres viros archi-
s> cancellarlo proponet. "
Finalmente è a sapei'si, che l'isti-
tuto principale di questi religiosi
consiste nella vita attiva e contem-
plativa, fanno quattro voti solenni
di povertà, castità, ubbidienza, e di
non aspirare ad alcuna dignità fuo-
ri dell'Ordine, aggiungendo il giu-
ramento di non provocarle nemme-
no in esso ; promesse che ogni anno
rinnovano nella solennità dell'Epifa-
nia del Signore. Fanno quotidiana-
mente in comune un' ora di orazio-
ne, ed un' altra per turno al ss. Sa-
cramento, che da loro viene chia-
mata orazione circolare. Delle altre
pratiche pie e di vote, e del tenore di
vita, oltre gli storici dell' Ordine,
trattano il p. Annibale da Latera ,
nel Compendio dflla storia degli
Ordini regolari, al capit. XI, ed il
citato p. Bonanni, nel Catalogo degli
Ordini religiosi , pag. 4^^ j che inol-
tre ne riporta la figura. Hanno al-
cune case dette di esercizi, ove pri-
ma li davano a' secolari, altre pei
novizi , ed altre con titolo di col-
legi , non che delle case appellate
eremi pel ritiramento volontario
de' religiosi. Il generale dell'Ordine
doveva tenere in perpetuo il govei'-
no di esso secondo la istituzione, poi
fu ridotto a tre anni, quindi tornò
ad essere perpetuo, e poscia limita-
to ad un sessennio. Il titolo di pì^'
pnsito generale in quanto al sem-
plice titolo fu perpetuo , ed eguale
a quello di generale; in quanto al-
l' esercizio è a sessennio. Quello poi
di cicalio generale cominciò allora
CHI
quando il Pontefice Pio VII , ad
istanza di Carlo IV re di Spagna,
emanò la bolla Inter gravìores, dei
12 maggio i8o4j colla quale venne
a concedere l'alternativa del supe-
riorato generale in guisa, che per sei
anni il proposito generale fosse spa-
gnuolo e risiedesse nelle Spagne, e
per sei anni fosse di altra nazione, e
risiedesse in Pvoma. Quando il supe-
riore generale eraspa gnuolo, in Italia
eravi il vicario generale, e così vice-
versa. Alla qual crisi furono sotto-
posti tutti gli Ordini esistenti nella
Spagna. Ed è perciò, che parlando
de' nostri chierici regolari minori,
il p. Piccadori fu prima vicario ge-
nerale, e poi preposito generale, co-
me ancora il p. Jacopini era sem-
plicemente vicario generale. Ora poi
nel capitolo generale ultimo cele-
brato in Roma nel decorso anno,
fu eletto il p. Gioacchino Meli roma-
no a preposito generale dell'Ordine.
In principio i chierici minori si
governarono colla sola regola, e con
alcune lodevoli consuetudini in pro-
gresso adottate, ma nel quarto ca-
pitolo generale tenuto in Napoli nel-
la mentovata casa di s. Maria Mag-
o
giore, ed a' iZ ottobre 1601, col-
r eleggersi in preposito generale il
p. Giuseppe Imperato, che trovavasi
allora nella Spagna, venne determi-
nato che si compilassero le costitu-
zioni , siccome fu eseguito dai pp.
Agostino Caracciolo, Alfonso Manco,
Andrea Albertini, Stefano Sirleto e
Lorenzo d' Aponte, tutti destinati dai
decreti capitolari; costituzioni che poi
si approvarono nel capitolo generale
celebrato ai 18 ottobre iGoij, e nel-
l'altro tenuto a' 1 8 ottobre 1 6 1 o :
tuHavolta furono accresciute, e me-
glio ordinate dal p. Paolo Mario,
quindi confermate dalla suprema au-
torità di Paolo V a' i4 agosto i6u.
CHI 207
Vestono questi religiosi quasi co-
me gli altri chierici regolari, cioè
sottana e mantello di saia nera, co-
me sono le calze, cappello ecclesia-
stico , e soltanto cingono la veste
con cintura di cuojo ; ed hanno per
istemma il Redentore risorto avente
intorno l'epigrafe ad majorem resur-
GENTis GLORiAM. Fu dai Venerabili
fondatori adottato perchè nell'ottava
della risurrezione del Signore essi
emisero la solenne professione, e git-
tarono cos\ la prima pietra fonda-
mentale dell'Ordine . Si rappre-
senta poi san Francesco Carac-
ciolo principal fondatore con un
ostensorio colla s. Ostia , tenendolo
in mano, ovvero in atto di adorare
il ss. Sacramento , per significare la
venerazione grande, ch'egli aveva al-
ali'augustissima Eucaristia, la cui
perpetua adorazione diede a' suoi fi-
gli come caratteristica speciale del-
l'Ordine. Oltre i fondatori, fiorirono
in virtù , santità e dottrina molti
religiosi, e diversi furono elevati al-
la dignità vescovile. Da ultimo me-
...
ritano lode per iscienza e pregi, il
p. Giambattista Piccadori, preposito
e vicario generale dell'Ordine, pro-
fessore di etica nell' università ro-
mana, consultore della congregazio-
ne dell' indice, e qualificatore di
quella del s. offizio, di cui abbia-
mo, Ethicce, et moralis phìlosophice
iiistitutiones, Romae i8'28. Come pu-
re merita lode il p. Emidio Jaco-
pini, egualmente vicario generale del-
l'Ordine , e professore di etica nel-
la detta università, non che con-
sultore delle congregazioni cardina-
lizie di propaganda , e dell' indice ,
ed esaminatore de' vescovi in sacra
teologia. Inoltre fra le opere date
alla luce da quest'ultimo, nominere-
mo a cagione d'onore: Etilica scic
moralis philosophia, voi. II, Romae
2o8 CHI
i833 ,• Saggio Analitico sulV opera
del trionfo della Santa Sede, di d.
Mauro Cappellari camaldolese, ora
Papa Gregorio XV J, Roma i833 ;
Il sagì-o celibato riguardato sotto
l'aspetto religioso e politico, Roma
i833 ; e V Elogio di s. Barbara ver-
gine, e martire, protettrice delle ar-
mate pontificie, Roma i836. Per le
notizie riguardanti questo beneme-
rito Ordine, sono a consultarsi: Au-
berto Mireo , nel libro de' Regolari
viventi in comune; Ippolito Maracci,
ne' Fondatori Manata; Constitutiones
congregationis clericorum regulariuni,
cum commentariis Alexandri Pere-
grini, Romae 1628 et 1676; Della
vera religione de" padri chierici rego-
lari minori. Lecce 16 2 5; ed il p.
Clemente Piselli, Notizia istorica del-
la religione dei padri chierici rego-
lari minori , Roma 1710; Compen-
dium privilegiorum , facultatum , et
indulgentiarum congreg. cler. reg, min.
Romse 1726.
CHIERICI sEGHETi DEL Papa, Sono
due ecclesiastici famigliari del Pon-
tefice , addetti alla sua cappella se-
greta (Vedi), nella quale alternati-
vamente uno per settimana presta-
no il servigio, che consiste nel cu-
stodirla, ornare l'altare pontificio,
prepararlo per la messa, che vi de-
vono celebrare il Papa, e il cappella-
no segreto; ciò che pur fanno se il
Pontefice recandosi in qualche chie-
sa, va a celebrare , o ad ascoltare
la messa bassa , che detta da un
cappellano segreto, viene servita dal
chierico segreto in collare, sottana, e
fascia paonazza con cotta. Ma delle
loro incumbenze, ed altro che li ri-
guarda, si tratta all'articolo Caim'El-
LANI SEGBETI DEL PaPA , Co' quali, e
col frullone palatino si recano al
palazzo apostolico per adempiere al
loro ufHcio.
CHI
I chierici segreti vengono nomi-
nati dal Pontefice per mezzo del
prelato maggiordomo, e la loro ca-
rica è a vita dello stesso Pontefice.
Anticamente, oltre l'onorario, ave-
vano dal pontificio palazzo la cosi
detta parte di palazzo, consistente in
pane, vino ec. Presentemente l'ono-
rario mensile di cadauno è di scudi
dodici mensili, oltre alcuni emolu-
menti, come nella creazione de' Gar-
dinah. Vestono l'abito di mantelio-
ne , cioè collare di seta paonazza,
e fascia simile, mantellone e sottana
di panno nell' inverno, e di tal co-
lore, che nellealtre stagioni è di seta.
Hanno luogo nelle cappelle pon-
tificie , e in tutte le sagre funzioni
che celebra, od a cui assiste il Pap;i,
siedono dopo i cappellani segreti di
onore , si recano dopo di loro alla
adorazione della ss. Croce nel ve-
nerdì santo, e al trono papale a ri-
cevere dalle mani del Pontefice le
candele, le ceneri, le palme e gli A-
gnus Dei benedttlì', vestono nelle dette
cappelle e funzioni veste e cappa di
saia rossa foderata di pelli bianche
d'armellino nell'inverno, e di seta
rossa negli altri tempi ; mentre nelle
processioni incedono dopo i cappel-
lani segreti di onore e parlecipinli.
Per la festività de' ss. Pietro e Paolo,
e nel solenne possesso del Papa, go-
dono della distiibuzione delle me-
daglie d'ai'gento, che in tali circo-
stanze sogliono coniam. V. Cappel-
le Pontificie.
Allor(juando i Pontefici compar-
tivano a' loro ìntimi famigliari sin-
golari privilegi, vi comprendevano i
due chierici segreti , come fece per
ultimo Pio VI, mediante il breve
apostolico emanalo nel 1775. V.
ss. Domini Nostri Pii providentia. di-
vina Papié VJ , concessio privilcgio-
rum piv nonnullis suis familiaiHms,
CHI
Romac 1765, ex typographia reve-
renda; camera; apostolica;. A 1 iene-
placito de' sovrani Pontefici, i due
cliierici segreti luiono incaricali tal-
volta di particolari incumbenze , e
vennero promossi a cappellani segreti,
siccome fece da ultimo lo slesso re-
gnante Pontefice , ed appartengono
alla famiglia nobile, ed all'onorevo-
le classe de' pontificii cubiculari.
Trattano de' chierici segreti del Pa-
pa, il cav. Girolamo Lunadoro, Re-
lazione della corte di Roma, ec. Brac-
ciano 1646, a p. 12, ed il p. Filip-
po lìonanni gesuita , La Gerarchia
ecclesiastica ec, Roma 1720.
I sotto-chierici segreti del Papa
sono gli aiutanti di camera (f^edi),
addetti perciò anco alle cappelle se-
gietc pontificie, dell'ufficio de' quali
e di ciò, che riguarda questa qualifi-
ca, si tratta al volume I, p. 1 68 e seg.
CHIERICI DEL Sacro Collegio,
o DEL Concistoro, o Nazionali. Ec-
clesiastici addetti al sagro Collegio
de' Cardinali , ed al concistoro , di
nazioni diverse , alle quali spetta
eleggerli. Perciò sono denominati
Chierici Nazionali , oltre la primaria
qualifica inerente all' uffizio. V. Sa-
gro Collegio, e Concistori.
Anticamente cinque erano i chie-
rici del sagro Collegio, cioè l'italia-
no, quello di Germania, quello di
Francia, quello di Spagna, e quello
d' Inghilterra; ma dopo che questo
ultimo regno per opera di Enrico
Vili si disunì dalla Chiesa cattolica
nel pontificato di Clemente VII, ri-
masero quattro. L' italiano è sempre
monsignor segietario del sagro Col-
legio, che riunisce la carica conferi-
tagli dal Papa, di segretario della
congregazione Cardinalizia concisto-
riale, a seconda della disposizione
di Urbano Vili, emanata nel 1626
colla bolla 53, Admonet nos. E sic-
VOL. XI.
CHI 209
come il sagro Collegio tiene in atti-
vità del suo servigio due chierici
de' quattro superstiti , l' italiano dal
medesimo scelto, ed annualmente
confermato, esercita l'uffizio ogni
anno, mentre gli altri tre debbono
fare l'alternativa, in guisa che un
solo di loro esercita le incumbenze,
che diremo. J^. Segretario del sa-
gro Collegio.
Gli altri tre chierici sono per la
Gei'inania, per la Francia, e per la
Spagna , prescelti dalle rispettive
nazioni, cioè dai loro sovrani, ed
approvati dal sagro Collegio de'Car-
dinali , i quali ogni anno ne eleggo-
no uno per turno, in guisa che, se
nel corrente anno è il tedesco, lìel
seguente sarà il francese, cui succe-
derà lo spagnuolo nel terzo anno,
dopo il quale s' incomincia nuova-
mente l'alternativa; e ad onta che
sieno i .soliti .soggetti, ogni volta il
.sagro Collegio li approva, e li sot-
topone pei'ciò alla ballottazione, la
quale segue dopo il primo concistoro
dell'anno nuovo, cioè quando il
Papa si è ritirato dall' aula conci-
storiale, nella qual circostanza anco
il chierico italiano segretario del
.sagro Collegio, soggiace alla ballot-
tazione, e conferma de' Cardinali. E
da avvertirsi, che quel chierico na-
zionale, cui tocca r esercizio annuale
dell'uffizio, allorché va presso l'aula
concistoriale pel bussolo di sua per-
sona, non incede coli' abito proprio
della carica , ma vi si presenta in
abito talare nero, e nell'uscire i Car-
dinali dalla detta stanza, individual-
mente li ringrazia, ciò che pur fa
il chierico italiano segretario del sa-
gro Collegio.
Nell'anno del suo chiericato, deve
il chierico nazionale del sagro Col-
legio dimorare in Roma, e interve-
nire ai concistori segreti ( ne' ({uali
'4
210 CHI CHI
però SlW extra omìies, deve anch' egli L'abito eli questi cliìcrici, allor-
uscire ) semi-puliblici , e pubblici , che assistono ai concistori ed alle
non che ai novendiali de' Pontefici cappelle mortuarie de' Papi e Car-
defonti, de' quali si tratta al § YI dinali, nonché per la processione
delle Cappelle Pontificie , e de'Car- del Corpus Domini, è come quello
dinali defonti, della qual cappella de' bussolanti, cioè collare, sottana
egualmente si parla al medesimo e fascia di seta paonazza, sopra la
paragrafo del citato articolo. Si leg- quale mettono la veste di saja rossa
ce inoltre nel Diario di Roma del con mostre simili, e la cappa di
1721, num. 612, che i chierici del saja pure rossa, se non che il cap-
sagro Collegio intervenivano eziandio puccio deve essere un poco ritorto,
alla solenne processione del Corjms come rilevasi dai l'egistri concisto-
DoTìiini, dopo i cubiculari bussolanti, riali. Nel recai'si ai concistori ed
locchè si comprova dalla torcia _, alle mentovate funzioni, sulla sottana
che tuttora riceve il chierico annua- di seta, possono assumere il man-
ie, di che si farà menzione in prò- tellone di saja paonazza, ed il col-
gresso. Inoltre incarico ed officio del lare di tal colore possono usarlo
chierico nazionale era quello di ac- anco coU'abito ecclesiastico. Del qual
compagnare il Cardinal camerlengo abito, e delle ingerenze de' chierici
del sagro Collegio [Vedi), in qua- del sagro Collegio, tratta il Luna-
lunque concistoro privato, o pubbli- doro nella sua Relazione della Corte
co, e di fare altrettanto nel resti- di Roma, cioè a pagine 2, 3, e 4
tuirsi che fa tal Cardinale al suo dell' edizione di Bracciano 1 646, ed
palazzo; locchè veramente non si pra- al volume II, a pagine Sg e /\o di
tica più oggidì. Il chierico o italiano, quella di Roma del 1774- Dice inol-
0 estero, trovandosi addetto al ser- tre questo autore, che il chierico
vizio del Papa, o di qualunque annuale del sagro Collegio gode la
Cardinale, prelato, sovrano, od am- qualifica di sostituto del pi'elato se-
basciatore, per guisa che ne venga gretario dello stesso sagro Collegio,
mantenuto, secondo le costituzioni ed in sua mancanza dovrebbe sup-
fatte dal sagro Collegio, e approvate plirlo, e fungerne gli uffizi , i quali
ai 19 febbraio i .^46 da Paolo III, sono rilevanti, ed assai onorevoli,
non potrebbe essere annoverato tra Anticamente 1' emolumento del
i chierici del sagro Collegio, e se lo chierico nazionale , che si trovava
fosse, dovi'ebbe essere ipso facto pri- nell' anno dell' esercizio, era di un
vaio dell'officio, dovendosi dai Car- rubbio di sale di prima sorte, volgar-
dinali procedere all' elezione di altri, mente chiamato sale dei Cardinali;
1 chierici del sagro Collegio debbo- due candele d' una libbi-a, l' una nel
no essere celibi, ecclesiastici, ed al- giorno della Purificazione della B, V.,
meno tonsurati; la loro condotta, e donate dal Papa siccome le godono
cognizioni debbono essere tali da tuttora, ed una torcia simile a quel-
poter prestare utili, ed onorati ser- la deCardinali nel giorno della pro-
vigi al sagro Collegio, e dopo la cessione del Coqms Domini^ donata
loro ammissione, prestano il giura- dal sagro Collegio, locchè ancora si
mento di eseguire i loro doveri, al pratica. Aveva inoltre dal palazzo
mentovato Cardinal camerlengo del apostolico la parte di solo pane;
sagro Collegio. nella morte d' ogni Cardinale venti-
CHI
cinque fincati d'oro di camera, e
cinquanta nel giorno della sua pro-
mozione al Cardinalato, delle quali
propine ora gode soltanto cinquanta
scudi per ogni novello Cardinale.
Nell'anno lySG, convennero i tre
chierici nazionali, non compreso l'ita-
liano, di dividersi a parti eguali tra
di loro tutte le propine, ed emolu-
menti, che avrebbe percepito cadau-
no. K. Sacri Sanctce Romance Ec-
clesice, episcoporum , preshyteronim,
et diacononim collegii constitutìones,
Romae, i833.
CHIERICO, o CHERICO (Cle-
ricus). Persona ecclesiastica, e più
particolarmente colui, che aspira al
sacerdozio, puitliè abbia la prima
tonsuia. Come gli antichi usarono
la voce laico per denotare un idio-
ta, così fecero uso della parola chie-
i-ico ad indicare un uomo dotto. No-
ta il Garampi nelle sue Memoiic, p.
280, e 282, che cherici furono det-
ti i canonici, ed a p. 35 riporta e-
rudite notizie intorno al costume di
appellare con tal nome gli uomini di
lettere. llBerlendi, delle Oblazioni a
pag. 121, adduce i molivi per cui
i canonici furono chiamati chierici
ne'primi tre secoli della Chiesa. Intor-
no a ciò si possono consultare anche
il Grancolas in Brev. Roman, par. I,
cap. ult. ; il Sarnelli t. \ I, lettera
XV, Donde abbiano angine i nomi
di chierico e laico, e come si pren-
dono in senso di letterato e idiota;
il piazza neir Emcrologio a p. 21,
dell'origine, nome e ministero de'chie-
rici ; il Zaccaria, Storia Lett. tom.
VI, p. 483, e seg. Nel Macri poi
si legge che clerici girovagi, ace-
phfìli, errones, hyppocentauri, vacan'
tivi, transfitgae ec. , erano chiamati
colorOj che vagabondi viaggiavano
senza lettere dimissoriali , mentr' era
in vigore la legge, che non potesse-
CHI 2.1
serò essere ammessi dagli altri ve-
scovi senza le dette lettere. Pviporta
ancora, che il patriarca di Costanti-
nopoli, ed il primate di Cartagine
godevano il privilegio di poter am-
mettere i chierici senza le mentova-
te lettere dimissoriali ; e che clerici
portulantes vennero chiamali da s.
Cipriano coloro, i quali ricevevano
la provisione dal vescovo che, giu-
sta la disciplina di que' tempi, di-
stribuiva al suo clero le decime, le
rendite, e le limosino fatte alla chie-
sa, acciò fossero alieni dalle cure
mondane, e solo attendessero al di-
vino servigio. 1^. Chiericato.
Origine dei Chierici.
La primaria origine de' chierici
rimonta al vecchio testamento, come
si ha dal libro dei Numeri e. 18 e
20, e dal Deuteronomio e. 18, Quan-
do si fece il riparlo della terra pro-
messa agi' israeliti, Dio disse al som-
mo sacerdote Aronne, ai sacerdoti,
ed ai leviti, eh' essi non entrerebbo-
no nel riparto cogli altri, dappoiché
egli medesimo sarebbe la loro por-
rione, la loro eredità, com'essi reci-
procamente savebbono la sorte, la
porzione, il retaggio o l'eredità del
Signore, che, secondo l'etimologia
greca, chierico, o ministro ecclesia-
stico, significa gente consagrata al
servigio di Dio, e vivente delle sue
offerte. Da ciò presero il nome i
chierici della legge nuova, perchè il
Signore è la sorte e l' eredità lo-
ro, e perchè sono essi l'ei-edità del
Signore, al cui servigio interamen-
te si dedicano e consagrano. E per-
ciò quando un chierico riceve la tonsu-
ra, proferisce le parole del salmo i 5 :
// Signore e la porzione dell' eredità
che mi toccò in sorte ; voi, mio Dio,
me la restituirete. Aggiunge il Ma-
212 CHI
cri, che la parola chierico, o mini-
stro ecclesiastico, significa sorte, o
eredità, perchè il chierico lia per e-
redità lo stesso Dio, ovvero perchè
ottenne la felice sorte di essere come
Mattia annoverato tra i ministri del-
la Cliiesa. Ecco poi come si esprime
s, Girolamo nell' epistola 2 : « Si
» enim cleros graece, sors latine ap-
» pellatur, px'opterea vocantur cle-
» rici, vel quia de sorte sunt Domini ,
" vel quia Dominus sors, idest pars
" clericorum est. " In oltre opina
il Sarnelli, che la voce sorte fu pre-
sa dagli apostoli, giacché s. Pietro,
Act. I, disse di Giuda, sortitiis est
sorteni ministerii hujus ; ed a Simo-
ne Mago, Act. 8, che voleva com-
perare il dono di dare coli' imposi-
zioni delle mani lo Spirito Santo ,
disse : Non est tihi pars, ncque sors
in sermone isto. Adunque tutti gli
ecclesiastici si chiamano chierici, e
clero (V^edi), perchè sono della sor-
te del Signore, ed il Signore è la
loi'o porzione.
Tale è l'origine de' chierici, di-
gnità, che secondo s. Gio. Grisosto-
mo, De sacerdotio, è superiore a
quelle delle potenze della terra le
più eminenti, e le più formidabili ;
ed è perciò che i Romani Ponte-
fici, i padri, e i concilii accordaro-
no ad essi privilegi, ed immunità,
di cui si parla ai rispettivi luoghi.
E per dire di alcuni, s. Silvestro I
ordinò, che nessun laico potesse ac-
cusare gli ecclesiastici nel giudizio se-
colare; nel concilio generale XI,Latera-
nense III, venne rinnovato il decreto,
in cui era fulminata la scomunica
a chiunque mettesse le mani sui
chierici di qualsivoglia condizione, e
furono condannati gli arnaldisti che,
come fecero altri eretici, sosteneva-
no non potersi salvare i chierici , i
quali avessero qualche possessione.
CHI
Essendo la chiesa di Vilna spesso as-
salita dai tartari, e dubitando quel
clero, se fosse lecito al vescovo, e
ai chierici di respingerli colle armi,
Alessandro VI rispose, potersi ciò
fare senza incorrere in veruna irre-
golarità, per la difesa della fede, e
della libertà ecclesiastica. Il concilio
di Lerida del 544? avea fatto im-
portantissimi canoni su questo gra-
ve argomento. J^. il citato Sarnelli,
tomo X, lettera XII, Se in un as-
salto d' infedeli i chierici, uccidendo
di quelli, divengano irregolari.
Doveri dei Chierici.
I principali doveri de' chierici so-
no indicati in varii articoli del Di-
zionario. Questi sono ad essi impo-
sti dai Sommi Pontefici, dai conci-
lii, e dai vescovi, ed un compendio
di quelli comandati dai concilii si
legge nel dizionario portatile de' con-
cilii, nella seconda parte della Som-
ma de' canoni, alla parola chierici,
ovvero ecclesiastici. Tuttavolta, per
rifei'ire qui le cose principali, dire-
mo, che primo dovere del chierico,
indicato dal medesimo suo nome, è
quello di non attaccarsi che a Dio so-
lo, e di non avere altra cura da quella
in fuori del suo servigio, I chierici
debbono portare 1' abito ecclesiastico
(Fedi), e la tonsura [Vedi), confor-
me agli ordini che hanno ricevuti ,
e alle parziali costituzioni delle loro
diocesi. Tutti i chierici costituiti ne-
gli ordini sagri, o provveduti di
benefizi, debbono recitare ogni gior-
no le ore canoniche, uniformandosi
nei riti a quelli della cattedrale cui
appartengono. Debbono essere fru-
gali, esemplari, pii e modesti, e perciò
vengono loro proibiti dai concilii i
giuochi di azzardo, le caccie clamo-
rose, le danze, i teatri e gli spelta-
I
CHI
coli, i conviti, la crapola, l'uhbria-
carsi, e le osterie, il frequentare le
donne, potendo coabitare colla ma-
dre, sorelle, ^ia, ava ec; è altresì ad
essi vietato il portare le armi, il nego-
ziare ed esercitare la mercatura , l'e-
sercizio degli afTaii temporali; non
possono esercitare le arti meccani-
che , e molti uffici secolari , come
di giudice^ di avvocato, di notaio,
di procuratore, di curatore, di me-
dico, di chirurgo: devono astener-
si dalle usure, dal viaggiare sen-
za le lettere canoniche del vesco-
vo, dal coltivare i capelli, e la
barbaj dal litigare avanti i giudici
secolari senza licenza del vescovo,
massime per titoli criminosi, cosi
dall'assistere ai giudizi di morte, ed
alle esecuzioni ec. ec. Finalmente i
chierici sono soggetti ad un gran
numero di censure e pene canoni-
che ed ecclesiastiche, come di sos-
pensione, d'interdetto, di scomunica,
di deposizione^ di degradazione, di
reclusione ed anche prigionia ec; di
che si tratta nei luoghi relativi. V.
Moretti, De dando preshylcrium Pa-
pae, Cardinalibus, et clericis etc, Ro-
mae i74i- Fra i Pontefici de'tem-
pi a noi meno lontani, i quali e-
manarono utili provvidenze sugli ec-
clesiastici, sono a rammentarsi par-
ticolarmente Martino V , s. Pio V ,
Urbano Vili, Innocenzo XI, Bene-
detto XIII e XIV, Clemente XIII,
ec.
CIIIERSY, QUIERSY, o QUIER-
ZY (Carisiacum). Villaggio di Fran-
cia nella Piccardia, dipartimento del-
l'Aisne, posto sulla sinistra sponda
dell'Oise. E antichissimo, possedeva
un palazzo reale, che fu ordinario
soggiorno dei re della seconda stir-
pe, e vi morì nell'anno 741 Carlo
Martello. Sotto Carlo Magno, e i
di lui successori vi si tennero i sei
CHI
2l3
seguenti concili, e parecchie di quel-
le assemblee nazionali, nelle quali si
compilavano le celebri leggi cono-
sciute col nome di capitolari (Predi').
Il primo concilio Carisiacense si
celebrò nell'anno 887, come registia
Lenglet, ovvero nell'SSS, secondo di-
versi autori, pei monaci d' Anisol, i
quali ricusavano di ubbidire al vesco-
vo di Mans. Gali. Christ. tom. VII,
p. 17.
Il secondo nell' 849, nel quale
Gottesalco fu condannato la secon-
da volta da Incmaro, arcivescovo di
Reims, con dodici vescovi ad essere
battuto, e rinchiuso in Haurvilliers,
ov'egli scrisse due professioni di fe-
de, nel senso dello scrittOj ch'egli a-
vea presentato al concilio di Ma-
gonza nel precedente anno. Reg.
tom. XXI, Labbé tom. Vili, Ardui-
no tom. V.
Il terzo nell'anno 853, in cui al-
cuni vescovi ed abbati sottoscrissero
quattro articoli composti da Incma-
ro contro Gottesalco. Diz. dé'con-
cil. p. 263.
Il quarto si adunò nell' 856, ov-
vero neir857, nel pontificato di Be-
nedetto III, e sotto il re di Fran-
cia Carlo il Calvo, che lo fece con-
vocare per porre un rimedio ai
mali della Chiesa, e dello stato; il
perchè fu scritta Una lettera sinoda-
le in nome del re ai vescovi, e conti
di Francia. Rcg. t. XXF, Labbé t.
Vili, Arduino tomo V.
Il quinto nell'anno 858, nel qua-
le i vescovi suffraganei delle meti*o-
poli di Reims, e di Rouen scrissero
una lunga lettera di rimprovero a
Luigi re di Germania, perchè si re-
cava in Fi'ancia invitato dai signori
malcontenti di Carlo il Calvo, che
nel concilio si fece giurare dai suddi-
ti fedeltà. Diz. de' Concil. p. 264,
e Pagi tom. -IH, all'anno 858.
ai4 CHI
11 sesto concilio venne convocato
ueirantio 868, per esaminare Yil-
berto vescovo di Chalons-sur-Marne,
secondo l'ingiunzione dell'arcivesco-
vo di Reims Incmaro. Bibl. Sac.
CHIESA (Ecclesia). La voce chie-
sa significa convocazione , e qui si
prende i," per congregazione de' fe-
deli tutti; 1." in più stretto senso
pel clei'o, addetto al servizio della
chiesa, e al ministero delle sagre
funzioni, e a quanto si riferisce alia
salute , e santificazione de' fedeli ;
3." pel tempio de' cristiani dove si
celebrano il sagrifizio e gli altri uf-
fizi divini, e talvolta pel tempio cat-
tedrale, o la parrocchia del luogo ec.
Della chiesa nel primo significato ,
oltre quanto ai l'ispettivi articoli e
luoghi si dice in proposito , accen-
neremo compendiosamente e gene-
ricamente poche cose soltanto, giac-
ché è argomento de' canonisti e teo-
logi , e perciò estraneo al nostro
divisamento. Nella Chiesa adunque
conviene distinguere tre diversi stali,
cioè di militante y pulsante, e trion-
fante. Si appella militante la società
de' fedeli sulla terra; pulsante quel-
la delle anime che stanno in pur-
gatorio; e tn'onfaate quella de' santi
in cielo. Venendo poi a parlare del-
la Chiesa militante^ essa dai teologi
viene definita : » La società di tutti
» i fedeli , colla professione della
" stessa fede , e partecipazione dei
" medesimi sagramenti, colla som-
»> missione ai legittimi pastori , e
» principalmente al romano Pon-
» tefice , che n' è il capo visibile ,
" non formando che uno stesso cor-
'» pò, di cui è Gesti Cristo il capo
" invisibile ". 11 nome di Chiesa,
che secondo l' etimologia greca si-
gnifica, come si è detto, convocazio-
ne- o assemblea, preso in questo sen-
!>o, conviene ai ft'deli di una mede-
CHI -
sima casa, nonché di una medesima V
parrocchia, città, diocesi, metiopoli,
patriarcato, di un medesimo regno,
e finalmente del mondo intero. Gli
eretici del terzo e quarto secolo ri-
guardavano la Chiesa come la so-
cietà de' giusti, o come la riunione
de' virtuosi non macchiati di grandi
delitti, o anche come la società dei
perfetti. Altri eretici poi dei secoli de-
cimoquarto e decimoquinto dissero es-
sere la Chiesa l'unione de'santi e dei
predestinati, nel quale errore cadde
anche Lutero, escludendo dalla Chie-
sa i peccatori; ed è perciò che il
trattato della Chiesa é vastissimo,
per le controversie agitate fia i cat-
tolici, e i protestanti, novatori, scis-
matici ec.
A norma del simbolo dichiarato
dal concilio di Costantinopoli, la
Chiesa è una, santa, cattolica ed
apostolica. Capo visibile di questa
Chiesa santa e cattolica è il Sommo
Pontefice vicario di Gesù Cristo, e
successore di s. Pietro. E come tale
in ogni tempo è stato riconosciuto
da tutta la Chiesa ; e in vero nel
conciUo ecumenico di Calcedonia ,
come si vede nell'azione IH, venne
denominato vescovo universale. Teo-
filo Raynaud nell' opera intitolata
Corona aurea super mìtram rom.
Pontificia, dagli atfi dei concilii, dai
padri greci e latini, e dagli scrittori
ecclesiastici raccolse da oltre a quat-
trocento novanta titoli , coi (juali
a gara vien denominato il romano
Pontefice, e che esprimono in tanti
diversi modi la suprema autorità ,
che per diritto divino ha su tutta
la Chiesa. Meritano special menzio-
ne quelli di centro dell'unità, origi-
ne deW unità, pastore de.' pastori, ve-
scovo de' vescovi , padre deJ padri ,
pastore universale , capo ili tutta la
Chiesa, ec.
CHI
Nel concilio di Trento fu dispu-
tato, se sia lo stesso catholicce Ec-
clesìce episcopus, et lumersalis Eccle-
sìce episcopus ; e fu detto , che la
frase, sebbene fosse equivalente, era
nondimeno dubbiosa, quando il no-
me di cattolico importa ancor fedele,
come nel testo di s. Agostino: qux
propterea sancta et catholica est, quia
recte credit in Deum. Laonde ogni
vescovo de' fedeli si può dire in cer-
to modo, vescovo di Chiesa cattolica,
cioè, che rettamente crede ; ma il
Papa si dice vescovo della Chiesa
cattolica , cioè della universale. Né
questo senso di tal vocabolo nei con-
cilii era nuovo, perocché nel sinodo
V generale, alla collazione quinta,
riferendosi alcuni luoghi tratti dalle
opere di s. Agostino, e da quanto
egli disse in un concilio cartaginese,
si riportano quindi le parole se-
guenti : Augustinus episcopus Eccle-
sia catholicce dixit ; in confermazio-
ne di che alcuni notarono, che san
Cipriano ricevendo al grembo della
Chiesa alcuni, ch'erano stati eretici,
non solo faceva loro confessare che
Cornelio Papa del 254 era pastore
Ecclesia; catholicce, ma voleva che
aggiungessero, id est universalis ; on-
de nelle acclamazioni fu detto: Bea-
tissimo Pio PapcB, et domino nostiv
sancto, et universalis Ecclesice Pon-
tifici, multi anni et esterna memoria.
P^. Pallavicino, Storia del concilio di
Trento, lib. XXI, cap. 4-
Dalla definizione della Chiesa si
raccoglie, non essere membri di essa
gì' infèdeh, gli eretici e gli apostati,
perchè non hanno la fede della Chie-
sa ; gli scomunicati, ed i catecumeni
non battezzati, perchè non parteci-
pano de' sagiamenti; e gli scismatici
perchè non obbediscono ai legittimi
paston della Chiesa. Che la Chiesa
sia visibile nasce dalla definizione
CHI 2i5
data da principio della Chiesa , e lo
conferma il testo dell' Apostolo ad
Rom. cap. i o , vers. i o, in cui af-
ferma essere necessaria alla salute
la orale confessione della fede; cosi
Gesù Cristo, Luca cap. 12, vers. 8,
minacciò coloro che si vergognava-
no di confessare pubblicamente la
sua fede. La Chiesa è in oltre in-
defettibile, cioè non può perire, non
può abbandonare la dottrina di Ge-
sù Cristo, né pi'ofessare l'errore ; se
ciò fosse, le porte dell' inferno pre-
varrebbero contro di essa, ed allora
non sarebbe una, santa, cattolica,
ed apostolica. La Chiesa cattolica è
santa per la santità della dottrina,
e della legge ; santa perchè vi sono
i mezzi di santificare , quali sono i
sagramenti , santa pel suo capo, che
è il Santo dei Santi, e perchè molte
sue membra sono sante; è santa perchè
fuori di essa non vi è santità, né sal-
vezza. L'autorità della Chiesa consiste,
come dice Bossuet, nella sua prima
pastorale sulle promesse della Chiesa,
nel fare un preciso e notorio te-
stimonio delle verità rivelate con-
ti'o i nuovi errori. Non vi fu mai
eresia , che non abbia ritrovata la
Chiesa attualmente in possesso
della dottrina contraria. Questo
è un fatto comune, pubblico, uni-
vei'sale, e senza eccezione. E facile
pertanto la decisione; è solo da
da dare un' occhiata alla fede che
ha la Chiesa menti'e nasce un
errore .... per dare ancora la
condanna ai pertinaci erranti ".
La Chiesa è infallibilcj e la sua in-
fallibilità è la certezza invincibile del
testimonio, che rende la Chiesa del-
la sua dottrina, e della obbligazio-
ne di ciascun fedele di acquietai-si ,
ed ubbidire a quel testimonio, senza
tema di faUire, per la suprema au-
torità data ad essa da Gesù Cristo.
ai6 CHI
Per riguardo alle chiese diverse,
ed alle principali, come dell' Asia, e
dell'Africa, se ne paria ai loro arti-
coli. In oriente v' ha la chiesa gre-
ca, e la siriaca, ove vi sono cattolici
romani , e "vi sono anche le chiese
o società dei giacobiti, dei copti, de-
gli etiopi, od abissini, dei nestoriani,
degli armeni ec. Anticamente la chie-
sa latina e la chiesa greca forma-
vano una sola società, ma lo scisma
principiato da Fozio nel nono se-
colo, e compito da Michele Cerulario
nel decimoprimo , ambedue patriar-
chi di Costantinopoli, miseramente
separò la chiesa greca dalla romana,
e ad onta che se ne procurasse dal-
lo zelo de' Papi la unione in varii
concilii e per mezzo dei legati, pure
anche dopo l' ultima unione fatta
da Eugenio IV nel concilio fioren-
tino, i greci si sono ostinati nello
scima e nell'eresia sulla processione
dello Spirito Santo. Anche le chiese
greche di Russia, ed alcune di Polonia
sono nella stessa infelicissima condi-
zione. Hanno preteso i protestanti di
aver la medesima fede degli orien-
tali , ma è stato loro dimostrato il
contrario, perchè la caduta di quelle
chiese fu sensibile, pubblica, solenne,
avendo cagionato lo scisma. La chie-
sa di occidente, ossia la latina, com-
prendeva una volta le chiese d'Ita-
lia, di Spagna, di Africa, delle Gal-
lie, del Nord, ec. Da ti'e secoli circa
in qua V Inghilterra per lo scisma
avvenuto per opera di Enrico Vili,
una parte de' Paesi Bassi, molte del-
l'Alemagna, e quasi tutto il Nord,
hanno composte le chiese riformate,
cioè eretiche, separate dalla comu-
nione della romana, e separate e
flivìse fra loro stesse. Intanto la ro-
mana acquistò per mezzo de' suoi
missionari dei fedeli nell' Indie, nel
Qiappoue , nella Cina , in America,
CHI
nell'Oceanica ec; e questa conser-
verà sempre l' indefettibilità come
dote, per volere divino, essenziale
alla Chiesa cattolica. Questa fu in
tutte le età la madre e la uìaeslra
di tutte altre, e tale è chiamata anco
dall' ultimo concilio generale : questa
è l'unica delle apostoliche, e chi non
è vmito e soggetto al romano Pon-
tefice , pastore della Chiesa univer-
sale, non è membro del gregge di
Cristo , per la di lui infallibihtà ,
qual centro della cattolica comu-
nione. Nella chiesa africana v' erano
da ottocento sedi vescovili , ma le
diocesi erano poco estese; e i goti
e i vandali infetti dall'arianismo, ne
sbandirono le religione cattolica nel
quinto secolo, indi nel settimo i sa-
raceni invasori affatto vi distrussero
il cristianesimo. Il Fabrizio, neiropeni
Salularis lux evangelica^ tratta dei
progressi, e delle perdite della Chie-
sa cattolica.
Finalmente si appellano chiese
apostoliche matrici quelle fondate
dagli stessi apostoli. Tertulliano, De
Prcescript. num. 21, dopo aver ri-
cordato, che la dottrina degli apo-
stoli fu dottrina di Cristo, il quale
con essa li mandò a predicare , e ad
istituire le chiese, conclude; » consta
M perciò, che tutta la dottrina, la
w quale cospira, cioè è uniforme in
M quelle Chiese apostoliche, matrici,
» originali j è da credersi vera; al
» contrario è da giudicarsi menda-
» ce tutto quello, che è repugnante
» alle verità delle chiese , e degli
» apostoli". Il Pontefice Pelagio I di-
ce, che s. Agostino riconobbe essere
sentenza di Cristo, che il fondamento
della Chiesa sono le Sedi Apostoli-
clic , e che non vi ha vera Chiesa
se non radicata ne' Pontefici delle
Sedi ÀpostoUche. Ma tutte le chie-
se matrici , fuori che la llomana ,
CHI
hanno avuto fine, a cagione di er-
rori diversi. Per chiese matrici vo-
glionsi intendere quelle chiese pa-
triarcali, che non ebbero anteceden-
temente altra chiesa madre , anzi
produssero , o almeno poterono da
esse derivare altre chiese; che i luo-
ghi in cui furono quelle fondate ,
non sieno prima stati occupati da
altia chiesa, dappoiché, come dice
il Politi nel suo Jiis patriarchicum,
le chiese di Laodicea, Filadelfia ec,
sebbene apostoliche , pure essendo
stale erette nei fondi della chiesa
efesina, furono sotto la giurisdizio-
ne di questa. Posto ciò, egli nume-
ra le dodici patriarcali, ossia matri-
ci, fondate dai dodici apostoli in-
viati da Gesù Cristo a portare il
vangelo in tutto il mondo. Tutta-
volta è noto, che l'enumerazione e
classificazione della fondazione delle
chiese apostoliche del Politi , non
solo è inesatta , ma talora anche
falsa , e perciò rigettata dai buoni
critici siccome contraria alla stessa
storia ecclesiastica. Su questo argo-
mento con precisione e verità scris-
sero altri autori, tra' quali merita
consultarsi lo Schelstrate nella ope-
ra Antiquitas Ecclesia;, tom. II,
continens opus geogra pìtico -hierarchi-
cum, Romae iGSy, nella quale a
pag. 54 e segg., si leggono gli an-
nali della predicazione degli apostoli,
e nella tavola posta al fine della
prima dissertazione a pag. 72, 78,
si trova come in uno specchio la
fondazione delle principali chiese fat-
te tanto dagli apostoli , quanto dai
loro immediati discepoli, con tutti i
documenti relativi.
Tutte le chiese sono in realtà
apostoliche, e non lo sarebbero se
non fossero cattoliche; lo sono per
la dottrina apostolica , che deve es-
sere l'insegnamento di ogni chiesa
CHI
217
cristiana. La gerosolimitana ebbe
l'onorevole titolo di patriaraile, per
essere ivi nata la cristiana religione,
ed ivi promulgata nel celebra lissimo
giorno di Pentecoste, col miiacolo
della prodigiosa discesa dello Spirilo
Santo sugli apostoli, per cui la sala
ov'essi coi discepoli erano adunati,
raffigurava la Chiesa universale; ma
giusta gli antichi canoni fu soggetta
al suo metropolitano. La costantino-
politana fu parimenti onorata del
nome di patriarcato, per essere la
città imperiale; ma non fu patriar-
cale nel senso di sopi'a esposto.
La Chiesa sussisterà sempre a
malgrado delle persecuzioni e de-
gli scandali, e nelle prove soprat-
tutto ella trionfa. Di fatti la prov-
videnza di Dio, rispetto alla Chiesa,
non si mostra mai più chiaramente,
che quando sembra non esservi piìi
spei'anza veruna ; il Signore fa
splendere allora la sua possanza, per
mostrare agli uomini, che le sue
promesse sono infallibili. Le perse-
cuzioni, e gli scandali non impedi-
ranno r effetto della di lui parola,
e non abbatteranno l'edifizio, ch'egli
ha piantato col preziosissimo suo
sangue. Egli non permetterà mai,
che il demonio gli rapisca il patri-
monio datogli dal Padre suo, né
che lo spogli di quel legno, che gli
è costato s'i caro. Il Padre avrà sem-
pre sopra la terra de' veri adoratori,
i quali glorificheranno il suo nome
sino alla fine del mondo. Le infàuste
vicende del secolo decimo per nulla
contaminarono 1' illibato splendore
della Chiesa romana; e la costante
conservazione in essa della purezza
del domma, è una luminosa prova,
che le porte dell' inferno non pre-
valeranno giammai contro di essa.
Parlando il eh. Albano Butler, nel
suo trattato delle Feste mobili ec.
2.8 CHI
della Chiesa Cattolica, delle bellezze
della Chiesa, ecco come si esprime.
» Noi non possiamo non sentirci
» tratti fuoi'i di noi stessi per lo
» stupore, allorché ci facciamo a
« considerare la bellezza spirituale,
» e le altre prerogative della Chiesa
« di Gesù Cristo, i suoi ministri, il
*> suo sagrifizio, i suoi sagramenti,
»5 le euiinenti virtù dei santi, ch'ella
ha formato in tutti i tempi, e
che di secolo in secolo hanno
onorato la dottrina del vangelo
colla purezza della loro vita; in
fine la sua universalità, e la sua
perpetuità. Ella è la casa di Dio,
raffigurata dall' arca di Noè, fuor
della quale non v' ha salvezza.
Ogni uomo giusto deve necessa-
riamente esseie ad essa unito, al-
meno col desiderio, ed esserne
membro, almeno col cuore. Noi
non possiamo essere di Gesù Cri-
sto, né a lui uniti, se non siamo
della sua Chiesa. Se noi da questa
ci separiamo, nello stesso istante
ci stacchiamo da Gesù Cristo,
della guisa che un tralcio tagliato
dalle viti non appartiene più alla
vite. E chiunque s' incorpoi'a di
corpo e di spirito alla Chiesa,
tosto è membro anco di Gesù
Cristo. Ella é il corpo mistico di
Gesù Ciisto, il quale ci ama sino
al pimto di non risguardarsi come
giunto alla perfezione del suo stato
> e della sua gloria, fin tanto che
vivrà sej)arato da noi, che siamo
•> sue membra. Egli presiede ad essa
> come il capo al suo corpo distri-
> bucndo ai fedeli i suoi doni, e
> le sue grazie pel ministero che
5 ha stabilito, pei misteri che ha
> operato, pei mezzi che ha istituito
> e moltiplicato senza fine, avendo
> egli nella sua Chiesa disposto tutti
> i tesori della sua misericoi'diu.
CHI
Ella è la torre di Davide , fah-
brìcata con baloardi impenctralnli,
da cui pendono mille scudi, ed
ogni maniera d'armi per munir-
ne i più valenti guerrieri, Cant.
IV, 4- Ella è esposta a contrad-
dizioni senza numero, ma non
può mai esser vinta, anzi dee
sempre trionfare delle persecuzio-
ni e dagli assalti dell'eresia e del-
l'empietà. Ella è la colonna e la
base della verità, avendo per fon-
damento la pietra angolai-e, che
è Gesù Cristo, e questo titolo é
dato dalle Scri-tture alla Chiesa,
perchè la divina verità non abita
in altro luogo del mondo, e in
vano la si cercherebbe fuori di
essa. Fuori del suo seno non ci
ha che tenebre, menzogna, erro-
re, impostura, superstizione, gua-
sto e disordine. La Chiesa é fon-
data da Gesù Cristo, e sopra Gesù
Cristo ; ella é sommessa a Gesù
Cristo, e sempre diretta e assistita
dallo spiiito di Gesù Cx'isto. Ella
é la madre de' santi , generando
sempre de'figliuoli a Dio, ammae-
strandoli, infirmandoli colla sua
divina parola, la quale é predi-
cata incessantemente da per tutto,
dove essa regna, cogli esempli
de'pii suoi fedeli, colla pratica di
tutte le virtù, coi sagramenti, coi
sagriQzi, colle orazioni sì pubbli-
che, che private. Ella é la sposa
di Gesù Cristo, adorna di tutte
le ricchezze della grazia , purifi-
cata, santificata, glorificata dal
suo sposo senza macchia, senza
ruga: è la delizia del suo diletto
per le sue belle qualità, e pe'suoi
dolcissimi modi. La Chiesa é la
nostra madre comune, e la so-
rt'Ila della Gerusalemme celeste.
Ella è il tempio di Dio vivente
sulla terra, in cui egli viene ado-
CHI CHI arg
rato, servito, glorificato senza in- plaudita ed istruttiva, non che il
terrompiuiento cogli omaggi delle benemerito e celebre p. Giovanni
sue creature, coi loro sagiifici, Perrone della compagnia di Gesù,
colla loro ubbidienza, colle loro nelle sue Prcelectiones Tlieologicce,
laudi, col loro amore, e cogli di cui già in Roma si fecero due
alti di tutte le virtù. In questo edizioni, e parecchie anche altrove,
tempio si trova la sorgente delle trasportate eziandio in diverse lin-
acque vive, che scorrono in copia gue, nei trattati. De vera religione,
dal monte Libano, e che diven- p. II, e De Locis Theologicis, p. I.
gono per chi le beve fonti, che Per quanto poi riguarda la Chiesa
zampillano fino all'altezza della romana, e la Santa Sede, e tuttociò
vita eterna. Gesù Cristo cominciò che ad essa appartiene ec, se ne fo
a formare la sua Chiesa durante parola in molti articoli di questo
M la sua missione sulla terra, quan- Dizionario, che lungo sarebbe enu-
do raunò a sé i suoi discepoli, merare.
ed ammaestroUi di propria bocca. CHIESA, o TEMPIO (Mdes sa-
Ma la discesa dello Spirito Santo era, Ecclesia, Templum). Questo ter-
fu queir atto con cui egh consu- mine significa gli edifizii de' cristiani
mò la rivelazione e la promulga- consacrati al culto divino , i luoghi
zione della sua legge. Egli infuse della riunione de' fedeli , che sono
per così dire l'anima a questo destinali per pregare Iddio, pei" ce-
corpo mistico, e comunicogli un lebrarc il santo sacrifizio della messa,
principio di vita e di attività, per amministrare i sacramenti , e
Da queir istante i ministri e gli per trattare le cose della religione,
interpreti di questa legge, rivestiti Questo nome di Chiesa materiale, o
per mezzo dell' effusione miraco- edifizio sacro , comprende appunto
Iosa dello Spirito Santo, d' una tutti que' luoghi dedicati al sacio
autorità tutta divina, si diedero culto, e deriva dalla dizione greca,
intieramente allo eseguimento del- Kyrìaca, che significa Domenicale,
le loro rispettive funzioni , ed is- che perciò la parola Kyrios viene
piegarono i doni e i poteri che mutata in latino Dominus ; onde
aveano ricevuto per governare e Kyriaca dominicalis s' interpreta ceto
per estendere il regno di Gesù di popolo ragunato per lodare il
Cristo, al quale nulla più man- Signore : Si ergo convenit universa
cava per esser perfettamente sta- ecclesia in unum, I Corinth. i4
bilito, secondo gli eterni disegni iZ. Dicesi anche casa , Z>077iu* , co-
di lui ". me diremo all' articolo Domo (Ve-
Lungi ancora di riportare le pò- di). Viene chiamata tempio dal-
lemiche su cui si dilFusero innu- la di lei ampia struttura, e dalla
merabili, e gravi autori, e le qua- magnificenza de' suoi preziosi orna-
li, come di molte cose in rela- menti, con cui mirabilmente ris-
zione dell'articolo, pur sono trattate plende. Vari poi sono i vocaboli
in diversi altri articoli del Diziona- coi quali nella sacra Scrittura ap-
rio, possono consultarsi il Bergier pellasi il tempio, e tutti ordinaria-
ai vocaboli Chiesa, e la Biblioteca mente sinonimi, come si ha dai Pa-
S/igra di Richard, e Giraud, anche dri dei primi tre secoli principal-
nel SupplimentOj opera cotanto ap- mente, e dal Cod. Tit. de Fagnn.
390 CHI
sacrif. et templi s , per nulla aver
di comune coi gentili. S. Zenone
vescovo di Verona nel IV secolo ,
de spintuali cedi/icaUonc Domiis
Dei, distingue la chiesa dal tem-
pio. Notarono i Ballerini, che il pri-
mo fra tutti sia stato s. Ambrogio,
Epist. XX, n. 2, ad usare il voca-
bolo di Templum , per indicare le
chiese dei cristiani. Anco il Bergier
rileva, che nei primi quattro secoli
si astennero i fedeli dal nominare
le loro chiese, Tempia, Delubra, Fa-
na, perchè erano nomi consagrati
presso i gentili. Si chiamò la Chie-
sa pure basilica (F^edi), perchè de-
rivando dalla parola greca Basilea,
in latino significa lo stesso che Rex
et basis populi, ovvero sedes judicii.
Così nella storia sacra : Stetit in. atrio
domus regice, quod erat inteiìus can-
tra hasilicani rrgis. Più propriamente
però chiamasi basilica, perchè nel
latino significando lo stesso che Reg-
gia, ella appunto è tale, mentre al
re de' regi ivi si presta tutto l'osse-
quio e il culto. E poi a consultar-
si quanto scrisse sulle basiliche, il p.
Casimiro da Roma, nelle sue Me-
morie storiche della chiesa di S. M.
d'Araceli a p. 23. Finalmente pres-
so gli antichi greci, e presso gli scrit-
tori latini, fu il tempio ancora chia-
mato con altri nomi, come eccle-
siasterio, synodus, conci lium, conven'
ticulum, martyrium, menioìia, apo-
stolacnm, prophetacwn, coenaculum,
confessio, trophaeuni, titulus , ec, e
nei bassi tempi tabernaculum , mo-
iiastcriunif giacché in que' tempi la
maggior parte delle chiese erano
servite dai monaci, o perchè, come
dice il Berlendi , Dell' oblazione al-
l'altare, pag. 126 e 127, i chierici
ad esse addetti osservando la vita
comune, erano in tutto conformi a
fjiiella dei monaci e claustrali, f^.
CHI
Giuseppe Bingham , nelle «uè Orì-
gini ecclesiastiche, tom. HI, lib. Vili,
cap. I, e l'articolo Dittici sagri, i
quali erano certe tavole, che si pie-
gavano, ed in cui scrivevansi i nomi
di tutte le chiese.
§ l. Orìgine delle chiese, e loro uso.
Nella legge di natura, Noè, Abra-
mo e Giacobbe eressero altari a Dio;
in quella scritta per divino comando
Mosè edificò il tabernacolo, con tal
magnificenza, che fosse degna della
maestà del Signore : Facientque mihi
sanctuarìuni , et habitabo in medio
eorum. Che se Giacobbe dopo aver
pregato l'Altissimo allo scoperto della
campagna, Mosè dopo di averlo sup-
plicato presso il mare, e Salomone
nel segreto delle sue camere, pure
essi giudicarono interporre le pre-
ghiere col fumo degl' incensi , con-
sumati avanti gli altari , i taberna-
coli, e nel tempio, chi vorrà giudica-
re biasimevole, o superfluo l' invete-
rato pio costume de' seguaci del van-
gelo, neir impiegarsi ad erigere a
Dio oratorii [ì^edi), cappelle (F'edi),
o sontuose chiese? Quindi con que-
sta, ed altre considerazioni i mede-
simi santi apostoli di mano in mano
che andavano edificando la Chiesa
spirituale colla loro predicazione, la
moltiplicavano altresì colla fabbrica
delle chiese materiali, alìlnchè quel-
le primizie del cristianesimo ivi ra-
dunate , potessero formare di loro
stessi un solo cuore, ed una sola
anima.
Che vi sieno state sino dal prin-
cipio del cristianesimo delle chiese,
ossia dei luoghi, ove i fedeli si ra-
gunavano per udirvi la divina pa-
rola, ricevervi i sacramenti, pregar-
vi, e lodarvi Iddio, chiaramente lo
dimostra la stessa ragione. Non era
CHI
affatto possibile l' adunarsi in qual-
che casa privata, l'avervi una o più
camere destinate al divin culto , e
separatamente congregarsi in diver-
se case pei detti fini. Avevano il bi-
sogno, il comodo, la possibilità, laon-
de nulla mancava, perchè dobbia-
mo ritenere antiche le chiese come lo
è il cristianesimo, ma non per altro
pubbliche e sontuose, a cagione delle
vicende de' tempi. Una dimostra-
zione è la stessa autorità di s. Pao-
lo, I ad Cor. e. 1 1, v. 22, interpre-
tato dai ss. Basilio, Gio. Crisostomo,
Girolamo, Agostino ed altri. Aggiun-
gansi l'autorità, e le testimonianze di
s. Clemente Rom. ep. I, n. 4o ; di s.
Ignazio, ep. ad Magncs. n. 7 ; di s.
Pio I, ep. ad Just.; di Clemente A-
lessandrino, Strom. 1. 7; di Tertul-
liano, de idolatr. e. 7, tfe coron. mi-
Ut. e. 3, per non dire di altri. E
pertanto evidente, che dove i citati
scrittori affermano, che i cristiani
non avevano ne tempi, né are, in-
tendevano dire, che non avevano es-
si le fabbriche simili a quelle dei
gentili.
Da quanto narra s. Luca negli
Atti apostolici, e. 20. V. 6, e seg.
apparisce, che gli apostoli celebrava-
no il sacrifizio nelle case private,
non essendovi ancora templi ove
compiere i sagri misteri ; però, come
dicemmo, non andò guari che s'in-
cominciarono ad erigere delle chie-
se , particolarmente in Roma ( F!
Chiese di Roma). Ve ne furono dopo
la metà del primo secolo, come ri-
porta il Baronio all'anno 5'/, n,
98, mediante le testimonianze dei
santi Pontefici Pio I, ed Evaristo,
non che di Eusebio, di Ottato, e
de' gentili medesimi. Nel lib. II, s.
Ottato dice, che nell' anno 249,
nel pontificato di s. Cornelio, si vi-
dero in Roma fabbricvile quarantasei
CHI 221
chiese. Nel secolo medesimo afferma
il Bercastel, tom. II, p. 102, che la
fede moltiplicava i suoi trionfi sotto
il favorevole impero di Alessandro
Severo. Il culto cristiano poi acquistò
di giorno in giorno un lustro mag-
giore, giacché si edificavano luoghi
stabili per l'unione de' fedeli, vale
a dire le prime chiese, che sieno sta-
te dopo la pubblicazione del van-
gelo. S. Ignazio nella mentovata let-
tera esorta i magnesiani a ragunar-
si in un luogo chiamato tempio di
Dio, e neir cp. ad Philad. dice: » Una
« è la carne del Nostro Signore Ge-
>ì sii Cristo, ed uno il calice del
M Sangue suo per la unione, uno
M l'altare, ed uno il vescovo col
» presbitei-io ec. ". Da ciò si può ar-
guire, che anche in oriente nel pri-
mo secolo vi fossero edificati dei
templi, e in tali luoghi fosse cele-
brato il sagrifizio della messa.
Tuttavolta nella Chiesa nascente
poco durò tal felicità, dappoiché, co-
minciando ben tosto le persecuzioni,
fui-ono distrutte le chiese, e venne
proibito a' cristiani offerire la loro
vittima, e fare assemblee con tanto
rigore, che venivano dai tiranni con
tormenli costretti a palesare, se fra
loro si facessero ragunanze, come fiti
gli altri apparisce dagli atti del mar-
tirio di s. Saturnino, e suoi compagni.
Presso Ruynart raccontasi che san-
ta Tedica martire nei tormenti con-
fessò di aver celebrata la colletta ,
quando fu presso di lei il sacerdote. S.
Diati vo rispose al proconsole di aver
celebrato Dominicum. In que' tempi
per Domitùcum s' intendeva la mes-
sa, e per Colletta la radunanza per
la messa. Quindi convenne a' fedeli
celebrare occultamente i loro miste-
ri, e divini uffizi. Li celebi-avano
pertanto nelle grotte sotterranee, nel-
le catacombe [Vedi), nei cimiteri
a'Qsi CHI
[Vedijf nelle carceri [Vedi), ec. Di
Éitti apprendiamo dagli atti del mar-
tirio di Papa s. Stefano I, che nei
nascondigli de' martiri di frequente
diceva la messa, e celebrava dei con-
cilii ec. Per le carceri, interessante
è quanto scrive s. Cipriano nell'.^.
5, con che esorla i sacerdoti, e i
diaconi a procedervi con cautela :
» Badate, die' egli, e provvedete che
» si possa fare con maggior sicu-
« rezza, cosicché i sacerdoti, che ce-
» lebrano appresso i confessori nel-
M le carceri, vi vadano non sempre
»» gli slessi, né gli stessi diaconi ; ma
« ora l'uno, ora l'altro, acciocché
M la A-ariazione delle persone dimi-
» nuisca il sospetto. " Per riguardo
alla celebrazione della messa nei
primi secoli, allorché fu resa la pa-
ce alla Chiesa, nell' anno 3 i 3 da Co-
stantino imperatore, nel pontificato
di s. Melchiade, furono riedificati i
templi e gli altari ; ed il concilio lao-
diceno tenuto l'anno 36 >, comandò
che né preti, né vescovi facessero in
case private le oblazioni, il che fu
vietato a' monaci dai canoni arabici
del Niceno. Però non deve tacersi ,
che nella Chiesa occidentale tal proi-
bizione non si estese subito, ovvero
che ne fossero eccettuati i vescovi,
perchè sappiamo, che s. Ambrogio
celebrò la messa in casa d' una ma-
trona. Se i templi pubblici fossero
in Roma innalzati avanti Costantino,
e molto più sotto Diocleziano, T^. il
Zaccaria Storia letteraria, tom. VI,
pag. 570, e seg.
§ II. Descrizione della struttura del-
le Chiese.
Varie sono le opinioni dei sacri
dottori nel suggerire a' fondatori del-
le chiese, il disegno, la forma, e la
struttuia delle medesime. Pertanto
CHI
alcuni vogliono, che la chiesa dcbKi
fabbricarsi a guisa di nave, cioè
grande e lunga ; altri che abbia la
forma di croce greca, o latina; al-
tri che sia rotonda; tutti però con-
vengono, che debba la fronte o fac-
ciata della chiesa riguardare l'orieu-
te. Tale diversità di opinioni con-
tiene molti misteri, siccome spiega-
no gli stessi dottori, e i sacri litur-
gici. La chiesa in forma di nave ri-
corda a' fedeli, eh' essa è il loro ri-
fugio nelle vicende della loro vita;
la forma di croce rammenta a' me-
desimi le rinunzie fatte nel battesi-
mo, e che perciò debbono essere se-
guaci del Redentore crocifisso; e la
forma rotonda serve ad avvisare i
seguaci del vangelo, che la Chiesa è
dilatata per tutto il mondo. Della
prima e seconda struttura si veggo-
no quasi tutte le chiese, che da ul-
timo si sono edificate, e che si van-
no fabbricando; mentre dell'ultima
maniera diverse ne sono in Roma
principalmente, come s. Maria rtr/iWar-
tyres, già tempio edificato da Agrippa;
s. Bernardo come parte delle terme
Diocleziane; s. Stefano al Monte Ce-
lio, tempio già di Fauno; s. Teodo-
ro alle radici del palatino, già tem-
pio di Romolo ; s. Costanza, già
tempio di Bacco ; e, come riferisce
Valfrido Strabone, l' imperatore Co-
stantino colla sua madre s. Elena ,
fece edificare presso la città di Ge-
rusalemme, dai romani chiamata E-
lia, im nobile e magnifico tempio in
forma rotonda, per racchiudervi il
santo sepolcro del Salvatore. La
fronte poi, o facciata esterna della
chiesa, deve guardare l'oriente, non
perchè non possa farsi diversamen-
te, ma perchè essendo ciò antica
consuetudine, non lascia di avei-e i
suoi mistici significati.
Oltre di che^ al dire di qualche
CHI
autore, tale fu la maniera con cui
venne edificato il sontuoso tempio
di Salomone, da cui molto prese la
architettura delle nostre chiese. Il
di lui ingresso era situato verso l'o-
riente; da questo lato trovavasi il
tabernacolo, ivi stava V altare, ed ivi
si consumavano lutti i riti dei sa-
grifizi. Questa costruzione produceva
il più mirabile effetto: le porte dei
Ire atrii erano situate una contro
r altra, ma con linea retta, e dis-
posizione tale , che tutte andavano
colla fronte all'oriente, di maniera
che il sole col primo spuntar dei
suoi raggi, andava a ferire il mez-
zo del santuai'io, e colla stessa ma-
niera penetiando per le tre porte
degli atrii , e del tempio, ad un
tratto si vedeva quella reggia illu-
minata dal sole materiale, e santifi-
cata dai raggi del sole divino. Di-
fatti è ragionevole e misterioso, che
r ingresso della chiesa guai-di l'orien-
te, perchè siccome dall'oriente acqui-
stammo il principio della nostra luce
corporea, così dalle nostre preghie-
re è bene, che domandiamo su di
noi la luce di chi già si disse: Ec-
ce vir oriens. 11 Nisseno assegna in-
oltre un'altra ragione, cioè che le
parti orientali furono la nostra pri-
ma patria, e il paradiso terrestre,
ma da esso cacciali i nostri proge-
nitori, supplichiamo l'Altissimo di po-
tervi fare felice ritorno.
Per dare un' idea degli antichi
templi de' cristiani, descriveremo la
pianta della chiesa , secondo il rito
greco, presso l' iconografìa tratta da
Luca Olstenio, colla spiegazione del-
le parti del tempio. Siccome tali for-
me e parti erano in quasi tutto co-
muni alle chiese latine, come anco-
ra se ne veggono gli avanzi in al-
cune antiche chiese, e vai'ie parti
sono tuttora iu uso nella moderna
CHI 9.23
architettura, così la seguente descri-
zione può servire anco per dare una
idea delle chiese latine, delle di-
verse forme delle quali parleremo
ai rispettivi articoli delle primarie
chiese di Roma. E poi da notaisi,
che i greci molte delle cerimonie,
di cui faremo menzione, tutlavolta
ancor celebrano , sebbene attual-
mente gli esistenti loro templi non
siano interamente della forma antica.
Ogni luogo dedicalo al Signore,
chiama vasi col nome di Dominìco,
e non solamente la parte interiore,
ma lo stesso vestibolo, quando anco
non fosse chiesa ; quindi ogni sacro
tempio si divideva in tre parti, cioè
nella parte avanti di esso, dentro
di esso, e nel sacrario, e queste in
altre parti, delle quali qui diamo
compendiose notizie.
11 luogo nel capo più cospicuo
del tempio denominavasi SintromOy
cioè il luogo ove sedeva il vescovo,
o capo degli ecclesiastici.
Il Berna destinato a' soli ecclesia-
stici era lo stesso che il SagrariOf
santuario, o luogo chiuso dai cancelli,
o balaustrata, vicino all'altare, ove
il sacerdote ed altri ministri sagri
potevano entrare in tempo del santo
sagrifizio, così chiamato dai greci,
perchè ad esso si saliva per alcuni
gradini; ed è lo slesso lungo, che
viene detto Coro, o Preshiteiio, e
da alcuni cerimoniali antichi viene
appellato Propitiatoihim. Il Berna
conteneva inoltre il trono del vesco-
vo, e le sedie pei preti; e siccome
si chiudeva in semicerchio, questa
parte era anche detta abside, e tri~
buna. Questa voce Tribuna è detta
quasi Tribunal, perchè ivi era la
sedia di marmo del Pontefice, come
in alcune chiese antiche ancora si
vede, appellandosi eziandio Calcidica,
Ileniiciclus, Trullus, e lliolus. 11 p.
224 CHI
Morino, de Pcenìtent. lib. VI, cap. I,
§ X, parlando del Berna , pensa che
Je prime chiese avessero due soli
pavimenti, o separazioni : Antiqui
grceci, ut et latini, ecclesìas in duas
tantum partes distinxerunt, in aiilani
sive atiium laicoruni, et sanctuarium,
in quo consistere episcopis, preshyte-
ris, et diaconis tantum licebat. Da
questo luogo, siccome tutto destinato
a' ministri di Dio, s. Ambrogio in-
trepidamente rigettò r imperatore
Teodosio, il quale dopo l' oblazione
si era ivi fermato, come soleva fare
in Costantinopoli, licenziandolo con
queste parole: Sacrarìum solis sa-
cerdotihus pennum est, aliis omnibus
inaccessum; alle quali pai-ole del
zelante prelato, prontamente ubbidì
il pio imperatore, il quale poi tor-
nato in Costantinopoli , ed invitato
dal patriarca conforme il solito, ri-
cusò di enti-are, scusandosi di aver
imparato dal gran vescovo di Mila-
no, che non eragli lecito entrare nel
santuario. Osservavasi con ogni pun-
tualità dai greci, e da tutte le na-
zioni orientali , di cingere questo
sacro luogo di tavole, e nel tempo
della consagrazione chiudere anche
Ja porta con un velo, per togliere
la veduta dell'altare ai catecumeni,
e agli infedeli, e non si lasciavano ve-
dere i santi misteri nel tempo della
consagrazione, né si apriva fino a
che i diaconi avessero fatto uscire
i catecumeni, e gì' infedeli. Osserva
Tertulliano, adv. Valen. cap. 2, 3,
che la Chiesa romana costuma fare
tutte le funzioni del sagrifizio aper-
tamente, per opporsi agli eretici
valentiniani , i quali nei loro riti,
imitando i segreti eleusiani, il tutto
facevano con somma segretezza, e
Telavano a tal fine tutte le porte.
L'altare {Vedi), parte più emi-
neule della chiesa, che signilica (icsìi
CHI
Cristo, situalo verso l'oriente, alla
cui direzione solevano pregare i cri-
stiani, venne cos\ chiamato quasi
Alta Ara, o Arca, il quale per me-
glio significare l'unità di Cristo, era
in ogni chiesa uno solo, come accen-
nammo superiormente , e come si
raccoglie da molti santi padri, ed
in particolare da s. Ignazio martire,
il che accuratamente osservò il dotto
p. Cristiano Lupo, dicendoci che ne
fanno chiara testimonianza gli altari
delle antiche basiliche di Roma, nei
quali si celebra dal sacerdote rivolto
al popolo , ed a' fedeli, che tulli
stavano nello stesso luogo presenti.
Tuttavolta nelle iconografie delle an-
tiche chiese, come osserva il Berlen-
di, a pag. 149, vi erano talora
lateralmente alcune camere, chiamate
anche cellette, e monisteri, cubicula,
cioè come le nostre cappelle {Vedi)^
non per celebrarvi la messa, ma
per ritirarvisi i fedeli ad orare con
maggior raccoglimento, ovvero ser-
vivano per seppellirvi i defunti, sic-
come dicono s. Paolino, nell'epist.
12, § V , numero io, e nel suo
Natale XI vers. 477, ed altri citati
dal Berlendi. Che se il Bona, e lo
Schelstratc dissero aver Costantino
donato alla basilica lateranense Al-
tana septem ex argento, si deve in-
tendere per altrettante mense, sulle
quali collocavansi le suppellettili sa-
gre, che ognuna avea la sua mensa
distinta. Il rito pertanto di erigersi
nelle chiese un solo altare, può cre-
dersi significasse che dovesse adorarsi
un solo Dio, seguire una sola reli-
gione, e professarsi una sola fede;
rito che tuttora osservano i greci,
gli armeni, i moscoviti, gli etiopi, e
gli abissini. Ed è perciò, che per ogni
chiesa ordinavasi un solo sacerdote, dal
mimcio (Ic'saceidoli deduccvasi ((nel-
lo delle chiese. In progresso di lem-
CHI
pò, come narra il Berlendi a pag.
1G4, gli altari si accrebbero a
segno tale, che ai tempi di san
Gregorio I, lib. X, ep. So, trovasi
ancora che in una chiesa t' erano
tredici altari, com'egli scrive al ve-
scovo Palladio.
II Cihoriuni presso i greci era un
padiglione alto sopra l' altare, soste-
nuto da quattro colonne, e la cui
cima terminava in figura di torricel-
la , come prova Du- Gange in Paul.
Silentiarium, pag. 569, contro Du-
rando ed altri autori, i quali hanno
stimato essersi con questo nome sem-
pre inteso la pyxis, nella quale si
custodisce l'Eucaristia. 11 santissimo
Sagramento era anticamente custo-
dito in una colomba di argento,
appesa sopra l'altai'e, e dai greci
appellata peristerion, o in un decente
armadio, poco lungi dall'altare mag-
giore, come si vede anche in alcu-
ne abbazie. Il secondo concilio di
Tours, tenuto nel 567, oi'dinò che
fosse custodito in un'arca o scatola,
appiè della croce dell'altare. V. Ci-
DOKTo , Tabernacolo, e PissmE.
Le Porte Sante erano l'adito al
medesimo altare, così dette perchè
introducevano alla parte piìi santa
della chiesa, e dove si operano i
più sacrosanti misteri della religione.
Così sante chiamaronsi le porte del
tempio di Gerusalemme, e quelle
che introducevano al Sancta San-
ctorum. E dalla Chiesa romana pure
chiamansi Porte Sante [f^edi)^ quelle
delle quattro basiliche patriarcali, le
quali si aprono e si chiudono con
solennissima celebrità nell'anno san-
to, venerate con somma divozione
da' fedeli , massime quelle della ba-
silica vaticana, in ogni tempo, per
essere stale aperte, chiuse, o bene-
dette dallo stesso Sommo Pontefice
nella vigilia del santo Natale prece-
VOL. xt.
CHI ^.nS
dente l'anno santo, e richiuse nel-
lo stesso giorno del seguente anno,
termine del giubileo.
I Cancelli del Sagrario servivano
per custodia dell'altare medesimo, e
del presbiterio, come vediamo usato
in tutte le chiese, essere circondato,
e chiuso da'cancelli. In oriente l'im-
peratore pregava entro i cancelli,
la quale usanza durò sino a Teo-
dosio, a cui s. Ambrogio, come di-
cemmo, ne interdisse 1' entrata a
Milano. Dopo quel tempo il trono
degl'imperatori era posto elevato nel
luogo dove erano gli uomini presso il
cancello, e quello dell'imperatrice era
meno elevato nel luogo ove stavano
le donne, come descrive Sozomeno
lib. 7, cap. 25. Nelle antiche basi-
liche il luogo, detto senatorio, era
assegnato pei patrizi, pei senatori,
e pei signori distinti; e le loggie in-
terne per le donne , per le vergini
consacrate a Dio, o per le monache
dei contigui monisteri, che assiste-
vano a' divini uffici , come vediamo
oggidì ne'così detti coretti colle gra-
te. Il Cardinal s. Carlo Borromeo,
arcivescovo di Milano, diligente ese-
cutore de' sacri canoni, ordinò nelle
sue visite diocesane ed apostoliche,
che non solamente il presbiterio, e
coro dell' aitar maggiore si chiudes-
sei'o con cancelli , ma anche qual-
sivoglia cappella ed altare, per con-
servare verso di esso il dovuto ri-
spetto e decenza, facendoli demolire,
quando non erano capaci di tale
custodia, o cauta preservazione.
I Prottesi, presso i greci, erano
quell' altarino, sopra del quale pre-
paravano con molte cerimonie il
pane ed il vino per la messa, donde
poi li portavano nel tempo della
consacrazione processionalmente al
sacro altare. Tal processione soleva
accompagnarsi dall' imperatore stes-^
i5
2 5.6
CHI
so, coperto con un manto tessuto di
oro, e colla corona imperiale in te-
sta , e con un bastone, ovvero ferula,
nella mano sinistra, venendo accom-
pagnato da cento soldati armati, nel
giorno anniversario della sua consa-
crazione, in cui un diacono intuo-
nava queste parole : Recordetur Do-
miniis Deus potentice regni tiii in
regno suo, uhique, mine, et semper,
et in scecula soeculorum. Amen. La
quale antifona veniva replicata suc-
cessivamente dai diaconi e sacerdoti,
che entrando nel suddetto Berna,
cantavano al patriarca la seguente :
Recordetur Dominus Deus Pontifica-
tus tui , ubiqueeìc. Nel tempo della
santa comunione, che 1' imperatore
riceveva dentro i cancelli , come gli
altri sacri ministri, pigliava il corpo
del Signore nelle proprie mani, ed
il sangue dal calice tenuto dal pa-
triarca. Prima di comunicarsi incen-
sava l'altare in forma di croce, in-
di il patriarca, il quale ripigliando
il turibolo dalle mani dell' impera-
tore, gli rendeva il ricevuto onore
con incensai'lo. Levatasi poi la co-
rona dal capo, la consegnava a' dia-
coni, e si accostava a ricevere la
santa Eucaristia.
11 Diaconico era un luogo vicino
alla chiesa , ove il vescovo riceveva
i pellegrini, e propriamente era la
sagrestia [Vedi), vicina al Iato della
tribuna; sebbene per questo voca-
bolo intendono ancora i greci quel
libro, nel quale si contengono tutte
quelle cose, che negli uffici divini
spettano a' diaconi.
La Solca viene da alcuni autori
creduta un Trono, o Soglio dal qua-
le, come da luogo alto, si distribuiva
la comunione al popolo, per deno-
tare la regia maestà di Cristo sacra-
mentato, come scrisse s. Girolamo
contro i luciferiani; Episcopum Cor-
CHI
pus Domini attrectantem, et de sUr
blimi loco Eucharistiam populo mi-
rdstrantcm. Altri spiegano la Solca
per lo scalino avanti la porta del
Sancta Sanctorum, con la congettura
tolta da alcune parole di Simone
Tessalonicense : Suhdiacouos et le-
ctorcs sedere oportet extra Berna
circa Soleam.
Il Naos, ossia Nave, era il mez-
zo del luogo ampio e spazioso, ove
stavano i fedeli ed i consistenti, cioè
que' fedeli i quali stavano vicini al
santuario in piedi, cioè al di sopra
dell' ambone facendo orazione^ pre-
senti ai divini misteri, ed erano nel
quarto grado de' penitenti, come dis-
se s. Gregorio Taumaturgo : Consi-
stentia est, ut cum fidelibus consi-
stat, et cum catechumenis non egre-
diatur. Dall'uno, e l'altro lato sta-
vano le donne, dandosi il primo luo-
go alle vergini, il secondo alle vedo-
ve, ed il terzo alle maritate, le qua-
li dovevano stare affatto separate
dalle vergini. Parlando il citato Ber-
lendi del bacio di pace della messa,
segno di pura carità, dice che non
si dava che tra le persone di un
medesimo sesso, e che per questa ra-
gione nelle chiese le donne avevano
luogo separato dagli uomini, chia-
mato Matroneo, di cui parlasi nelle
vite de' Pontefici s. Simmaco, di s.
Leone III, e di s. Gregorio IV: //z
aedihus sacris , dice 1' Altiiser-
ra, erat pars matronarum seu foe-
ìmnarum tabulato dislincta a parte
virorum, quae matronarum diceba-
tur; la qual lodevole divisione, co-
me col progresso di tempo restò al-
terata, col ritrovarsi indilferentemen-
te confuso un sesso con l' altro, per
conservare il decoro, e togliere ogni
fomento d' impurità, verso la metà
del decimo terzo secolo s'introdus-
se nell'Inghilterra l'uso di dare la
CHI
pace con un istromento chiamato
osculatorio. J^. Bacio di Pace. La
imperatrice s. Elena si sottomise
a questa disciplina di stare fra le
donne, pregando insieme con esse;
lodevole uso che s. Carlo Borromeo
ristabilì a Milano, e che tuttora si
osserva in diverse parti.
L' Ambone, ringhiera, o quasi pul-
pito, luogo eminente nella chiesa,
a cui si ascende per diversi gradi ,
abbastanza largo per capire molti
cantori e lettori. L' ambone viene
chiamato pur Analoghim, perchè in
esso si legge 1' evangelio, ed è dif-
ferente dal pulpito. I vescovi predica-
vano ordinariamente sui gradini del-
l' altare, ma s. Giovanni Grisostomo
preferiva 1' ambone. È rimarchevo-
le, che comunemente due erano gli
amboni nella medesima chiesa ; in
quello del lato destro si leggeva il
testamento vecchio, e nuovo, e nel
sinistro il solo vangelo; coli' avver-
tenza che questo si leggeva, o can-
tava verso l'altare maggiore, perchè
ne fu r autore Gesìi Cristo; il te-
stamento poi verso il popolo, perchè
servisse di sua istruzione e intelli-
genza ; il perchè un ambone era
rivolto verso 1' altare, e \' altro verso
il popolo. Sugli amboni va letto
quanto scrisse Nicola Ratti nella sua
dissertazione della Basilica Liberia-
na a pag. 17, nota 1.
La Porta Speciosa era quella, per
la quale si entrava nello spazio del
luogo de' fedeli consistenti, cioè vi-
cino al sacrario, che erano perciò più
vicini al sacrifizio ; la qual porta
essendo più nobilmente ornata, di-
cevasi Speciosa.
Il Nartece^ o Narthex, vocabolo
celebre presso i greci, era il luogo
assegnato a' pubblici penitenti, ben-
ché esso propriamente significhi la
ferula, la verga o il bastone, ed in-
CHI 227
dicava la parte oblunga della chie-
sa. Il Nartece pertanto, secondo Leo-
ne Al lazi o, opusc. de Narlhece, era
una parte della chiesa vicina alla
porta, ma dalla parte di dentro,
nella quale dimoravano i catecume-
ni, gli energumeni, e i pubblici pe-
nitenti. Da s. Gregorio Taumatur-
go venne chiamato atidilio, ovvei'o
lociis audientium , dentro la porta
della chiesa, chiamandolo l'Areopagi-
ta sacro. Da esso erano caccia-
ti i penitenti nel tempo della consa-
crazione : Extra templi ambitum col-
locantur catechumeni , et post eos
energumeni, atque ii, quos antea-
ctae viiae poenitet. Manent aidem
iij qui divinarum rerum, et aspe-
ctu digni suntj et communione. Che
se altri scrittori hanno detto, che il
Nartece fosse fuori della chiesa, in-
tesero dire di quella parte, la qua-
le era assegnata a' fedeli ; e nella
pianta, che riporta il Berlendi del-
le chiese antiche, colloca nel portico
il Narthex esteriore, e presso il luo-
go audientium^ il Narthex interio-
re. Vero è però, che alcuni catecu-
meni per gravi delitti stavano fuori
del Nartece, e posti nel luogo chia-
mato locus flentium, di che ci dà
chiaro indizio il concilio di Neoce-
sarea : Si quis ex perfectionibus ca-
techumenis peccaverit, peccare cessans
cum audientibus stet ; si ex audien-
tibus est, et a peccando non absti-
net in dejìcentium locumab Ecclesia,
extnidatur. Se dunque si discaccia-
vano dalla chiesa, conviene dire che
prima stavano dentro. Domenico
Macri dice che, non essendovi piìi
a' suoi tempi nemmeno fra i greci
catecumeni, veniva assegnato il Nar-
thex a' monaci laici, e nelle citata ser-
viva per le donne con alcuni cancel-
li, e gelosie di tavole, com' egli vide
neir oriente.
228 CHI
Il Battisterìo (Vedi), era un luo-
go ed un fonte da alcuni chiamato
cisterna, non già secondo la comu-
ne voce ecclesiastica, ove soltanto si
rigeneravano alla Chiesa gì' infanti,
ovvero adulti col sacramento del san-
to battesimo istituito da Gesù Cri-
sto. I battistei'i prima erano fabbri-
che esteriori e isolate come quel-
lo lateranense, locchè si praticò sino
al sesto secolo ; ed in questi pri-
ma di entrare in chiesa i fedeli , e
consistenti, tutti usavano di lavarsi
le mani e la faccia, come già avea-
no usato gli ebrei, col lavarsi le
mani e i piedi avanti di entrare nel
tabernacolo, cerimonia che significa-
va la purezza interna dell' anima.
A ciò appunto serviva la fonte e-
retta con magnificenza nell' atrio
della basilica vaticana. Eguali ceri-
monie costumavano i gentili, i qua-
li pili volte si lavavano avanti di
entrare ne' loro templi. Che pra-
ticassero i cristiani tanto d'orien-
te, che di occidente, lavarsi le ma-
ni avanti di orare, lo conferma-
no le testimonianze antiche di gra-
vi scrittori ecclesiastici, e fra gli alti-i
ecco come si esprime Tertulliano :
Quce ratio est manihus quidem ablu-
tis, spiritu vero sordente orationem
ohircl E s. Gio. Crisostomo ratificò
questa usanza : Ingres.viri templum,
manus lavamiis. In luogo poi dei
battisteri o fonti, è succeduto l'uso
dell' acqua benedetta , che si tiene
neir ingresso delle chiese nelle pile ,
colla quale i fedeli appena entrano
in esse, si fanno il segno della cro-
ce. Sulle antiche fonti, o grandi va-
si d* acqua presso le chiese cristia-
ne, e sulle pile per l'acqua bene-
detta presso le porte di dette chiese,
è a vedersi il p. Antonio Maria Lu-
pi, Dissertazioni, tom. I, p. 4^» e
seg.
CHI
Le Porte grandi erano quelle, che
dal portico, ove stavano quelli, che
piangevano, chiamato locus flentium,
davano l'ingresso allo spazio della
chiesa, destinato per quelli, che po-
tevano assistere alle sacre funzioni ,
sino alla consacrazione, e poi erano
rigettati. La porta principale guar-
dava all'occidente, mentre per lo più
l'altare era rivolto all'oriente, verso
la qual parte gli antichi cristiani
solevano pregare, per esprimere la
speranza, cui avevano di risuscitare
con Gesù Cristo. Ad esempio degli
egizii, e dei l'omani, che ponevano
dei leoni marmorei alle porte dei
loro templi, e nel loro ingresso, gli
antichi fedeli collocarono i simulacri
dei leoni alle porte delle chiese, af-
finchè tacitamente ricordassero a chi
vi entrava il timore del giusto sde-
gno di Dio, se alcuna irriverenza
in que' luoghi sacri si commettesse,
come meglio osserva il Borgia, nel
tom. I, p. 267 e 268, delle sue
Memorie sloriche. Il Ciampini egual-
mente ne trattò, come il Marangoni
al capo LVIII, Delle cose gentile-
sche delle Chiese j ove parla de' leo-
ni adoperati ad oi'uamento fuori, e
dentro alle nostre chiese, e di qua
e di là dagli stipiti delle porte.
Il Portico era quello spazio di
luogo, o vestibolo, talvolta chiuso
da mura, avanti le chiese, come ve-
diamo nelle antiche basiliche di Ro-
ma, sostenuto da colonne, dove sta-
vano i Ingenti in abito vile ed ab-
bietto, i quali pregavano tutti quel-
li, che entravano nella chiesa, come
abbiamo dal citato s. Gregoi io Tau-
maturgo : Lucius est extra por-
tain oraloriij ubi peccatorent sian
tem oporlet Jidclcs introeuntes ora-
re, ut prò se pircenlur; ed è quel
medesimo, che disse TcrtuHiano
Mandans sacco et cincri incubare
J
I
CHI
presbyteris advolvì, charis Dei ad-
geniculariy omnibus fratribiis lega-
liones deprecalioìiis suae injungere.
Ed era questo il primo grado della
penitenza presciitta dai sacri cano-
ni, da farsi sotto il portico delle
chiese, ove pure i poveri stavano a
cercare limosine. D'ordinario il por-
tico era chiuso da tutte le parti
da una specie di chiostro, sostenuto,
pure da colonne. Il concilio di Nan-
tes del 658, permise di seppellire i
morti nel vestibolo nel portico exC'
draj cioè nelle fabbriche esterne ,
non però nella chiesa. Circa questa
regola trovasi però anche nel!' an-
tichità fatta qualche eccezione alle
dignità ecclesiastiche, alla virtìi, e
al merito di qualche persona. Dei
portici aggiunti alle basiliche cri-
stiane, ad imitazione dei portici, che
adornavano i templi de' gentili, e lo-
ro diverse forme , e dei portici, o
navate a due piani d'intorno ai ba-
gni presso alle chiese, egualmente
che ai battisteri, tratta eruditamen-
te il p. Lupi, a pag. 23, e ii8,
così pure delle loggie, o portici alle
fiancate delle basiliche s\ gentilesche
che cristiane, a pag. 29.
Il Circuito era tutto quello spa-
zio, che girava intorno alla prima
nave della chiesa, ove da una par-
te stavano gli uomini, e dall'altra
le donne separate; nel tempo però
delle pubbliche penitenze non ci en-
travano le donne,
I Gradini, per cui si ascendeva ad
alcune chiese, furono oggetto di ve-
nerazione pei fedeli. Quelli dell'an-
tico tempio vaticano erano venti-
quattro di bianchissimo marmo po-
stivi da Costantino. I fedeli soleva-
no salirli genuflessi, baciandoli uno
ad uno ; nel qual pio modo non i-
sdegnarono ascenderli Carlo Magno, e
altri personaggi, massime dopo che
CHI 229
Alessandro VI concesse a chi li sa-
liva in tal guisa, sette anni d' in-
dulgenza per ciascun gradino ; divo-
zione, che esercita vasi particolarmen-
te a' 22 giugno, come abbiamo dal
Torrigio, Grotte vaticane^ p. 11^.
Oggidì alcuni hanno per costume di
salire in ginocchio le scale della chie-
sa di s. Maria in Aracoeli, e della
chiesa dei ss. Michele, e Magno in
Borgo, come anche la scala santa (/^e-
di). Si racconta che Giulio Cesare ,
e Claudio salirono in ginocchioni gli
scalini del tempio di Giove Capito-
lino. Sulla facciata, o prospetto ester-
no poi delle antiche chiese, modella-
te sul gusto de' templi pagani, si può
leggere il citato p. Lupi, Disserta-
zioni, p. 26.
Finalmente, a migliore intelligenza,
faremo una breve ricapitolazione del-
le parti principali degli antichi tem-
pli, e chiese de' cristiani. Avanti la
chiesa eravi un portico in cui sta-
va la prima classe de' penitenti, che
si appellavano piangenti. Nella par-
te interiore ve ne aveva subito im
altro appellato Narthex, ove erano
collocati i catecinneni, ed i peniten-
ti, chiamati audienti, perchè ivi a-
scoltavano le istruzioni dei pastori .
Seguiva la nave di mezzo, e nel-
la parte inferiore di essa giaceva la.
terza classe de' penitenti, che si chia-
mavano pwstrati; il restante era a
destra pei laici maschi , a sinistra
per le femmine. Nel mezzo della
nave eravi l'ambone o sia il pulpi-
to pel lettore, e dove anche predi-
cava si. Il coro, ossia il santuario,
era 1' ultima parte della chiesa, se-
parata dal restante con cancelli.
Quivi erano l'altare, la sede vesco-
vile, ed i seggi dei preti, ed appel-
lavasi absidi', perchè il coi'o era in
forma di semicerchio, intorno a cui
erano quelle sedi. Il santuario ri-
23o CHI
inaneva coperto da un velo, finché
stavano in chiesa i catecumeni. Del-
ie principali parti poi delle descritte
cliiese, si tratta ai rispettivi artico-
li, mentre il più volte citato Ber-
lendi. Delle oblazioni all' altare, ri-
porta a pag. i49 l' Ichnographia
niitìqui templi christìard ex variorum
auctorum descriptione; ed il Piazza
nella sua Gerarchia Cardinalizia, de-
scrivendo la diaconia di santa Ma-
ria in Cosmedin, già scuola gre-
ca, ci dà l' Iconografia della chiesa
greca.
Ecco poi come il Macri al voca-
bolo Ecclesia si esprime. La chiesa
anticamente era divisa in cinque
parti, come costumarono fare ai loro
tempi i greci : cioè il portico fuori
della chiesa, il nartece dentro le
porte , assegnato a' catecumeni , la
nave dove oravano i fedeli, il coro
pegli ecclesiastici, e il sancta san-
ctorum diviso con cancelli, nel qua-
le dimoravano i soli ministri sacri.
S. Gregorio Taumaturgo, citato da
Balsamone, divise la chiesa pure
in cinque parti , chiamando Jletus
il portico destinato a' penitenti pub-
blici ; auditio il nartece, ove i ca-
tecumeni udivano la parola divina;
subiectio la nave nella quale sta-
vano i fedeli ; congregatio il coro
degli ecclesiastici; e partecìpatio sa-
cramenti, il sancta sanctorum, ove
entravano gli assistenti al divino sa-
grifìcio. Siccome poi dicemmo di
sopra, che gli antichi cristiani ora-
vano nelle chiese rivolti all'orien-
te, aggiungiamo, che tal rito fu os-
servato dalla Chiesa latina fino ai
tempi di 8. Leone I, il quale verso
la metà del quinto secolo, vietò ai
cattolici l'ox'are verso l'oriente , per
non sembrare di convenire co' ma-
nichei, i quali adoravano il sole, in
cuore di cui digiunavano la do-
CHI
menica, pensando essi scioccamente
che Gesù Cristo dopo 1' Ascensione
in cielo, avesse eletta per sua abi-
tazione la sfera del sole, fondati sul-
le parole del Salmo i8: In sole po-
suit tabemaculum suum.
Passiamo a dire alcuna cosa sul-
le chiese moderne, oltre quanto già
si disse superiormente di esse. Do-
vendosi però parlare ai diversi arti-
coli delle chiese di Roma, delle dif-
ferenti loro forme architettoniche ,
secondo i diversi tempi in cui furo-
no erette, oltre quanto analogamen-
te dicesi a' principali templi de' cat-
tolici nei tanti relativi articoli del
Dizionario, solo ci limiteremo qui a
qualche generico cenno. In progres-
so pertanto di tempo invalse l' ar-
chitettura gotica, principalmente nel-
la fabbrica delle chiese , sebbene è
troppo noto, che la sua strana ma-
niera, impropriamente appellata go-
tica, non riconosce veruna patria,
né si può attribuire a verun popo-
lo, ed a nessuna epoca precisa. Vuoi-
si dagl' intelligenti di tal nobile ar-
te considerare come un risultamen-
to, o del corrompimeuto dell'antica
architettura, o della mescolanza del
gusto oi'ientale, o moresco, con quel-
lo dell'architettura degenerata ; me-
scolanza, la quale operata dal caso
in tempi d'ignoranza, divenne poco
a poco per abitudine, una specie di
disordine ordinato. L' ai'chitettura
gotica non ricevette tal nome che
in tempi posteriori, allora quando si
principiò a rimettere in vigore la
buona e l'antica ; e ciò nacque dal-
l' appellai'e col nome barbaro tutto
quello, che allontanavasi dalle re-
gole prescritte dai greci e dai ro-
mani. Il carattere essenziale dell' ar-
chitettura gotica consiste nell'arco
acuto, che da tutte le altre la di-
stingue, ed in ardita maguificcuza.
CHI
L'architeftura gotica non fu mai
adottata in Roma, in grazia di Ro-
ma antica, e i monumenti gotici di
questa città , sono soltanto alcuni
altari maggiori isolati, detti confes-
sioni, o tribune, che veggonsi an-
cora nelle chiese di s. Giovanni in
Laterano, di s. Paolo fuori delle
mura, di s. Cecilia, e di s. Maria
in Cosmedin. Quivi però il gotico
Inon è già negli archi, i quali non
^sono acuti ; neppure nelle colonne,
che non sono pertiche, ma consiste
solamente in que' merletti, che con-
tinuano intorno agli archi, in quel-
le fronti piramidali, e in que' finali
aguzzi. Qualche ombra di archi acu-
ii si vedono nella chiesa di s. Ma-
ria sopra Minerva, ed in alcuni se-
polcri in diverse chiese , alla Mi-
nerva, a S. Maria Maggiore, a S.
Maria d'Araceh, a S. Maria in
Trastevere, ed a san Grisogono. Si
può prendere un' idea giusta delle
diverse età del gotismo, che durò
più di quattrocent'anni nell'Europa,
e delle diverse forme delle chiese
erette con quel sistema di architet-
tura, nell'opera del celebre Millin :
Antiquités nationalcs , ou recuil de
monumens, poiir servir a Vìiistoìre
generale, et particidiere de Ut Fran-
ce, tels que tombeaux , ìnscriptions,
statues , vitraux , fresques , etc. li-
res des abbayes , monasteres _, cha-
teaux, et autres lieux, devenus do-
maines nationnaux. Ma l'opera, che
principalmente dà gran lume sull'ar-
chitettura gotica , e sui diversi si-
stemi, sulle differenti epoche, ed an-
cora sopra gli altri nell' architet-
tura , è quella che ci diede il dot-
to cav. d' Argincourt , intitolata ,
Della Istoria delle arti, relative al
disegno, e della loro decadenza, fi-
no alla loro rinnovazione sotto Raf-
faello Sanzio.
CHI 23t
I templi de' gentili,, dice il citato
Millin, ammettevano nel loro inter-
no il concorso del popolo, che le
chiese de' cristiani , come dicemmo,
non ricevevano se non sotto i loro
peristilli, e nei loro recinti accesso-
ri. Quindi la forma, e la disposi-
zione delle chiese moderne, non ha
se non che relazioni molto lontane
colla forma, e colla disposizione del-
le chiese primitive cattoliche; laon-
de merita l'attenzione degli archi-
tetti, la costruzione delle chiese
per la loro destinazione , e pel
loro uso abituale. L'interno per-
tanto delle chiese destinate alla cele-
brazione delle religiose cerimonie fu
ridotto, massime ne'tempi di mezzo,
a contenere quattro parti, l'atrio, la
nave, i laterali, e il coro. La na-
ve è la parte più vasta, nella qua-
le il popolo si riunisce per assistere
all'esercizio del culto; i laterali erano,
principalmente nel medio evo, por-
tici o gallerie sovrapposte talvolta
le une alle altre, che circondavano
la nave, e facilitavano l'accesso alla
medesima. Il coro è il luogo, ove i
sacri ministri celebrano le cerimonie
e i riti religiosi, il quale ordinaria-
mente elevasi su di alcuni gradini
al di sopra del piano della nave, af-
finchè possa il popolo vedere distin-
tamente ciò che vi si fa. L'atrio è
uno spazio, all' ingresso della chiesa,
praticato aflinchè le porte non cor-
rispondano immediatamente sulla
pubblica strada. L' altare è con-
venevolmente situato nella parte an-
teriore del coro in faccia alla na-
ve, e presso la medesima. Si dà al
coro (P^edi) una forma curva, ov-
vero semicircolax'e, ed anche semie-
littica nel fondo, e una volta di
diversa figura, perchè colà trovatisi
i cantori degl' inni , dei cantici , e
della ufficiatura; ed è perciò che
a32 CHI
l'architelto dee costruire il coro se-
condo le leggi dell'acustica, cioè di
quella scienza, che insegna a costrui-
re un edifìzio in modo, che i suoni
si di fiondano in tutta l'area del tem-
pio, nel miglior modo possibile, aven-
dosi riguardo anco al luogo ove si
erige l'organo (Fedi). Da un lato
del coro s' introdussero tre divisioni,
una delle quali chiamasi sagrestia
(Vedi), destinata a conservare i va-
si, i paramenti, gli arredi, e le sup-
pellettili sacre per la celebrazione
del culto; altra divisione può servi-
re per formare le scale per ascen-
dere sul campanile (Vedi), per le
campane (Vedi), e nelle parti ele-
vate della chiesa. La nave ha d'or-
dinario la sua volta particolare, sos-
tenuta da pilastri, o da colonne. Ol-
tre l'altare principale, la chiesa se-
condo la sua capacità, ha un nu-
mero di altari fìssi, a difierenza del-
l'aliare portatile, il quale si fa per si-
tuarlo nelle cappelle, nel mezzo del-
la navata, od altrove, secondo i bi-
sogni. Il cimiterio (Vedi) poi fu
destinato sino dai primi secoli del
cristianesimo per seppellirvi i fedeli,
che non potevano tumularsi dentro
la chiesa , giacché in essa seppelli-
vansi i cadaveri di quelli, ch'erano
morti in odore di santità, i sacer-
doti, e i vescovi, mentre gU altri
cadaveri si seppellivano nel circuito
della chiesa, o ne' suoi portici. Dal
seppellire, che si facevano i defunti
nelle chiese nel terzo secolo, Ter-
tulliano chiamò le chiese del suo
tempo, a cagione dei defonti ivi se-
polti, Arcce sepulcrorum, laonde ven-
nero chiamate cimiteri. Fu il con-
cilio di Braga del 563, che concesse
di seppellire i defonti intorno alle
muraglie delle chiese, dove dipoi per
maggiore religione furono erette cap-
•pelle per sepoltura de' particolari.
CHI
Successivamente però fu permesso
seppellu'e in chiesa nelle sepolture
lontane dal luogo del sacrificio. Pao-
lo IV, siccome zelante dello splen-
dore de' sacri templi , ordinò che si
togliessero que' depositi , o monu-
menti eretti e pendenti dalle pareti
de' medesimi, perchè pregiudicavano
alla dignità delle chiese. Tuttavolta
poi furono tollerati, e perciò se ne
veggono parecchi in alcune chiese;
ma quelli , eh' erano stati innalzati
nel mezzo di esse, furono fatti de-
molire da s. Pio V, secondo le pre-
scrizioni del Tridentino, facendo col-
locare i cadaveri sotto il pavimento,
o trasportare nei cimiteri. Quindi
nuovamente venne stabilito che si
tumulassero i defonti nei cimiteri,
meno alcune eccezioni e riserve ,
per riguardo a certe persone, e che
quelli si erigessei'O non più presso le
chiese delle città o luoghi, ma in
distanza , e fuori dell' abitato, ove
per altro suol fabbricai*si contigua
una cappella, oratorio, o chiesa.
Dio appellò il tempio, sua casa,
suo trono, suo santuario, suo luof^o
santo, ed è perciò che le chiese de-
vono esser costruite con grandiosità,
e religiosa maestà in tutte le parti,
come pure negli ornamenti. Essa al
primo riguardarsi deve riscuotere
venerazione dai fedeli, il perchè deb-
bonsi evitare i tritumi, e gli orna-
menti staccati, che distraggono l'oc-
chio dal complesso : inoltre gì' intel-
ligenti di tal genere di architettura
dicono, che il carattere di una chie-
sa di perfetta costruzione, è la sem-
plicità unita alla grandiosità. Nel-
l'epoca del decadimento dell'arte, si
sono formate nei laterali delle chie-
se, massime più grandi, diverse cap-
pelle, ciascuna con separalo altare;
uso, che divenuto a poco a poco
comune, dall'arte viene ritenuto cosa
I
, le
i
CHI
imbarazzante, dicendo gli architetti,
che le cappelle distruggono runità
'del complesso. Finalmente, lo ripe-
tiamo ancora, una chiesa a prima
vista deve mostrare grandezza e di-
gnità anche nel suo prospetto esterno.
Talvolta sono d'ornamento a questa
le torri, e producono buon effetto
anche le cupole. In Roma la chiesa
«li s. Agostino, eretta nel XV se-
Io dal Cardinal d' Estouteville , o
per dir meglio da lui riedificata ,
vanta la cupola, che è la prima in-
nalzata in Roma, lodandosi l'esterno,
che comunemente chiamasi la fac-
ciata, la più ragionata che siasi fatta
in detta città , prima di quella di
s. Pietro.
Il Millini osserva inoltre , che i
greci nei buoni tempi dell' arte ri-
guardarono l'ordine jonico, come il
piìi conveniente per le loro chiese,
e che questo converrebbe anco alle
nostre, sebbene non debba del tutto
disprezzarsi 1' ordine dorico. Il me-
desimo autore mostra il desiderio ,
che le chiese fossero isolate, ed eret-
te in piazze spaziose, e non con con-
tigue fabbriche di monisteri, conventi,
canoniche ec. Nota inoltre , che i
primitivi cristiani celebravano i di-
vini ufficii in sotterranei, e luoghi
nascosti, e che Costantino li trasse
da quei tuguri abbandonando loro
alcune delle basiliche ove anticamen-
te si amministrava la giustizia , e
che quindi le prime chiese cristiane
dopo la persecuzione, furono presso
a poco fabbricate su quella forma.
Anche nel fabbricare la celebre chie-
sa di s. Sofia di Costantinopoli (Pedi),
si ritenne la forma dell'antica basi-
lica di s. Pietro. Ad imitazione della
sontuosa chiesa di s. Sofia, si eresse
quella di s. Marco in Venezia , e
così venne introdotto nell' Italia il
gusto delle cupole. Le chiese poi più
CHI a33
magnifiche sono quelle di s. Sofia,
di s. Paolo di Londra , e le catte-
drali di Milano, Colonia, e Firenze ec,
superate tutte dall' augusto tempio
Valicano in Roma. Per la conser-
vazione di questo , fu istituita una
congregazione di Cardinali, chiama-
ta della fabbrica di s. Pietro, la cui
prefettura è devoluta al Cardinal ar-
ciprete della basilica, sino dal Car-
dinal Gio. Battista Pallotta, per con-
cessione fatta da Sisto V nell'anno
i5g8. Per le altre chiese per lo
più incombe ai fabbricieri l'ammi-
nistrazione delle rendite per la ri-
parazione, e ristauro delle medesime.
Il Santese ha la cura della chiesa,
chiamato generalmente Mansiona-
rio (Vedi), le cui attribuzioni sono
diverse secondo i .vari paesi, e tal-
volta viene confuso col fabbricicre,
e col sagrestano. Dal Macri appren-
diamo, che chiama vasi Eeclesiarcha,
il prefetto della chiesa, o capo di
essa , officio particolare del clero di
Costantinopoli. V. il Cecconi, // sa-
cro rito di consagrare le chiese , il
capo V Descrizione minuta di tutte
le parti d' una chiesa , e ciò che dì
mistenoso in essa si contiene, con
tutte le relative spiegazioni mistiche.
§ ITI. Licenza del vescovo per l'ere-
zione delle chiese, e cerimonie sa-
cre pel gettito, e benedizione della
prima pietra, e principio de' fonda-
menti.
Non può il fondatore di qualche
dìiesa, oratorio, o cappella, incomin-
ciarne la fabbrica, senza espressa li-
cenza del vescovo diocesano , sotto
la cui giurisdizione ritrovasi l'area,
e il suolo destinato a questo effetto,
giacché il concilio Auivlian: dist. I
De Consecrat. comandò : edificare
ecclesiani nemo poteste nisi auelori-
234 CHI
tate dioecesatìi. Il vescovo adunque,
avvisato preventivamente , deve re-
carsi a riconoscere il sito, e la ca-
pacità della fabbrica , deve atten-
tamente considerarne la necessità,
e particolarmente se da un tale edi-
fizio ne possa risultare utile al po-
polo , ed aumento alla pietà de' fe-
deli, per la maggior gloria di Dio.
Alloi'a quando si rinvengano con-
corrervi tali circostanze, può libera-
mente concedere la facoltà di fab-
bricare, e ponendo egli stesso pel
primo la mano all'opera, può dise-
gnare il pubblico atrio, innalzarvi
in mezzo la croce chiamata titolo ,
che anticamente solevasi benedire
con solenni cerimonie, e disporre le
cose necessarie per gettare nei fon-
damenti la prima lapide. Dice, il
Macri , che l' erezione della croce
per parte del vescovo , significa la
sua giurisdizione , la quale erezione
dai greci veniva chiamata Stauro-
pegium.
Viene ciò confermato coll'esempio
degli antichi fedeli, i quali volendo
fabbricare luoghi sagri, li contrasse-
gnavano prima colla croce, per di-
notare, che il sito destinavasi al culto
di Dio, e non poteva più servire ad
uso profano ; ed il Pontefice s. Gre-
gorio I proibì di fabbricare le chie-
se ove già erano stati sepolti de' ca-
daveri, pel pericolo di confondere
le reliquie dei martiri , colle ossa
degli altri. La prima lapide , che
gettasi ne' fondamenti, deriva dal
sasso, che qual altare Giacobbe de-
dicò a Dio, e trasmutò in un' abi-
zione, che fosse degna della casa di
lui : Lapis iste, qiiem erexi in titu-
Luin, vocabitiir domus Dei; titolo che
i dottori chiamarono titolo di pre-
conio, di memoria, e di trionfo. A
suo esempio i fedeli intitolarono pri-
ma di erigere la chiesa , col nome
CHI
del suo fondatore, o padrone del
luogo, e poi col titolo di qualche
santo, come afferma il Baronie al-
l'anno 112. Difatti in Roma vi so-
no ancora varie chiese antiche col
titolo de'fondatori, o proprietari del
luogo, non che con quello del santo,
a cui furono dedicate. Tali fra le altre
sono le chiese de' ss. Silvestro e
Martino nella regione de' Monti, che
appellasi titidus Enuitii, de' ss. Nereo
ed Achilleo , detta titulus Fasciola,
e di s. Vitale, che viene chiamato
titulus Vestince. Confermasi tutto que-
sto dalle parole, che s' incidono nella
lapide, in cui, oltre il nome del ve-
scovo, si leggono i nomi di quei
santi, che devono essere titolari
della chiesa. V. Orditi. Roman, de
divin. offic. cap. de cedif. Eccl. ,
pag. 107.
Riflettono in questo proposito i
sacri dottori, che le chiese si fab-
bricano, e si dedicano direttamente,
e principalmente a Dio, quindi si
dedicano e fabbricano pure in onore
della beata Vergine Maria , e dei
santi. Si getta nei fondamenti la pri-
ma lapide alla gloria di Dio, a cui si
deve il primo culto di latria, e bene
lo dinotano le parole ivi incise: Deo
Opùmo Maximo; ma perchè anche ai
santi si suole tributate un secondo
culto, che dicesi di dulia, perciò vi
s' interpone 1' intercessione de'mede-
simi, come titolari del luogo. Sem-
bra poi convincente la ragione, per-
chè se nella chiesa si offre princi-
palmente al divin Padre l' incruento
sacrifizio del Figlio, quanto meglio
saia questo piìi aggradevole ed efti-
cace, che nella intercessione eflicacis-
sima dei Santi, laonde l'evangelista
s. Marco edificò in Alessandria una
chiesa al suo maestro l' apostolo s.
Pietro.
Ora diremo delle ccrimouie, che
CHI
si fanno nel benedire, e porre la
prima pietra, o lapide nei fonda-
menti della nuova chiesa, e de' vari
misteri, che rappresentano. Prima
adunque di tal benedizione, fa duo-
po eiigere una gran croce di legno
nel luogo precisamente ove si deve
situare l'altare maggiore. Ciò fatto,
deve il vescovo vestirsi sopra il roc-
chetto, e sulla cotta, se è regolare,
di amitto, camice, e cingolo, stola,
piviale di color bianco, mitra sem-
plice, prendendo colla sinistra mano
il pastorale. Quindi giunto al luogo
dell' edifizio, depone la mitra, bene-
dice il sale e l'acqua, nel modo
notato nel Pontificale romano. Ter-
minata la benedizione deli' acqua,
con questa asperge il luogo ov' è
stabilita la croce, dicendo colla mitra
in capo : Signiim salutis pone. Do-
mine Jesu Chrìste, in loco isto, et ne
permittas introire Angelum percutien-
tem, col salmo : Quani dilecta taher^
nacula tua etc. Dopo il salmo recita
una breve orazione, nella quale
nomina il santo, o la santa in onore
di cui edifica la chiesa. Seguendo
anche senza mitra, fa la benedizio-
ne della prima lapide , con varie
orazioni; l'asperge coli' acqua bene-
detta , e collo scalpello fa in quella
un segno di croce, dicendo : In No-
mine Patris, et Filii, et Spirìtus
Sanati. Amen.
Si pone quindi su di un tappeto
il faldistorio, indi il vescovo colla
mitra in capo genuflette, finché si
cantano tutte le litanie, dopo le
quali intona l'antifona: Mane surgens
Jacob, erigebat lapidcm in titidum etc,
proseguendo il coro col salmo: Nisi
Donùnus cedifìcaverit domum , etc. ;
tocca, e pone la detta piima lapide
nei fondamenti, dicendo: In Jide
Jesu Chrìsti coUocamus lapidem istum
prìniaiiuiìi in hocfundaniento etc. , la
CHI 2a5
quale essendo stata stabilita dal mu-
ratore, il vescovo la benedice coll'ac-
qua, dicendo : Asperges me etc, che
si seguita col salmo Miserere. Da
questa benedizione il vescovo passa
a benedire i fondamenti, aspergen-
doli coir acqua benedetta, se sono
aperti, diversamente gira intorno ad
essi già disegnati, e tutti gli asperge
in questo modo. La prima volta,
aspergendo sino alla terza parte dei
fondamenti, si canta l'antifona: O
quam metuendus est locus iste! etc.
col salmo • Fundamenta ejus eie, e
si termina con una breve orazione.
Dipoi intonando le antifone : Pax
aeterna etc, asperge parimenti fino
alla terza parte de'fondamenti aperti,
o disegnati , e vi recita anche un'al-
tra orazione. In fine intona l'anti-
fona : Bene fundata est domus Do-
mita etc, che dal coro si prosegue
col salmo : Lcvtatiis sum in his; indi
asperge l'ultima terza parte de'fon-
damenti medesimi, e ritornando ai
luogo ove avea posta la lapide, de-
posta la mitra, dopo breve orazione,
intona l' inno : P^eni creator Spirìtus,
e genuflesso sino alla fine del pri-
mo versetto, s'alza di nuovo, e ter-
minato dice: Desccndaty qucesumus
Domine Deus nosler, Spirìtus, etc.
con altre orazioni. Dipoi ripresa la
mitra, si pone a sedere nel faldisto-
rio, esorta il popolo a contribuire per
la fabbrica della chiesa , e compar-
tendo la solenne benedizione, la.
pubblicare l' indulgenza, e quindi si
prepara per la messa, in caso che
voglia celebrarla, la quale deve dirsi
di quel santo, in onore del quale
viene fabbricata la chiesa.
Questa funzione, che si fa dal ve-
scovo, colla sua licenza si può fare
da un sacerdote, col rito prescritto
dal Rituale romano. Ne mancano e-
sempi , che la facessero aucu i som-
236 CHI
mi Pontefici, e per accennarne al-
cuno degli ultimi, Benedetto XllI
ai 19 maiYO 1727, per la fabbrica
dell' oratorio di s. Maria in Via, vi
pose la prima lapide, la quale con-
sisteva in una cassettina di marmo
con analoga iscrizione sopra, dentro
la quale era vi una lamina di metal-
lo, con alcune medaglie e divozio-
ni, e l'iscrizione coi nomi della b.
Vergine, e del suo sposo s. Giusep-
pe, a' quali dedicavasi V oratorio, con
V epoca della funzione, e col nome
di chi la eseguì. Lo stesso Pontefi-
ce, nel medesimo anno, pose ancora
la prima pietra nelle fondamenta del-
la chiesa di s. Maria della Quei'cia a
campo di Fiori, la qual funzione leg-
gesi descritta nel numero i582 del
Diaiio di Roma del 1727. Nell'anno
seguente 1728, lo stesso Benedetto
XllI, come descrive il numero 1696
del citato Diario, solennemente mi-
se la prima pietra fondamentale per
la nuova chiesa di s. Claudio dei
borgognoni, pronunziando un eru-
dito sermone. Nella lamina, ch'ei'a
dentro la detta pietra, leggevasi una
iscrizione riguardante il Papa, il re
Luigi XV, e la nazione borgognona,
ed il santo in onore del quale si
erigeva, colla rispettiva epoca. Inol-
tre Benedetto XIII pose nella det-
ta pietra fatta a guisa di casset-
ta, una pigna dorata, un' ampolla
d' olio santo, tre Agnus Dei grandi,
ed alcune medaglie, oltre quelle, che
vi pose il Cardinal Polignac, amba-
sciatore di Francia. Benedetto XIV,
nel 1 742, benedi le fondamenta, e
la prima pietra della chiesa di s. A-
pollinare, che fece riedificare dal cav.
Fuga ; funzione celebrata solenne-
mente, alla quale intervenne il sa-
cro Collegio, come si ha dalla de-
scrizione fatta nel numero 391 5 del
citalo Diario del 1742, mentre il
CHI
numero 4800 riporta la consacra-
zione, che di tal chiesa fece Bene-
detto XIV, alla presenza de' porpo-
rati, e coir assistenza de' Cardinah
Cavalchini , e Gentili , nell' anno
1748.
I Romani Pontefici non solo po-
sero la prima pietra nelle nuove
chiese, ma anco in altri sacri edifizi
ad esse appartenenti, come le loro
esterne facciate e sagristie. Difatti si
legge nel Diario di Roma numero
2553 dell'anno 1733, che Clemen-
te XII, ad esempio di quanto pra-
ticò Paolo V per l' ex'ezione della
sontuosa facciata della basilica vati-
cana nel 1608, parato di stola e
mitra, bencdìi,come prescrive il ce-
rimoniale romano, la prima pietra
pei fondamenti della magnifica, e bel-
la facciata della basilica lateranense;
pietra, che nel giorno appresso tì
pose colle consuete formalità il di
lui nipote Cardinal Guadagni vica-
rio di Roma. Dipoi il Pontefice Pio
VI, neir erigere presso la basilica
vaticana la magnifica sagrestia, ai
22 settembre 1776, collocò solen-
nemente la prima pietra con tut-
te le cerimonie prescritte dal Ritua-
le romano, in una cassetta di mar-
mo ivi riposta, oltre gli Agnu^ Dei
benedetti, e le medaglie, in una del-
le quali eravi la di lui efligie con
iscrizione composta dal beneficiato
Spalletti, e si legge a pag. 25 della
Sagrestia Valicana , descritta da
Francesco Cancellieri. Quindi Pio
VI, a'i3 giugno 1784, bencdl so-
lennemente la sagrestia, e consacrò
il suo altare. Non deve tacersi, che
talvolta i Pontefici benedirono la
prima pietra senza collocarla nelle
fondamenta, non che le medaglie,
eseguendone altri la funzione, sicco-
me praticò Innocenzo X, Pamphi-
ly, colla sua chiesa di s. Agnese,
e ri I
in Piazza Navona. Difatti abbiamo
tlal diarista Gigli, che a'i5 agosti)
i652, giorno sacro all'Assunzione
della b. Vergine, fu gettata la pri-
ma pietra ne' fondamenti di detta
chiesa, già benedetta prima da Inno-
cenzo X, che ve la fece porre dal
principino Gio. Battista Pamphily du-
ca di Carpineto , con medaglia a-
vente un'iscrizione, che riferisce il
Martinelli nella Roma ex Ethnìca
sacra, a pag. 4^^. Dopo recitate le
litanie proprie della funzione, mon-
signor vicegerente vestito pontifical-
mente, legò con una fettuccia la
pietra benedetta dal Papa, e a po-
co a poco fu calata nelle fonda-
menta, passando il nastro per le
mani del prelato, e del principino ,
alla presenza di vari distinti per-
sonaggi.
La benedizione de' fondamenti del-
la chiesa, l'imposizione della prima
pietra o lapide, cogli yia;niis Dei
benedetti, e le medaglie, è piena di
mistici significati, che eruditamente
descrive, e spiega Carlo Barlolom-
meo Piazza nella sua Gerairhia
Canliiinlizia, alla pag. /\.'j(ì, e 4^*^»
nelle digiessioni, DrW on'giiie e mi-
stero ecclesiastico dì ponr: con so-
lennità In prima pietra ne' fonda-
menti delle chiese; e dell'uso, miste-
w, ed angine di porre ne'fondnnien-
ti delle i^ran fablmche le mcdaf;lie ,
descrivendo la funzione eseguita ai
27 febbraio 1702 da Papa Clemen-
te XI, nel porre la prima pietra
alla basilica de' ss. XII Apostoli, da
lui (atta riedificare dal cav. Fran-
cesco Fontana, nella quale fece in-
castrare tre medaglie, cioè di oro, di
argento, e di metallo. Inoltre su que-
sto argomento possono consultarsi ,
Carlo Ancillon, Disserlalions sur Vu-
sr/ge de nictlre la premiere pierre
aufondcmant des Vedijices publitiucs,
CHI 237
adìvssee au prìncc elcctoral de Bran-
debonrg, à l'occasion de la premie-
re pierre, qu' il à poseiì lui meme
au fondemant da tempie, qu'on a
constndr pour le francois refugicr
dans le quartier de Berlins, nomnie
Fridericlistadty Berlin 1 70 1 ; Bernard ,
Nouvelle de la repub. des Lettres,
170 1, octob. 45'8j non che il cita-
to Cecconi, al capo IV, Delle ceri-
monie, che si eseivitano nel benedire,
e gettare la prima lapide ne' fonda-
menti delle chiese , e dei vari miste-
ri che rappresentano.
Dicemmo di sopra, che il vesco-
vo, dopo aver terminata la recita
delle preci proprie della benedizione
dei fondamenti , e della prima pie-
tra per le chiese, esorta i fedeli a
contribuire per la fabbrica delle
medesime, ad esempio dell' erezione
del tabernacolo degli ebrei. I Ro-
mani Pontefici invitarono i fedeli
col premio delle indulgenze a con-
correre alla erezione de' sagri tem-
pli, il perchè, a non dire di tutti,
Nicolò V fece promulgare l' indul-
genza per la fabbrica della chiesa
di s. Pietro in Saintes nella Fran-
cia, come riporta il Rinaldi all' an-
no 14B1, n. g, anzi questo Ponte-
fice, ai 17 giugno i45>3, concesse
pure l'indulgenza a quelli, che pie-
stassero aiuto nel ril'are le mura di
Medina Sidonia, atterrate dai mori
o maomettani della Spagna. Lo stes-
so Rinaldi all'anno 1476, n. f), de-
scrive r indulgenza pubblicata da
Sisto IV, da lucraisi da quelli, che
concorressero all'edificazione di una
chiesa; e Giulio II la promulgò per
la Ixisilica vaticana , allora quando
concepì il vasto disegno di renderla
in quella incomparabile sontuosilìi
che ammiriamo, come si legge pres-
so il Pallavicini, Tlist. Concìl. Trid.
lib. 7, cap. 2, n, 7. Quindi il di
238 CHI
lui successore Leone X, Temendo pro-
seguire le grandiose idee di Giulio
II, non essendo sufficienti i tesori
della camera apostolica, ricorse alla
pietà de' fedeli col premio delle san-
te indulgenze, ordinando al Cardinal
Alberto di Brandemburgo, cbe per
mezzo dei zelanti predicatori le fa-
cesse notificare nella Germania. Il
Cardinale si servi dei domenicani,
il che diede pretesto all'agosliniauo
Martino Lutero, per iscagliarsi fu-
riosamente contro le indulgenze, e
per dare principio nel iSiy alla
sua apostasia, ed a' suoi perniciosis-
simi errori. Natale Alessandro, Hi-
stor. Eccl. tom. Vili, p. 3 2, num. 3
confuta le calunnie, che su tale ar-
gomento eransi inventate contro
Leone X.
Per riguardo a' restauri delle chie-
se, i Pontefici concessero eguali in-
dulgenze, e nel iSgo Bonifacio IX
concedette ad alcune città della Ger-
mania , che potessero acquistare
quelle dell'anno santo , cui egli ce-
lebrava in Roma , mediante la vi-
sita di alcune chiese loro, e con da-
re quel danaro, che avrebbono spe-
.so nel viaggio per recarsi a Roma,
per la restaurazione delle chiese di
questa città. Il concilio di Yorck,
celebrato nell'anno 1 1 9^, prescrisse
col canone quinto, che se i titolari
trascurassero di restaurare le chiese,
e provvederle di ornamenti, arredi,
e suppellettili sagre, vi sarebbe prov-
veduto con ordine del legato apo-
stolico, sopra le rendite delle chie-
.se. V^. V allocuzione di Benedetto
XIV recitata nel concistoro dei 3
marzo 17495 -^nnxis Jubilaei, e ri-
portata nel suo Bollarlo, tom. III,
p. 121, nella quale con un'eloquen-
za ed erudizione tutta sua propria ,
invitò i Cardinali a riparare^ ed ab-
bellire i loro tìtoli, diaconie, e chie-
CHI
se, secondo i bisogni di esse. Da ul-
timo Leone' XII, ai 25 gennaio
1825, pubblicò un Enciclica f colla
quale invitò tutti i vescovi del mon-
do cattolico, ad accorrere co' loro dio-
cesani, per la riedificazione dell' in-
cendiata basilica di s. Paolo.
§ IV. Benedizione e consagrazione
delle Chiese.
Fabbricata che sia la chiesa, non
si possono ivi cantare i divini uffi-
ci, celebrarvi il santo sagrifizio, e
le altre ecclesiastiche e sagre funzio-
ni, se prima non venga benedetta
o consagrata. Si esige questa legge
rigorosa, ma insieme giusta, per la
santità di quel Signoi-e cui è desti-
nato il luogo, tanto più che dagli
esorcismi, i quali preventivamente
si fanno, si apprende la necessità di
eseguirli. Difàtti il vescovo colla
moltiplicità delle croci, e colle asper-
sioni dell'acqua benedetta, intende
purgare e santificare il luogo colla
forza degli esorcismi dai maligni
spiriti. Con questa benedizione si
domanda a Dio tutto il bene in
virtù della sua invocazione, ed aiu-
to. Essa può eseguirsi dal vescovo,
e da qualunque sacerdote, ma colla
diversità dei riti , che andiamo a
descrivere. Ove intervenga l'unzione
del sagro crisma, e dei santi ohi ,
la benedizione spetta al vescovo, e
chiamasi solenne, reale, e costitutiva,
perchè ha il compimento di tuUe
le altre, e molto più perchè la ma-
teria benedetta e consagrata non
può convertirsi in uso profano; più
rigorosamente poi dicesi consacra-
zione. Se poi in tali cerimonie si
fanno solo alcune preci, ed orazio-
ni analoghe, la funzione viene ese-
guita da un sacerdote, e chiamasi
\
CHI
benedizione verbale, invocativa, e pri-
vata.
Dalla descritta distinzione elnara-
mente ricavasi la diversità, die pas-
sa tra la benedizione, e Ja consa-
grazione della chiesa. Differiscono
tra di loro a riguardo della mag-
giore, o minoi'e solennità , ovvei'o
dalla varietà de' riti. Qualora la
chiesa si benedice, si fa intendere
ai fedeli, che quello è il luogo de-
stinato loro per ritrovare la propria
salute, per supplicare l'Altissimo, e
per ottenere il conseguimento delle
grazie che s'implorano. Ma quando
poi si consagra, si dà un pieno at-
testato del rispetto e della riveren-
za, che si deve al santuario, e viep-
piìi si apprende V eccellenza della
divina maestà. In fatti, che la chie-
sa sia consagrata, o benedetta, non
altera punto il carattere essenziale
che essa ritiene, di essere degna ca-
sa di Dio. Tale è, o sia purgata
colle benedizioni, o santificata colle
sagre unzioni; non accresce la dif-
ferenza di rito, e della cerimonia ,
che maggior splendore alla medesi-
ma, ed obbligo più stretto a' fedeli
per rispettarla. Adunque la benedi-
zione può esser fatta da qualunque
sacerdote, colla licenza però dell'Or-
dinario, ma la consagrazione spetta
al Papa, ed al solo vescovo. Per
conto della benedizione, il Rituale
romano la descrive distintamente.
Va qui avvertito, che al Sommo
Pontefice s. Evaristo, creato l'anno
112, dobbiamo le cerimonie che ag-
giunse al rito delia consagrazione
delle chiese, passate dal vecchio al
nuovo testamento; e che talvolta i
romani Pontefici abilitarono ad e-
seguire la consagrazione delle chiese
anco ecclesiastici non insigniti della
dignità episcopale, a seconda delle cir-
costanze, e de'luoghi. Benedetto XIV
CHI 239
pertanto, ad esempio di tali conces-
sioni, ai 16 novembre 174^5 col di-
sposto della costituzione Ex siiis ,
Bull. Mag. Appcnd. I, p. II, abi-
litò l'abbate de' benedettini di Kem-
pten nella provincia di Magonza, a
consagrare la chiesa del suo moni-
stero. In oltre non mancano esem-
pì, che i Papi autorizzarono i Car-
dinali a con sagrare chiese insigni
nel loro nome, e come facesse la
funzione lo stesso Sommo Pontefi-
ce. Da ultimo il regnante Gregorio
XVI, col breve apostolico Ubi pri-
mum magno cunt animi nostro, da-
tura in arce Gandulphi, sub annu-
lo Piscatorio die XVIII mensis au-
gusti, anno 1840, deputò, e costi-
tuì ad eseguire le pontificie sue ve-
ci, nella solenne consagrazione del
celebre santuario della chiesa di s.
Maria degli Angeli, presso Assisi ,
rifabbricata dalle rovine del terre-
moto, il Cardinal Luigi Lambruschi-
ni ; concedendo a tal fine il mede-
simo Pontefice l' indulgenza plena-
ria in forma di giubileo ; funzione ,
che descrive il supplimento al num.
76 del Diario di Roma del 1840.
La detta indulgenza dai Papi per
simili azioni fu concessa anche par-
zialmente, leggendosi nella vita di
Urbano IV, eh' egli nel 1 26 r con
due lettere apostoliche, accordò a
s. Lodovico IX, re di Francia, ed
al suo primogenito, che fu poi Fi-
lippo III, il privilegio di conseguire
un anno, e quaranta giorni d'in-
dulgenza, insieme a quelli, che in
loro compagnia assistessero alla con-
sagrazione di qualche chiesa e cap-
pella.
Prima di passare a descrivere il
rito della consagrazione delle chiese,
pi'emetteremo alcune cose necessarie
ad essere qui accennate. Avanti per-
tanto di consagrare le chiese colla
24o CHI
pienezza delle celesti benedizioni, e
coir unzione de' sagri crismi, è giu-
sto e convenevole che sieno rimossi
tutti gl'impedimenti, i quali potessero
cagionare il conseguimento di un
tanto fine. Primieramente se la chie-
sa fosse stata fabbricata per cupidi-
gia di farvi acquisto di danari o
robe, secondo il canone del conci-
lio di Bi'aga, non può in veruna
maniera consagrai-si. Rimane altre-
sì impedita la consagrazione della
chiesa, se vi fosse stato sepolto il
cadavere di qualche pagano, ereti-
co, o pubblico scomunicato, come
prescrisse il concilio Aurelianense al
canone 27; che se poi ai detti im-
pedimenti si aggiunga il sapersi es-
sere stata eretta co' mali acquisti di
traffichi illeciti ed alterati, non deve
in verun modo consagrarsi, per quel-
le ragioni, che descrive il citato Cec-
coni a pag. 25, e seg., il quale in
oltre conchiude , riportando un fu-
nesto esempio, che i vescovi appren-
dano a dedicare a Dio la sua casa
con quelle cerimonie, leggi, e riti
prescritti dai sagri canoni, ed appren-
dano altresì i fedeli ad impiegare
per le fabbriche delle chiese, cap-
pelle, ed oratori, il danaro giusta-
mente acquistato.
Il rito di consagrare le chiese è
antichissimo, non che pieno di gra-
vi misteri, la cui origine rimonta
coir erezione stessa de' templi ; dap-
poiché Giacobbe nel fobl)ricare un
altare, pure il consagrò. Mosè nel-
r erigere il tabernacolo per espresso
comando di Dio, volle anco consa-
grarlo ; e Salomone, che dalle stes-
se mani di Dio ricevette il disegno
per la costruzione del famoso tem-
pio di Gerusalemme, ottenne anche
r oracolo di celebrarne la Sagra :
Dedicavil domwn Dei rex , et
unii'crsus populus , e nel tempo
CHI
di tal dedicazione, sagrlficò ventidue
mila bovi, e ventisei mila montoni.
Abbiamo inoltre che Giuda Macca-
beo , avendo purgato il tempio di
Gerusalemme dalle sue profanità, ed
immondezze, e fattosi un altare nuo-
vo di pietra, celebrò l'encenia, ed or-
dinò che si celebrasse ogni anno, della
qual festa riparleremo al § VI. F^.
Paganucci il tempio di Salomone
materiale e mistico, Roma 1787, e
Hieronymi Pradi, et Jo. Bapt. Yil-
lalpandi gesuiti , Apparatus urbis ac
templi hierosolymitani, Romse 1 596.
Conchiudiamo con Durando, Ralio-
nal. qffic., che gli ebrei non offri-
rono sagrifici a Dio che in luoghi
purgati e consagrati; e col p. Gal-
luzzi, pag. 5, ricavasi dai sagri ca-
noni, che la consagrazione delle chie-
se non solo è approvata, ma coman-
data, massime da quelli del concilio
Niceno , e dall' Ipponese , citati da
Gi'aziano, de consacrat. disi, i, P^.
il capo IV del citato autore : Di
alcune cagioni di consagrarsi le chie-
se, e delle cerimonie praticate nel con-
sagrarle. La chiesa ne abbracciò il
rito, e Gesù Cristo ancor bambino
ne promosse l'imitazione, mentre la
sua capanna ed il presepio cangia-
ronsi in tempio, nell'offerta che fe-
cero i re magi ; la spelonca perciò
divenne tempio , e il presepio un
altare. S. Cirillo ci avvisa, che dagli
apostoli fu consagrato in chiesa il
cenacolo , ove avevano ricevuto lo
Spirito Santo, sala che rallìgurò an-
che la Chiesa universale. Anzi, secondo
Niceforo Calisto, Hist, lib. 2, cap.
33, fu tale la sollecitudine degli
Apostoli, che in ogni luogo ove pre-
dicarono il vangelo, consagravano
qualche chiesa od oratorio , ed è
perciò che il Pontefice $. Clemente
I, creato l'anno 93, successore non
meno che discepolo di s. Pietro, tra
CHI
le altre sue ordinazioni, decretò che
tutti i luoghi di Gl'azione fossero a
Dio consagrati. Certamente a tem-
po di s. Paolo le chiese erano con-
sagrate, al che allude egli, come
vogliono alcuni dottori, scrivendo ai
corinti al e. 1 1 : Aiit Ecclesiam Dei
contemnilisl S. Urbano I, eletto nel-
l'anno 226, consagi'ò in chiesa la
casa di s. Cecilia, come riferisce il
Metafi-aste ; s, Marcello I , creato
l'anno 3o4, consagrò la chiesa di
s. Lucina, come racconta il Papa
s. Damaso I, e. 21. Vero è però,
che la solennità della pompa, con
cui si celebi'a oggidì la consagra-
zione, si aumentò in progresso di
tempo, dopo che Costantino nel ri-
donare la pace alla Chiesa, fabbri-
cò sontuose chiese . Anche i tem-
pli de' gentili già ricettacolo dei
falsi numi, e nido di menzogne, si
convertirono in chiese, coli' appro-
vazione del pio imperatore Teo-
dosio II, rimanendo purgati, e con-
sagrati colla santità delle venerande
reliquie de' martiri; laonde il Pon-
tefice s. Silvestro I, a seconda del-
le prescrizioni de' suoi predecessori ,
ne stabilì il rito solenne, il quale fu
amphato, e confermato da altri Pa-
pi, massime da s. Felice III det-
to IV. Dal Burio poi, Notit. Rom.
Pont., si rileva, che s. Innocenzo I
stabilì, che le chiese non si consa-
grassero più di una volta. Il Pon-
tefice s. Giovanni I, nel recarsi a
Costantinopoli, per le cose degli
ariani , consagrò in cattoliche le
chiese degli eretici , come si legge
nel Bernini, Compendio dell'eresie,
pag. 170. Sui templi de' gentili con-
vertiti in chiese, veggasi il Butler,
Vite ec, novembre p. i o. Ma se la
chiesa consagrata in tutto , o nella
maggior parte, venga distrutta, seb-
bene si riedifichi colla stessa ma-
VOL. XI.
CHI 24,
teria, pure deve essere riconsagrata,
anco se si dubitasse della sua con-
sagrazione, come stabilì Benedetto
XUI nel concilio romano, tit. 25,
cap. 3.
Sebbene la funzione della consa-
grazione della chiesa possa cele-
brarsi in qualunque giorno, doven-
dosi Dio onorare in ogni tempo ,
tutlavolta è più conveniente eseguir-
la nel giorno di domenica, o in al-
tro dì solenne ; sopra di che è a
vedersi il p. Galluzzi gesuita, // Ri-
to di consagrare le chiese a pag.
5 e Q. Che la consagrazione della
chiesa fu chiamata battesimo, quan-
tunque non ne sia che un segno ed
un simbolo, lo abbiamo da Ivone, De
Sacr. Dedic : Ipsuni tenipluni suo
modo, et ordine haplizamus. De-
terminatosi adunque il giorno, deve
l'arcidiacono, o altro superiore, notifi-
carlo al clero ed al popolo, affinchè
nel dì precedente si dispongano colle
orazioni e col digiuno, a cui sono an-
co tenuti il vescovo, e tutti quelli che
domandano la consacrazione della
chiesa. Si suole invitarvi i vescovi
viciniori, come lo fu s. Ambrogio
per la sagra di una chiesa in Bas-
siano, pio costume che conferma s.
Gregorio I, nel Dialog. l. Ili, e. 33.
Nella sera poi, che precede sì me-
moranda giornata , il vescovo deve
preparare le sagre reliquie per ri-
porle nell'altare da consagrarsi , e
devono esse chiudersi in una pic-
cola cassettina , con tre grani d'in-
censo, e colla schedula, che indica
il giorno e l'anno della seguita con-
sagrazione, a chi si dedica l'altare,
di chi sono le reliquie, e il nome
del vescovo, che fa la sagra cerimo-
nia ; di più deve la cassettina essere
diligentemente sigillata, dovendosi col-
locare in luogo decentemente ornato,
ovvero apperecchiato innanzi la por-
16
ji4« CHI
ta della chiesa ; et super omafiim
feretnim decenter collocaiis cum duO'
bus candelahrìs y et lumitiaribus ar-
dentibus. Avanti le reliquie deve il
clero genuflettere tutta la notte, can-
tando i notturni dell'officio di quei
santi medesimi, de' quali ivi si ve-
nerano le reliquie.
Si devono disporre in oltre nella
chiesa su di una gran tavola il sa-
gro crisma, e l'olio de' catecumeni ;
due libbre d' incenso, cioè una in gra-
ni, r altra in polvere, il turibolo col-
la navicella , ed un braciere con
fuoco, diversi vasetti con cenere, sale
e vino , l'aspersorio fatto coU'erba
d' issopo , e non trovandosi questa
-erba, si può usare di qualche altra,
pui'chè sia una di quelle ammesse
dai sagri riti , almeno nel vecchio
Testamento, come sarebbero la ruta,
l'assenzio, la lattuga agresta , il ri-
gamo , e tutte quelle altre , di cui
si fa menzione nella parabola di
Cristo, potendo servire anche il ba-
silisco. In oltre si debbono preparare
diverse tele ordinarie , una copertina
incerata secondo la misura dell'al-
tare, cinque piccole croci fatte di
candelette di cera , alcune piccole
spatole di legno per rascliiare dal-
l'altare le combustioni, o abbrucia-
menti delle candelette, e dell' incen-
so, ed un vasetto per collocarvi le
dette raschiatvu'e. Parimenti vi si pre-
paia della calcina , arena , o te-
gola in polvere, per fare il cemento
due torcie di cera, un vaso coll'ac-
qua, diversi mantili, alcune midolle
di pane, due libbre di bombacia, e
due altri vasi pieni di acqua, diverse
tovaglie nuove , ed altri ornamenti
necessari al servigio divino , della
chiesa e dell'altare. Nelle pareti poi
della chiesa interiore devono essere
impresse dodici croci, nell'altezza da
terra di dieci palmi circa, cioè dis-
CHI
poste sci per parte, e a pie di cia-
scuna vi dovrà essere una cande-
letta di cera. Finalmente deesi pre-
parare vma comoda scala , per la
quale dovrà salire il vescovo, per
ungere col sagro crisma le dette
croci, mentre la pila per l'acqua santa
sia netta, per porvela.
Di buon mattino il vescovo col
suo abito consueto si reca in chiesa,
ove subito accendonsi le dodici can-
delette delle croci, e posto in mezzo
della chiesa il faldistorio, poco di-
poi il vescovo in uno al popolo ne
esce , rimanendovi il solo diacono
vestito di amitto, camice, cingolo,
e stola bianca. Chiuse quindi le
porte del tempio, e recatosi al luo-
go delle reliquie, recita il vescovo
con voce bassa, insieme al clero, i
sette salmi penitenziali, coli' antifo-
na : Ne reminiscarìs etc, senza le li-
tanie, vestendosi intanto di amitto,
camice, cingolo, stola, piviale di co-
lor bianco, colla mitra in capo, e
col pastorale nella sinistra. Egual-
mente un secondo diacono si veste
di amitto, camice, cingolo, e stola
bianca, ed il suddiacono fa altret-
tanto, meno la stola; gli accoliti,
ed altri ministri assumono le cotte.
Terminata la recita dei sette salmi,
il vescovo ritorna co' sagri ministri
innanzi la porta della chiesa, ed ivi
essendovi altro faldistorio sopra un
tappeto, depone il pastorale, e la
mitra, e dà principio all'antifona:
Adesto Deus uiius etc. , che viene
proseguita dal coro; indi dopo breve
orazione, ripresa la mitra, genu-
flette, e si cantano le litanie, sino
al versetto: Ab omni malo, libera
nos Domine etc. Allora il vescovo
alzatosi in piedi , fa la benedizione
dell'acqua, e del sale, come notam-
mo di sopra, e con quella asperge
sé, ed il popolo. Da questa benedi-
CUT
xione, egli passa colla mitra in ca-
po, preceduto da due accoliti con
candellieri e candele accese, a bene-
dire le mura esteriori della chiesa
nella parte superiore, ed anche il
cimiterio, se vi fosse, incominciando
dalla parte destra, e dicendo : In
nomine. Patrìs etc. Quindi finito che
abbia, si conduce alla porta maggio-
re, e deposto 1' aspersorio e la mi-
tra, recita un'orazione; indi ripresa
la mitra, batte la porta colla punta
del pastorale, ed intona: AttoUite
portas prìncìpes vestras, rispondendo
il diacono di dentro: Quis est iste
Rex gloHce? e quantunque il vesco-
vo replichi : Dominus fortis et potens
etc, lascia ivi il pastorale, ritorna
la seconda volta dalla medesima
porta destra a benedire il cimiterio
e la chiesa, ma vicino a'fondamenti,
dicendo come sopra , e batte anche
di poi la porta replicandovi i con-
sueti versetti. Indi passa alla terza
benedizione, che principia dalla parte
sinistra nelle mura di mezzo, e pro-
seguendo a benedire anco il cimite-
rio, in fine si conduce nuovamente
alla porta, facendo le dette interro-
gazioni; finalmente apresi la porla,
ed allora il vescovo con un segno
di croce, che fa colla punta del pa-
storale sulla soglia, dice ad alta voce:
Ecce crucis signum, fagiani phan-
tasniata cuncta.
Entrato in chiesa il vescovo con
alcuni sagri ministri , annunzia la
pace del Signore, e si chiude subito
la porta; indi il vescovo recasi in
mezzo della chiesa, depone il pasto-
rale e la mitra , genuflette sul ge-
nuflessorio ivi preparato, verso l'al-
tare maggiore , intonando l' inno :
Veni Creator spìritus, che mentre si
prosegue dal coro, dai sagri ministri
vanno formandosi sul pavimento
due linee in forma di croce trasver-
CHI 243
sale colla cenere, ovvero se la chiesa
fosse molto grande, si possono for-
mare, in luogo della prima linea,
ventiquattro areole con egual distan-
za l'una dall'altra, ed in luoga della
seconda linea, se ne possono formare
venti tre , tutte colla stessa cenere.
Ciò fatto e compito, il vescovo ge-
nuflette colla mitra in capo, e si
incominciano di nuovo le litanie,
nelle quali si nomina due volte quel
santo, in onore di cui si dedicano la
chiesa e l'altare, e quei parimenti
le reliquie dei quali si devono ivi
collocare. Recitato il versetto: Ut
omnibus Jidelihus defunctis, il vesco-
vo alzatosi in piedi , e col pastorale
nella sinistra , dice con tono alto : Ut
locum istuni visitare digneris, etc, e
poi anche : Ut in eo angelorum custO'
diam deputare digneris, etc, indi col-
la destra, forma sopra la chiesa, e l'al-
tare tre segni di croce, un dopo l'al-
tro, dicendo le seguenti parole: Ut
Ecclesiam, et altare hoc ad honorem
tuum, et nomen sancti N. consecran-
da, benediccre digneris etc. : Ut Ec'
clesiam et altare hoc ad honorem
tuum, et nomen sancti IV. consecran-
da, henedicere, et sanctijicare digneris
etc. : Ut Ecclesiam et altare hoc ad
honorem tuum, et nomen sancti iVI
consecranda^ henedicere, sanctificarey
et consecrare digneris etc Deposto di
poi il pastorale, genuflette sino al
termine delle litanie, e dopo alcune
orazioni, che recita in piedi, intona
l'antifona: O quam metuendus est
locus iste, proseguendosi col cantico,
Benedictus etc. Questo cantico si re-
cita alternativamente con pausa,
mentre in questo intervallo di tem»
pò, il vescovo, colla mitra in capo,
e colla punta del pastorale, comincia
a scrivere sopra l' areole, l'alfabeto
greco e latino , cioè dall' angolo a
pie della chiesa, alla mano sinistra
i»44 CHI
di chi entra, sino all'angolo destro,
verso l'altare, le lettere greche; e
dall'angolo destro, alla mano di chi
entra parimenti sino al sinistro, quel-
le latine, la cui figura il Cecconi
riporta a pag. 4i' Terminata questa
cerimonia, si reca il vescovo avanti
l'altare che deve consagrarsi, e de-
posta la mitra e il pastorale, genu-
flesso intona il versetto: Deus, in
adjutorium, si alza in piedi, e ri-
sponde il coro. Domine^ ad adjuvan-
dum, senza VAlleluja. Ciò si prati-
ca nella medesima maniera e nello
stesso luogo per la seconda e terza
volta, con voce sempre più alta. Di
poi fa la benedizione dell'acqua, col
sale, cenere e vino, incominciando
l'esorcismo del sale, e proseguendo
quello dell' acqua; benedice anche
la cenere, che viene mischiata col
sale in forma di croce, dicendo: Coni-
mixtio salis, et cineris etc. Preso poi
un po' della mistura di sale e ce-
nere, la infonde tre volte nell'acqua
in forma di croce, dicendo per ogni
croce: Commixtio salis, cineris et a-
quce, etc; indi benedetto il vino, l'in-
fonde parimenti in forma di croce col-
l'acqua, dicendo : Commixtio vini, sa-
lis, cineris, et aquoe pariter fiat in no-
mine Patris, et Fila, et Spiritus Sancii,
etc. Colla mitra in capo il vescovo re-
cita una lunga orazione sopra la pre-
detta acqua, e dopo le parole: Stahi-
litas parictum, fa due cioci , coli' e-
stremità del pastorale, una nella
parte superiore, ed un'altra nella
parte inferiore, di dentro la porla
della medesima chiesa , e deposto il
pastorale, seguita la detta orazione
avanti la porta; allorquando poi è
finita, torna avanti l'aitar maggiore
recitando altra orazione.
Indi procede all'altare, ed inco-
mincia la consacrazione del medesi-
mo. Dopo l'antifona: Jntroibo ad
CHI
altare Dei, immergendo il pollice
destro nella detta acqua, forma un
segno di croce in mezzo alla tavola
dell'altare, dicendo : Sanctificctur ìioc
altare etc, e colla medesima acqua
fa altre quattro croci nelle parti
laterali del medesimo, ripetendo in
ciascuna croce Sanctificetar etc Col-
r aspersorio d'erba d'issopo, e colla
medesima acqua asperge sette volte
la mensa e lo stipite dell' altare,
cantando il versetto. Asperges me
hyssopo etc, insieme col salmo Mise-
rere, il quale dividesi per ogni asper-
sione in tre versetti. Dall' altare il
vescovo passa a benedire tre volte
le mura interiori della chiesa nella
seguente maniera. Intona l'antifona :
Hcec est domus Domini etc, col sal-
mo Lcetatus sum in his etc, e pro-
seguendo il coro, principia egli colla
mitra in capo dalla parte destra di
dietro l'aitar maggiore, e girando
intorno le mura interiori, l'asperge
nella loro parte inferiore, più vicina
alla terra, ritornando sino al luogo
dietro l'altare, donde partì. Inoltre
intonando r altra antifona: Exurgat
Deus, col salmo, In Ecclesiis hene-
dieite Deo Domino, avvertendo di
lasciare il Gloria Patri, in ciascuno
di detti salmi, passa per la seconda
volta , e per la medesima parte ,
come sopra, ed asperge le pareti
nel mezzo, ritornando in fine al
luogo da cui parfi. Per ultimo, co-
minciata l'antifona Qui luihitat, con
tutto il salmo, partendo dalla parte
sinistra, asperge le dette pareti, ma
più in alto di quel che fece la se-
conda volta, ritornando al luogo
donde era partito. Benedice anche
il pavimento di mezzo, principiando
dall' aitar maggiore, sino alla porta,
e dipoi j)cr traverso, da un muro
air altro, e intanto si aml.mo diverse
antifone, le quali terminate, stando
CHI
il vescovo in mitra nel mezzo della
chiesa verso l'altare maggiore, dice:
Fidit Jacob scalam etc, che prose-
guesi dal coro, ed asperge coll'acqua
benedetta il pavimento della chiesa,
verso l'oriente, l'occaso, l'aquilone
e l'austro. Ciò terminato, deposta
la mitra, e stando nel medesimo
luogo, rivolto però alla porta prin-
cipale della chiesa, recita due brevi
orazioni , che vengono seguite col
canto del prefazio. Indi colla mitra
in capo, avanti l'altare, coll'acqua
benedetta forma il cemento, che de-
posta la mitra benedice, e postolo
in disparte, getta l'acqua avanzata
intorno la base dell'altare.
Dipoi il vescovo esce dalla chie-
sa insieme col clero, portando seco
il crisma, che viene collocato avanti
la porta della cluesa , si conduce
processionalmente al luogo delle re-
liquie , e sì prima che dopo l'ingres-
so a detto luogo, si recitano diverse
orazioni. Poscia colla mitra in capo
pone l'incenso nel turibolo, e procede
la processione nel seguente modo.
Precedono due ceroferari con cande-
le accese, indi la croce, il turiferaiio,
che di continuo deve incensare, al-
cune fiaccole accese, quattro sacerdoti
portando la cassetta colle reliquie,
e per ultimo il vescovo con altri
suoi ministri. In questo tempo si
cantano diversi versetti , e replicasi
il Kyrie eleison, mentre il vescovo
gira per la chiesa colle reliquie. Col-
locatesi queste in una parte più pro-
pria del portico, presso la porta, il
vescovo siede sul faldistorio colla
mitra in capo, e pronunzia un scia-
mone analogo alla sagra funzione; in-
di l'arcidiacono, o altri, legge con alta
voce i due analoghi decreti del con-
cilio di Trento. Termina il vescovo,
interrogando il fondatore, o chi ha
presieduto alla fabbrica , intorno il
CHI
numei*o de' sacri ministri , e
245
della
dote sufficiente al mantenimento del
suo culto e servigio, e fattone pubbli-
co rogito, gli prega da Dio ogni
bene. Si dice allora dal coro l'anti-
fona: Erit mihi Dominus, e quindi
il vescovo colla mitra in capo passa
a segnare la porta esteriore della
chiesa col sagro ci'isma , dicendo :
In nomine Patrìs, et Filii, et Spi-
ritus sanctiy porta sis benedicta, snn-
ctificata, consecrata, et Domino Deo
commendata, e procedendo la pro-
cessione, cantasi dal coro l'antifona :
Ingredimini sancii Dei, preparatii
est enini a Domino habitatio sedis
vestrce , e terminatosi il giro per la
chiesa, si pongono le reliquie in
disparte , vicino all' altare maggiore
con lumi accesi , dicendosi diversi
salmi e versetti . Quivi il vescovo
colla mitra in capo consacra il se-
polcro , o sepolciino , o confessio-
ne dell'altare ove devono riporsi le
reliquie, e col sacro crisma unge le
quattro parti dello stesso sepolcro,
dicendo in ciascuna : Consecretur, et
sanctificetur hoc ,scpulcrum. In no-
mine Patrìs, et Filii, et Spiri tus San-
cii. Pax huic domai. Indi, deposta
la mitra, va a prendere la cassetta
delle reliquie sigillata, e con vene-
razione la ripone nel sepolcro, can-
tandosi dal coro l' antifona : Sub
altare Dei sedes accepistis Sancii
Dei, etc, ed incensa le reliquie rin-
chiuse. Ripresa la mitra, piglia colla
mano sinistra la lapide, o" tavola,
che deve chiudere il sepolcro, e di
sotto nel mezzo forma la croce
col crisma, dicendo: Consecretur et
sanctificetur haec tabula ( vel hic
lapis) per islam unctionem, et Dei
benedictionem, indi pone la tavola
sul sepolcro, cantandosi l' antifona :
Sub altare Dei. Riprende il vesco-
vo la mitra, e col cemento, aiuta-
246 CHI
to dai muratori, ferma la tavola, e
quindi fa il vescovo col crisma un
segno di croce sulla tavola, o pietra
dell' altare , dicendo : Signetur, san-
ctìjìcetiir hoc altare, etc.
Cantandosi dal coro il versetto :
Sletìt angelus j'uxta aram templi
habens thuribulum , etc, il vescovo
colla mitra incensa l' altare nelle
quattro parti, cioè dalla destra alla
sinistra, avanti, e di sopra, e dopo
breve orazione va a sedere, e i mi-
nistri puliscono, con diversi panni,
la mensa. Ciò fatto , di nuovo il
vescovo incensa sopra la mensa a
modo di croce , in mezzo , e nelle
parti laterali, pone altro incenso nel
turibolo , lo benedice , e lo dà ad
un sacerdote, che comincia ad in-
censare l'altare intorno, nella qual
cerimonia deve sempre continuare
sino all'ultimo della sagi'a , eccet-
tuatone però il tempo nel quale il
vescovo dee incensare, perchè allo-
ra, e solo in quel caso, desiste da
una si divota e misteriosa azione.
Ritornando al vescovo, egli incensa
intoi'no l'altare cominciando dalla
parte destra, e proseguendo per tre
volte coU'accompagnamento della re-
cita del versetto : Dìrigatur oratio
inea; e finita l' incensazione , canta
l'antifona: Erexit Jacob, col sal-
mo Quam dilecta, e mentre si can-
ta dal coro, il vescovo infonde il
pollice destro nell' olio de' catecu-
meni, facendo con quello cinque cro-
ci sulla mensa dell'altare, in quella
parte e luogo, ove si erano fatte le
croci coir acqua benedetta, e ad alta
voce dice; Sanctijicetur, et conscrre-
tur lapis iste. In nomine Paliis, etc.
Dipoi preso il tiu-ibulo dal sacer-
dote che incensava , vi pone e be-
nedice altro incenso, e detta l'anti-
fona Diriga tur, incensa intorno una
sola volta l'altare dalla parte destra.
CHI
Intonata l'antifona: Mane surgens Ja^
cob, che prosegue il coro col sal-
mo: Bonum est corifileri, col me-
desimo olio de' catecumeni, forma
per la seconda volta altre cinque
croci, in que' medesimi luoghi, ripe-
tendo come sopra: Sanctijicetur, etc,
ed incensa pure l' altare intorno.
Comincia l' altra antifona ; Unxit te
Deus, che si prosegue dal coro col
salmo Eructavit, ed in questo tem-
po fa cinque croci col crisma , col
pollice destro, e coli' ordine soprad-
detto. Finita tale unzione , intona :
Dirigatur oratio inea, ed incensa
intorno l'altare una sol volta, prin-
cipiando dalla sinistra. Eccitata unsi
breve d'azione, intona : SanctijlcaviL
Dominus tabernaculum suum, etc.,
e si seguita dal coro col salmo:
Deus, refugium nostncm, spandendo
intanto sopra tutta la mensa del-
l' olio dei catecumeni e del crisma,
e colla mano destra diligentemente
procura di ungere tutta la mensa,
cantando l'antifona: Ecce odor Ji-
lii mei, che il coro seguita col sal-
mo : Fundamenta ejus ; indi into-
na, Lapides pretiosi, e seguitando il
coro col salmo : Lauda Jerusalem,
colla mitra in capo principiando
dietro l' altare , e seguendo dalla
parte destra, dà principio a forma-
re in ciascuna delle dodici croci ,
impresse nelle pareli , un segno di
croce, col crisma, e dice : Sancti-
jicetur, et consecretur hoc templunt :
in nomine Patris, et Filii et Spi-
rilus Sancti, in honorem Dei et
gloriosae Vìrginis Maria e , atquc
omnium Sanctorum, ad nomen, ei
memoriam Sancti N. Pax tibij e
dopo aver unta ciascuna croce, la
incensa tre volte. Ritornato all' al-
tare, r incensa dicendo : Aedijicavit
Moyses, e benedice alcuni grani
d'incenso coli' aqua benedetta, e con
CHI
quelli forma cinque croci , in quei
luoghi medesimi già consacrati colle
sacre unzioni. Sopra ciascuna delle
dette croci d' incenso, vi pone una
piccola crocetta fatta di sottile can-
dela, indi le accende tutte insieme,
e mentre ardono tutte con quell'in-
censo, deposta la mitra , canta ge-
nuflesso : Alleluja, Veni sancte Spi-
rilus, avvertendo che l' AUtluja si
lascia quando fosse tempo di settua-
gesima, o quadragesima. Consuma-
to poi quel sacro e misterioso fuo-
co, che si va accompagnando con
alcune orazioni, per mezzo di uno
de' ministri si radono le ceneri
con ispatole di legno , per riporle
nel sacrario. Ed il vescovo, dopo
breve orazione, canta ad alta voce
il pi'efazio , finito il quale intona
l'antifona : Coixfìrma hoc Deus ; e
seguitando il coro col salmo Exiir^
gat Deus, eie, colla mitra in capo
forma anche quattro ci-oci col crisma
sopra i quattro angoli , o congiun-
zioni della mensa col detto altare,
dicendo in ciascuna croce : In no-
mine Patris, eie, che termina con
breve orazione, senza mitra. Indi i
ministri con diligenza asciugano l'al-
tare, e il vescovo passa a sedere al
faldistoiio, presso l'altare, e ripresa
la mitra, si lava le mani colla mi-
dolla del pane.
Poscia ha luogo la benedizione
delle tovaglie nuove, dei vasi, ed
altri arredi e ornamenti della chie-
sa, e dell'altare. Ciò fatto, si copre
tutto l'altare con un panno di lino
incelato, e sopra si pongono le altre
tovaglie bianche, con alcuni orna-
menti benedetti, e in fine la croce
co' suoi caiidellieri, mentre dal coro
cantasi l'antifona : Circunidate, levi-
tele, altaiv Domini Dei, vestile ve-
stinientis albis : estote et vos canen-
tcs hymnuni novuni dicentes : Alle-
CHr 247
lu/a, etc, con altre preci, ed ora-
zioni. Sale intanto il vescovo all'al-
tare, depone la mitra, fa riverenza
alla croce , ed intona l' antifona :
Omnis terra adoret te, Deus, et psal-
lat libi, psalniuni dicat nomini tuo.
Domine. Mentre si canta tale anti-
fona, il vescovo incensa sopra l'al-
tare in modo di ci'oce, Io che fa
tre volte, ripetendo sempre in cia-
scuna l'antifona , che termina con
due brevi orazioni. Quindi si reca
nella sagrestia, ove deposto il pivia-
le, si veste co' paramenti pontificali
di color bianco, e ritornando in
chiesa dà principio alla messa so-
lenne, che deve dirsi del giorno del-
la sagra, ed infine comparte al po-
polo la benedizione, licenziandolo,
colla pubblicazione dell' indulgenza ;
e recatosi in sagrestia, si spogUa dei
paramenti sagri, e ripresi gli abiti
prelatizi i , termina la solenne ceri-
monia.
Lungo sarebbe qui descrivere le
mistiche spiegazioni, che i santi pa-
dri, e i dottori danno ai riti, e al-
le cerimonie della sagra , o conse-
crazione della chiesa, che il Cecco-
ni riporta ai capi X e XI, ed il p.
Galluzzi, // rito di consegrare le
chiese al capo IV , laonde diremo
compendiosamente le principali. I sa-
cri dottori pertanto non dubitarono
di asserire, che la consacrazione del-
la chiesa , è una delle più grandi
sacre funzioni ecclesiastiche , come
l'icavasi dai sermoni de' santi padri,
e dai trattati liturgici de' più ce-
lebri autori , dimostrando la ec-
cellenza e nobiltà, che racchiude si
misteriosa e bella funzione, tutta di-
retta a far rispettare, e venerare
la casa di Dio. Si premettono le vi-
gilie, i digiuni, e le orazioni affine
di prepararsi agli esorcismi contro
il demonio. Le reliquie rappresen-
a48 CHI
tano i nostri santi, e perchè gli ab-
biamo sempre in mente, e nel cuo-
re, si ripongono nella cassetta con
tre grani ci' incenso. Si preparano
le descritte cose su d'una tavola,
figura dello sposalizio, che celebra
il vescovo colla chiesa spiritualmen-
te , rappresentando le diverse cose,
le principali virtù che abbiamo da
esercitare, e la nostra santificazione,
mentre la scala per la quale ascen-
de il vescovo alla unzione delle do-
dici croci , ci ricorda che 1' ultimo
e primario nostro fine è il paradiso.
Le dette croci, e le altrettante can-
dele significano i dodici apostoli , i
dodici patriarchi, o i dodici profeti,
che sono la guida della Chiesa. Inol-
tre neir unzione delle dodici croci ,
in altrettanti luoghi distribuite sulla
muraglia, consiste formalmente la
consacrazione , e diconsi la chiesa ,
e le sue mura consacrate, come no-
ta s. Agostino lib. 4- contro. Cre-
scen. Gràmmat. e. ^o. Si chiude
la chiesa per figurare la celeste Sion-
ne, ove non si entra , se non pur-
gati da ogni imperfezione , e colle
diverse preci s'invoca l'aiuto de' san-
ti, e il lume dello Spirito Santo.
Il girare, che fa tre volte il vesco-
vo, in uno al clero, per la chiesa,
vuoisi alludere al giro, che fecero i
sacerdoti coU'arca, intorno alle mura
di Gerico , non perchè cadano la
mura della chiesa, ma perchè venga
fiaccala la superbia del demonio, e
la sua potenza, mediante l'invoca-
zione di Dio, ed alla replica delle
sacre preghiere non meno efficaci
delle trombe degli antichi sacerdoti,
o leviti. Le ti-e percosse, che dà il
vescovo colla punta del pastorale
alla soglia della porta, ci dimostrano
la podestà del Redentore sopra la
sua Chiesa, non che la dignità sa-
cerdotale, che il vescovo esercita.
CHI
L' alfabeto greco e latino figura l'an-
tica unione de' due popoli, prodot-
ta dalla croce del medesimo Reden-
tore ; e lo scrivere, che fa il vesco-
vo colla punta del pastorale, signi-
fica la dottrina, e il ministero apo-
stolico : la forma poi di questa scrit-
tura indica la croce, che deve esse-
re l'ordinario , e principale oggetto
d' ogni scienza de' suoi fedeli, mas-
sime quando stanno ne' sacri tem-
pli; significa inoltre la credenza, e j^
fede di Cristo passata dai giudei ai
gentili, e da questi trasmessa a noi.
Tutte le benedizioni sono ripiene di
religiosi , e commoventi significati ,
come lo sono tutte le cose, che ado-
peransi nell' augusta funzione. Le
sacre unzioni, colle quali s'imbalsa-
mano l'altare, e le pareti della chie-
sa, significano la grazia dello Spi-
rito Santo, che non può arricchire
il mistico tempio della nostra ani-
ma, se prima non è mondata dalle
sue macchie, che ajuta la nostra de-
bolezza, e ci facilita il peso della croce.
Termina la funzione colla benedi-
zione, secondo lo stile della santa
Chiesa, la quale sempre incomincia
le sue azioni colla benedizione di
Dio, e con esse le termina, giacché
tutto principia da Dio , e in Dio
finisce. Si compie col sagrifizio non
solo per eseguire il pontificio de-
creto di s. Igino, ma perchè non è
sacrifizio compito, ove colla messa
non si consuma interamente anche
la vittima , sebbene la messa non
sia di essenza e necessità alla con-
sacrazione.
Nelle chiese si debbono fabbrica-
re uno o più altari, secondo la ca-
pacità, e la grandezza delle mede-
sime, i quali però non debbono es-
sere di legno, ma di marmo. Seb-
bene poi, come dicono alcuni teolo-
gi, non sia di assoluta necessità il
CHI
porvi le reliquie , ciò nondimeno è
bene, secondo il p. Galluzzi p. 36,
osservare la consuetudine della Chie-
sa, che usa generalmente questo rito,
poiché per tali reliquie sono mag-
giormente degne di venerazione le
chiese, e gli altari consacrati. Sul
cerimoniale e rito di consacrare una
chiesa , contempoi'aneamente a di-
versi altari, si vegga la costituzio-
ne Peracta a nobis^ emanata da
Benedetto XIV a' 16 novembre
1748, Bull. Magli, tom. XIX, Jp-
pend. I, p. i4) e diretta all'abbate
di Kempten. In occasione pertanto
eh' egli consacrò la chiesa di s. A-
pollinare, coU'assistenza di tutti i Car-
tliiiali, per accrescerne la maestà, di-
chiarò con molta erudizione, di aver
seguito r esempio di altri Ponte-
fici neir aver consacrato V altare
maggiore, e di aver fatto consacra-
re gli altri altari dal Cardinal ve-
scovo , consocio della consacrazio-
ne, a cagione della debolezza delle
sue ginocchia. Della benedizione poi
della chiesa, e consacrazione del suo
altare principale, cominciata dagli
altri, e compita dal sommo Ponte-
fice, ne abbiamo il recente esempio
cui andiamo ad accennai'e, non solo
per dar un' idea del come celebrasi
da un Papa la funzione , ma per
venerazione ad una delle prime ba-
siliche del cristianesimo.
Incendiatosi, a' i5 luglio iSsS ,
r augusto tempio della patriarcale
basilica di s. Paolo nella via ostiense,
accorsero alla sua splendida riedi-
ficazione, oltre la pietà de' fedeli, i
Pontefici Leone XII, Pio Vili, e
Gregorio XVI regnante, sotto di
cui si sono portati a felicissimo
compimento i lavori della nave tra-
versa, mentre quelli della nave gran-
de pi'og redi scono con alacrità, an-
che essi sotto il magistero del cav.
CHI 349
Luigi Poletli, architetto direttore del-
la risorta basilica. Volendosi pertan-
to dal medesimo Papa Gregorio
XVI riaprire al culto divino, e al-
l'onore del dottor delle genti , tal
tempio costantiniano , cioè la detta
nave traversa, col benedirla e con-
sacrare l'altare pontificio sotto del
quale vi sono le spoglie mortali del
santo apostolo, stabili per la cele-
brazione di tal funzione il d\ 5 ot-
tobre 1840, giorno anniversario del-
la coronazione di Leone XII , che
lo aveva elevato al Cardinalato , il
quale pure fu il primo ad ordina-
re la riedificazione della celebratis-
sima basilica. La funzione s'inco-
minciò dal p. abbate d. Giovanni
Francesco Zelli del contiguo moni-
stero di s. Paolo, fu proseguita dal
Cardinal Anton Domenico Gambe-
rini, come vescovo suburbicario più
atto alla lunga cerimonia, ed il Pa-
pa stesso ne diede compimento, lo
che avvenne nel modo seguente.
La mattina precedente, il detto
abbate benedettino, autorizzato con
pontificia facoltà, vestito degli abiti
pontificali, e preceduto dalla croce,
e da' suoi monaci cassinesi, si con-
dusse nel nuovo portico, che intro-
duce lateralmente alla nave traver-
sa, ove, come prescrivesi nel rituale
romano, diede principio alla sacra
cerimonia della benedizione di essa
nave, intuonando la prima orazione.
Proseguendosi quindi col canto
gregoi'iano dai prefati monaci, eb-
bero luogo le aspei'sioni coli' acqua
benedetta nelle mura esterne , gi-
randosi processionalmente al di fuo-
ri di quella nave : ed entratovi poi
per la parte destra del portico il
p. abbate, ne benedisse le interio-
ri pareti. Alle quali aspersioni suc-
cedettero le altre preci dette avanti
l'altare della confessione, con la be-
25o CHI
riedizione, cui il medesimo abbate
Zelli compartì dall'altare stesso.
Quindi nel dìi seguente, fu dis-
posta la basilica in modo di cap-
pella Papale, sì per la esposizio-
ne del ss. Sacramento nella cap-
pella ove si adorava prima dell'in-
cendio della basilica ; sì per la ca-
Inera de' paramenti sacri , nel sito
dell'antica sagrestia de' monaci; sì
pel trono pontificio in quella stessa
sedia di marmo ricca di ornati messi
a oro, stata da ultimo collocata nel
centro dell'abside ad imitazione del-
le prime basiliche della cristianità,
e come ammiravasi nel medesimo
tempio nell'anno 1600; e sì infine
per la disposizione nell'abside stessa
degli stalli pei Cardinali, e per tutti
gli ordini ecclesiastici, e per gì' in-
dividui, che hanno luogo nelle pon-
tifìcie cappelle, a tal ell'etto prece-
dentenieiite invitati dai cursori apo-
stolici, Ad essi, per ispecial conside-
razione del Papa, furono in tal cir-
costanza aggiunti i monaci bene-
dettini cassinesi, che vestiti in am-
pia cocolla, ed aventi alla loro te-
sta, e in cappa il predetto p. ab-
bate Zelli, sedevano entro 1' abside
dietro gli stalli dei Cardinali dia-
coni, a sinistra del trono pontificale.
Inoltre ai lati dell' altare da con-
sacrarsi su addobbate tavole si po-
sero tutti i vasi, utensili, suppel-
lettili, ed arredi sacri necessari al-
la cerimonia , mentre il presbiterio,
che comprendeva l' area dell' absi-
de del tetnpio, al recinto intoi'-
no r altare della confessione , ven-
ne per tutta la sua vasta estensio-
ne , coperto di nobili e variati
tappeti ed arazzi. Nella cappella sot-
terranea di s. Timoteo , si pre-
pararono le vesti sacre pel Car-
dinale, che doveva dar principio
alle cei-imouie, come pei ministri
COI
della cappella pontificia , disponendo-
si in luogo appartato i cappellani
cantori, e di prospetto al presbite-
rio, nella contrabside della basilica.
In tanta ricchezza di apparecchia-
mento, l'altare della confessione, seb-
bene affatto nudo secondo i riti del
pontificale, pure destava la più vi-
va ammirazione e venerazione, nel
rimirarsi l'atto solenne, che vi do-
veva compire il vicario di Gesù
Cristo, sopra la nuova magnifica
mensa dell'altare medesimo, il cui
superbo tabernacolo fu salvato dalle
fiamme dell'infausto incendio del
1823 per volere dell'Onnipotente,
che non cessa di glorificare in tei'-
ra il suo diletto apostolo.
Giunta l'ora di dar principio alla
funzione, avendo preso posto a' ri-
spettivi luoghi il sacro Collegio, e
gli alti'i , il Cardinal vescovo Gam-
beri ni si recò al faldistorio in un
lato dell' altare da consacrarsi ; ed
assistito dai ministri della cappella
pontificia parati in albis , da' cap-
pellani accoliti, e dai chierici di
essa cappella, vestì gli abiti sacri,
e diede incominciamento alle ceri-
monie colle solite orazioni, e colla
recita de' salmi penitenziali, che fu-
l'ono proseguiti dai cappellani can-
tori. Indi, essendo il Cardinal ve-
scovo prostrato avanti il faldistorio,
collocato dinanzi l'altare, si canta-
rono dai medesimi cappellani le li-
tanie de' santi, ripetendosi per due
volte il venerando nome di s. Paolo,
a cui onore novellamente si dedicava
l'altare, perchè, come dicemmo,
conserva le spoglie mortali di lui ,
postevi dalla pietà e dalla religione
della piissima matrona romana Lu-
cina proprietaria del vasto predio,
ridotto a cimiterio nella via ostien-
se; ma ancora il nome di san Timo-
teo martire di Antiochia, perchè il
cin
corpo di lui non ha guaii era slato
riposto nella mensa dell'aitare sot-
terraneo, siccome ve lo pose nel
i587 Sisto V. Recitate le dette li-
tanie, si benedirono il sale , la ce-
nere, l'acqua ed il vino, e fattane
la mescolanza , se ne asperse per
cinque volte la mensa, e per sette
la base e la stessa mensa, accompa-
gnandosi questi atti colle corrispon-
denti orazioni. Dipoi s'incensò l'al-
tare nel mezzo, e nelle quattro
estremità ove dovevano porsi gli olii
santi. Terminate tali cerimonie , il
Cardinale depose le sacre vesti nella
cappella sotterranea, ed assunta la
cappa rossa, prese il suo posto negli
stalli de' suoi colleghi.
Frattanto nella camera de' para-
menti, il Pontefice Gregorio XVI,
assunti gli abili pontificali , con pi-
viale bianco, e mitra di lama d'oro,
ascese la sedia gestatoria, e tra i
flabelli, preceduto da tulli gì' indi-
vidui, che hanno luogo nelle cap-
pelle pontificie, e vestiti de' consueti
loro abiti , non che dai Cardinali ,
fu portato nella basilica per la porta
dal lato del chiostro del raonistero.
Avanti la cappella, o v'era esposto il
ss. Sacramento, si fermò la proces-
sione ad adorarlo, facendo lo slesso
il Papa al suo genuflessorio disceso
dalia sedia. Quindi rimontato in
questa , fu condotto al presbiterio,
ove passò ad assidersi sul trono pon-
tificale , in cui ricevette all' obbe-
dienza i Cardinali.
Dopo di che il Pontefice recossi
all'altare, che incominciò ad incen-
sare, e ad ungere, recitando con-
temporaneamente le belle oi-azioni
proprie dell'augusta funzione. Sparse
poscia gli oli santi sulla mensa, be-
ned'i r incenso, che indi pose a mo-
do di croce nel centro, e nei quat-
tro angoli della stessa mensa per
CHI 25i
farne la combustione, insieme coi
piccoli ceri posti pure a guisa di cro-
ci nei detti luoghi. Indi il Pontefice
unse col sacro crisma le unioni del-
la mensa dell'altare, col resto dello
sue architetture, e ne discese per
porsi a sedere sulla sedia gestatoria
collocata dalla parte dell'epistola,
affine di lavarsi le mani , intanto che
dai ministri si astergevano la con-
sacrata mensa, e tutte le altre parti
dell' altare. Stando il Papa sedente
nella sedia , benedi le tovaglie per
coprire la mensa, sulla quale appe-
na furono poste , si collocarono
ancora i sei candellieri colla croce
nel mezzo, come pure si cuoprirono
di nobile tappeto i cinque scalini,
che fiancheggiano l'altare della con-
fessione col suo magnifico taberna-
colo. Finalmente, tornato il Ponte-
fice sull'altare, rinnovò i profumi
dell' incenso, e ripetendo altre pre-
ci , diede termine alla funzione, di
cui r istorico Eusebio, parlando del-
la dedicazione delle chiese , che i
cristiani andavano edificando prima
dell' imperio di Costantino, ebbe a
dire : Quod c/uidem spectnculum ce-
lebre appellatur, el clmstìanìs omni-
bus optabile est, et veìiementer dcsi-
deratum.
Ritornalo quindi il Pontefice al
trono, pronunziò sedendo l'allocu-
zione , Sacra inter monunieiUa ( che
fu pubblicata colle stampe, e ripro-
dotta venne dal Supplì mento , al
numei-o 83 del Diario di Roma, il
quale inoltre descrive tutta la fun-
zione), ponendo fine alla consacra-
zione coll'apostolica benedizione, che
compartì sul trono. Quindi autoriz-
zò il Cardinal Gazzoli, primo dia-
cono assistente, a pubblicare 1' in-
didgenza plenaria ai fedeli presenti,
ed a coloro, i quali o nello stesso
giorno, o nel triduo seguente, aves -
25-2 CHI
sero visitato ed orato nella basilica ;
alla quale indulgenza era aggiunta
l'altra parziale eli cinquant* anni, e
di altrettante quarantene alla ricor-
renza d'ogni anniversario della so-
lenne consacrazione dell' altare del-
l'apostolo s. Paolo. Quindi il Papa
assunse gli abiti sacri per la messa
bassa, che celebrò pel primo sull'al-
tare consacrato, col rito di quella
della dedicazione, mentre i cappel-
lani cantori fecero echeggiare il tem-
pio de' sacri cantici , e i Cardinali ,
e gli altri rimasero all'assistenza.
Non riuscirà poi discaro, che qui
si riporti il catalogo di alcuni Pon-
tefici, che consacrarono chiese, oltre
quanto dicesi agli articoli relativi ,
mentre per quelle, di cui non si no-
mina il luogo, si deve intendere es-
sere state eseguite nella città di
Roma. All' articolo poi Chiese di Ro-
ma (f^edi), si dice quali furono con-
sagrate dai Sommi Pontefici, in uno
ai loro altari.
S. Pietro, principe degli Aposto-
li, e primo Sommo Pontefice, con-
vertì e trasmutò in chiesa la casa
di Teofilo in Antiochia, e vi stabifi
la sua sede ; ed in Roma, ove tras-
portò la stessa sede, consacrò la ca-
sa di Pudente senatore, e sopra un
altare di legno di detta chiesa ce-
lebrò più volte.
S. Cleto trasmutò la sua casa in
chiesa, che poi fu consacrata a san
Matteo in Merulana.
S. Clemente I consacrò settanta
chiese nel Chersoneso, ov'era stato
lelegato.
S. Pio I, a persuasione di s. Pras-
scde, trasmutò la sua casa in chiesa.
S. Marcello I stabih ed assegnò
a venticinque chiese di Roma il lo-
ro titolo, e le consacrò , su di che
però è a vedersi 1' articolo TiTOtt
Cabdutalizi.
CHI
S. Urbano I consacrò in chiesa
la casa di s. Cecilia.
S. Silvestro I edificò alla b. Ver-
gine, la chiesa detta dai fedeli .y.
Maria Ubera nos a poenis inferni,
e consacrò in onore di s. Pietro il
carcere mamertino.
S. Innocenzo I dedicò la basilica
de' ss, Gervasio e Protasio, secondo
la testamentaria disposizione della
pia matrona romana Vestina.
S. Simplicio consacrò la basilica
di s. Stefano al Monte Celio, quel-
la di s. Stefano presso la basilica di
s. Lorenzo , quella di s. Bibiana , e
quella di s. Andrea apostolo presso
la basilica libei-iana,
S. Gelasio I dedicò le basiliche
di s. Eufemia martire in Tivoli, e
de' ss. JVicandro, Eleutcrio, ed An-
drea, nella via Labicana.
S. Gregorio I consacrò la chiesa
di s. Agata alla Suburra.
S. Bonifacio IV, a' i3 maggio,
consacrò il Pantheon alla Regina di
tutti i santi.
Teodoio I edificò nella via Fla-
minia, presso il ponte Milvio, il
cimiterio di s. Giulio, ed una chie-
sa in onore di s. Valentino, e poi
la consacrò.
Adeodato consacrò la chiesa di
s. Pietro nella via portucnse.
Dono ristaurò nella via ostiense
la chiesa dedicata ai ss. XII Apo-
stoli, e nella via Appia quella di
s. Eufemia, consacrandole ambedue
solennemente.
S. Gregorio II consacrò in ono-
re di s. Agata la sua casa paterna ,
ristaurò la basilica di s. Balbina, e
la consacrò.
S. Zaccaria consacrò solennemen-
te la basilica di s. Benedetto a Mon-
te Cassino, coll'assistenza di tredici
arcivescovi, e sessantotto vescovi.
Stefano H, detto III, in Parigi
CHI
consacrò nella cappella regia di san
Dionigi, un altare ai ss. Apostoli.
S. Paolo I consacrò la chiesa di
s. Petronilla, poi demolita per l'ere-
zione della nuova basilica vaticana.
S. Leone III consacrò in Aquis-
ana, a'6 gennaio, una chiesa alla
Vergine ; in quella di Paderbo-
na edificata da Carlo Magno, con-
sagrò un altare, collocandovi le re-
liquie del protomartire s. Stefano:
con solenne cerimonia consacrò in
Elesburg una cappella fabbricata pu-
re da Carlo Magno; e per le pre-
ghiere di Gerbaldo vescovo Leo-
diensc, consacrò due chiese alla b.
Vergine.
Pasquale I consacrò la chiesa di
s. Prassede, collocandovi molti cor-
pi de' ss. martiri.
Giovanni Vili consacrò solenne-
mente la chiesa del b. Sarone, pri-
mo abbate del monistero.
Benedetto VII, detto Vili, con-
sagrò in Bergamo la basilica di san
Giorgio, ed in Argentina quella di
s. Pietro.
S, Leone IX consacrò due cappel-
le, sulle pareti delle quali apparvero
miracolosamente i segni della sagra ;
e in Reims la chiesa di s. Remigio.
Nicolò II consagrò in Firenze la
chiesa di s. Felicita.
Alessandro II consacrò la chiesa
di Monte Cassino, ch'era stata riedi-
ficata, alla presenza dei Cardinali,
di dieci arcivescovi, di quarantaquat-
tro vescovi , e de' principali signori
di Puglia, e Calabria. Ristaurò la cat-
tedrale di Lucca, che consacrò col-
l'assistenza di ventidue vescovi, e di
molti abbati mitrati.
S. Gregorio VII ristaurò, e con-
sacrò la diaconia di s. Maria in
Portico.
Urbano II consacrò la chiesa del-
la ss. Trinità della Cava; in Cluny
CHI 253
le chiese de' ss. Pietro, Martino, e
JVicola; e la chiesa della b. Vergi-
ne nel monistero di Bordelo.
Pasquale lì consacrò l'altare mag-
giore della cattedrale di Modena,
la cattedrale di Palestrina, e in Ro-
ma consacrò quindici chiese. In Par-
ma poi consacrò quella dedicata alla
b. Vergine, in Capua quella ristau-
rata dall' abbate Desiderio , e in
Gaeta la cattedrale.
Gelasio II in Francia consacrò le
chiese di s. Cecilia, di s. Silvestro,
e di s. Stefano; in Pisa dedicò quel-
la di s. Maria, e in Genova solen-
nemente consacrò la cattedrale.
Calisto II consacrò in Francia tre
chiese, cioè di s. Mauro, di s. Giu-
lio, e di s. Antonio; ed in Roma
di s. Agnese in piazza Navona ai
28 gennaio; nella diaconia di s. Ma-
ria in Cosmedin un altare a' 6 mag-
gio 1124; nella basilica vaticana
quello dell'Annunziata; in Volterra
consagrò la cattedrale alla presenza
di dodici Cardinali, dell'arcivescovo
di Pisa, e dodici vescovi, come an-
cora ivi consacrò altre chiese.
Eugenio IH in Treveri a' 3 1
gennaio consagrò la basilica di s.
Mattia; in Viterbo, e con rito so-
lenne, la chiesa di s. Michele, ed in
Francia presso Parigi, ad istanza del
re, vma chiesa, nella cui messa so-
lenne s. Bernardo fece da diacono,
e Pietro Cluniaceuse da suddiacono.
Adriano IV consacrò in Sora la
chiesa di s. Maria.
Lucio ITI consacrò in Bologna la
basilica di s, Petronio, ed in Modena
quella di s. Geminiano.
Urbano HI in Verona consacrò
la basilica, e una chiesa alla beata
Vergine.
Celestino IH, che contava novan-
tun anno, consacrò solennemente la
chiesa di s. Lorenzo in Lucina.
aH CHI
Innocenzo III consacrò la basili-
ca di s. Maria in Trastevere con
pompa solenne; in Rieti le chiese
di s. Eleuterio, e di s. Gio. evan-
gelista; ed in Perugia e in Todi
alcuni altari, oltre quelli , che fece
consacrare nella basilica vaticana.
Onorio III consacrò nella chiesa
di s. Sebastiano l'altare ove ripose
ti di lui corpo , la cattedrale di
Rieti, la chiesa di s. Maria in Cam-
pitelli, e la chiesa di Casamai'e nel-
la diocesi di Veroli.
Gregorio IX consacrò la chiesa
di s. Eufemia; quella di s. Adriano
a preghiera del Cardinal titolare; e
nel 1228, l'altare maggiore di santa
Sabina.
Alessandro IV restaurò la chiesa
di s. Costanza, già tempio di Rac-
co, e ne consacrò l' altare. Consacrò
pure la chiesa di s. Martina, quel-
la de' ss. Pietro e Marcellino, ed in
Viterbo quella di santa Mai'ia di
Gradi.
Clemente IV commise, che nel
di primo di settembre, si consacras-
se in Assisi la cappella di s. Chiara,
dal Cardinal Ridolfo vescovo di Al-
bano, dal Cardinal vescovo Stefano
l'altare de' santi Cosma e Damia-
no , ed egli consacrò l'altare mag-
giore.
Nicolò III consacrò la basilica
lateranense , e in s. Pietro l' altare
di s. Nicola.
S. Celestino V consacrò la chiesa
di s. Spirito di Sulmona, da lui
edificata avanti il pontificato, per la
.sua congregazione de' celestini.
R. Renedelto XI in Padova con-
sacrò la chiesa di s. Agostino.
Urbano V consacrò in Marsiglia
r aitar maggiore del monistero di
». Vittore.
Martino V consacrò in Firenze
r aliai" principale della chiesa de'do-
CHI
menicani, e quello della chiesa di
Milano a' 1 6 ottobre.
Eugenio IV consacrò in Firenze
la chiesa di s. Marco, e poi la me-
tropolitana.
Giulio II, avendo incominciata la
nuova fabbrica della sontuosa basi-
lica vaticana , vi gettò la prima
pietra nel sabbato in Albis nel
i5o6.
Leone X, dimorando in Firenze,
fece consacrare la chiesa della ss.
Annunziata dal Cardinal Antonio
del Monte.
Clemente Vili consacrò, a' 16
luglio 1^94, l'altare maggiore della
basilica vaticana alla presenza di
trentotto Cardinali.
Urbano Vili, nel 1626, consagrò
la basilica vaticana, ai 18 novem-
bre, cioè nel medesimo giorno in
cui s. Silvestro I avea consacrata
la vecchia basilica.
Alessandro VII solennemente gettò
la prima pietra, in presenza del ma-
gistrato romano, della tribuna della
nuova chiesa di s. Maria in Campi-
telli , a' 29 settembre 1 660.
Clemente XI non solo gettò la
prima pietra ne' fondamenti della
nuova basilica de' ss. XII Apostoli,
ma fece altrettanto in quelli della
chiesa dell' arciconfraternita delle
Stimmate.
Benedetto XIII in tutto il tempo
che fu vescovo e Papa , consagrò
trecentottanta chiese, ed all'età di
5o anni, ne aveva già consagrate
centonovanta. Nel pontificato, e ai
28 ottobre 1726, con rito solenne
consacrò la basilica lateranense, che
è la prima chiesa del mondo; perbj
r ufficio di questa dedicazione s'i peri
la basilica, s'i per la Chiesa uni ver»
sale, Benedetto XIII stabilì, che sii
celebrasse ogni anno a' 9 novembreJ
Oltre quanto dicemmo superiora
CITI
mente di nitri Pontefici, ed oltre
quanto dicesi agli articoli Altare,
e Cappella , aggiungiamo, che Be-
nedetto XIV consacrò ]' nlt;u'e pa-
pale della basilica di s. IVIaria Mag-
giore, e nel lySG dal Cardinal
Malvezzi arcivescovo di Bologna fece
consacrare quella cattedrale, nel di
lui pontificio nome, come si legge
nel breve, 2]'I)i prò ccnteris, Bull.
Magli, tom. XIX, pag. 5,38, men-
tre coir altro breve, che emanò ai
12 maggio 1756, Tarn inde, loco
citato, pag. 222, si diffuse nella sacra
eiudizione sul rito della consacra-
zione delle chiese. Aggiungiamo an-
cora, che lo stesso Benedetto XIV
in occasione della detta consacrazio-
ne della metropolitana di Bologna ,
fra i preziosi doni che le spedì ,
le inviò pure dodici croci di metallo
dorato, destinate ad affiggersi nel
giorno anniversario della sagra, so-
pra quelle già consacrate nella de-
dicazione. Inoltre diremo, che Pio
VI consacrò la chiesa di s. Cassiano
d' Imola , e quella abbaziale di Su-
biaco, ponendo la prima pietra alla
chiesa de'cappuccini di Tor tre Pon-
ti, presso le paludi Pontine, ed a
Terracina alla chiesa, che dedicò a
s. Pio V. /'. il p. Francesco Maria
Galluzzi della Compagnia di Gesù,
Il rito di con sa gran' le chiese, colla
Sila antichità, significato, convenienza,
prerogative, e motivi di rispettarle, in
occasione della, consacrazione della
chiesa di s. Ignazio, Roma 1722;
ed il canonico d. Gio. Francesco
Cecconi, // sagro rito di consagrare
le chiese, esposto, spiegato, e presen-
tato al Sommo Pontefice Benedetto
XIII, Roma 1728. Quest' ultimo
riporta un catalogo delle chiese mira-
colosamente consacrate, delle chiese
ed altari consacrati per comanda-
mento divino, e de' santi; de' mi-
CITI a 55
racoll accaduti nelle consacrazioni
V.C.
§ V. Quando accade, che la Chiesa
si possa e debba di nuovo con-
sagrare: Chiesa violata, e sua ri'
conciliazione.
Siccome per consagrare la chiesa,
e necessario porre in esecuzione ciò,
che nel precedente paragrafo si è
descritto; dovendosi di nuovo con-
sagrare, o benedire e riconciliare,
fa d'uopo che sieno considerate tutte
le condizioni, le quali si ricercano
per una tal cerimonia. A seconda
delle prescrizioni de' sagri canoni ,
tre sono i motivi, che possono in-
durre il -vescovo a riconsagrare la
chiesa: i.° Se la chiesa fosse rima-
sta offesa dal fuoco in modo che
tutte le pareti, o la maggior parte
fossero resfate deturpate e contraf-
fatte; 2." Se le mura principali della
chiesa fossero del tutto diroccate ,
ovvero rifabbricate con altri, e dif-
ferenti materiali ; 3.° Se vi fosse
dubbio della di lei consagrazione ,
in guisa che mancassero le memo-
rie delle scritture, pitture, lapidi, o
r attestato de vìsu vel de audiln.
Se adunque mancasse la notizia della
consagrazione della chiesa, o vi fosse
dubbio , si deve tornare a consa-
grarla, non potendosi dire iterata
azione, quando non se ne abbia al-
cuna certezza. Mollo più è necessaria
la nuova consagrazione, se la chiesa
venne rifabbricata, qualunque ne sia
stata la cagione , regola eh' è ap-
poggiata sulla ragione, consistendo
l' essenziale della consagrazione nel-
le unzioni esteriori che fa il vesco-
vo sulle pareti, le quali tolte dalla
nuova fabbrica, si toglie altresì l'es-
senza della consagrazione. Questa dot-
trina confermasi cogli esempi della
9.56 CHI
basilica vaticana, la quale rinnovala
dai fondamenti per la vasta mente
di Giulio II , fu di nuovo consa-
grata a' i8 novembre 1626 da Ur-
bano Vili ; come della basilica la-
teranense, la quale consagrata già
da s. Silvestro I nell'anno 324, es-
sendo poi stata rinnovata nella mag-
gior parte nell'anno 780 da Adria-
no I, e dai fondamenti restaurata
ed abbellita da Innocenzo X, fu di
nuovo consagrata ai 9 novembre
1726 dal Pontefice Benedetto XIII,
alla presenza del sagro Collegio, della
prelatura, ec.
Oltre i suddetti motivi, che pos-
sono e devono indurre il vescovo a
consagrare la chiesa, vi sono altre
ragioni, che diconsi di chiesa violata,
per le quali non è necessario ricon-
sagrarla, bastando solo che sia di
nuovo benedetta. Diverse pertanto
sono le ragioni e i casi addotti dai
dottori, principalmente dal Barbosa,
e dal Monacelli , e le maggiori so-
no: 1° Se vi fosse stato commesso
qualche peccato di adulterio, ovve-
ro consumata qualche sensuale sfre-
natezza, sive per copidam conjuga-
lem; 1." Se vi fosse stato commesso
spargimento di sangue , con feri-
menti ed omicidi; 3." Se vi fosse
stato sepolto un infedele, un eretico,
o pubblico scomunicato, nel qual
caso anche si radono le sagre pa-
j'eti. E però da osservarsi , che tal
ribenedizione si dee fare quando i me-
morati casi sieno pubblici e notori,
perchè si chiama violata una chie-
sa propter scandaluin^ et ad fide-
liiun exeinplum, et terrorem; in caso
contrario non vi è necessità di ri-
conciliarla o ribenedirla, mentre la
chiesa essendo in sé santa, non può
soggiacere a macchia , o violenza
veruna. Violata adunque che sia la
chiesa^ si deve ribeuedire nel modo
CHI
descritto dal Pontificale , e Ritunle
romano, facendosi la cerimonia colla
celebrazione della messa , e coli' as-
persione dell'acqua benedetta, mista
col sale, e colla cenere. Dicono le
rubriche del Rituale, che un sacer-
dote può riconciliare una chiesa vio-
lata, se non ancora era stata consa-
crata dal vescovo, perchè da nessun
altro si può riconciliare, se non che
dal Papa, o dal vescovo, e la ragione
per cui il vescovo non può delega-
re un semplice sacerdote, ancorché
vi fosse una consuetudine contraria,
ella è perchè il vescovo , sebbene
possa commettere ad altri ciò che
spetta alla sua giurisdizione , tutta-
volta non può demandare quelle co-
se, che sono di ordine vescovile, co-
me decretò la sagra congregazione
de' riti ai 9 febbraio 1608 in Ca-
meracens , il perchè un sacerdote
potrà riconciliare una chiesa consa-
grata dal vescovo, soltanto con fa-
coltà pontifìcia. Quantunque poi si
riconcilii una chiesa da qualche sa-
cerdote, r acqua deve essere sempre
benedetta dal vescovo, mischiata col
vino, e colla cenere, secondo il rito
prescritto dal citato pontificale.
Quello, che si disse della chiesa ,
si può anche intendere dell' altare
per doveilo di nuovo consagrare,
di che si tratta air articolo Altare
§ VII SoONSECRAZlONE DELl' AlTARE.
Sconsagrato però l' aliare, non lo è
la chiesa, ma bensì polluta o vio-
lata la chiesa, lo è di necessità ezian-
dio l'altai'e. Quello, che si è detto
dell' altare fisso, si può anche in-
tendere dell' altai-e portatile, come
dicesi al citalo articolo. Alla nuova
consagrazione della chiesa , devesi
unire anche la benedizione del ci-
miterio, come prescrisse Bonifacio
Vili in scxt. tit. 21. S'intende sup-
posto, che il cimitcvio sia contiguo
e II I
alla chiesa, cosi che tocchi le pa-
reti, giacché, come dicono i doltoii,
la maggior parte trae a sé la mi-
nore. iU peliamo, che tali sagre ce-
rimonie devoiisi celebrare quando
la violazione sia stala commessa pub-
blicamente nella casa di Dio, allìn-
chè sieno i fedeli avvisati , quanto
grave sia l' olFesa commessa contro
r Altissimo nel suo tempio. Ne so-
no piene le sagre carte, e partico-
larmente nel libro dei re, si legge
il tremendo gastigo dato da Dio ai
figli del sacerdote Eli, per aver con-
taminati i limitari del santuario con
profanità e sfrenatezze sensuali, laon-
de rimasero vittime del fuoco.
§ VI. Anniversario, e Dedicazione
(ielle Chiese.
Considerati superiormente i miste-
ri e significati della consegrazione
delle chiese , sarebbe stato biasime-
vole il perdersi la memoria della
solennità, il perchè i Sommi Ponte-
fici , secondo gli esempi della sagra
Scrittura, coniandarono la celebra-
zione dell'anniversario della dedica-
zione, o consagrazione d'ogni chiesa.
Gli ebrei celebravano l'anniversario
della dedicazione del tempio di Ge-
rusalemme per otto giorni. Abbia-
mo poi che Giuda Maccabeo, avendo
distrutti e dispersi i nemici del suo
popolo, si applicò con religioso zelo
alla restaurazione del tempio, ed alla
fabbrica dell'altare nuovo di pietra,
avendo prima purgato lo stesso tem-
pio dalle sue profanità ed immon-
dezze. Lo arricchì inoltre di prezio-
sissimi arredi , e santifìcollo coli' in-
censo delle orazioni , col sangue di
mille vittime, e coU'accompagnamen-
to di tutta la nazione ne festeggiò
il trionfo, celebrandone l'encenismo,
o sia l'encenia, ed ordinò che si ce-
lebrasse ogni anno. Siccome adunque
VOL. XI.
CHI 2^7
da Salomone nella prima fabbrica
del tempio se n* era celebrata la glo-
liosa solennità, cosi nella nuova fab-
brica del medesimo tempio se ne
videro rinnovati i sagri liti, e sta-
bilite le memorie. E questa festa
dell' encenia , o sia dedicazione del
tempio , si osservava religiosamente
dagli ebrei a tempo di Gesù Cristo,
il quale non volle mancare d'inter-
venire all'anniversario della dedica-
zione del tempio, come riferisce san
Giovanni evangelista al capo X. Una
somigliante solennità, soggiunge s.
Agostino, altro non era che l'anni-
versario della consagrazione del tem-
pio, mentre la parola greca Caiiion^
in latino è lo stesso, che nuovo, che
perciò dagli ebrei celebravasi solen-
nemente quel giorno, nel quale ricor-
reva la dedicazione del tempio.
A vista dunque di tante riprove,
qual confusione sarebbe pe' cattoli-
ci se, dopo aver fabbricate le chie-
se, e consagrate colla santità di tan-
ti adorabili significati, ne perdes-
sero ima SI grata memoria, e in-
tenti solo alla ftibbrica materiale ,
trascurassero i vantaggi dello spirito
colla rinnovazione di giorno sì me-
morando ? Giustamente però a se-
conda dei pontificii decreti se ne ce-
lebra la memoria col giorno anni-
versario, e se ne prosegue anche la
solennità per otto giorni continui.
Aggiungiamo che Costantino Magno,
il quale ne' primordi del quarto se-
colo diede la pace alla Chiesa, fece
in Gerusalemme consagrare una chie-
sa, e soggiunge iNiceforo lib. Vili, cap.
5o, che il giorno di tale dedicazio-
ne, cioè il quattordicesimo di settem-
bre, fu da quel tempo liguardato
siccome festa nella chiesa gerosoli-
mitana. Secondo poi Eusebio, 1. X,
cap. 3 , anco avanti Costantino , e
dopo la morte di Massimino, i cri-
17
nSS CHI
stiani celebrarono la dedicazione del-
le chiese, che edificavano. S. Ana-
stasio del 340 , parla di questo co-
stume TìeìV Epìslol. ad Constantin.,
e loda 1' esempio di Esdra. S. Am-
brogio, lib, I, epist 8, scrive di aver
tiovati i corpi de' ss. Gervasio e
Protasio, dopo aver dedicato una
chiesa ; ed oltre a ciò fa un sermone,
che è l'ottantesimo nono, De dedi-
eatione basiliccs. S, Agostino citato
ne fa vari ne' giorni delle consagra-
zioni delle chiese, o loro anniversari.
Finalmente s. Gregorio 1, nel lib. III
de' suoi Dialoghi , e. 3o, attesta di
aver dedicato un tempio, stato pri-
ma degli ariani, e che Dio approvò
tale dedicazione con illustri miracoli.
f^. Pompeo Sarnelli, Lellere eccle-
siastiche, tom. Ili, p. 26, ove parla
della dedicazione delle chiese, e dei
prodigi in esse avvenuti, tom. Vili,
lettera XXIX, Della dedicazione de-
le chiese e de' suoi misteri, ove pur
dice che anticamente non si dedica-
vano, che al Salvatore. Osserva però
il Grescimbeni, Istoria della chiesa
di san Giovanni a porla latina, a
pag. 61, e lo vedemmo ancor noi
superiormente , che ne' primi tempi
del cristianesimo le chiese si dedi-
cavano a Dio, ma si denominavano
anche da chi dava il luogo per fab-
bricarle, o vi aveva alcuna attinenza,
come si rileva dai titoli di Pudente,
d* Eudossia, d' Equizio, di Calisto, di
Damaso ed alti-i.
Conchiudiamo con s. Tommaso,
lect. 5 in cap. 10 Joan. , che la de-
dicazione è la stessa consagrazione
fatta dal vescovo, che si ricorda ogni
anno, e questa è una festa più de-
gna di quella del protettore del luo-
go, e del titolare della chiesa. Per-
ciò che riguarda il comune della de-
dicazione di una chiesa, si consulti
il Diclich nel suo Dizionario sagro
CHI
liturgico a tal voce, ed il p. Ga van-
to, con le addizioni del p. Merati,
Compendio delle cerimonie ecclesia-
stiche, pag. 44? > capo V , Del co-
mune della dedicazione della chiesa.
E poi noto, che nell'anniversario del-
le chiese si accendono avanti le do-
dici croci consagrate, altrettante can-
dele di cera.
§ VII. Della venerazione, che si de-
ve alla Chiesa, e di altre notizie
che la riguardano.
Il Binghamo ci ricorda i se-
gni di rispetto e venerazione , che
usavano i fedeli nell' entrare nelle
chiese. I re deponevano le corone,
i soldati le armi, siccome luogo di
pace, e tutti s'inchinavano profi)n-
damente innanzi l' altare. I templi
non servirono giammai ad usi pro-
fani , e i diaconi proibivano in essi
qualunque indecenza; argomenti tutti
dell'alta idea, che i cristiani avevano
de' sagrosanti misteri di nostra religio-
ne. Della modestia, del raccoglimen-
to e della divozione, colla quale i fe-
deli anticamente stavano nelle chie-
se, fa parola ancora il menzionato
p. Galluzzi, e. Ili, p. 1 3, ove di-
ce che Dio spesso pun"i gì' irriveren-
ti con severi gastighi temporali. Il
concilio di Sens del iSaS ordinò,
che dalle chiese si togliessero le pit-
ture indecenti, le quali rappresen-
tano cose da indurre al divagamen-
to i fedeli. Clemente XI, volendo
come padre comune osservare neu-
tralità nella guerra della successio-
ne di Spagna, nel lyoS, proibì che
i ritratti dei due pretendenti si
esponessero pubblicamente nelle chie-
se nazionali di s. Maria dell'Anima,
e di s. Carlo al Corso. Inoltre tal
zelante Pontefice con decreto del
1701, Bull. Magn. t. VIII, p 4'>7,
comandò che niuno di qualsivoglia
CHI
grado, eccettuate le persone di san-
gue reale , si facesse portare nelle
chiese i tappeti coi cuscini per por-
visi sopra ; e prescrisse che, laddove
ciò avesse a succedere, si cessasse
subito dalla celebrazione dei divini
uffizi, e restassero scomunicati i ret-
tori delle chiese che lo permette-
vano, e interdette le chiese stesse.
Tale decreto fu provocato dai gra-
vissimi abusi, che allora vi erano
in argomento. Il canone 'j5 del
concilio Trullano prescrive, che i
canti sieno decenti e divoti. II con-
ciho di Trento, sess. 22, invita i
vescovi a bandire dalle loro chiese
ogni sorta di musica nella quale ,
o sull'organo, o in semplice canto,
entri qualche cosa di profano; co-
me pure i discorsi , i traltenimenti
vani, gli strepiti, e i clamori , ac-
ciocché la casa di Dio comparisca
veramente casa di orazione. Anche
Benedetto XIV riformò le musiche
nelle chiese, e proibì a' superiori di
esse, che tenessero banchi e sedie
nei giorni in cui fosse la musica ,
per evitare qualunque irriverenza
alla casa di Dio. Anzi il di lui pre-
decessore Clemente XI, per le pe-
ripezie dei tempi , e per ricordare
a' grandi il niente delle cose umane,
sospese per cinque anni l' uso nelle
chiese dei genuflessori, e delle sedie.
11 p. Menochio, nel tom. III, pag.
178, racconta perchè i poveri an-
ticamente non si lasciassero andai'e
mendicando per le chiese. Paolo
IV proibì con pena di scomunica
che si passeggiasse nelle chiese, e
che i poveri vi cercassero limosina ,
per non disturbare quelli, i quali fan-
no orazione. S. Pio V, conforman-
dosi ai decreti di Gregorio IX, or-
dinò sotto pena delle censure eccle-
.5iastiche, che nelle chiese si entras-
se con divozione, si adorasse colle
CHI 25:9
ginocchia piegate il ss. Sagramento,
ti evitassero i profani discorsi, il
riso, il rumore, e il passeggio ; si
osservasse un pio raccoglimento ,
proibendo le questue per non impor-
tunare i fedeli dalla preghiera col
racconto delle loro miserie. Pel gran-
de abuso poi, che in Siviglia si fa-
ceva del tabacco, il perchè la cat-
tedrale ne. veniva lordata , Urbano
Vili nel 1642 pose la pena di sco-
munica a chi lo prendesse dentro
quella chiesa ; pena che Innocenzo
X nel i65o estese a quelli^ che fa-
cessero altrettanto nella basilica va-
ticana, cui egli avea decorata di no-
bilissimo pavimento, di colonne e
pilastri; ma nel 1725 Benedetto
XIII tolse affatto tali severe censu-
re. Il concilio di Cartagine, col ca-
none 82, inculcò ai vescovi di non
impedire a veruno di entrare in
chiesa per edificazione, e per udir-
vi la parola di Dio, sia giudeo, o
gentile, od eretico, fino alla messa
de' catecumeni. L' immunità' poi del-
le chiese, per rispetto alla casa di
Dio, è antichissima, ed il Pontefice
Bonifacio V proibì che ninno ar-
disse di estrarre per forza chi erasi
rifugiato nelle chiese, quale asilo di
sicuiezza. V. l'annalista Baronio al-
l'anno &iS, num. 16. Dell'origine,
e del progi'esso degli asili, delle va-
rie specie e loro diritti, scrisse l'ab-
bate Raimondo Cecchelti un libro
con questo titolo. Degli Asilij Pa-
dova lySi. Vi è ancora un Di-
scorso sopra V Asilo ecclesiastico ^
stampato nel 1 765. V. \' Asseman?
ni. De ecclesiis, earumque reveren-
tia et asylo, Romae 1766. Leggia-
mo nel canone 19 del concilio ge-
nerale lateranense del 1179, che le
chiese sono esenti dai pubblici ag-
gravi, eh' è proibito sotto pena di
anatema ai rettori, consoli, e altri
a6o CHI
magistrati delle città, d'imporre al-
le chiese alcun aggravio , sì per
provvedere alle fortificazioni, o spe-
dizioni guerresche, sì per altro moti-
vo. Il Pontefice Giovanni Vili sotto-
pose alla pena di sacrilegio chi rubas-
se cosa sagra, ed anche non sagra, da
luogo sagx'o. Dalla legge di Costanti-
no, presso Eusebio in Vita Constant.
lib. II, e. 3g, colla quale ordina che
si restituiscano alle chiese i beni ad
esse tolti dal fìsco in tempo della
persecuzione, si fa chiaro e manifesto
l'antichissimo possedimento de' beni
anche immobili presso delle mede-
sime. Ma se si vuol piendere una
giusta idea dei beni di Chiesa [Fedi),
prendasi da quanto decretò Carlo
Magno, Capitular. Reg. Francar, nel
tom. I edit. Balutii, pag. Sii. La
congregazione Cardinalizia de' riti
( Fedi ) fu istituita perchè invigi-
lasse che nelle chiese si osservassero
diligentemente i sagri riti ec. , e la
congregazione della visita apostolica
[Vedi) venne eretta per l'adem-
pimento di tutti i legati pii , e alla
soddisfazione dell'obbligo delle mes-
se, anniversarii ed altri simili; men-
tre la congregazione della fabbrica
di s. Pietro ( Vedi) ha la facoltà
di applicare tutti que' legati pii , che
non fossero stati adempiuti , in be-
neficio della fabbrica della chiesa
vaticana. V, la bolla Firmandis,
de' 6 novembre 174^, Bull. Magn.
tom. XVI, pag. 49 > emanata da
Eenedelto XIV, colla quale si di-
chiarò, che i vescovi possono visi-
tare le chiese parrocchiali rette dai
regolari, eccettuate quelle nelle quali
risiede il generale dell' Ordine, di
cui il parroco è religioso. V. Par-
BoccHiE. Suir uso di gettare fiori e
veizure nelle chiese, si possono con-
sultare il Cancellieri , Dissertazioni
epistolari hibliograjiche , pag. 199,
CHI
e aoo; Samuele Schurzfleisch, De
ritu spargendi Jlores , Vittember-
gae, 1 69 1 ; Gio. Nicolai , De Phillo-
bolia, seu Jlonim, et ramoriini spar-
sioìie in sacris, et civilihus rebus
usitatissima. Accessit Jo. Cunv. Die-
terici, Dissertatio de sparsìone Jlorumj
Francofurti, 1698. Il di Simeone
scrisse: Glorìe de sagri templi, e del
culto che ad essi si dei'e , Roma
1734.
Finalmente, oltre quanto dicesi
ai rispettivi articoli riguardanti le
chiese, sopra i templi dei cristiani
scrissero copiosamente i seguenti au-
tori : il Cardinal Bellarmino , De
templis; il BuUengero , nel lib. IH,
de templis ; V AUazio, de templis
grcecorum, recent, et de nartliecc;
Pompeo Sarnelli nell' Antica Ba-
silografia, Napoli i684; Giovanni
Ciampini, nel libro: De Sacris (vdi-
Jiciis a Constantiiio Magno consiru-
ctis; il Cardinal Bona, nel Hb. I
Rerum Liturg. capo 19, ed ivi il
suo commentatore Sala; il Mabillon
nel Comment. in ord. Rom. § 3 ; il
Grancolas, nel tom. I. Antiq. Sa-
cramentarii Eccl. pag. 2; il Zecch
nel tom. I, de Jur. Rer. Ecclesiast.
sect. I, tit. I; il Mazzocchi nella
Dissertazione , De cathedrali eccle-
sia neapolitana; l'Ildebrando, nel
libro. De pn'sccc et primitiva: Eccl.
sacris publicis templis , et diebus
festis, Helmstadii , iGSa; Urbano
Godofredo Sibero, De templor. con'
dendor. et dedicandor. rilibus, Lipsiae
1726, il quale anche scrisse. De
cane e templis exterminando j'uxta
Icges ecclesiasticas , Lipsiae 1 7 1 2 ;
il Cabassuzio nella Diatriba de ve-
te.nim ecclesiarum silu, partibus, et
forma, nella sua Notizia Conciliar.
pag. 345 , e nella JVotit. Eccles.
pag. 39; L'Ospiniano, de Templis,
eontni origine, progressu, usu, eie.
f
CHI
Tiguri .1609, et Genovae 1672; il
Muratori, nella Dissertatio de tem-
plor. apud veteros omatu etc. , nei
suoi Anecdot. tom. I, pag. 178; il
Fabricio nell' Oratio de templis ve-
ter. christianor. Helmstadii lyo/j.;
il Lorrequatio nell' Observatio de
narthece vetens ecclesice, nel suo li-
bro Adv. Sacrar, pag. ^"ì"] ; Lo
Schui'zfleisch , De templor. anti-
quitatibuSf Yittembergaj 1 696 ; il
Veidling, De templis suminis sum-
ptibus extructis; Lencop. 1711, ed
altri presso il Fabrizio nella Bi-
hliograph. antìcj. pag. 299. e seg. ,
non che l'opera di Francesco Mili-
zia riguardante le Belle arti. Da
ultimo, in Milano con magnifica
edizione, furono pubblicate le storie,
colle piante, spaccati, e prospettive,
delle Chiese principali di Europa.
CHIESA. GiANAjVGELO, Cardinale.
Gianangelo Chiesa nacque a Tortona
nel i52o da nobili genitori. Nelle
università di Padova e Pavia diven-
ne perito in legge, ed in questa
iiltima si laureò nel diritto civile
e canonico. Di lese da valoroso in
Ispagna presso Filippo H, la quasi
disperata causa del duca di Terra-
nuova , ove si conciliò per maniera
l'animo del re, e di tutto il con-
siglio reale , che venne dichiarato
senator di Milano, e governatore
di Pavia, cui resse per due anni;
poi vedovato di moglie, fu spedito
a s. Pio V a comporre le differenze
tra il senato di Milano e s. Carlo
Borromeo. Il Pontefice lo ebbe caro
così pei suoi costumi, e per la sua
dottrina, che lo fece abbate in san
Pietro di Mulegio a Vercelli, e a
mezzo di suo zio Serafino , a' 24
marzo del i568, lo creò Cardinal
diacono, poi prete di s. Pancrazio, e
prefetto della segnatura di giustizia.
Lo ascrisse anche alla congregazione
CHI a6t
della lega contro il turco, e a quella
sopra l'alienazione dei censi della
Chiesa. Dopo essere intervenuto al
conclave di Gregox-io XIII, morì a
Pioma nel i5'j5 di cinquantacinque
anni, e sette di Cardinalato, ed ebbe
tomba nella chiesa del suo titolo rim-
petto all'aliar maggiore.
CHIESA (della) Francesco Ago-
stino. Vescovo di Saluzzo, fiorito
nel secolo decimosettimo. Ci lasciò
I. una storia cronologica dei Car-
dinali, arcivescovi, vescovi ed abbati
del Piemonte, Torino 164^; 2. Ca-
talogo degli scrittori del Piemonte e
della Savoj'a; 3. // teatro delle don-
ne sapienti.
CHIESA Giovanni Nicolò. Scrit-
tore ecclesiastico del secolo decimot-
tavo. Di lui abbiamo alcuni libri as-
sai devoti, i quali trattano sulla san-
tificazione dell'anima.
CHIESE DI Roma. I sacri ed au-
gusti templi dell'alma città di Roma
sono degni della capitale del cristia-
nesimo, e della residenza del Som-
mo Pontefice, pei tanti e singolari
loro pregi, pel loro numero, per la
loro grandezza, magnificenza e son-
tuosità , per la ricchezza e rarità
degli ornati, in cui il fiore degli ar-
tisti impiegarono l' ingegno sia nel
concepirne i vasti disegni, che servi-
rono di modello ad altri , sia nel
concorso felice di tutte le arti, che
fecero a gara di secondare la muni-
ficenza de' romani Pontefici, Cardi-
nali, principi, corpoi-azioni religiose,
e pii benefattori, i quali le vollero
innalzate a Dio, alla beata Vergine ,
ed ai Santi. Così venne distinto an-
co pei sacri templi il centro del
cattolicismo , la città eterna ove il
principe degli apostoli stabilì la sua
sede, da qualunque altra eapitale
d'imperi, di regni, e di stati. So-
prattutto poi sono celebri le chiese
a6ci CHI
di Roma, pel gran numero, la cui
erezione per la maggior parte ri-
monta alla veneranda antichità ,
pei gloriosi monumenti che conser-
vano dei primarii atleti della fede ,
per le insigni reliquie che posseg-
gono, e per tante cause che le
santificarono e illustrarono ; per cui
sino da' piìi rimoti tempi , da lon-
tane l'egioni vennero principi e po-
poli a visitarle , e ad acquistare le
tante indulgenze , di cui col tesoro
inesausto della Chiesa , le arricclù
la pietà de' Pontefici, onde per co-
mun consenso Roma fu anche chia-
mata città santa. » Questa è vera-
« mente la città , dicea san Carlo
» Borromeo , di cui la terra , le
« mura, gli altari, le chiese, i se-
» polcri de' martiri, e tuttociò che
» presentasi alla vista, incutono nel-
» l'animo uq non so quale ribrezzo,
»j come esperimentano e provano
5j quelli, che ben disposti visitano
« que' sacri recessi ". Dappoiché va
considerato quanto giovi a risvegliar
nell'animo pensieri devoti il visitare
luoghi sì vetusti, ove in maravigliosa
guisa mostrasi la sublime maestà della
religione, e l'avere sotto gli occhi tante
migliaia di martiri, che hanno san-
tificata questa classica terra col loro
sangue, e recarsi alle basiliche, ve-
derne i titoli, e con dolce commo-
zione venerarne le tante, e preziose
reliquie. Il perchè esclamò s. Gio.
Crisostomo : » Come il sole traman-
" da nel meriggio i suoi raggi , la
" città di Roma per que' due lumi
» s. Picti'o, e s. Paolo diffonde per
» tutto il mondo la luce ". Ripete-
remo inoltre con Caio, prete della
Chiesa Piomana , presso Eusebio ,
Stor. Eccl. lib. II, cap. 2: » Io poi
" posso mostrare i trofei degli apo-
» stoli : imperocché voglia tu an-
»» dure al Vaticano , o alla via
CHI
M ostiense, li si presenteranno i tro-
" fei di coloro, die fondarono quel-
M la chiesa ".
Le chiese pertanto di Roma, for-
manti la principale parte della sua
splendida grandiosità , che andiamo
pel maggiore numero, e per ordine
di alfabeto a compendiosamente de-
scrivere ne' seguenti articoli, si sud-
dividono nelle basiliche patriarcìlli ,
nelle basiliche minori , nelle colle-
giate, nelle chiese de' titoli Cardina-
lizii, nelle diaconie Cardinalizie, nel-
le sette chiese , nelle chiese stazio-
nali, e nelle chiese parrocchiali, od
appartenenti agli Ordini religiosi di
ambo i sessi , e nelle chiese altresì
nazionali, di ospedali, de' sodalizi ec.
Le basiliche patriarcali, come dicem-
mo all'articolo Basilio v (radi), sono
cinque, così dette patriarcali, per la
dignità della Chiesa romana, e per
r eccellenza del Pontificato , e del
suo ministero in essa esercitato, di-
cendoci il Caietano nella vita di san
Gelasio II: Sunt in Ecclesia Roma-
na quinque ecclesicc patiiarchahs; his
autem pntriarchalìlms ecclesiis prccfe-
cti sunt hi: Lateranensi prinms epi-
scopus collateralis, S. Mniix archi-
presbytcr Cardinalis , s. Petro ar-
chipreshytcr Cardinalis , Ecclesicc s.
Paidi ahhas Cardinalis , Ecclesiae s.
Laurentii ahhas Cardinalis. Che gli
abbati di queste due basiliche anti-
camente erano spesso Caidinali, si
vedrà a' loro articoli. Chiamansi tali
basiliche patriarcali, secondo alcuni,
anco perchè credonsi istituite in me-
moria dei cinque patriarchi esistenti
nel cattolicismo, cioè il romano, il
costantinopolitano , 1' alessandrino ,
l'antiocheno ed il gerosolimitano ;
ovvero, come dice Onofrio Panvinio,
perchè annessi alle cinque basiliche,
eranvi i palazzi, o pntriarchii ove ri-
siedevano i pati'iarchi forestieri (giac-
CHI
che il romano Pontefice, come pa-
triarca d'occidente, abitava il patriar-
chio lateranense), quando si portava-
no in Roma per celebrare concilii,
o per trattare affari ecclesiastici , ri-
guardandosi poi gli altri patriarchi
meno antichi^ quali patriarchi di pri-
vilegio. Le dette cinque patriarcali
basiliche sono pertanto dei Salvato-
re, o di s. Giovanni in Laterano , di
s. Pietro in Vaticano , di s. Paolo
nella via ostiense, di s. Maria Mag-
giore o liberiana, e di s. Lorenzo
fuori delle mura di Roma; basiliche
che sono espresse nel seguente disti-
co, che vuoisi composizione di Gio-
vanni Cardinale di Piccardia:
Paulus , Virgo t Pctnis^ Laurentius,
atque Joannes
Hi patriarchaUis nomea in Urbe
tenent.
Ognuna delle cinque basiliche ha
l'altare papale , cioè il principale ,
in cui celebra il solo Sommo Pon-
tefice , e per indulto apostolico un
Cardinale, come dicemmo all^ arti-
colo Cappelle Pontificie § X, n. 4>
ove si avverte, che nella basilica li-
beriana avvi un secondo altare pa-
pale, cioè nella cappella eretta da
Sisto V, ove per privilegio pontificio
in alcuni tempi possono celebrare i
canonici, e i beneficiati ; e che nella
basilica ostiense , per la festa del-
la commemorazione di san Paolo,
per concessione di Benedetto XIV,
celebra nell'altare papale un vescovo
assistente al soglio. Aggiungiamo poi
qui, coll'autorilà dell' Ugonio Delle
stazioni di Roma, p. 1 53, che nell'al-
tare maggiore della basilica di s. Lo-
renzo fuori delle mura, essendo pon-
tificio, celebra il solo Papa, se pu-
re per ispeciale grazia non concede
ad altri licenza di celebrarvi. La ba-
CHI a63
silica lateranense è la cattedrale del
Sommo Pontefice, ma osserva ilPan-
vinio, che avendo i Papi costumato ce-
lebrare le loro pontificali funzioni an-
che nelle altre quattro basiliche pa-
triarcali, queste vengono riguardate
a guisa di altrettante sue cattedrali
per la sua sublime prerogativa di
supremo gerarca della Chiesa uni-
versale.
Le basiliche minori sono otto ,
cioè: Sessoriana, o di s. Croce in Ge-
rusalemme , s. Sebastiano , s. Maria
in Trastevere , s. Lorenzo in Da-
maso, s. Maria in Cosmedin, Co-
stantiniana de' ss. Xll Apostoli, JEu-
dossiana di s. Pietro in Finculis, e
Regina coeli, detta santa Maria in
monte santo. Nelle processioni i ca-
pitoli di s. Maria in Trastevere, e
di s. Lorenzo in Damaso procedono
uniti, ma ogni anno si cedono a vi-
cenda la destra secondo il disposto
di Benedetto XIV, che compose le
dispute di preeminenza. Nelle pro-
cessioni, le basiliche di s. Pietro, di
santa Maria IMaggiore, di s. Mai'ia
in Trastevere, di s. Lorenzo in Da-
maso , di s. Maria in Cosmedin , e
di s. Maria Regina coeli , oltre la
croce, sono precedute dalle insegne
del padiglione, e del campanello ap-
peso ad una macchina di legno do-
ralo, nella quale evvi il particolare
proprio stemma di ciascuna basilica.
Ma la basilica lateranense per pri-
vilegio, e per quanto dicemmo al-
trove, e diremo al suo articolo, si
fa precedei'e da due croci , da due
padiglioni, e da due campanelli.
Le collegiate sono nove , e tutte
con capitolo di canonici, e benefi-
ciati ec. Queste chiese collegiate so-
no : di s. Maria ad Martyres o
Panthecjn , di s. Marco , di s. Ni-
cola in Carcere, di s. Maria in Via-
lata , di s. Eustachio , di s. Angelo
a64 CHI
iti Pescheria, de' ss. Celso Giuliano
in Banchi, di s. Anastasia e di san
Girolamo degli Schiavoni. Oltre quan-
to sulle collegiate diremo nel se-
guente periodo, va qui avvertito che
l'origine di esse è nata dai monaci,
i quali una volta quelle chiese uffi-
ciarono, nelle quali di presente sono
i capitoli, e le collegiate; ciò lo prova
il Mabillon parlando dei capitoli di
s. Pietro, e di s. Giovanni.
Le chiese titolari de' Cardinali
preti sono cinquanta, e le diaconie
Cardinalizie sedici; ben inteso però
che il Cardinal vice-cancelliere di
S. R. C. godendo sempre in com-
menda il titolo Cardinalizio di s. Lo-
renzo in Damaso, se appartiene al-
l'ordine de' preti , o de' diaconi, tal
chiesa diviene perciò titolo , o dia-
conia. Qui solo dii'emo, che nei tem-
pi antichi non vi erano capitoli di
chiese collegiate in Roma , ma nei
dì festivi ai divini uffici! destinati ,
tutto il popolo andava al suo titolo,
ove il prete titolare celebrava, e in
compagnia de' chierici addetti al ser-
vigio della chiesa, e di tutti i fedeli
concorsivi, celebravansi le vigilie, e
le ore mattutine e vespertine , non
già le altre ore diurne, terza, sesta,
nona , e il completorio , poiché
queste ne' primi tempi si recitavano
solamente da' monaci, i quali (come
in maggior numero) potevano in
tutte le ore uffiziare. Da ciò ne ri-
sulta , che le collegiate tutte non
sono di queir antichità, che alcuni
hanno pensato di dimostrare. V.
Titoli Cabdixai-izii.
Le sette chiese di Roma si com-
pongono delle summentovate cinque
basiliche patriarcali , e delle due
basiliche minori di s. Croce in Ge-
rusalemme, e di s. Sebastiano, le
quali sette chiese si sogliono visi-
tare dai fedeli, pel conseguimento
CHI
delle tante indulgenze concesse dai
Pontefici, fuori dell' anno santo del
giubileo. Allorché poi alcune di esse
per inondazione , incendio , o altri
casi non si possano visitare, i Pon-
tefici vi surrogano delle altre, co-
me si vedrà a' rispettivi luoghi. V.
Sette Chiese di Roma.
Le chiese stazio'nali sono quelle
chiese di Roma, che secondo T isti-
tuzione di Papa s. Ilario, si visitano
da' fedeli per 1' acquisto dell' indul-
genza, in tutti i giorni di quaresi-
ma, nelle domeniche dell'avvènto,
nelle quattro tempora, nelle mag-
giori solennità, ed in alcune ottave
privilegiate, ec. V. Stazioni di Roma.
Tutta volta va qui avvertilo, che si
legge nella vita di s. Cleto, creato
Papa nell'anno 80, ch'egli istituì le
pellegrinazioni urbane a'sacri templi
di Roma, le quali poi furono chia-
mate stazioni.
Le chiese parrocchiali, che prima
erano ottantuna , Leone XII con
bolla del i" novembre 1824, le
ridusse al numero di cinquantaquat-
tro. V. Parrocchie di Roma. Si legge
nel Piazza , Gerarchia Cardinalìzia,
pag. 349 e 35o, che i parrochi
delle chiese titolari ec. si chiamava-
no vicari, giacché il principal peso
della parrocchia spetta al (iardinal
titolare; ma che siccome tali vicario
per molti secoli, e forse dalla loi'o
istituzione erano meramente ad nu-
tum de' titolari, ovvero de' capitoli ,
s. Pio V, ad evitare le conseguenze
pregiudicievoli, che ne seguivano per-
ciò col frequente cambiamento dei
vicari, con bolla del 1071 eresse le
medesime cure d'anime in vicarie
perpetue, con istabile provvisione, e
furono le seguenti dodici chiese: S.
Gio. in Laterauo, s. Pietro in Vati-
cano, s. Caterina della Rota, s. Bia-
gio della Pagnotta, s. Pancrazio, s.
CHI
Maria in Via Lata,s. Maria in Tras-
tevere, s. Lorenzo in Damaso, s.
Maria in Cosmeclin , s. Angelo in
Pescheria, s. Quirico, e s. Nicola in
Carcere: però in progresso di tempo
accaddero delle variazioni, dappoiché
alcune furono soppresse, ed altre
sostituite, locchè si dirà ad ogni ar-
ticolo.
Delle altre chiese poi nazionali,
degli Ordini religiosi d'ambo i sessi,
degli ospedali, e de'sodalizi ec, pall-
iandosene a' rispettivi articoli, nella
seguente descrizione alfabetica delle
chiese di Roma, ci limiteremo a
solo indicarle. Noi non intendiamo
far parola- di tutte le chiese di Ro-
ma, ma di quelle che appartengono
alle descritte categorie, che in so-
stanza abbracciano le principali e
la maggior parte, rimanendo a po-
che quelle di cui non crediamo* farne
una distinta menzione, a seconda
del nostro divisamcnto, e in relazio-
ne delle cose, che si trattano nel
Dizionario. Di altre chiese poi ap-
partenenti ad alcune università delle
arti di Roma , e ad alcune confra-
ternite di essa, se ne dà qualche
cenno a quegli articoli.
Passando a pailare dell' origine
delle chiese di Roma, oltre quanto
si è detto nel precedente articolo
(^. Chiesa o Tempio), è a sapersi,
che essendo sepolto s. Pietro nel
Vaticano, il Pontefice s. Anacleto
creato nell'anno io 3, essendo prete,
innalzovvi sopra un tempio, il quale
terminò e dedicò fatto Papa. Nel
suo pontificato poi fondò un piccolo
oratorio o cimiterio nella via ostien-
se, dov' era stato sepolto il corpo di
s. Paolo dopo il martirio solferto
alle acque Salvie, e poscia nel sito
dell' oratorio, Costantino, ad istanza
di s. Silvestro I, edificò la basilica.
Tutlavolta il suo predecessore san
CHI 26^
Cleto, eletto nell'anno 80, avea già
convertita la sua casa in chiesa, che
dipoi fu dedicata a s. Matteo, ed
ebbe il titolo Cardinalizio di Meru-
lana. Ciò non pertanto il citato
Pompeo Ugonio, a pag. 161, è di
sentimento che la più antica chiesa,
o titolo di Roma , che con tal no-
me venisse chiamata, è la chiesa
di s. Pudenziana, luogo abitato da
s. Pietro nella sua venuta in Roma,
Qual sia poi la prima chiesa in Ro-
ma consacrata, se quella di Eudos-
sia, ossia di s. Pietro in Vinculis sul-
l'Esquilino, o di s. Pudenziana sul
Viminale, ovvero altra, non lo sa
decidere il Cardinal Bona, Rer, Li-
tiirg. lib. V, cap. 19, § i, dicendo
che la cosa è incerta. Ne tratta
però eruditamente il Florenlinio,
Exerc. Il , ad diem i Aug., nel
qual giorno vuoisi che il Papa san
Alessandro I, nell'anno 126, consa-
crasse il tempio di s. Pietro in Vin-
cidis. Certo è, che s. Pio I dedicò e
consacrò la chiesa di s. Pudenziana,
■verso l'anno \^5, come dice 1' Ugo-
nio, o più probabilmente verso l'an-
no 162, come riporta l' annalista
Rinaldi. Questo punto verrà più
criticamente trattato parlandosi del-
le nominate chiese.
Il Pontefice sant' Evaristo, dopo
l'anno i 12, divise e distribuì a' preti
i titoli, cioè le chiese di Roma più
insigni. Prima di lui s. Cleto, per
oi'dine di s. Pietro, aveva ordinato
venticinque preti in Roma, cioè la
divise in altrettante parrocchie; e
s. Clemente I aveva istituito in Ro-
ma sette notali per registrare nei
fasti delle chiese gli atti dei martiri.
Il Pontefice s. Calisto I, nell'anno
224, fabbricò in Trastevere la chiesa
di s. Maria, la quale non solo è la
prima, che in Roma fosse dedicata
alle glorie della beatissima Vergine,
266 CHI
ma essendo venerata per una delle
prime chiese erette in detta città, si
vuole che ciò avvenisse per rescritto
dell' imperatore Alessandro Severo,
edificandosi dai cristiani in faccia
ai pagani. V. il canonico Saverio
Marini, nella dissertazione, Se in
Ravenna vi fossero chiese pubbliche ,
prima che Costantino il grande desse
la pace a' fedeli, che è la V, nel
tom. IX fi*a le dissertazioni ecclesia-
stiche raccolte dal Zaccaria, Roma
1 794- Malgrado poi le persecuzioni,
che tornarono a soffrire i cristiani ,
la Chiesa romana, nel pontificato di
6. Cornelio, contava quarantasei preti
con altrettante parrocchie. Dal nu-
rncro dei quarantasei preti , ricava
il Valesio, in not. ad Eusebiiini, hist.
eccl. lib, VI, cap. 43, che altrettante
basiliche fossero allora in Roma,
poiché a ciascuna di esse presiedeva
un prete, e sembra che s. Ottato,
lib. II, cap. 4) confermi la conget-
tura del Valesio, mentre afferma
che al tempo di Diocleziano si vede-
vano già più di quaranta chiese in
Roma.
Mentre regnavano sul romano im-
pero Costantino, e Massenzio, volen-
do il primo porre un termine agli
oi'rori e alle crudeltà, che commetteva
il secondo, particolarmente in Roma,
rivolse le vittoriose sue armi per
punirlo, dirigendosi verso la capitale
dell' impero, residenza di Massenzio.
Siccome Costanzo Cloro padre di
Costantino era stato sempre cristia-
no nel cuore e nelle azioni, il fi-
glio ne ereditò la stima pei cristia-
ni, e rivoltosi al Dio d'essi, che suo
padre avea adorato, invocò fervida-
mente la sua protezione nel gi-an
cimento della guerra, e fu esaudito.
Gli apparve pertanto nel cielo una
croce sfolgorante di luce, nella quale
leggevasi io caratteri non meno iu-
CHT
minosi: Vincerai in questo tegno;
prodigio che in un al principe vide
r intei'o esercito, rimanendone tutti
incoraggiti. Quindi apparve Gesti
Cristo a Costantino, e gli comandò
di farsi uno stendardo sul modello
della croce, che avea veduto, per
portarlo nelle battaglie; bandiera,
che il principe chiamò Laharum, e
poscia sì fece cristiano , facendo in-
cider sullo scudo de' suoi soldati, il
monogramma di Cristo, secondo l'av-
vertimento ricevuto da altra visio-
ne. Per visibile protezione del cielo,
pieno l'esercito del piìi intrepido
coraggio, presso il ponte Milvio, ai
28 ottobre dell'anno 3 12, coman-
dato da Costantino, prodigiosamente
riportò su forze nemiche infinita-
mente superiori, una compita vitto-
ria , affogandosi Massenzio nel Te-
vere, sullo stesso laccio, che avea teso
al suo competitore. Alcuni mesi dopo,
riunitisi in Milano Costantino, e Licino
Augusto, pubblicarono verso la fine
di detto anno, o al principio del3i3
nel pontificato di s. Melchiade, il
celeberrimo editto in favore del cri-
stianesimo, cui permisero si potesse
liberamente professare, restituendo
a' cristiani i luoghi ove si raunavano
per divozione, ad onta che fossero di-
venuti proprietà altrui, in uno ai
beni appartenenti alle loro chiese;
lo che produsse la pace generale e
solida della Chiesa, la qual pace pro-
priamente fu la prima, eh' essa godet-
te appieno, dopo il suo stabilimento.
La libertà della Chiesa data dal-
l'editto imperiale, unita alla parti-
colar protezione di Costantino, cam-
biò in breve tutta la fàccia dell'im-
pero, ed ovunque furono innalzate
chiese ed altari, sì nelle città, che
nelle campagne , prevenendo il reli-
gioso principe i voti dei popoli, e
dei vescovi più zelanti per la gloria
CHI
della casa di Dio; e con una splen-
didezza, e magnificenza veramente
imperiale, vennero consacrate colla
più pomposa solennità. Per lui si
fabbricarono le chiese del s. Sepol-
cro, dell'Ascensione del Salvatore
sul monte Oliveto, ed un* altra in
Betlemme. In Nicomedia fece fab-
bricare vma basilica degna della città
imperiale, in Antiochia un'altra, che
per la ricchezra fu chiamata la chie-
sa d'oro; in Roma presso il palazzo
lateranense , il quale donò ai Pon-
tefice s. Melchiade, fece costruire la
chiesa del Salvatore, chiamata poi s.
Giovanni in Laterano a cagione del
suo battisterio, quelle di s. Pietro,
di s. Paolo, di s. Croce in Gerusa-
lemme, di s. Agnese, di s. Lorenzo
fuori le mura, de' ss. Pietro e ]\Iar-
cellino pure fuori le mura delia città,
ove fu sepolta la sua madre s. Elena,
dei ss. XII Apostoli, de' ss. Silvestro,
e Martino a' Monti , di s. Pietro in
Carcere, di s. Pieti'o Mon torio, di
s. Maria Liberatrice, detta ancora
di s. Silvestro in Lacu^ ed alcuni
vi aggiungono quella di s. Grisogo-
no, per tacere di altre nel rima-
nente d'Italia, come in Ostia, in
Alba, in Capua, ed in Napoli ec. ,
tutte dotate con tal ricchezza, che
difficilmente comprendesi come un
sol principe abbia potuto supplire
a tante immense spese. Vuol^-i pe-
rò che il saggio e religioso impera-
tore abbia trovato grandi mezzi nei
beni anteriormente confiscati sui fede-
li eh' erano morti senza eredi, nelle
rendite de'templi degl'idoli, di cui
giudicava di non poter meglio ripa-
rare la profanazione, se non consa-
crandoli al culto del vero Dio, e
nelle soppressioni de'giuochi profani,
che all' impero costavano somme
grandiose. Il Piazza nella sua Gt-
raixMa, a pag. 707, coli' autorità
CHI 267
de' piti dotti scrittori delle cose di
Roma, tesse il catalogo de'templi
profani dedicati alle false divinità,
che in Roma furono convelliti , e
consacrati al culto del vero Dio, e
ad onore della Beatissima Vergine,
e de' Santi.
Delle chiese fondate in Roma daU
l'imperatore Costantino, veggasi Gio-»
vanni Ciampini nella sua eruditissi-
ma opera: Velerà inoninienta in qiii-
bus praecipuae musivac operae ,
sacrarum proplianarunique aediiau
slructnra, ac nonnulli antiqui ri-
tus disputationibuSj iconibusque illu-'
strantur una cum synopsi historica da
sacri .9 aedijiciis a Constanti no magno
constructis, Romae 1690, in tre volu-
mi in foglio. De' doni fatti da Co-
stantino a diverse basiliche di Ro-
ma pel valore di annua rendita di
soldi trentunmila seicentottanta, che
monterebbero a circa trecentomila
de' nostii scudi, V. monsignor Bian-
chini, nella prefazione al tomo II
dell' Anastasio, dove ne fa lo spec-
chio, che il Zaccaria riprodusse neU
la Dissertazione Xj de Romana e
Ecclesiae patrimoniis tomo II, Ful-
giniae 1761, pag. 76, e seg., ed il
Vignoli nel Libro pontificale dello
stesso Anastasio bibliotecario, t. I, p.
77, e seg., non che Gherardo Boselli
Della donazione dal magno Costan-
tino fatta alla Chiesa Romana, Bo-
logna 1640.
Imitarono l' esempio di Costanti-
no i romani Pontefici, i Cardinali,
i principi ec. , siccome dicemmo, e
come si ha dalle storie, e dalle me-
morie, che tuttora pubblicamente si
vedono, i quali edifìzii foiunano am-
mirazione, ed edificazione religiosa. A
voler accennare i Papi, che principal-
mente fui'ono benemeriti delle chiese
di Roma, ci limiteremo ad indicarli
qui con pochi cenni , mentile delle
268 CHI
parziali notizie d'ogni chiesa di Ro-
ma, si parlerà a'seguenti articoli, ove
si di (Mostrerà chi le eresse, restaurò,
dotò, od abbellì. Generalmente par-
lando, incominceremo, oltre quanto di
sopra si è detto, che il Pontefice s.
Innocenzo I, dopo che Alarico sac-
cheggiò Roma nell'anno 4iOj si ap-
plicò con ardore a ristaurare le
chiese, ornandole di nuovi lavori ,
e di preziosi mobili d' oro e di ar-
gento. S. Sistoli!, eletto nell'anno
432, lasciò molte degne memorie
della sua munificenza con diverse
basiliche di Roma. Il secondo sac-
cheggio, cui soggiacque questa città,
fu per opera di Genserico re de' van-
dali nell'anno ^55, in cui tolse al-
le chiese le dovizie più preziose, e i
vasi d'oro e di argento , che Tito
avea trasportati dal famoso tempio
di Gerusalemme. Tuttavolta per le
pieghiere di s. Leone I preservò
dallo spoglio le basiliche di s. Gio-
vanni, di s. Pietro, e di s. Paolo.
Papa s. Ilaro fu munificentissimo
colle chiese di Roma, cui fece mol-
ti preziosi donativi d' oro e d' ar-
gento, particolarmente alle basiliche
nell'anno ^6ì. Per l'ornamento di
queste il Pontefice s. Simmaco ver-
so il 5oo , impiegò millequattro-
cento novantasei libbre di argen-
to, oltre le fatture, le molte gem-
me, l'oro, e i marmi preziosi. Ab-
biamo pure, che s. Ormisda, creato
Papa l'anno 5i4, impiegò per l'or-
namento delle chiese cinquecento
settantuna libbre d'argento. Ono-
rio I, eletto l'anno 625, splendida-
mente volle in Roma erigere alcu-
ne chiese, ed altre ne abbellì. Pa-
pa Sisinnio dell'anno 708 fece cuo-
cere della calcina in gran quantità,
per la rinnovazione di molli templi
sacri di Roma, che minacciavano ro-
vina; ma quando avea disposti i
CHI
materiali per le grandi opere che
meditava, terminò di vivere. Eleva-
to alla cattedra apostolica nel 741,
s. Zaccaria fu largo nell' abbellire
con magnificenza parecchie chiese
di R.oma. Adriano I, che morì nel-
l'anno 795, spese molto, e fu d'ani-
mo grande in adornare, e risarcire
le chiese : nella sola basilica vatica-
na spendè duemila cinquecento ot-
tanta libbre d'oro, e novecentosette
di argento; poco meno in quella di
s. Paolo, e molto spese in quella di
s. Maria in Cosmedin. S. Nicolò I
dell' 858 fu pure munifico nel ri-
stabilimento delle chiese di Roma :
Stefano V detto VI, eletto nell'an-
no 885, consumò gran parte del suo
patrimonio in ornarle ; e Martino
111, Papa del 94^, si rese commen-
devole nel ristaurarle.
Passando ad alcuni esempii meno
antichi, si ha che il Sommo Pon-
tefice Benedetto XII residente in
Avignone, nel i334, mandò a Ro-
ma cinquantamila scudi per la ri-
parazione delle chiese. Eugenio IV
esaltato al pontificato nel i43i s'eb-
be lode di munifico, e grandissimo
ristoratore delle chiese di Roma, e
lo imitò r immediato successore Ni-
colò V, il quale fece rinnovare e
da' fondamenti ristaurare quaranta
chiese. Sisto IV del 1471 rifabbri-
cò molte chiese minate , ed altre ne
edificò dalle fondamenta. A Giulio II
dobbiamo l'incominciamento del me-
raviglioso tempio vaticano. Pio IV,
s. Pio V, Gregorio XIII , Sisto V,
Cleinente Vili, e Paolo V, sono
nomi di eterna benedizione , per
quanto fecero colle basiliche, e chie-
se di Roma. Vanno pure special-
mente commendati , ed altamente
lodati. Urbano Vili, Alessandro VII,
Clemente XI, Benedetto XIV, Pio
VI, e Pio VII. La risorta basilica
CHI
di s. Paolo poi onora la memoria
di Leone XII, di Pio YIII, e piiu-
cipalmente del regnante Sommo Pon-
tefice.
P'inalmente termineremo con
quanto dice il p. Galiuzzi, capo V,
Di quanto sia conveniente, che sie^
W no consacrate le chiese di Roma.
Se conviene a tutte le chiese del
cattolicismo V essere consacrate, ciò
conviene specialmente a quelle della
città di Roma, metropoli del cristiane-
simo, venerabili la maggior parte, non
meno per l'antichità, che per le sacre
memorie ecclesiastiche, ed. innume-
rabili reliquie che ivi si conservano,
potendosi dire, che poche sono le
chiese, le quali non abbiano qualche
speciale prerogativa, e non siano im-
porporate col sangue de' martiri. Il
Piazza poi, nella sua Gerarchia, di-
ce a pag. 537, che alcune chiese di
Roma fabbricate fuori dell' abitato,
per mancanza della divozione de' fe-
deli nei visitarle, stante la loro lon-
tananza, o per poca cognizione della
celebri memorie ecclesiastiche di esse,
mancarono di venerarsi con quel
culto, di cui ne furono divoti i no-
stri antenati. II catalogo delle chiese
di Roma consacrale, si riporta dal
Cecconi a pag. 175. Gli autori poi,
che scrissero delle chiese e basih-
che di Roma, sono pressoché innu-
merabili, laonde citeremo solo al-
cuni, che fecero la storia, o parla-
rdno di tutte: Gasparo Alveri, Ro-
ma in ogni stato, parte I, Del sito
di esso pili moderno, delle chiese,
parte II, Roma i664; Giovanni Ba-
glione, Le nove chiese di Roma,
Roma 1639; Luigi Contarino, L'an-
tichità di Roma, chiese, corpi san-
ti, reliquie, ec. Venezia 15^5; Co-
se meravigliose di Roma , dovi: si
tratta delle chiese, stazioni, reliquie,
» indulgenze, ec. Roma iSjS; Pietro
CHI 26y
Martire Felini, Le nuove chiese
privilegiate, e principali della città
di Roma, Roma. 161 o; Guida an-
gelica per visitare le chiese, che so-
no dentro e fuori di Roma, feste,
reliquie , pii esercizii, ec. Roma
1681; Fioravante Martinelli, Roma
ricercata nel suo sito, Roma 1769;
et Roma ex Elhnica Sacra, Romae
i653; Ottavio Paiiciroli , / tesori
nascosti neW alma città di Roma ,
Roma 1600; Giuseppe Partenio ,
Appendice di sacre notizie, Roma
1783-, Diario sagro, Roma 1779;
Le sagre B asili die , Roma 1781;
Le sagre vie, Roma 1780; Carlo
Bartolomeo Piazza, Emerologio sa-
gro di Roma cristiana, e gentile,
Roma iGgoj Santuario, ovvero Me-
nologio romano perpetuo per la vi-
sita delle chiese, feste, stazioni, e
cose sagre memorabili di Roma ,
Roma 1675; Roma sagra antica
e moderna, figurata, e divisa in tre
parti, Roma 1687; Giuseppe Vasi,
Tesoro sagro, cioè le basiliche, le
chiese, i cimiteri, e i santuari di
Roma, Roma 1771; Renato Bona,
Ze quattro, sette, e nove chiese di
Roma illustrate nelle loro antichità,
colla notizia della loro istoria, Ro-
ma 1 698 ; Gio. Francesco Cecconi,
Roma sagra e moderna, Roma
1725; Pietro de Sebastiani, Viag-
gio sacro, e curioso delle chiese piìt
principali di Roma, ove si nota il
pili bello delle pitture, sculture, ed
altri ornamenti, Roma 168 3; Ma-
riano Vasi, Itinerario istruttivo di
Roma antica e moderna , Roma
i8o4; Guglielmo Costan/i, L'osser-
vatore di Roma, ec, e de' suoi saa-
tiiarii, Roma. i825; e Giuseppe Mel-
chiorri, Guida metodica di Roma,
e suoi contorni, Roma 1 836- 1840,
non che A. Nibby, Roma nell'anno
i838, Roma 1839; Parte prima
270 CHI
moderna, Delle basiliche^ delle chie-
se, ed altri luoghi sacri di Roma.
Per le oblazioni poi annue biennali,
e quadriennali, che il senato roma-
no fa a diverse chiese di Roma in
calici d'argento, torcie di cera ed
altro, oltre il parlarsene a' rispetti-
vi articoli, può vedersi la Tabella
delle chiese di Roma, alle quali dal
senato romano si fa iti perpetuo
V oblazione del calice e torcie , ec.
Homa 1822.
S. Adsijno, diaconia Cardinalizia,
con parrocchia in cura dei reli-
giosi della Mercede, nel foro ro-
mano, ora campo Boario ^ rione
de' Monti.
Vuoisi eretta questa chiesa, non
nel sito in cui stava il tempio di Sa-
turno , innalzato per voto del i"e
Tulio Ostilio, ove si conservava l'e-
rario pubblico , come vogliono al-
cuni, ma sihbcne nel luogo della
celebre basilica eretta da Paolo Emi-
lio nel tempo della dittatura di
Giulio Cesare, coi novanta mila scu-
di che questi gli diede per non
averlo contrario , rimanendone an-
cora un qualche vestigio nella fac-
ciata. Questa chiesa è una delle
più antiche diaconie Cardinalizie, e
se ne trova menzione avanti il sesto
secolo, col titolo di s. Adriano in
tribus foris per la vicinanza dei tre
fori, romano, di Cesare, e di Au-
gusto; o in tribus fatis per le imma-
gini delle tre parche, che vi si ve-
devano dappresso, e si disse anche
prope asylunt. Il Pontefice Onorio
I la riedificò, e verso l'anno 63o
la consacrò in onore di s. Adriano
martire. Quindi Adriano I nel 780
la ridusse in miglior forma, e l'ar-
ricch'i con entrate e donativi, e con
due porle di bronzo provenienti da
CHI
Perugia; Anastasio III nel 912 ne
accrebbe la magnificenza, e ne con-
sacrò l'aitar maggiore; ed essendo
stata profanata, di nuovo Pasqua-
le II consacroUa . Da Innocenzo
ni fu privilegiata dell* indulgen-
za plenaria, per la festa ed ottava
della ss. Annunziata. Poscia, ad istan-
za di Stefano Cardinal diacono, il
Pontefice Gregorio IX, a' 17 marzo
1228, solennemente tornò a consa-
crarla , nel modo che descrive il
Piazza, Gerarchia, pag, 84 "3, dopo
essersi ritrovato sotto l' altare mag-
giore il corpo di s. Adriano, e quelli
dei ss. Mario, e Marta coniugi, coi
loro figli Audiface, ed Abacuc, ol-
tre quelli dei tre fanciulli Sidrach,
Misach, ed Abdenago, prodigiosa-
mente usciti dalla fornace di Babi-
lonia.
Fu anticamente collegiata sotto
il titolo de' ss. Sergio e Bacco, di
canonici secolari; e fino a s. Pio V,
secondo il decreto di s. Sergio I del
687, per le feste della Purificazione,
dell' Annunziazione, dell' Assunzione,
e della Natività di Maria Vergine,
il popolo romano si recava col Pa-
pa, e col clero dalla chiesa di s.
Adriano in processione a s. Maria
Maggiore. Tuttora poi dura la pro-
cessione nel primo giorno delle Ro-
gazioni, istituite nel 798 da s. Leo-
ne III, del clero romano, il qua-
le da questa chiesa va alla basi-
lica di s. Maria IMaggiore. Nel pon-
tificato di Sisto V fu soppressa la
collegiata, e la residenza de' cano-
nici, restando la collazione di quat-
tro canonicati ridotti a beneficii
semplici, al Cardinal diacono, e men-
tre lo era il Cardinal Cusani mi-
lanese, il medesimo Sisto V, coll'au-
torità della costituzione Cuni ex
omnibus, emanata agli 8 aprile i589,
Bull. Rom. t. V, par. I, p. 6, diede
CHI
la chiesa, e il contiguo convento ai
religiosi della Mercede ( p'^edi), che
vi si trasferirono dalla chiesa delle
s. Riiflina, e Seconda in Trastevere,
i quali ancora vi abitano, e vi eser-
citano le funzioni parrocchiali. Lo
stesso Cardinal Cusani, con disegno
di Martin Lunghi // Giovane^ la
fece rifabbricare ; in progi-esso i re-
ligiosi non mancarono di abbellirla,
perfezionandola, e facendovi una no-
bile cupola il p. maestro Idelfonso
de Sotomajor spagnuolo, e generale
dell' Ordine nel i654. Fu allora che
Papa Alessandi-o VII fece traspor-
tare alla porta principale della ba-
silica lateranense le menzionale bel-
lissime porte di bronzo antichissime
della porta grande di questa chiesa.
In seguito non mancarono i reli-
giosi di farvi altri abbellimenti e ri-
parazioni, non che esercitarvi con
decoro il culto divino. Difatti vi si
vedono diversi dipinti di pregio, e
marmi preziosi, ad onta che Sisto
V fece togliere dalle inferiori pareti
alcune lastre di porlìdo, che traspor-
tò altrove. Nella cappella de' ss. Ser-
gio e Bacco, di juspatronato dei
suddetti quattro beneficiati, essi vi
prendono possesso allorché dal Car-
dinal diacono sono nominati al be-
nefìzio.
Alberto di Mora di Benevento,
nel II 55, fu fatto diacono Cardi-
nale di s. Adriano da Adriano IV,
e poi nel 1 1 87 divenne Papa Gre-
gorio Vili. Ottobono Fieschi di Ge-
nova fu dallo zio Innocenzo IV nel
1253 creato Cardinal diacono di s.
Adriano, laonde assunto al pontifi-
cato nel 1276, ne prese il nome, fa-
cendosi chiamare Adriano V. E
Gianfrancesco Albani di Urbino, nel
1 690 colla porpora ricevette da A-
lessandro Vili questa diaconia, e poi
nel 1700 divenne Papa Clemente
CHI 271
XI. Ma Giulio II nel creare pri-
mo fra i suoi Cardinali il vescovo
di Narbona Francesco Clermont ,
gli conferì questa chiesa, che elevò
per allora al titolo presbiterale, don-
de poi passò a quello di s. Stefano
al monte Celio. Per la festa di s.
Maria della Mercede, ogni quadrien-
nio il senato romano fa l'oblazione
a questa chiesa d'un calice d'argento,
e di quattro torcie di cera.
S. Agata alla Suburra, o de'' Goti,
ovvero Cavai di marmo, diaco-
nia Cardinalizia, del collegio ir-
landese, presso monte Magnana-
poli nel rione Monti.
Si chiamarono Suburra i luoghi
presso la città dal latino Subnrbia,
onde con vocabolo corrotto si disse
Suburra, sebbene altri fanno derivare
tal voce dalla parola soccorso, abi-
tando in questo luogo genti da soc-
correre r Esquilie. Due furono le
contrade appellate Suburra, una in-
cominciava dal foro di Nerva, e
terminava verso la via prenestina ;
l'altra, cioè questa, che a dilferenza
della prima chiamavasi Suburra pia-
na, la quale aveva vicino il celebre
tempio cui i gentili eressero al dio
Silvano, tra i boschi adorato dai
pastori, volendosi inoltre che am-
bedue le contrade fossero abitate
dagl' individui della rinomata fami-
glia de' Subburrani. Vuoisi poi, che il
sito si appellasse in equo marmo-
reo, da quello eretto a memoria del-
l'avervi abitato dappresso, in umile
abitazione, il dittatore Giulio Cesa-
re, per cui venne ivi posto un ca-
vallo con sopra la di lui figura.
In tal luogo pertanto, secondo il
Piazza nella sua Gerarchia, p. 820,
in onore di s. Agata vergine e mar-
tire , fu edificata una chiesa da
272 CHI
Costantino verso l'anno 325, la
quale venuta in potere dei goti se-
guaci dell' eresia di Ario, da Ricime-
ro loro capo fu adornata, particolar-
mente nella tribuna l'anno 4? ' »
con marmi, e con mosaici, colle im-
magini del Salvatore, e degli apo-
stoli. Quindi s. Gregorio I la restaurò,
e restituì al culto cattolico , consa-
crandola solennemente nel 5c)3 , e
liponondovi le reliquie di s. Agata,
e di s. Sebastiano . Di quanto poi
avvenne di prodigioso in tal nuova
dedicazione, egli stesso ne parla
ne' suoi Dialoghi, lib. Ili, cap. 3o.
Indi divenne una delle prime , e
principali abbazie privilegiate, di
quelle venti , i cui abbati assiste-
vano al sommo Pontefice allorquan-
<lo celebrava, mentre dal suo con-
tiguo ed ampio monistero fu cliia-
mata ancora la chiesa di s. Agata
in 3Ionaslero, forse per la sua ma-
gnificenza stante l'indicata preroga-
tiva di precedenza, che godeva l'ab-
bate. Alcuni Pontefici la chiamaro-
no basilica. S. Leone III le fece
dei donativi, ed alcuni ristauri; s.
Gregorio IV pure ne fu benefatto-
re ; e s. Leone IX vi ripose i corpi
de' ss. martiri Ippolito, Adria, Ma-
ria, Neona, Paolina, e Dominanda.
Onorio III, nell'anno 1216, l'eresse
in diaconia Cardinalizia, come affer-
ma il Panvinio. In progresso di
tempo il Cardinal Rangoni diacono
di essa l'adornò, e fece molti mi-
glioramenti al contiguo palazzo dia-
conale, ed al giardino, ed alli-i Car-
dinali diaconi ne furono benemeri-
ti, 11 Cardinal Pietro Gonzaga ri-
slaurò la navata sinistra ; il Cardi-
nal Tolomeo Galli abbelb il detto
palazzo; il Cardinal Federico Bor-
romeo rifabbricò quasi tutta la chie-
sa , e dai fondamenti la tribuna
gh'era caduta nel 1592; il Cardi-
CHI
naie Carlo di Lorena, e il Cardi-
nal Gozzadini pure ne furono be-
nefattori . Il Cardinal Francesco
Barberini poi fece il nobilissimo sof-
fitto , e da Paolo Perugino, e da
Pietro da Cortona nella tribuna, e
intorno la chiesa vennero per suo
ordine eseguite bellissime pitture :
finalmente il diacono Cardinal An-
tonio Barberini fu generoso nelle
riparazioni che vi operò, e per aver-
vi eretto un nuovo e magnifico al-
tare. L'organo fu fatto dal Cardi-
nal Carlo Bichi , le cui ceneri ri-
posano nel bel deposito, disegno di
Carlo de Dominicis.
Questa chiesa dal suo principio
fu governata dai preti secolari. San
Gregorio l la diede in cura a certo
Leone accolito; s. Leone III l'affidò
ai benedettini , e fu forse la prima
badia eh' ebbero in Roma , finché
verso il 1 1 98 passò nuovamente al
clero secolare, venendo eretta in
collegiata. Poco dipoi fu concessa
all'Ordine degli umiliati (Fedi), sop-
pressi i quali poco dopo, e nell'an-
no i579, Cregorio XUI la diede
ai monaci di Monte Vergine. Final-
mente Pio VII, nel 1820, pose nel
contiguo monistero le maestre Pie
(Vedi), che il regnante Pontefice
trasferì nel i836 al collegio irlan-
dese (Vedi) , il quale in vece tias-
portò in questo luogo, da lui ono-
rato di sua sovrana pi*esenza. Due
suoi antecessori vi fecero anco breve
residenza, cioè Sisto IV per ricrear-
.si dalle molestie del caldo nella sta-
gione estiva; e Clemente VII quan-
do ritornando da Ostia a Roma ,
non potendo andare al Vaticano per
r inondazione del Tevere, per due
giorni abitò il monistero. Alcune
volte per mancanza di titolo vacan-
te, questa chiesa divenne titolo pres-
biterale , come fece Alessandro VI»
CHI
che nel i49^ '^ confeiì in titolo al
Cardinal Bartolomeo Martini, e nel
i5oo al Cardinal Lodovico Podo-
catero. Da un breve di Clemente V
del 1 3 1 2 diretto al Cardinal Ber-
. nardo Gavo suo parente, e diacono
di s. Agata al cavai di marmo, si
rileva che era allora parrocchia. Do-
po una semplice facciata esterna, si
discende in un atrio quadrato , che
dà ingresso alia chiesa, il cui in-
terno è diviso air intorno da sedici
colonne antiche di g/anito, con ca-
pitelli ionici, per cui ha tre navate.
Di questa chiesa, la cui festa cele-
brasi a* 5 febbraio, abbiamo: Dia-
conia s. Agathce in Suburra, a Flo-
ravante Martintllo romano descri-
pta et illustrata, Romae i638; d.
Giovanni Laurent!, abbate della con-
gregazione virginiana , Storia della
diaconia Cardinalizia, e monistero
abhazìale, di s. Agata alla Subur-
ra, Roma 1793.
S. Agata de' Tessitori. V. Chiesa
DI s, M ARU DEGLI AWGBH in Ma-
cello Martynini.
S. Agata in Trastevere. V. Dot-
TRmARii, a' quali appartiene.
S. Agnese fuori le mura, titolo Car-
dinalizio con parrocchia in cu-
ra de' canonici regolari lateranen-
si, nel rione Trevi fuori di por-
la Pia.
La via Numentana , o Figulen-
se , è celebre nelle antiche memo-
rie anche ecclesiastiche pei cimite-
ri ad Nymphas b. Petri , di san
Nicomede, di s. Alessandro Papa e
compagni martiri , de' ss. Primo e
Feliciano detto l'arenario, di s. Re-
sti luto ec, e di quello di s. Agnese
vergine e mai tire, reso illustre dal
VOL. XI.
CHI 273
Pontefice s. Liberio, che vi si ritirò
dopo essere ritornato dall'esilio cui
l'avea condannato l' imperatore Co-
stanzo. Sulla sepoltura pertanto del-
la santa, e a preghiei'a di Costanza
sua figlia, come volgarmente si nar-
ra , Costantino impei'atore fabbri-
cò la chiesa, ed un monistero , ove
entrò (Jostanza insieme ad altra Co-
stanza sorella di suo padre, con al-
cune zitelle romane , dotandolo di
pingui rendite. Questo monistero sus-
sistette colla regolare osservanza sino
ai pontificati di Alessandro VI e
Giulio II , i quali a cagione delle
guerre trasferirono le monache in
diversi monisteri di Roma.
Poco distante poi evvi vm antichis-
simo tempio , uno de' più belli e
conservati di Roma, eretto pure da
Costantino per dare onorata sepol-
tura alla detta sua figlia Costanza.
Molti vogliono, che prima fosse un
tempio dedicato a Bacco, perchè si
vedono sulla volta della navata cir-
colare , in mosaico di smalto , dei
putti con grappoli d'uva, esprimenti
la vendemmia, la quale pure si ve-
deva espressa nei bassorilievi del-
l'urna di porfido, che fu trasportata
nel museo vaticano. Da tutto ciò non
sembra inverosimile, che da tempio
pagano , Costantino lo riducesse a
sepolcro, cui Alessandro IV convertì
in chiesa, dedicandolo a s. Costanza, il
corpo della quale dalla mentovata ur-
na di porfido trasferì sotto l'altare.
Questa chiesa ha cento palmi di
diametro nella sua sfei'ica figura ,
colla cupola sostenuta da ventiquat-
tro colonne di granito, d'ordine co-
rintio. V ha infine chi sostiene essere
questo edifizio il battisterio, ove s. Sil-
vestro I battezzò le due Costanze.
La chiesa di s. Agnese fu sem-
pre in venerazione pi'esso i cristiani,
e meritò le sollecite cure de' Som-
18
274 CHI
mi Pontefici, il perchè, come dicem-
mo all'articolo Basiliche, essa ritie-
ne ancora la forma di tali antichi
templi, avendo un portico a tre lati,
superiore alla nave di sotto, la qua-
le con sedici colonne antiche d'or-
dine corintio sostiene la nave di
sopra , che con altre otto regge il
soffitto. L'altare maggiore è decorato
d' un baldacchino sostenuto da quat-
tro colonne di porfido del più fino
e bello , e da pietre preziose. Sotto
la mensa di esso si conserva il cor-
po di s. Agnese, la cui statua eretta
sopra l'altare, si compone d'un an-
tico torso d'alabastro orientale aga-
tizzato, cui furono aggiunte l'estre-
mità , e la testa di bronzo dorato
dal Cordieri detto il Franciosino.
Onorio I fu il primo, che verso l'an-
no 628 splendidamente la instaurò,
e vi fece il mosaico della tribuna,
che tuttora si ammira, oltre il ci-
borio di bronzo dorato cui collocò
sull'altare, e il quale essendo caduto,
Paolo V vi sostituì il suddescritto
baldacchino ed altare , ove pose i
corpi di s. Agnese e di s. Emeren-
ziana sua sorella nel 1616, coll'assi-
stenza del sagro Collegio. S. Leo-
ne III fece diversi doni si alla chie-
sa, che al nominato monistero , ed
altri Pontefici furono larghi in bene-
ficarla; come anche i Cardinali Paolo
Umilio vSfondrali nipote di Grego-
rio XIV, ed Alessandro de Medici,
poi Papa Leone XI , sebbene non
ne fossero titolari , non che il Car-
dinal Fabrizio Verallo. 11 primo vi
fece il soffitto, e la balaustra dell'al-
tare di s. Agnese; il secondo sgom-
brò attorno alla chiesa tuttociò che
ne pregiudicava l'edifizio, e rifece il
monistero; e il terzo non solo operò
dei ristauri al monistero, ma ador-
nò di pitture lai nave principale e
la tribuna, senza mentovare altre
CHI
riparazioni. Oltre a ciò il detto Car-
dinal Sfondrati, comedivotissimo del-
la santa, affinchè il di lei corpo fosse
per l'avvenire meglio venerato, lasciò
uu perpetuo legato in olio purissi-
mo da darsi ogni anno dalle mo-
nache di s. Cecilia in Trastevere ,
perchè continuamente ardessero del-
le lampade iutoruo il corpo di s.
Agnese.
Tanto il cimiterio che la chiesa di
s. Agnese, per alcun tempo furono
sotto la cura de' Cardinali preti del
titolo di Vestina, cioè di s. Vitale,
a' quali furono commessi sino da s.
Innocenzo I eletto l'anno 4o 2, per cui
i detti titolari si facevano seppellire
nel cimiterio, facendo altrettanto per
divozione a s. Agnese molte matro-
ne romane. Quindi il Pontefice Giu-
lio II, trasferendo altrove le mona-
che che l'avevano in cura, la diede
invece ai canonici regolari del ss.
Salvatore lateranesi, cui tuttora ap-
partiene, sotto un abbate di gover-
no. Ma dipoi, avendo il Pontefice
Innocenzo X sontuosamente rifabbri-
cata la chiesa di s. Agnese in piazza
Navona (Fedì), soppresse il titolo
presbiterale Cardinalizio eh' essa ave-
va, e coir autorità della costituzione,
Hodie, Bull. Roni.j tom. VI, part. Ili,
pag. 282, emanata a' 5 ottobre
1654, trasportò il titolo alla chiesa
di s. Agnese fuori le mura , il cui
primo titolare fu il Cardinale Giro-
lamo Farnese romano, creato nel
i658 da Alessandro VII. Finalmen-
te Clemente XI la dichiarò parroc-
chia , la quale viene amministrata
da un canonico regolare lateranen-
se. L' attuale abbate di s. Agnese
d. Vincenzo Tizzaiii, vedendo il pe-
ricolo cui erano esposti i neonati,
che si dovevano portare dentro
Roma per farli battezzare nella chie-
sa di s. Marcello, ha ottenuto dalle
CHI
superion autorità ecclesiastiche, la
facoltà di fai'vi erigere un fonte bat-
tesimale, che presto si vedrà al fine
dello scalone della chiesa.
Non solo il clero e popolo ronfia-
no furono divotissimi sempre della
santa, ma gli stessi Pontefici nel di
natalizio di essa, che cade a'2 1 gen-
naio, e diverso dall'anniversario del
suo martirio, vi si recavano proces-
sionalmente. S. Gregorio 1 vi re-
citò due omelie, i cui brani più ri-
marchevoli sono riportati dal Piazza,
che parla di questo titolo a p. 607.
Tale festa, dice lo stesso autore, nel
suo Menologio, a pag. Sp, si cele-
bra in memoria dell'apparizione, che
fece s. Agnese a' suoi parenti e ge-
nitori nell'ottavo giorno delle vigilie,
colle quali onoravano la di lei se-
poltura. Essa apparve loro accom-
pagnata da vm coro di sante vergini,
avendo in mano un candido agnello,
il perchè, come osserva Durando,
un' antifona dell' uffizio di tal giorno
è composta di queste parole : Stcìns
a dexlris ejus agniis nive caiididior
Chrislus Sili sponsanij et martyreni
consecravit. Nella stessa chiesa, e in
questo medesimo giorno, i canonici
regolari lateranensì danno al capi-
tolo di s. Giovanni in Laterano due
agnelli per pagamento d'un canone,
che debbono a quella basiHca, di cui
la chiesa è filiale, colla lana dei
quali poi si formano i sacri pallii.
Siccome gli agnelli si benedicono
con solennità , e con gran concoi'so
di popolo in detta chiesa, crediamo
opportuno di farne la descrizione.
Celebra la messa pontificale l'ab-
bate del monistero , terminata la
quale , i mansionari della basìlica
lateranense, prendono i due candidi
agnelli lutti infettucciati con orna-
menti di fiori ed inghirlandature,
che già a nome del capitolo il suo
CHI 275
primo cerimoniere ha ricevuti dal-
l'abbate, e su due cuscini di da-
masco rosso, pongono gli agnelli
sulla mensa dell' altare, cioè uno
dalla parte del vangelo, l'altro da
quella dell'epistola. Indi cantasi dal
coro il versetto, Slans a dextrìs ejus
agnus nive candidior etc, e l'abbate
recita le consuete orazioni e bene-
dice gli agnelli. Terminata la fun-
zione, i mansionari riprendono i due
agnelli, e sui cuscini li riportano in
carrozza, nella quale prende luogo
il primo cerimoniere del capitolo
lateranense, e conducendosi dal Pa-
pa, nelle sue camere glieli presenta
coi mansionari genufiessi. Il Ponte-
fice benedice gli agnelli, e giusta il
costume, ordina che si portino al
decano degli uditori di Rota. Questi
dipoi a suo beneplacito li manda
ad un monistero di monache per
nudrirli e custodirli , finché nella
settimana santa vengano dalle stesse
monache tosati della lana, che la-
vata e purgala fanno presentare al
Papa, rimanendo a loro vantaggio
i due agnelli. Allora il Papa conse-
gna al prefetto de' suoi cerimonieri
tale lana , pei'chè con essa faccia
tessere i pallii, che benedetti solen-
nemente dallo stesso Pontefice do-
po il vespero della vigilia de' santi
apostoli Pietro, e Paolo, a suo tem-
po si concedono ai patriarchi, arcive-
scovi ce. V. Pailj. Anticamente i
due agnelli dalla chiesa al palazzo
pontificio venivano trasportati dai
mansionari sopra un cavallo barda-
to, ed ornato con fiocchi; la pre-
sentazione al Papa si faceva da due
canonici della basilica, deputati dal
capitolo, e poscia non al decano,
ma al camerlengo degli uditori di
Rota si consegnavano gli agnelli ,
cui spettava destinare i monisteri
per farli nutrire. Bernardino Vestri-
276 CHI
ni scrisse, Sopra Vuso sacro, e pro-
fano degli agnelli , che si può vedere
nel t. VI, delle Dissert. dell' Accad.
dì Cortona, pag. i35. Abbiamo poi
dal Martinelli, nella sua Roma ex
Ethnìca sacra, il quale cita l'autorità
dell' Ordo Romanus , che presso la
chiesa di s. Marcello anticamente era-
ri un monistero di monache bianche,
chiamato di s. Andrea , dalle quali
si nutrivano alcuni agnelli candidi
senza veruna macchia , che nella
domenica in Albis si conducevano
alla basilica di s. Pietro, e si lascia-
vano andare intorno all'altare, nel
tempo che nella messa pontificale
dicevasi dai cantori V Agnus Dei; e
che forse a quell' epoca colla lana
di tali agnelli si formavano i pallii,
che, tolti dall'altare di s, Pietro, si
danno a chi ne gode il privilegio.
Del dare a monache gli agnelli per
tale oggetto , tratta il Leoni , De
auctoritate et usu pallii.
S. Agnese in Piazza Navona , di
patronato de' principi Dona Pam-
phily nel rione Parione.
Nella grandiosa piazza, ove si tro-
va questa magnifica chiesa, antica-
mente eravi il famoso foro agonale
eretto, o riedificato da Alessandro
Severo, la forma del cui circo è la
stessa, che ora conserva. Fu chiama-
to agonale a cagione delle feste ago-
nali ivi un tempo celebrate ad ono-
re di Giano, e poscia si chiamò la
piazza Navona. Uno de' più belli
ornamenti di essa è la chiesa , di-
versa dall'antica, che vuoisi eretta
dopo l'anno 304, siccome opina il
Panciroli, per quanto andiamo a
narrare. Santa Agnese vergine e
martire, per ordine del prefetto
della città, fu condotta negli abbo-
CHI
mlneroli fornici di detto circo, sic-
come luogo di prostituzione per le
pubbliche meretrici, acciò fosse fat-
to insulto alla di lei pudicizia; laon-
de, e per esservi prodigiosamente
preservata per le fervide preci che
rivolse a Dio, e per avervi sofferto
glorioso martirio, in memoria vi fu
edificata una chiesa che in progres-
so di tempo divenne filiale della ba-
silica di s.. Lorenzo in Damaso, fa-
cendone menzione Urbano HI nella
bolla ApOslolicce sublimitas dignila-
tisj nella quale dai suoi sotterranei,
o antichi fornici, la chiama de cry-
ptis Agonis, come si legge nel Bo-
vio, Della basilica di s. Lorenzo in
Damaso a pag. \^^. Indi fu eleva-
ta a parrocchia, e poi da Leone X
a titolo presbiterale Cardinalizio, giac-
ché avendo egli nel iSiy in una
sola promozione creati trentuno Car-
dinali, molte chiese decorò di tale
onore, conferendo questa di s. Agne-
se al Cardinal Andrea della Valle
romano, come s. Pio V la diede in
titolo al Cai'dinal Pier Donato Cesi,
che mori nel i586. Poscia, come
meglio dicesi all'articolo Chiebici re-
golari MINORI, a questi l'affidò in
cura Clemente VHI nel 1^97, laon-
de i religiosi nel i6o4 ottennero
dal magistrato romano a questa
chiesa, l'oblazione annua di un ca-
lice d'argento , e quattro torcie di
cera, la quale ora però si fa ogni
biennio.
Assunto al pontificato Innocen-
zo X, Paniphily, che da Cardinale
abitava il contiguo palazzo di sua
proprietà, volle sontuosamente de-
corare la piazza, e l'ifabbricare la
chiesa , riunendo la sua parrocchia
a quella di s. Lorenzo in Damaso.
Trasferì il titolo Cardinalizio alla
chiesa di s. Agnese fuori le mura
(Vedi), e facendo ritirare i chierici
CHI
minori nel 1 65^ all'altra loro chie-
sa di s. Lorenzo in Lucina , a' 1 5
agosto di detto anno ordinò, che nei
fondamenti si gettasse la prima pie-
tra da lui benedetta. L'architettura
fu affidata a Girolamo Rinaldi, che
condusse l' interno sino al coraicione,
mentre il cav. Bori'omino eresse la
sagrestia, la cupola, la facciata, e i
due campanili, ove il Papa fece col-
locare le belle ed armoniose cam-
pane della cattedrale 3i Castro. Tut-
to venne eseguito con tal magnifi-
ficenza, che ammirasi come una del-
le primarie chiese di Roma : vaga e
maestosa è la esterna facciata di tra-
vertino, con colonne d'ordine com-
posto. L'interno è in forma di croce
greca, decorata di otto grandi colon-
ne corintie, tutte incrostate di buoni
marmi. Nei quattro archi, che for-
mano la croce greca, vi sono la porta
principale, e tre gran cappelle, orna-
te come le altre quattro, che restano
sotto i peducci della cupola, di bas-
sirilievi , e di statue di marmo di
valenti scultori. Le volte sono de-
corate di stucchi dorati ; e la cu-
pola di belle pitture eseguite da
Ciro Ferri, e dal Corbellini, men-
tre il Raciccio fece i peducci. La
statua di s. Agnese della crociata è
di Ercole Fen*ara, il quale è pure
autore di due bassorilievi nella stes-
sa chiesa. L' altare maggiore è or-
nato da quattro colonne di vei'de
antico, e sulla porta principale evvi
il deposito d'Innocenzo X, invenzio-
ne e lavoro di Gio. Battista Maini
cui r ordinò Camillo Pamphily ni-
pote del Papa , terminato poi nel
1677 sotto Giambattista figlio di
Camillo, che in età di quattro anni,
in uno al vicegerente di Roma, per
volere del Pontefice prozio, pose la
prima pietra nelle fondamenta della
chiesa. Al lato sinistro della cappella
CHI 377
di s. Agnese, vi è una scala per la
quale si scende nel sotterraneo, in
cui veggonsi le mura di costruzione
del circo antico, e quivi vuoisi sia
il luogo, ove fu condotta la santa
per disonorarla. In memoria di ciò
si vede eretto un altare sopra del
quale l'Algardi rappresentò in basso
rilievo s. Agnese fra due soldati, la
di cui nudità venne coperta dalle
chiome prodigiosamente cresciute, e
discese sino a' piedi.
Finalmente essendo stata termi-
nata la chiesa, il Pontefice Innocen-
zo X colla bolla Iti supremo mili-
tantis EccL, emanata a' 7 febbraio
i653, dichiarolla di juspatronalo
della casa Pamphily con sei cappel-
lanie con altrettanti cappellani amo-
vibili da lui chiamati Innocenziani,
e poscia colla bolla, Illìus disponen-
te clenienday die 8 kal. oct. i654,
le deputò un Cardinale per prolet-
tore. In appresso questi cappellani
furono aumentati fino al numero di
quattordici , il decano de' quali è
sagrestano maggiore , e fa da par-
roco nella casa da loro abitata, e
nell'annesso collegio. 11 Cardinal pro-
tettore viene nominato dal principe
Doi'ia Pamphily, ed in virtù della
suddetta bolla gode una privativa
giurisdizione, e sui cappellani men-
zionati , e su tutti gli addetti al ser-
vigio della chiesa e della casa con-
tigua , indipendentemente dal Car-
dinal vicario, e da altri tribunali.
Di questa chiesa scrisse eruditamen-
te Francesco Cancellieri, Il Merca-
to, il lago dell'acqua vergine^ ed il
palazzo Pamphiliano nel circo ago-
nalcj delto volgarmente piazza Na-
vona, Roma i8ii. La festa della
santa vi si celebra a' 21 gennaio.
iS". Agostino j titolo Cardinalizio con
panvcchia, in cura degli agosti-
278 CHI
niani, o eremid di s. agostino,
nel rione dì s. Eustachio.
Sino dal secolo XIII, in questo
medesimo luogo gli agostiniani, in
onoi-e del loro fondatore s. Agostino,
edificarono una chiesa, nella quale
fu trasportato il venerando corpo
della di lui madre s. Monica, dalla
chiesa d' Ostia ov' era stato tumu-
lato l'anno 897 ; traslazione che si
effettuò con solennissima pompa a'9
aprile i43o, coU'intervento del Pon-
tefice Martino V, il quale rivolse un
analogo ed eloquente discorso a'reli-
giosi. Quindi l' immediato successo-
re Eugenio IV, avendo canonizzato
con solennità nel d\ primo di feb-
braio 1446 , nella basilica vaticana
s. Nicola da Tolentino agostiniano,
processionaltnente si portò in que-
sta chiesa col sacro Collegio, e col
clero, e popolo romano, e vi cele-
brò la messa solenne. Nel pontifi-
cato poi di Paolo II , il Cardinal
Guglielmo d' Estouteville arcivesco-
vo di Rouen, essendo piotettore del-
l'Ordine agostiniano, divisò con prin-
cipesca munificenza di demolire l'an-
tica chiesa loro, e fabbricarne quella,
che orasi ammira, e verso il 1480,
ne fece gettare le fondamenta in uno
al contiguo convento. L'architetto
secondo i più fu Baccio Pintelli, il
quale si servì di un disegno pro-
prio di quel secolo. Sopra una spa-
ziosa scala , avvi la facciata deco-
rata del nome del suo fondatore, e
coperta di travertini, che alciuìi di-
cono essere appartenuti al Colosseo;
e siccome di forma svelta, semplice
ed elegante, a quell* epoca si riten-
ne la più ragionata facciata che fosse
in Roma. 11 suo interno però a ca-
gione d'un incendio, nel i75o, fu
rimodernato con disegno di Luigi
Vanvitelli , ed è diviso a tre navi
CHI
con piloni altissimi cui sono miste
colonne e pilastri. La sua cupola
poi è celebre, per essere stata la
prima che fosse edificata in Roma,
per cui servi di modello ad altre.
Vi sono molte cappelle ripiene di
buoni marmi, e di pitture stimate.
L'altare maggiore è adornato di
bei marmi, e di quattro angeU di
diversi autori. Ivi il medesimo Car-
dinale Estouteville a.'i5 marzo i48a
pose la prodigiosa immagine della
beata Vergine, che nel ì^53 allor-
quando i turchi presero Costanti-
nopoli, fu tolta dalla chiesa di s.
Sofia ov' era in gran venerazione ,
perchè vuoisi una di quelle dipinte
da s. Luca, descrivendola il Piazza
nella Gerarchia a pag. 632. Poco
dopo afflitta Roma dalla peste , il
Pontefice Innocenzo Vili nel i485
la portò processionalmenle alla ba-
silica di s. Pietro. Merita poi spe-
cial menzione, fra le tante pregievoli
pitture che contiene , il famigerato
profeta Isaia , dipinto con nuova
maniei'a da RalFaello in emulazione
de' profeti di Buojiarroti, nel terzo
pilastro della nave grande. Come
ancora entrando in chiesa per la
porta grande, a destra evvi la bella
statua della beata Vergine col bam-
bino, scultura di Jacopo Tatti eletto
Sansovino, la quale essendo ora iti
grandissima venerazione, è arricchita
di preziosi donativi.
Nel luogo dove ora sorge il ma-
gnifico convento, che è il primario
dell'Ordine agostiniano , da ultimo
rifabbricato da Benedetto XIV con
architettura del mentovato Vanvi-
telli, ed ove si contiene l' insigne
biblioteca angelica ( Vedi), antiai-
nienle eravi la chiesa di s. Trifone,
che dicesi fabbricata , o ristaurata
verso l'anno y'TS da Crescenzio pre-
fetto di Roma, e poscia fu uillziata
CHI
da un collegio di preti secolari eoa
arciprete , trovandosi sotto Onorio
IV nominato anche un arcidiacono.
Nicolò V vi collocò le reliquie dei
ss. Trifone, Respicio, e Ninfa, ov-
vero gran parte dei loro corpi; Si-
sto IV vi pose gli agostiniani ; s.
Pio V la stazione nel quarto gior-
no di quaresima , dichiarandola
titolo Cardinalizio nel i566, essendo
già anco parrocchia. Ma nel iSSy,
Sisto V trasferì il titolo Cardinalizio
alla vicina chiesa di s. Agostino, e
poi nel 1589 l'assegnò pel primo al
Cardinal Gregorio Petrocchini, gene-
rale degli agostiniani. Poco tempo
dopo, siccome la chiesa di s. Trifone
per r antichità era cadente, avanti
di demolirsi Clemente Vili fece tras-
portare i detti sacri corpi alla chie-
sa di s. Agostino, dove pure trasferì
la chiesa parrocchiale e la stazione,
lo che avvenne nel i6o4- Essendovi
nella chiesa di s. Trifone una con-
fraternita sotto il titolo del ss. Sa-
cramento, cui poi si aggiunse quello
di s. Camillo, venne allora traspor-
tata neir antica chiesa di s. Salva-
tore in Primicero a piazza Fiam-
metta nel rione Ponte, che secondo
il Galletti, Del Primicerio, pag. 364,
non si può determinare se 1' avesse
fondata un primicerio della Chiesa
romana, se vicino vi avesse abitato
alcuno di essi, ovvero se fosse stata
di privata ragione del primicerio del-
la stessa Chiesa romana. La piìi antica
memoria, che si ha di essa, è del
1 1 1 3 , in cui fu consacrata da Pa-
squale li, mentre l'aitar maggiore
lo consacrò Leone Marsicano Cardi-
nale vescovo d'Ostia. Verso la metà
del secolo XV, era parrocchia , e
filiale di s. Lorenzo in Damaso, co-
me afferma il Bovio a pag. 181,
e n'era rettore e pairoco un monaco
benedettino di s. Paolo; anzi dicesi
CHI 279
che uno di questi nel 1676 la fece
riedificare. Questa chiesa, che, come si
disse all'articolo ARcicosrFBATERmTA
DEL ss. Sacramento m s. Trifone,
vuoisi da alcuni eretta da s. Gregorio
II, l'anno 717, dipoi cessò di essere
parrocchia, ma nel quarto giorno di
quaresima, in uno alla chiesa di s.
Agostino, vi è la stazione, come di-
cemmo. Ci siamo permessi questa
digressione non del tutto estranea
al presente argomento, per rettifica-
re alcune notizie sulla chiesa di s.
Trifone demolita, che alcuni fecero
comuni con quella a piazza Fiam-
metta. Finalmente la chiesa di s.
Agostino fu da Clemente X distinta
a' 3 settembre 1 67 i , nel farla an-
noverare dal magistrato romano fra
quei titoli, che ricevono l'oblazione
d'un calice d'argento, e di quattro tor-
cie. Gli ultimi ristauri poi succennati,
e fatti nel generalato del p. Domeni-
co Valvasori, furono cagionati da un
incendio che distrusse l' organo , e
deformò le pareti della nave destra.
La festa del santo titolare vi si ce-
lebra a' 28 agosto, e a' IO settembre
quella di s. Nicola da Tolentino, con
benedizione e dispensa di piccole pa-,
gnotte. In onore di questo santo, il
magistrato romano, ogni due anni
fa l'oblazione a questa chiesa di un
calice d'argento, e di quattro torcie
di cera.
Ss. Alessio e Bonifacio, titolo
Cardinalizio, in cura dei monaci
Girolamini, sul monte AventinOg
nel rione Ripa.
Tal monte essendo separato dalla
città di Roma da una palude, per tra-
gittar la quale occorrevano le barche,
si disse Ab adventu navium , e fu
quindi chiamato il monte Aventino.
Altri però dicono essergli derivato
a8o CHI
quel nome perchè vi fu ucciso e
sepolto Aventino re degli aborigeni.
Comunque sia, sopra le rovine del
tempio d' Ercole vittorioso, fu e-
retta la chiesa , pel motivo che
racconta l'annalista Baronio all'anno
3o5, di cui ne diamo un cenno.
S, Aglae, matrona romana, rimasta
vedova, avendo quivi il suo palazzo,
stabili di fabbricarvi una chiesa, e
dedicarla a qualche santo martire.
Sentendo poi, che in Tarso di Cili-
cia il proconsole Simplicio per cupi-
digia vendeva i corpi de'ss. martiri,
la pia matrona vi spedì il più fe-
dele e religioso de' suoi servi per
nome Bonifacio, il quale lepidamente
nel partire le disse: Se in vece dì
recarvi il corpo di un martire, vi
fosse portato il mio, lo ricevereste
con onore? A cui Aglae rispose con
gravità, che badasse all'importanza
di quanto gli era stato ingiunto. Ma
per divina disposizione avvenne ap-
punto, che essendo stato martirizzato
Bonifacio in Tarso, gli stessi compagni
suoi ne presero il corpo, e lo portaro-
no in Roma. Essendone Aglae stata
avvisata da celeste visione , lo i"i-
cevette con sommo onore, e termi-
nata la fabbrica della chiesa, lo
ripose sotto l'aitar maggiore. Quindi
essa si ritii-ò a far penitenza in un
monistero, e. vuoisi da alcuni che
anche il suo corpo venisse poi ivi ti'as-
portato. Nel medesimo luogo eravi
il palazzo del senatore Eufemiano,
j'icchissimo signore romano, dove
suo figlio s. Alessio visse diciassette
anni sconosciuto, e colle vesti di
pellegrino sotto una scala. Poscia il
beato corpo di lui venne egualmente
l'iposto sotto l'aitar maggiore, anzi
per la sua celebrità la chiesa ne
prese il nome, e fu chiamata dei
ss. Alessio e Bonifacio. Il palazzo
di Eufemiano fu convcrlilo in mo-
CHI
nistero di benedettini, e divenne
una delle venti abbazie privilegiate
di Roma; ma nel i23i fu dato ai
canonici regolari premostratensi.
Onorio III restaurò e consagrò la
chiesa, Bonifacio IX dichiarò presi-
dente del monistero e della chiesa
il Cardinal Cristoforo Marone arci-
prete di s. Pietro, per ricondurre
all' osservanza i canonici regolari ;
indi nel i4o4j dopo la sua morte,
il Papa incorporò la chiesa e il
monistero alla basilica vaticana; ma
divenuta commenda del Cardinal
Stefano Carillo, questi nel 1426 l'af-
fidò alla cura de'monaci di s. Girolamo
della congregazione di Lombardia, i
quali tuttora l'uffiziano. Sisto V nel
1587 dichiarò la chiesa titolo Car-
dinalizio , cui conferì al Cardinal
Gianvincenzo Gonzaga , dopo del
quale l' ebbe da Gregorio XIV il
Cardinal Ottavio Paravicini, che ne
fu benefattore insigne, come il pre-
cedente, locchè si deve dire anche
del Cardinal Gio. Francesco Guidoba-
gni. Urbano Vili concesse a questa
chiesa la stazione nel primo giorno
di quaresima per sette anni, ed i
successori di lui sempre ebbero a con-
fermarla. Quel Pontefice fu perciò il
primo, che si recasse a visitarla.
Il Cardinal Angelo Maria Quirini
titolare, nel lySo, la restaurò, ed
abbellì con disegno di Tommaso
de Marchis, in uno al monistero,
cotanto celebre pei santi personag-
gi, che vi fecero dimora. La chiesa
è decorata di un doppio portico
ornato di colonne e pilastri, che
forma ingresso ad un bel cortile
quadrato, nel fondo del quale evvi
un altro portico con sei colonne di
granito; l'interno è a tre navate di-
vise dai pilastri, in forma di croce
latina. L'aitar maggiore si distingue
per quattro colonne di verde aulico,
CHI
e per un tabernacolo di buoni mar-
mi. Una scala conduce ad una cap-
pella sotterranea , dove sono i cor-
pi di san Bonifacio, di s. Aglae,
e di s. Alessio. Nella cappella Savelli
si conserva la scala di legno, ove
s. Alessio passò gli ultimi anni di
sua vita, ed in quella della beata
Vergine si venera una immagine di
Maria Vergine trasportata da Edes-
sa, dove la pia tradizione narra che
parlasse a s. Alessio, il quale per mol-
ti anni mendicò la limosina sulla por-
ta della chiesa, in cui quella immagi-
ne era collocata. Ultimamente il re
di Spagna Carlo IV ne decorò la
cappella con belli marmi , e con
due colonne. Santo Alessio, sino dai
secolo V, in cui Papa s. Innocenzo I
ne permise il culto in questa vene-
randa chiesa, riscosse dai suoi con-
cittadini grande e costante divozione.
Si dice, che sia questa la prima chie-
sa, nella quale il popolo romano, per
mezzo del magistrato, incominciasse a
fare le oblazioni di torcie, e di ca-
lici alle principali ed insigni chiese
di Roma nel dì della festa, come
tuttora pratica ogni anno. Pei di-
stinti pregi di questa chiesa, di cui
fu divotissimo Ottone III, che le
donò il manto imperiale, non che
per le celebri memorie dell'illustre,
e famoso suo monistero, V. d. Fe-
licis Nerinii abbatis hieronymiani, De
tempio et coenohio sanctorum Boìii-
fcicii et Alexii historica monumenta,
Romae l'jSi. La festa di s. Alessio
si celebra ai 17 luglio, e quella di
s. Bonifacio ai i4 maggio.
Ss. Ambrogio e Carlo, della na-
zione lombarda al Corso, nel rio-
ne Campo Marzo.
Anticamente in questo luogo era-
vi la piccola chiesa parrocchiale di
CHI 281
s. Nicolò del Tufo, ma Sisto IV
nel 1472 riunì la parrocchia a quel-
la di s. Lorenzo in Lucina, e con-
cesse la chiesa alla nazione lombar-
da, che la restaurò dedicandola a
s. Ambrogio arcivescovo di Milano.
Quindi dal 161 2 in poi, mediante
la generosità dei Pontefici Paolo V,
Urbano VIII, Innocenzo X, Ales-
sandro VII, e dei due Clementi IX
e X, non che colle sovvenzioni di
alcuni Cardinali , e di molti dovi-
ziosi nazionali, fu eretta sontuosa-
mente la nuova chiesa con architet-
tura di Onorio Longhi, la quale ven-
ne proseguita dal di lui figlio Marti-
no, e terminata nell' interno da Pie-
tro da Cortona, autore del disegno
della cupola. Ma la facciata, eh' è
decorata di due gran colonne, e di
altrettanti pilastri corinti, fu archi-
tettata da certo Menicucci sacerdo-
te, e da fr. Mario da Canepina cap-
puccino, per munificenza del Cardi-
nal Omodei , il quale vi fece ese-
guire pure la cupola. Condotto al ter-
mine sì sontuoso tempio, venne de-
dicato inoltre al Cardinal s. Carlo
Borromeo, altro arcivescovo di Mi-
lano, il cuore del quale fu quivi tras-
portato nel 1614, avendolo donato
il Cardinal Federico Borromeo arci-
vescovo di Milano, cugino del san-
to. L' interno della chiesa ha tre
navate, divise da pilastri corinti ; ed
è ben ornato di stucchi dorati , e
di pitture. Il quadro del grandioso
altare maggiore dipinto da Carlo
Maratta, rappresenta Gesù Cristo ,
la b. Vergine, i ss. Ambrogio e
Cai'lo, ed altri santi. La più nobile
delle cappelle è quella della crocia-
ta col quadro in mosaico, che rap-
presenta r assunzione di Maria Ver-
gine, coi quattro dottori della Chie-
sa, copia del celebre dipinto di Car-
lo Maratta esistente nella cappella
282 CHI
Cibo in s. Malia del Popolo. Con-
tiguo alla chiesa evvi l'oratorio del-
l'arciconfraternita de' ss. Ambrogio
e Carlo de' milanesi [Vedi) y con
ospedale nella parte superiore del-
l'edilìzio, pei connazionali, di cui
fu largo benefattore Pio IV, mila-
nese. La chiesa era uffiziata da do-
dici cappellani , il capo de' quali è
rettore. Formavano essi un collegio
dipendente dal Cardinal protettore,
che suol essere un lombardo , ed
abitavano nell'annesso edilizio. Ma
ora uftlziano la chiesa un rettore,
e tre sacerdoti. Il Pontefice Pao-
lo V, avendo soppresso il titolo Car-
dinalizio di s. Biagio dell' Anello,
eresse in vece quello di s. Carlo dei
Catinari. Questo fu estinto li 6 ot-
tobre 1627, da Papa Urbano Vili,
che lo trasferì in questa chiesa de'ss.
Ambrogio e Carlo, e lo conferì al
Cardinal Desiderio Scaglia domenica-
no, il quale lo ritenne fino alla sua
morte seguita ai 22 luglio i63g.
D'allora in poi la chiesa non fu pia
conferita in titolo a verun altro Car-
dinale. Nel pontificato poi di Clemente
XI, pei molivi che dicemmo all'arti-
colo Cappelle Pontificie § X, n. 89,
incominciò ivi a celebrarsi, ai 4 no-
vembre per la festa di s. Carlo, la
cappella papale, in cui il Pontefi-
ce si reca in forma pubblica col
treno nobile. La storia di questo
bellissimo tempio eruditamente fu
descritta da Carlo Bartolomeo Piaz-
za, Ln Gerarchia Cardinalizia a
pag. 88 1 e seg. Di questo tempio
fu grandemente benemerito il detto
Paolo V, che vi concorse per l'ere-
zione con somme cospicue, l' arric-
cln d' indulgenze, e dispose che tan-
to la chiesa, che il sodalizio, sebbe-
ne in un modo più particolare, fosse-
ro dedicati, e stessero sotto gli auspi-
ca di s. Carlo, conservassero l'antico
CHI
patrono s. Ambrogio e il suo tito-
lo, e perciò si denominassero chiesa,
ed arciconfraternita de'ss. Ambrogio
e Carlo.
S. AidBROGio della Massima^ del-
le monache riformate del terzo
Ordine di s. Francesco, V. Fran-
cescane, ec.
S, Anastasia, collegiata, e titolo
Cardinalizio nel rione Campì'
telli.
Fu eretta questa chiesa da A-
pol Ionia matrona romana verso l'an-
no 3oo, in una sua possessione ,
per dar sepoltura alla martire san-
t'Anastasia, sotto il monte palatino
al nord, perciò detta ad Palalium,
o sub Palatio, tra il circo massimo,
ove pure dicesi che fosse l'abitazione
della santa. Si annovera questa in-
signe chiesa ( che da s. Leone I e da
altri Papi fu appellata basilica ) fra
quelle, le quali sino dai primi tempi
goderono il titolo Cardinalizio , es-
sendo enumerata fra i venticinque
titoli meglio stabiliti da s. Marcello
I, creato Pontefice l'anno 3o4. Che
questa chiesa sia stata una delle
prime dedicate in Roma a' martiri ,
e forse la prima in onore di una
matrona romana qual' era s. Ana-
stasia, si raccoglie da vari autori.
S. Dainaso I, e s. Ilaro, adorna-
rono questa chiesa, ed il primo vuoi-
si, ne fosse slato anco titolare.
Verso l'anno 795, s, Leone III la
restaurò quasi dai fondamenti, il che
pur fecero Innocenzo III nel 12 io,
Sisto IV nel 147I5 il Cardinal San-
doval titolare nel 1606, ed Urbano
Vili nel i636. In quest' ultima epo-
ca era caduto il portico e la fac-
ciata. Nel 1722 ricevette riparazioni
per opera del Cardinal Wuuo da
CHI
Cunha titolare, secondo la descrizio-
ne, che ne fa il numero 743 del
Diario di Roma di quell'anno, e da
ultimo molte ne fece nel 1817 Pio
VII, a cura del titolare Cardinal
Guardoquì, e di monsignor Tratti-
ni vicegerente. Il suo interno ha tre
navate, divise dalle colonne del tem-
pio di Nettuno, che si ritiene esse-
re stato ivi vicino, ovvero del pa-
lazzo di Publio, o del circo massi-
mo, e nel suo altare maggiore ev-
vi la statua della santa, lavoro di
Ercole Ferrata.
Allora quando, dopo la metà del
secolo IV , s. Damaso I chiamò in
Roma il dottore della Chiesa s. Gi-
rolamo, per servirsi di lui nell'apo-
stolico ministero, abitò quel santo
dottore presso questa chiesa. La sta-
zione da tempo antichissimo vi si
celebra nel primo giorno di quare-
sima, ove il Papa distribuiva le ce-
neri, e faceva la colletta o rassegna
del clero e popolo, per recarsi pro-
cessionalmente a s. Sabina. Alti'a
stazione vi ricorre il settimo giorno
di quaresima , ed altra nella solen-
nità di Natale alla seconda messa
all'aurora, nel qual giorno cade an-
cora la festa della santa, ed altresì
nel martedì dopo la Pentecoste, sta-
zioni che si vogliono istituite da san
Gregorio I , per la gran divozione,
che aveva a questa chiesa. Prima i
Pontefici nel detto giorno di Natale,
andavano a celebrare all'aurora la
seconda messa in questa chiesa, nel
qual giorno ricorre pure la festa del-
la santa, come affermano gh Ordini
romani. Anzi abbiamo, che, mentre
nel 1075 s. Gregorio VII celebrava
la delta seconda messa , fu grave-
mente ferito , e rinchiuso nella sua
torre da Cencio figlio di Alberico
prefetto di Roma, e fautore di En-
rico V. A' nostri giorni Leone XII
CHI 283
nel 1826 e nel 1828, si recò a ce-
lebrare la messa bassa in questa
chiesa di s. Anastasia, dopo averla
detta pontificalmente in s. Maria
Maggiore, facendo altrettanto per la
terza nella basilica vaticana.
Non si conosce bene l'origine di
questa collegiata , ma le memorie
rimontano all'anno iSyS. Essa si
componeva di sei canonici senza al-
cuna dignità , o particolari costitu-
zioni, ne obbligo di ordine sagro, e
perciò per uso antichissimo potevano
ritenere pure altre prebende di re-
sidenza. I canonici , per ordine di
anzianità, in cotta nei giorni stazio-
nali assistevano alla messa cautata,
ed intervenivano alle consuete pro-
cessioni del clero romano. Il sito per
l'abitazione de' canonici fu conceduto
da Giulio Altieri verso il i64'2, e
confermato da Clemente X Papa
della stessa famiglia. Ma nell'anno
1828, il medesimo Leone XII, colla
bolla Ad cii'cumspectam y soppresse
il capitolo, e ne incorporò le ren-
dite a quello di s. Maria in Cosme-
din, di mano in mano che andassero
vacando le sei prebende canonicali,
o per morte, o per rinunzia de' ca-
nonici proprietari. Le ragioni, che
si adducono nella bolla, sono la di-
stanza dall'abitato della chiesa di
s. Anastasia, il ristretto numero dei
canonici, ed i pochi giorni fia l'an-
no nei quali erano tenuti ad uffi-
ciarla. Riguardo al capitolo di s. Ma-
ria in Cosmedin si dice, che attese
le vicende de' tempi passati, avendo
le loro rendite sofferto qualche de-
terioramento, si danno loro in com-
penso le prebende di s. Anastasia ,
addossando ad essi tutti i pesi di
questa chiesa. La nomina dei sei ca-
nonicati di s. Anastasia, purché non
fossero stati affetti , apparteneva al
Cardinal titolare prò tempore, il
284 CHI
quale, sebbene si dica nella citata
bolla, che gli si conservano tutti i di-
ritti, prerogative, e privilegi , pure
■viene spogliato del diritto principale
di conferire i canonicati vacanti, co-
me quelli , i quali devono venire
soppressi di mano in mano che Ta-
cano. Attualmente n' è rimasto uno
solo.
Vari altri Cardinali titolari e ca-
nonici furono benemeriti di questa
chiesa. Per l'elezione di Onorio li
nel 1 1 24 era stato eletto Papa il
Cai'dinal Teobaldo Boccadipecora ,
titolare della chiesa , ma rinunziò
per la contrarietà de' Frangipani.
Bonifazio IX«, creato nel iSSg, era
stato Cardinale prete della medesi-
ma; e Pio IV, ^e Medici, prima
di essei'e sublimato nel iSSg al tri-
regno, egualmente era stato titolare
di s. Anastasia. Nel 1629 Urbano
Vili, avendo dato alla basilica va-
ticana un pezzo del legno della ss.
Croce, che si conservava in s. Ana-
stasia , donò in vece alla chiesa di
questa santa una croce di argento
colla medesima insigne reliquia. Nel
pontificato d' Innocenzo XI , e nel
1722 Filippo Cappello canonico di
questa collegiata, pubblicò in Roma
colle stampe Brevi notizie dell' an-
tico 3 e moderno stato della chiesa
collegiata di s. Anastasia di Roma,
col Discorso dell' invenzione del cor-
po della santa, dello zio Domenico
Cappello, canonico decano della stes-
sa collegiata.
S. Andrea delle Fratte. V. Pad-
lotti, a' quali appartiene.
S. Andrea al Quirinale. V. Ge-
suiti, a' quali appartiene.
S. Andrea degli Scozzesi. V. Col-
legio DEGLI Scozzesi, a' quali ap-
partiene.
CHI
S. Andrea nella Falle. V. Tea-
tini, a' quali appartiene.
S. Andrea nella via Flaminia. V.
Volume VII, pag. igS, col. 2
del Dizionario.
Ss. Andrea e Gregorio al mon-
te Celio de' Camaldolesi. V. Chie-
sa di s. Gregorio al monte Celio.
Ss. Angeli Custodi. V. Arcico:^-
FRATERMTA dei SS. Angeli Custodi,
cui appartiene.
Nella festa de' ss. Angeli , a' 2
ottobre, il magistrato romano, ogni
anno presenta a questa chiesa un
calice di argento , e quattro torcie
di cera.
S. Angelo delle Fornaci , par-
rocchia del capitolo Vaticano,
fuori di porta Cavalleggieri, nel
rione Borgo.
Questa chiesa fu eretta dai for-
naciai nel secolo XVI , e si disse
del Torrione per essere fuori della
porta, che anticamente cos\ chiama-
vasi. Fu incorporata al capitolo di
s. Pietro, e nel 1600 già era par-
rocchia, come afferma Panciroli. Leo-
ne XII trasferì la cura nella chiesa
di s. Maria delle Fornaci poco da
essa distante, e cosi detta dalle for-
naci, che sono nei dintorni ; ma po-
scia per averla rinunziata i religiosi
trinitari scalzi , la parrocchia tornò
nella chiesa di s. Angelo.
S. Angelo in Pescheria, collegiata,
diaconia Cardinalizia, con par-
rocchia nel rione di s. Angelo.
Secondo alcuni, antichissima è la
sua erezione, e forse avanti s. Sii-
CHI
vestro I perchè si crede fosse una
di quelle da lui consagrate ; però era
piuttosto in sito poco distante, cioè
nell'alto del prossimo circo Flami-
nio, per cui chiamossi basilica di
s. Angelo in summo circi. S. Sim-
maco verso l'anno 5oo la riedificò,
e benemerito ne fu anche s. Boni-
fezio II, eletto neir anno 53o , il
quale la dedicò a s. Michiele Ar-
cangelo. Questa fu la prima chie-
sa di Roma consagrata al culto
del principe della celeste corte,
e del protettore della Chiesa Ro-
mana, e si dice, che Gregorio I l'e-
levasse al grado di diaconia Cardi-
naUzia. Demolito il circo , ed ab-
bandonata la chiesa, fu edificata la
presente dopo l'anno 7 52 da Ste-
fano II, detto HI, nel basso in mez-
zo all' antico portico di Ottavio, ov-
Tero del tempio di Giunone, di A-
poUo, o di Mercurio, di cui si
veggono gli avanzi. Da una chiesa
della via Tiburtina vi si trasporta-
rono i corpi de' santi Getulio e Sin-
forosa sua moglie , coi loro sette fi*
gli, tutti nobili di Tivoli, che pa-
tirono glorioso martirio , onde pre-
servarli dalla rapacità de' longobar-
di. Ad essi il Piazza, Gerarchia,
p. 873, aggiunge il corpo di s. Zo-
tico. Nondimeno parte di que' cor-
pi da Gregorio XIII furono conce-
duti ai tivolesi. Nel pontificato di
Sisto V, e nell'anno i587, vi furono
aggiunti i corpi de' ss. martiri Ci-
ro Alessandrino medico, e Giovanni
Edesseno militare, i quali tutti si con-
servano sotto r altare maggiore in
un' urna di marmo bianco colloca-
tavi a spese di monsignore Pier
Benedetti allora governatore di Ro-
ma, e canonico della collegiata, poi
Cardinale.
Non si deve tacere , che da una
lapide posta nella parete della porta
CHI 285
maggiore, scritta in caratteri bar-
bari, si legge il catalogo delle re-
liquie, che ivi si conservano , e si
rileva essere stata la chiesa consa-
grata, senza dire da chi, nel primo
di giugno nell'anno della creazione
del mondo 6^63, dopo essere stata
riedificata da' fondamenti da Teo-
doro padre di Benedetto diacono
della stessa chiesa, nel pontificato di
Stefano li, detto IH summentovato,
il quale era pure stato diacono Car-
dinale della medesima. In seguito
s. Leone IH ne fu benefattore, fa-
cendovi fabbricare il contiguo ora-
torio, e s. Pasquale I fece diversi
doni alla chiesa. Alcuni titolari vi
operarono non pochi restauri ed or-
namenti, massime il Cardinal An-
drea Peretti, che nel 161 i la resti-
tuì al primiero lustro rifacendo la
tribuna col disegno del cav. Mi-
chelangelo Buonarroti ; e il Cardi-
nal Francesco Barberini , che verso
il 1700, fra i tanti benefizi! che vi
operò, decorò il soffitto con dipinti
e lumeggiature a oro , abbellendo
inoltre la tribuna. Ma essendosi ri-
dotta per le vicende de' tempi in
istato veramente l'ovinoso, fu di nuo-
vo rista urata nel 1821 sotto Pio
VII.
L' interno della chiesa è di for-
ma quadrilunga, coi lati, e navi de-
corati egualmente , avendo eseguito
il quadro dell'altare maggiore il cav.
d' Arpino. Questa chiesa diede il
nome alla regione, e dicesi in Pe-
scheria per la vicinanza del merca-
to del pesce , e per la confraternita
de' pescivendoli, eretta nel contiguo
oratorio nel 1571. Eressero quei
pescivendoli nella chiesa un altare
al loro protettore s. Andrea. Il Piaz-
za, che chiama questa chiesa di s.
Angelo in Pescarla , o in Piscina ,
juxla lempliun Jovis , dice che la
286 €HI
denominazione Piscina (comechè al-
cuni abbiano detto in Pisciniila ),
derivi o dal prossimo foro Pisca-
rio, o da una piscina , che stava
nel circo. La collegiata viene for*
mata da otto canonici, numero sta-
bilito nel 1243 sotto Innocenzo IV,
dappoiché essendo sempre stata la
chiesa da tempo immemorabile uffi-
ziata dai canonici, questi prima di
tal' epoca erano in numero as-
sai maggiore. Essi sono tenuti ad
intervenire al servigio del coro nei
soli giorni festivi , governando la
chiesa sotto la dipendenza del Car-
dinal diacono cui spetta la nomina
ai canonicati , quando non sieno
affetti alla santa Sede. Il canonico
curalo, per essere questa chiesa una
delle dodici vicarie parrocchiali isti-
tuite da s. Pio V, viene eletto dal
capitolo fra tre, che ad esso sono
presentati dal Cardinal vicario , in
seguito della conseguita approvazio-
ne avuta nel concorso, in forza della
bolla emanata da Leone XII per
la restrizione delle parrocchie di
Roma. Non si dee passare sotto si-
lenzio, che avendo Benedetto XIH
soppressa la parrocchia di s. Gre-
gorio a Ponte quattro capi, 1' unì a
questa collegiata, mediante la costi-
tuzione Ex debito, Bull. Rom. t.
XII, p. 76, emanata ai 17 febbra-
io 1726.
Fra i diaconi Cardinali di questa
chiesa, meritano ricordanza Grego-
rio Papareschi, che nel i i3o fu in-
nalzato alla suprema dignità col no-
me d'Innocenzo II, e che nel 11 35
conferì la diaconia al nipote Cardi-
nal Gregorio Papareschi-Matlei. A-
vendo poi Giulio II, nel i5i i, creato
Cardinale diacono di s. Angelo in
Pescarla , Matteo Langio , vescovo
di Gurk, nel ricevere l'insegne della
dignità nel i5i3 da Leone X, sup-
CHI
plico perchè fosse eretta la diaconia
in titolo presbiterale sinché egli l'a-
vesse goduta in titolo, e il Papa
glielo concesse, e lo fu sino al i535,
in cui passò al vescovato di Albano.
Gode questa chiesa nel dì della
festa dell' Apparizione di s. Michele
Arcangelo, l'annua oblazione del ca-
lice di argento, e di due torcie dal
magistrato romano sin da remota
epoca, pel seguente avvenimento.Men-
tre i Papi risiedevano in Avignone,
Francesco di Vico, che fu prefetto
di Roma dal 1369 al 1377, come
abbiamo dal Contelori, tiranneggia-
va la città, por cui i romani eles-
sero a loro capitano, e capo della
magistratura de' banderesi {Vedi)^
Savo Mellini, nobile e potente ca-
valiere rmnano, il quale con un
esercito di concittadini prese il pre-
fetto, smantellò Vico di cui era si-
gnore, liberando Roma, e i luoghi
circonvicini dalla di lui tirannia.
Essendo ciò avvenuto agli 8 di
maggio, in cui si celebra l' Appari-
zione di s. Michele Arcangelo, i ro-
mani attribuirono al suo patrocinio
la vittoria, e decretarono la detta
oblazione a perenne riconoscenza.
Non sarà discaro, che qui si fac-
cia menzione del celebre archivio
di questa collegiata , le cui memo-
rie rimontano al iiif. In esso, ol-
tre i libri di amministrazione ed
istromenti spettanti alla chiesa e al
capitolo, vi sono venticinque volu-
metti del notaro Antonio Lorenzo
de Stefanelli de Scambiis , ed altri
notari di queli' epoca, scritti in ca-
rattere gotico. In essi, oltre gli af-
fari riguardanti qjiesta chiesa , si
contengono pubblici istromenti di
famiglie particolari, che altrove non
si rinvengono , cioè dal 1 363 al
i4og. Vi è pure il pubblico istro-
mento fatto fra i Cardinali, il se-
CHI
nato e i capo-rioni di Roma nel
Pontificato di Urbano V, in occa-
sione che le sagre teste de' ss. Pie-
tro e Paolo furono collocate nella
basilica lateranense in busti di ar-
gento : atto di cui in Roma noa
vi è r eguale in autenticità , a ca-
gione delle devastazioni e degl' in-
cendi, cui andarono soggetti gli altri
archi vii.
Ss. Anna e Gioacchino alle quat-
tro fontane, nel rione Monti, già
de' Carmelitani scalzi ( Vedi), e
poi delle monache Adoratrici
perpetue del Ss. Sagramento.
Fedi.
S. Anna de' Funari , o de' Fale-
gnami, dell'ospizio di Tata Gio-
vanni. Fedi.
S. Anna de' Parafrenieri in Borgo.
F. Arciconfr ETERNITÀ di s. Anuu
de' Parafrenieri.
In ogni quadriennio il magistra-
to romano fa l'oblazione di uà ca-
lice di argento, e di quattro lorcie
di cera , le quali offre pure ogni
biennio quando il sodalizio non go-
de r altra maggiore oblazione.
Ss. Annunziata all'Arco de' Pan-
tani, delle monache dell' Annun-
ziata (Fedi), già chiesa di s. Ba-
silio, come dicesi all'articolo Ba-
siLiANi, voi. IV, pag. i86 del Di-
zionario. In questa chiesa ogni
quadriennio, ai ^5 marzo, il se-
nato romano fa l' oblazione di
un calice di argento, e di quat-
tro lorcie di cera.
Ss. Annunziata delle monache del-
l' Annunziata dette le Turchine
(Fedi). Nel giorno della festa ai
CHI Ì87
2 5 marzo il magistrato fa in que-
sta chiesa l'oblazione di quattro
torcie di cera.
Ss. Annunziata di Torre dei Spec-
chi. F. OuLATE di s. Francesca
Romana.
Ss. Annunzi ATELLA, 0 Ss. Annun-
ziata, fuori di porta s. Paolo nel
rione Ripa.
Questa è una delle nove chiese
di Roma , che in onore de* nove
cori degli Angeli , coinè spiega il
Pànciroli a pag. 1 3 1 , divotamente
visitano i fedeli nella visita delle
sette chiese (Fedi). Maggiore è poi
il concorso del popolo nella prima
domenica di maggio, perchè vi si
celebra la sagra, ed in quel giorno
evvi pure la processione nella vicina
chiesa di s. Sebastiano. Questa chie-
sa è situata dalla strada, che con-
duce dalle tre fontane nella via
ostiense alla basilica di s. Sebastia-
no. È celebre per le sue reliquie
poste nell' altare , per le sue indul-
genze , e per la sua antichità. Nei
primi secoli del cristianesimo vi fu
eretto uu ospizio pei poveri pel-
legrini, che visitavano i luoghi santi
di Roma. Da una piccola lapide in-
castrata nel muro si legge, che fu
riedificata e consagrata ai 9 agosto
1270, e nel giorno della sua festa
l'arciconfra terni ta del Gonfalone, cui
appartiene, soleva dispensare al po-
polo il pane benedetto, cioè nella
prima domenica di maggio. Verso
il 1640, il Cardinal Francesco Bar-
berini, nipote di Urbano Vili, vi fe-
ce eseguire diversi ristauri.
S. Antonio Abbate, delle monache
camaldolesi. Fedi.
288 CHI
In ogni biennio, ai 17 gennaio,
festa del titolare, il senato romano
fa l'oblazione di un calice d'argento,
e di quattro torcie di cera.
S. Antonio de' Portoghesi. V.
Ospedale di s. Antonio de' Por-
toghesi.
Ss. XII. Apostoli j basilica con
titolo Cardinalizio, e con parroc-
chia in cura dei minori conven-
tualij nel rione Trevi.
Nella piazza, che prende il nome
dalla chiesa , sorge questa basilica ,
detta Costantiniana , perchè da ail-
cuni si vuole sia una delle tante
fondate dal pio imperatore Costan-
tino Magno, erigendola in onore dei
dodici Apostoli. Rilevasi da un co-
dice vaticano, num. 556o , ch'egli
fece poiTe neir atrio un calice di
marmo per ornamento, ed uno si-
mile se ne vede nella chiesa di s.
Cecilia , in segno della santità del
luogo. Pelagio I, eletto Papa l'anno
553, sotto 1 imperatore Giustiniano,
coH'aiuto di Narsete suo capitano, rie-
dificò questa basilica. Narsete diede
al Pontefice i marmi e colonne delle
contigue terme costantiniane, ed afli-
dò a' ministri di questa chiesa la
custodia della vicina colonna traiana.
Quindi il Papa Giovanni 111, suc-
ceduto nel 56o a Pelagio I , come
si rileva dalla costituzione Quoniani,
Bull. Roni., tom. I, pag. 99, compi
l'edifizio, e lo consagrò nel dì primo
di maggio in onore de'ss. XII Apo-
stoli, e particolarmente de' ss. Filip-
po e Giacomo comprotettori di Roma.
I corpi di que' santi furono quivi
trasportati, ed eretta venne la chie-
sa in titolo Cardinalizio. Se il titolo
fosse anteriormente assegnato in que-
sta chiesa, lo diremo in progresso.
CHI
Questa basilica fu restaurata, ed
abbellita da altri Pontefici, cioè da
s. Gregorio III, che rifece la tri-
buna e il portico, da s. Paolo I, da
Adriano I, da s. Leone III, che ne
ampliò il portico, da Stefano V che
l'arricchì di molte reliquie, oltre i
corpi delle ss. Eugenia e Claudia ,
da Martino V che non solo la rie-
dificò , ma vi costruì l'annesso pa-
lazzo per la sua famiglia Colonna,
e che fu abitato da lui, e da altri
Pontefici, massime nell'estate. Egual-
mente l'ampliarono e restaurarono
Nicolò V, Sisto IV, il quale rin-
novò la tribuna , e Giulio II , che
oltre diversi miglioramenti, vi costruì
di nuovo il portico davanti , e sul
quale in appresso il Cardinal Bran-
cacci, detto di Lauria, fece collocare
le statue del Salvatore, e de'ss. Apo-
stoli. Sisto V pure la riedificò, am-
pliando il contiguo convento ove era
stato religioso, ed erigendovi il col-
legio di s. Bonaventura (V^edl). Fi-
nalmente, minacciando rovina l'edi-
fizio , con Pontificia munificenza , e
con architettura del cav. Francesco
Fontana, Clemente XI, Albani, nel
1702 incominciò a rifabbricarla dai
fondamenti ai 27 febbraio, dopo la
demolizione dell' antica, facendone il
Piazza, Gerarchia, pag. 474 ^ s^g-
un' interessante descrizione. Di poi
Benedetto XIII nel 1724 solenne-
mente la consagrò, e siccome man-
cava la facciata esterna al di sopra del
portico, nel 1827, con disegno del cav.
Yaladier, vi supplì la pietà del duca
di Bracciano d. Giovanni Toi'lonia.
II Cardinal Borgia volle far misu-
rare il finestrone di questa facciata,
e si trovò, ch'era più largo della
porta del popolo , che è la princi-
pale della città di Roma.
Il portico, eh' è quel medesimo
della vecchia basilica, ha nove ar-
CHI
chi, ed è chiuso da caticelU di ferro.
La chiesa è a tre navi divise da un
gi-ande ordine di pilastri corinti, che
sostengono la gran volta ove nel
mezzo è dipinto il trionfo dell' Ordi-
ne francescano, dal pennello del Ba-
ci ccio. Il quadro dell' al tai-e maggio-
re, sotto il quale si venerano i cor-
pi de' suddetti apostoli ss. Filippo e
Giacomo, è opera di Domenico Mu-
ratori, e la volta della tribuna rap-
presentante il castigo degli Angeli
libelli, fu dipinta da Giovanni O-
dazzi. Nello spazio della tribuna si
osserva a sinistra il deposito del Car-
dinal Raffaele Riario morto nel i520,
disegno di Michel Angelo Buonarro-
ti. Egli aveva fatta ornare questa
tribuna con belle pitture di Meloz-
zo da Forlì, e di Sandro Botticelli,
le quali furono in gran parte distrut-
te, ed altre trasportate nella sagre-
stia vaticana, mentre 1' Ascensione
del Signoi'e, dello stesso Melozzo, fu
collocata nel primo ripiano della sca-
la principale del pontifìcio palazzo
quirinale. Fra le belle cappelle, pre-
gevoli pei marmi e dipinti che l'a-
dornano, faremo menzione di quella
a sinistra della tribuna, ove si vene-
ra un crocefisso, di cui parla il ci-
tato Piazza a pag. 474- ^" ogni ve-
nerdì di quaresima, e dell' avvento,
dopo la compieta, ha luogo quivi
una di vota processione colla croce
nuda, che dalla chiesa pel portico si
reca in detta cappella del crocefisso.
Inoltre in questa basilica evvi il de-
posito marmoreo di Clemente XIV,
Ganganelli, il cui corpo vi fu tras-
portato dalla basilica vaticana nel
1802. Autore di esso è il celebre
Antonio Canova, che l'eseguì per
commissione di Cai-lo Giorgi ; e sic-
come gliela procurò l'altro non men
celebre artista Giovanni Volpato, per
riconoscenza Canova al Volpato scoU
VOL. XI.
CHI 289
pi il monumento sepolcrale , che
ammirasi nel portico della basilica ,
nella quale pur furono nel i832 a
Canova celebrate solennissime esequie
come pure in essa nel i564 erano
state celebrate all' immortai Michel
Angelo, ambedue benemeriti ristau-
ratori delle arti belle. In questa chie-
sa vi sono inoltre i precordii di Ma-
ria Clementina Sobieski regina d'In-
ghilterra, alla quale Clemente XII
nel 1735 fece celebrare un magni-
fico funerale.
Il titolo Cardinalizio di questa
basilica è compreso fra i venticin-
que di s. Marcello I, eletto nell'an-
no 3o4, locchè potrebbe indurre a
credere, che ne sia stato Cardinal
titolare il Pontefice s. Agapito I,
predecessore del summentovato Gio-
vanni III. Furono Cardinali preti del
medesimo il Cardinal Ottaviano Con-
ti, che nel 11 38 divenne antipapa
Vittore IV contro Alessandro HI;
il Cardinal Roberto di Ginevra, che,
nel 1378, fu assunto all' antipapato
contro Urbano VI ; il Cardinal Pie-
tro Filai'go francescano , che nel
1409 nel concilio di Pisa fu eletto
Papa col nome di Alessandro V; e
il Cardinal Lorenzo Ganganelli dei
minori conventuali, che elevato nel
1769 al triregno, si fece chiamare
Clemente XIV. Siccome anticamen-
te eravi in questa basilica una col-
legiata di diciotto canonici , così il
Cardinal titolare si appellava pure
arciprete, come ricavasi da una bol-
la di Onorio IV. Egli vi nominava
un vicai-io, per lo più fregiato del
grado di protonotario apostolico ; e
fra le di lui prerogative^ sebbene ta-
lora sia stata disputata da altri ti-
tolari, eravi quella di assistere, e ce-
lebrare in tutti i giorni di domenica
suir altare papale della patriarcale ba-
silica di s. Maria Maggiore. Per molto
19
ago CHI
tempo la basilica fu matrice di al-
tre sette parrocchie filiali; e Bene-
detto XIV nel 1754 colla bolla Fi-
delisy che si legge nel suo Bollano,
nel t. IV, p. 189, dichiarò il Car-
dinale titolare de' ss, XII Apostoli ,
e quello de' ss. Pieti'O e Marcellino,
giudici e conserratori del santuario
d' Assisi.
Il Pontefice Pio II, nel 1462, af-
fidò la cura di questa chiesa ai mi-
nori conventuali dis. Francesco [J^e-
di), perché i canonici che l'uffizia-
vano eransi ridotti a pochi, come si
può vedere nel Panciroli a pag. 226,
il quale ne fa l'enumerazione nelle
diverse epoche. Allora n'era titola-
re il dottissimo Cardinal Bessarione,
il quale dopo averla ottenuta dal
Papa a' minori conventuali, con i-
splendida munificenza, fabbricò loro
un convento capace di contenere nel-
le antiche case de' canonici duecento
religiosi. Ingrandito poi da' summen-
tovati benefattori, oggi è il princi-
pale, e il capo di tutto 1' Ordine, e
fu già abitazione de' Pontefici Sisto
V, e di Clemente XIV avanti di
ascendere la cattedra apostolica. Nel-
r atrio, che conduce al chiostro, fra
ì varii monumenti sepolcrali, evvi
quello del lodato Cardinal Bessario-
ne; e nel suo primo cortile si vede
un bel vaso di forma antica, cre-
duto quello eretto da Costantino in
forma di calice, owei'o altro ivi
collocato per conservanie la memo-
ria.
Di questa basilica fu sommamente
divoto s. Gregorio I Magno, il quale
in onore degli apostoli Filippo e
Giacomo, vi recitò due omelie, cioè
la XVII, e la XXXVI, e vi pose
in più giorni la stazione , che vi si
celebra il venerdì delle tempora di
primavera, il giovedì dopo pasqua,
il venerdì delle tempora autunnali,
CHI
il sabbato delle tempora invernali,
e la quarta domenica dell' avvento.
Alessandro HI, con bolla data in
Anagni, Attendenles, aggiunse la sta-
zione nel giorno della festa di san
Giacomo maggiore a' 25 luglio, come
riferisce il Piazza. Abbiamo dall' IT-
gonio, che prima in questa chiesa
facevansi gli scrutinii di quelli, i
quali dovevano ordinarsi nel giorno
seguente in s. Pietro, ed è perciò
che in tutti i venerdì delle tempora
vi fu posta la stazione, come in
tutti i sabbati di tali tempi evvi la
stazione a s. Pietro. In favore dei
poveri della parrocchia, nel pontifi-
cato di Pio IV, fu eretta nella ba-
silica r arciconfraternita de' ss, XII
Apostoli ( P^edi). Quindi Sisto V
stabilì , che nella detta chiesa, ogni
anno a'i4 luglio si dovesse celebrare
la cappella Cardinalizia in onore di
s, Bonaventura [Vedi). Celebrandosi
poi nella basilica con solennità la
festa dell' immacolata Concezione ,
con precedente novena, nell'ultimo
giorno della novena medesima col
sagro Collegio suole intervenirvi il
Papa, il quale dà col ss. Sacramento
la trina benedizione.
Quando alcun Pontefice abitò nel
contiguo palazzo, e quando i Papi,
che fissarono la loro residenza nel
palazzo quirinale, non avevano eretta
ancora la cappella palatina, ciò che
fece Paolo V, si celebrarono diverse
cappelle pontificie in questa basilica.
Da ulfimo, nel secolo decorso. Be-
nedetto XIV, nel 1743, vi consagrò
in vescovo di Padova il Cardinal
Rezzonico, che gli successe col nome
di Clemente XIII, e questi nel 1758
vi consagrò in arcivescovo di Co-
rinto, il Cardinal duca di Yorck,
figlio di Giaomo III re d' Inghilter-
ra. Il p. Bonaventura Malvasia ci
ha dato la Storia della veti, basilica
CHI
de^ ss. XII Apostoti, Roma i665i.
Ai 4 poi ^^^ mese di ottobre, ogni
anno il magistrato romano per la
festa di san Francesco d'Assisi fa
r oblazione d' un calice di argento,
e di quattro torcie di cei'a.
S. Apollinare del Seminario Roma-
nOf nel rione Ponte.
Fu questa chiesa fabbricala nel-
l'anno 772 dal Pontefice Adriano I,
nel luogo ove Tito Livio dice, che
furono i prati flaminii, nel mezzo
de' quali fu edificato un tempio ad
A polline, donde poi la contrada chia-
mossi Apollinare. Si dice ancora che
ivi fosse stata una biblioteca pub-
blica, come attestano Vittore, e
Dionisio.
Che nella vicina piazza Navona
si facessero, sino da dopo la strage
di Canne, i giuochi apoUinari, lo
abbiamo dal medesimo Livio, e dal
Biondo, per cui questi riflette che
i luoghi circostanti chiamaronsi apol-
linari. Adunque Adriano I, e per la
denominazione di tali nomi, e pel
tempio di Apolline, volle dedicare
la chiesa a s. Apollinare discepolo
di s. Pietro vescovo di Ravenna, e
glorioso martire, acciocché cancellata
la memoria profana dell' anteriore
tempio, e dei giuochi, rimanesse in
vece quella di un si illustre confes-
sore di Ci'isto, ponendovi inoltre la
stazione nel giovedì di passione. La
chiesa antica avea i portici avanti,
e per una collegiata, che vi era col
suo arciprete , veniva detta arcipres-
biterato. Il Novaes, tom. Ili, pag.
24, nel riportare i Cardinali creati
nel ii3o da Innocenzo II, registra
un Guido Cardinale diacono di san
Apollinare; quindi parlando di Pie-
tro di Luna, poi antipapa Benedetto
XIII, aggiunge che nel i'òj5 fu
CHI 291
fatto Cardinale diacono di s. Maria
in Cosmedin da Gregorio XI , e che
recatosi con lui in Roma nel 1377,
ebbe in commenda il titolo di s.
Apollinare, presso alla qual chiesa
fabbricò un magnifico palazzo. Al-
trettanto afferma il Cardella nel
tom. II, pag. 245, dicendo che il
Cai'dinal de Luna spagnuolo, andato
in Roma con Gregorio XI , stabili
la sua abitazione a Tor-Sanguigna
a sant'Apollinare, nella quale fece
notabili miglioramenti, donde il Ba-
luzio è di opinione, che avesse in
commenda il titolo di s. Apollinare;
opinione ch'egli appoggia all'auto-
rità di due scrittori contemporanei,
riportando eziandio 1' erezione d' un
magnifico e sontuoso palazzo, che
poi, come diremo, fu incorporato al
collegio Germanico. Tuttavolta il
Piazza ed altri autori, che scrissero
dei titoli, e delle diaconie de' Car-
dinali, non fanno menzione, né del
titolo di Guido, né della commenda
del Cardinal diacono de Luna, ma
solo riportano, che la chiesa era
una collegiata con alcuni canonici ,
e con una dignità col titolo di ar-
ciprete, e perciò comunemente ap-
pellata s. Apollinare in archipresbi-
terato. Quindi affermano, che nella
famosa promozione di trentuno Car-
dinali, creati nel 1 5 1 7 da Leone X ,
questi dichiarò la chiesa titolo Car-
dinalizio, e lo conferì al Cardinal
Giambattista Pallavicini, che mori
nel i524; indi Paolo 111, nel i544>
lo assegnò al Cardinal Nicolò Ardin-
ghelU dell'ordine presbiterale, che
lasciò di vivere dopo tre anni. Sisto
V in appresso tolse il titolo Cardi-
nalizio, che restò soppresso, e la
stazione, ch'era stata levata, fu però
da lui ripristinata , per risvegliare
divozione ad una chiesa tanto antica.
Dipoi questo luogo divenne prò-
piignacolo della religione cattolica
per la Germania, contro la crescente
eresia luterana, mentre dal collegio
che vi fu fondato, uscirono molti
uomini grandi, per lignaggio, di-
gnità, virtù e dottrina, i quali con
zelo apostolico sostennero la fede
in sì florida regione, confutando
l'eresia. Fra le molte gloriose opere
istituite in Roma da s. Ignazio, fon-
datore della Compagnia di Gesù,
evvi pertanto anche quella che, com-
passionando la misera sorte della
Germania, divisò di radunare dei
giovani tedeschi, per istruirli in
Roma nelle lettere e nelle contro-
versie, affinchè cos\ ammaestrati tor-
nassero nei loro paesi a vantaggio
spirituale de' cattolici e de' sedotti.
Laonde, col valido patrocinio del
Cardinal Giovanni Moroni, legato
apostolico della Germania , col per-
messo e colle limosine di Papa Giu-
lio III, e de' Cardinali , nel i55i
diede incominciamento al collegio,
che poi prese il nome di Germanico-
Ungarico. Morto però Giulio III,
mancando il collegio di sostentamen-
to, s. Ignazio pose gli alunni in
diversi collegi di Ronia, e di altri
luoghi, mantenendoli colle limosine.
Se non che, avendo Dio subhmato
al pontificato il gran Gregorio XIII,
questi siccome zelatox-e della purità
della fede , concesse, nel i Sy 3, a s.
Ignazio pe'detti giovani la chiesa di s.
Apollinare col contiguo palazzo e
case, il primo, come dicemmo, edi-
ficato da Benedetto Xill, le seconde
dal Cardinal d' Estouteville arcive-
scovo di Rouen; e soppressa la col-
legiata, alla morte de'canonici, de-
stinò le rendite, e le prebende in
favore del collegio , oltre quanto
generosamente gli avea dato, per
cui vi si posero cento alunni fra
tedeschi ed imgheri, cou diciassette
CHI
padri gesuiti. P^. Collegio Germa-
kico-Ungarico.
Leggiamo nel Panciroli, Tesori
nascosti ec, stampati nel 1600, che
a quell'epoca, nell'entrare in chiesa
di s. Apollinare, conveniva discende-
re, il perchè nella grande inonda-
zione del Tevere accaduta nel 1598,
per la sua bassezza molto soffri,
laonde venne alzato il piano al pari
della strada. Rileviamo ancora dal
Panciroli, che allora era parrocchia,
e che i divini uffizi vi si celebrava-
no con sommo decoro, accompagnati
dalla più scelta musica ecclesiastica.
Ed il Piazza asserisce, che sotto l'ai-
tar maggiore già ivi si veneravano
i corpi di sei santi martiri armeni,
cioè Eustrazio , Oreste, Massenzio,
Nardario, Eugenio, ed Ausenzio, che
patirono il maitirio sotto Dioclezia-
no e Massimiano imperatola. Di essi
fa menzione il Martirologio romano
a' 1 3 dicembre , nel qual giorno in
questa chiesa si solennizza la festa;
anzi finché vi stette il detto collegio,
un alunno vi recitava analoga ora-
zione latina. Afferma ancora il me-
desimo Piazza, che in questa chiesa,
in esecuzione del decretato dal conci-
lio di Trento , s' incominciò ad in-
segnare la dottrina cristiana, per
mezzo di Cesare Baronio, poi Car-
dinale, il cui nome sarà sempre in
benedizione. F^. Eorterologìo, owcro
le Sf^igre stazioni di Roma, pag. 325,
e seg., Stazione a s, Jpollinare.
Merita specialissima menzione la
miracolosa immagine della beata Ver-
gine , dipinta sul muro , alta palmi
nove, larga sette, sedente col bam-
bino, coi ss. Pietro e Paolo ai lati,
la quale si venera nella magnifica
cappella, che forma vestibolo alla
chiesa. Tal divota immagine per or-
dine del Cardinal d' Estouteville fu
dipinta da valente pennello nel por-
CHI
tico clelTa vecchia chiesa di s. Apol-
linare. Undici anni dopo la morte
di sì celebre Cardinale, recandosi Car-
lo Vili re di Francia in Roma con
trentamila soldati per conquistare
*- il regno di Napoli, cioè a' 3 r di-
cembre i494j nel pontificato di A-
lessandro VI, un corpo di francesi
prese quartiere a Tor Sanguigna,
COSI detta dalla torre contigua al
palazzo della fìimiglia Gemina, che
diede al Vaticano Leone VI, po-
scia chiamata Sanguigna, una delle
pili antiche di Roma, che restò e-
stinta in Pantasilea Sanguigni, la
quale si maritò a Ferdinando Tor-
res, che presentò la chinea pel re-
gno di Napoli a Pio IV. Occupò
un corpo di francesi il portico di
s, Apollinare, ed il Papa fu costret-
to a venire a concordia col re. La
licenza de' soldati profanò quel luo-
go a segno, che gli ecclesiastici del-
la chiesa ottennero per grazia dal
comandante d'incrostare e ricoprire
di calce la di vota immagine, ed i-
gnorandosi poscia l'avvenimento, in
diversi tempi fu per ben tre volte
imbiancato il portico. Né più si ebbe
alcuna traccia della immagine Ac-
cadde però che, a' i3 febbraio 1647,
nel pontificato d'Innocenzo X, vma
ten-ibile tempesta oscurò l' aere, e
fra la pioggia e i turbini d' impe-
tuoso vento, uno dei tanti fulmini
che caddero uccise una femmina di
cattiva vita abitante presso s. Apol-
linare. Sbigottito sommamente il
popolo, si rifugiò nel portico della
chiesa, implorando la divina miseri-
cordia. E mentre alzava fervide pi'e-
ghiere, all' improvviso cadde sponta-
neamente r intonaco della parete
che cuopriva l' immagine, e fra la
meraviglia e lo stupore di tutti, com-
parve la bella immagine della Ma-
donna, che rincorò ognuno a segno,
CHI 293
che colle mani venne interamoite
discoperta. Non è descrivibile il con-
corso, il quale subito si manife-
stò da tutte le parti della città
per venerarla, e quindi i miracoli, che
la divina onnipotenza fece, e le of-
ferte ed oblazioni contribuite dal po-
polo. Allora il p. rettore della chie-
sa , e del collegio germanico-unga-
rico ottenne da Innocenzo X di af-
figgere i voti intorno alla immagine,
di erigervi innanzi un altare, di far-
vi arder delle lampade, e di cele-
brarvi la messa, oltre l'indulgenza
plenaria pel giorno anniversario del-
la prodigiosa manifestazione, conces-
sa con apostolico breve. Fattosi di
tutto legale processo, il capitolo va-
ticano si determinò coronare con
corona di oro tanto la b. Vergine,
che il santo Bambino, lo che fu e-
seguito a' i5 agosto i653. Il culto
verso di essa si accrebbe, e costan-
temente si mantenne a vantaggio di
quelli, che ne impetrano il patroci-
nio, come si vede tuttora dagl' in-
numerabili voti appesi. L'anniversario
poi si celebra con molta solennità.
Nella serale recita delle litanie, quelle
del sabbato sono accompagnate dall'or-
gano. J^. Raccolta delle immagini
della Beata Vergine coronate con
corona d'oro ec, pag. loi. Madon-
na del portico di s. yépollinarej e
Notizie delV apparizione della beata
J^ergine di s. Apollinare j Roma
1827.
Finalmente nel secolo decorso ,
Benedetto XIV volle rifabbricaie la
chiesa per mezzo dell'architetto cav.
Fuga, facendo costruire del proprio
denaro il sontuoso altare maggiore,
e senza rimovere l'immagine della
Madonna dall' antico portico , fece
ridurre il portico medesimo a no-
bilissima cappella, che quasi vesti-
bolo precede la chiesa, erigendo di
294 CHI
contro all'immagine il fonte batte-
simale. Il Pontefice con solennità, e
alla pi'esenza de' Cardinali, a' 26 a-
gosto 1742, gettò la prima pietra
nei fondamenti, e terminata che fu
la fabbrica, con altrettanta pompa ,
alla presenza del sagro Collegio, ed
assistito dai Cardinali Cavalchini, e
Gentili, volle consacrarla a' 24 ot-
tobre 1 748 , giorno in cui si ce-
lebra la sagra. L' architettura è as-
sai gentile, ha una sola nave con
sei cappelle sfondate, e nel presbi-
terio evvi l'altare maggiore adorno
di bellissimi marmi, col quadro di
s. Apollinare eseguito dal bolognese
Graziani, avendone dipinto la volta
Stefano Pozzi. Sotto il detto pres-
biterio avvi un sotterraneo , ove
si venerano i ss. martiri summen-
tovati.
Dopo il 1773, in cui Clemente
XIV soppresse la compagnia di Ge-
sù, repristinata poi da Pio YII nel
i8i4j la chiesa di s. Apollinare ri-
mase affidata alla cura del parroco
e del sagrestano, e per un tempo
nel contiguo collegio fu collocata la
pontificia accademia di s. Luca [F^e-
di), finché Leone XII, colla bolla del
I." novembre 1824, tolse alla chiesa
la cura d'anime, che incorporò alla
parrocchia di s. Agostino, e nel re-
stituire il collegio romano ai gesui-
ti, trasfei-ì nel 1825 que' sacerdoti
che lo dirigevano, nel collegio e
chiesa di s. Apollinare, fondandovi
il seminario romano [Vedi), e col-
locandovi in uno dei due contigui
palazzi, il Cardinal vicario di Roma
{Vedi), cogli uffizi dipendenti dal
suo tribunale. Nella chiesa, oltre le
menzionate feste, a' 2 3 luglio si ce-
lebra quella del santo titolai'e, e ai
21 giugno quella di s. Luigi Gon-
zaga, protettore della gioventù.
CHI
S. Atanasio de' Greci. V. Colle-
gio GRECO.
S. Balbina, tìtolo Cardinalizio, nel
rione Ripa.
Questa chiesa nelle antiche me-
morie si trova collocata nella via
Appia, e in altre in quella Ardea-
tina, ma ciò avvenne perchè la chie-
sa col suo cimiterio è confinante
colle due vie. Per le parole extra
urbem , o extra muros, che talvol-
ta si leggono negli scrittori, si de-
ve intendere fuori dell' abitato del-
la città, giacché il luogo ove fu e-
retta la chiesa, prima era fuori del-
le mura di Roma, e poi vi fu com-
presa neir ingrandirne il circuito, il
che produsse nel Bosio, nell' Ugonio,
e in altri , 1' errore di credei* che
vi fosse ancora altra chiesa, e altro
cimitero di s. Balbina, e di s. Mar-
co Papa.
Presso le terme Antoniane e di
Caracalla, ed alle falde dell' Aventi-
no, dalla parte meridionale, il Pon-
tefice s. Marco nell'anno 336 edi-
ficò questa chiesa, la quale venne
chiamata del ss. Salvatore all' A-
ventino per avei-la a lui dedicata ,
forse perchè ne' dintorni vuoisi a-
vesse esistito un tempio, che da una
antica iscrizione si rileva essersi ap-
pellato Sanati Silvani Salvatoris in
hortis A ventini s. Tuttora esiste una
immagine del Salvatore, che la ti'a-
dizione dice dipinta da mano ce-
leste , per cui è in venerazione.
Ricorda essa 1' antico nome della
chiesa.
Lo stesso Pontefice s. Marco e-
resse il cimiterio, che prese il suo
nome, e quello di Ealbina, giacché
vuoisi, che tanto il luogo della chie-
sa, quanto quello del contiguo ci-
miterio, fosse la casa di s. Balbina,
CHI
e di s. Quirino suo padre, i quali
convertiti da s. Alessandro I, furo-
no sepolti nel cimilerio di Pretesta-
to, e poscia trasferiti in questo, ove
pure fu seppellito s. Marco, secon-
do la sua disposizione. Il di lui
corpo però in appresso venne tras-
portato nella chiesa, eli' egli pure
avea edificata a s. Marco evangeli-
sta presso il foro di Ti'ajano. Il ci-
mitero dipoi sonluosqmente fu ri-
stauiato dal Pontefice s. Nicolò I,
come si legge in Anastasio Biblio-
tecario.
Alla chiesa del Salvatore, Costan-
tino, ad istanza di s. Marco, donò
una possessione, ovvero, come riferi-
sce il Ciacconio, cenluni sexaginta
mireos coronatos annui censiis. Po-
scia vi furono trasportati i delti
corpi di s. Balbina, e di s. Quiri-
no, e collocati sotto l'altare mag-
giore, con altri cinque corpi di san-
ti martiri. Il Pontefice s. Gregorio
I, neir anno 600, la consacrò, e
dedicò alla vergine s. Balbina. E
siccome stava per rovinare la chie-
sa di s. Emiliana, che avea il ti-
tolo Cardinalizio, lo trasferì nella
chiesa di s. Balbina, in cui inoltre
pose la stazione, che ancoi'a si ce-
lebra nel martedì dopo la seconda
domenica di quaresima. Ne fu mol-
to di voto s. Gregorio III, che nel-
l'anno ySij la l'istaurò, facendovi
degli abbelUmenti, e donativi sì s.
Leone III, sì s. Gregorio IV, e sì
Benedetto III. Il Cardinal Pietro
Barbo che, nel i464> divenne Pa-
pa Paolo II, la rinnovò dai fonda-
menti, e le fece dono d'un croce-
fisso di marmo in basso rilievo, di
antico e nobile lavoro , eh' era in
venerazione nelle grotte vaticane ,
<'d ora sia nell'altare a destra. Al-
tri dicono , che il crocefisso avesse
appartenuto ad un aliare di tal Car-
CHI 295
dinaie nelle grotte vaticane, dalle
quali fu traspoitato in s. Balbina
nel i65o.
Quindi la chiesa fu data in cura
ai religiosi agostiniani eremitani, co-
me si vede da alcune immagini dei
loro santi , e dal contiguo moniste-
ro , dove per un' antica tradizione
si ha che vi facesse penitenza, e me-
nasse vita religiosa Guglielmo duca
d* Aquitania, convertito da s. Ber-
nardo. Tra gli agostiniani di que-
sto convento fiorì Cristoforo Perso-
na, priore di esso, che nel 14^4 ^^
fatto bibliotecario della basilica va-
ticana. Indi Pio IV r affidò in-
vece alla custodia del capitolo va-
ticano, che suole uffiziarla nel dì
della stazione, e a' 3i marzo festa
di s. Balbina. Clemente VIII vi fece
dipingere dal Fontebuono la tribu-
na, ed il Cardinal Pompeo Arrigoni
titolare, vi operò alcuni ornamenti
e ristauri. Altro titolare fu il Car-
dinal Cibo, che assunto al pontifi-
cato, pi-ese il nome d'Innocenzo VIII.
Finalmente il capitolo vaticano la
concesse sotto Innocenzo XII alla
congregazione religiosa dei pii ope-
rai di Napoli; ma ora in essa non
essendovi piìi, il medesimo capitolo
da ultimo fece alla chiesa diversi
miglioramenti, e vuoisi che i terreni
contigui appartenenti allo stesso ca-
pitolo pel mantenimento della chie-
sa, sieno parte di quelli donati da
Costantino, che, secondo il Panci-
roli, concorse pure nell' edificazione
della chiesa. Dietro l'altare maggio-
re nell'emiciclo della tribuna, in una
nicchia abbellita di mosaici, evvi la
sedia pontificale di marmo; e nel-
l'annesso giardino vi sono grandiosi
avanzi di edifizii, che si vogliono
appartenenli a Cornificio. Oltre i
sum mentovali , furono benefattori
di questa chiesa diversi Cardinali
296 CHI
titolari, r ultimo de' quali fu l' otti-
mo e pio Cardinal Ercole Dandini
i-omano, che nel suo testamento le
lasciò un calice d'argento, ed alcu-
ni sacri paramenti.
Ss. Bambino Gesù' V. Bambino
Gesìi, monache.
A' 25 dicembre, festa del ss. Na-
tale, in questa chiesa il senato ro-
mano ogni biennio fa l' oblazione
d' un calice d' argento, e di quattro
torcie di cera.
S. Bàrbara e s. Tommaso cV Aqui-
no della confraternita de' librai,
nel rione Parione,
Questa antica chiesa vuoisi eretta
nei primordi del secolo XIV verso
l'anno i3o6, in onore di s. Barbara
vergine e martire. Vi fu collocato
parte del suo corpo, ed il velo che
ricuoprì la sua tomba. Divenne par-
rocchia, e Giulio III nel i55i l'ele-
vò al grado di titolo Cardinalizio,
conferendolo al Cardinal Giannandrea
Mercurio, arcivescovo di Messina.
Quindi nel 1^70, s. Pio V asscgnoUa
al Cardinal Gaspare Zuniga Avel-
laneda, arcivescovo di Siviglia , che
il Novaes e il Cardella dicono del-
l'oi'dine de' diaconi, e il Mai'angoni
di quello de' preti. Però il Pontefi-
ce Sisto V soppresse questo titolo ,
e Clemente Vili gli levò la cura
parrocchiale , affidando la custodia
della chiesa ai padri gesuati di san
Girolamo. Tultavolta nel medesimo
pontificato, e nel 1600 l'ebbe la con-
fraternita de' librai, istituita dal p.
Gio. Maria Guangelli di Brisighella,
. maestro del sacro palazzo apostolico,
il quale pi'ese a protettore s. Tomma-
so d Aquino, e poi vi aggiunse s. Gio-
vanni di Dio, che ne avea esercitata
CHI
l'arte, come si ha dal Piazza, Ope-
re pie di Roma^ p. 63o. Sotto In-
nocenzo Xl,'Zenobio Masotti libraio
fiorentino la fece ristaurare ed ab-
belHre con disegno di Giuseppe Pas-
seri. Nelle cappelle vi sono buoni
quadri eseguiti da valenti pennelli,
fra' quali un' antica, e divota imma-
gine della b. Vergine , che prima
stava nel pati'iarchio lateranense. Sic-
come il sodalizio ha un Cardinale
per protettore, membro delle con-
gregazioni del s. olfizio, o dell' indi-
ce, cos\ è da ricordarsi essere stato
uno tra i suoi protettori il Cardinal
Ganganelli , che creato Papa nel
1769 col nome di Clemente XIV,
volle ritenerne la protezione. A' 4
dicembre vi si celebra la festa di
s. Barbara con indulgenza plenaria,
e a' 7 marzo la festa di san Tom-
maso d'Aquino.
S. Bartolomeo de' bergamaschi. V.
Arcicojvfraternita de' ss. Bartolo-
meo , ED Alessandro de' bergama-
scui, m s. Maria della pieta\
S. Bartolomeo all'isola , titolo
Cardinalizio con parrocchia in
cura de^ religiosi minori osservan-
ti, nel rione Ripa.
L' isola di Trastevere, tiberina, o
licaonia, inter duos pontes , cioè il
Fabricio detto quattro capi, e Ceslio
o di s. Bartolomeo , ove fu eretta
questa chiesa, ha la seguente origi-
ne. Avendo il senato romano, dopo
il discacciamento del settimo ed ul-
timo re di Roma Tanjuiiiio il su-
perbo, concesso tutti i di lui beni al
popolo, questo in odio del tiranno,
gettò nel Tevere tutti i fasci del
grano raccolto in uno de' suoi cauì-
pi. E tale si fu la quantità, che
uou ebbe forza il Tevere di traspor-
CHI
tarla a cagione delle poche acque,
che in quell'epoca aveva. Laonde
si formò tin' isola , cui i romani
diedero la forma di nave, e sta-
bilirono con bastioni e argini, e poscia
abitarono. Neil' anno ^6i poi di
Roma, facendo in questa città mol-
ta strage la pestilenza, il senato spe-
dì un' ambascieria al celebre tempio
d'Esculapio in Epidauro ; ed avendo
ottenuto un serpente di bronzo sim-
bolo di quella falsa divinità , nel
portarlo in Roma entro una nave,
essa nello sbarcare in quest'isola si
smarrì, per cui il senato volle eri-
gervi un tempio ad Esculapio , ed
uno spedale. Nel fortificar l'isola, le
diede appunto allora la forma di nave
in memoria dell'avvenimento. Poscia
vi furono innalzati anco due altri
templi, uno a Giove Licaonio, per
cui r isola si chiamò Licaonia ; l'al-
tro a Fauno, che Domizio Enobarbo
fabbricò col ricavato dalle multe im-
poste a' mei'canti di pecore.
In questa isola pertanto , verso
l'anno 988, nella chiesa dedicata a
S.Adalberto, l' imperatore Ottone III
ripose un bi'accio di tal santo mar-
tire, e vescovo di Praga, ornando
la chiesa con molte gemme ed oro.
In appresso l' imperatore l' arricchì
con due corpi de' santi, che poi fu-
rono trasportati nella chiesa del Ge-
sù , oltre quelli dei ss. Esuperanzio,
Marcellino, Sabinio, Gilberto, e del-
la s. matrona Teodora. Ritornando
quindi dal monte Gargano, ove fece
la penitenza impostagli da s. Ro-
mualdo, nel passare da Benevento ,
come dice il Baronio all'anno 1000,
e confermano i mss. vaticani, prese
ivi il corpo di s. Bartolomeo apo-
stolo, lasciando a quella città la pelle
toltagli quando fu scorticato, e por-
tatolo in Roma, in uno al corpo di
s. Paolino vescovo di Nola, ambedue
CHI 297
li collocò nella chiesa di Adalberto,
e quello di s. Bartolomeo in un' urna
di porfido. Tale e tanta fu la di-
vozione de' romani pel santo aposto-
lo, che imposero all' isola il suo no-
me. Scrive Sigiberto che, nel iiSy,
in una grave inondazione del Te-
vere , il corpo fu trasportato dalle
acque in un' antica chiesa posta su
di altra isoletta del fiume , e che
tutto intero fu ritrovato con alcune
lamine di bronzo, nelle quali era
descritta in greco e latino la trasla-
zione del medesimo coipo di s. Bar-
tolomeo da Benevento a Roma. Sul-
la questione del luogo , ove riposi
il corpo del detto s. apostolo, par-
lammo all'articolo Benevento, cioè
al volume V, pag. 109 del Dizio-
nario.
11 Pontefice Pasquale II, nel 1 1 1 3,
rislaurò questa chiesa , e ne lasciò
memoria ne' seguenti versi scolpiti
sull'architrave della porta principale:
Teriius istorum rex translulit Otto
p rio rum
Corpora, queis domus hcec sic re-
dimita viget.
Qitce domus isia gerit^ si pignora
noscere quceris^
Corpora Paulini sint , crede, Bar-
tholomm.
Anno dominicce Incarnationis mcxiii.
Ind. yii.
Poco dipoi, creato Papa nel 1 1 1 8
Gelasio II , fece alcuni ristauri alla
chiesa, e ne accrebbe il divino culto;
ed Alessandro III non solo la rie-
dificò, ma volle solennemente con-
sacrarla a' 21 marzo del 1170, o,
come altri dicono , del 1 1 74. Nel
contiguo convento anticamente era-
\i il palazzo episcopale e la resi-
denza del Cardinal vescovo di Por-
to, che avea giurisdizione su parte
193 CHI
«Iella regione di Trastevere. Neil' i-
sola fu ancoi'a la residenza dell' al-
tro Cardinal vescovo suburbicario
di s. RufFina, avanti che fosse unita
alia sede di Porto, cioè nel sito ove
fu eretto l' ospedale di s. Giovanni
(di Dio [Vedi), incontro alla chiesa
di s. Bartolomeo. In questa chiesa
il vescovo portuense celebrava le sa-
cre funzioni, e conferiva gli ordini;
pd è perciò, che eravi il capitolo
della cattedrale con canonici ed ar-
ciprete, il quale godeva il privilegio
della mitra. In progresso di tempo,
cessata la .giurisdizione episcopale
del Cardinal di Porto, e diminuite
Je entrate, la chiesa passò in custo-
dia di alcuni saceidoti, finché Leo-
ne X, nel i5i3, l'affidò alla cu-
ra de' religiosi chiareni (P^edi). In-
di il medesimo Pontefice, nel i5i'/,
l'elevò al grado di titolo Cardinali-
zio, e pel primo ne fregiò Dome-
nico Jacobazzi , a cui Clemente
VII nell'almo i533 diede per suc-
cessore il Cardinal Giovanni le Ye-
neur. Il Panciroh dice, che nel i^ig
Leone X diede la chiesa di s. Bar-
tolomeo ai minori osservanti , ai
quali il Piazza vuole che la conce-
desse s. Pio V, allora quando incor-
porò a loro i chiareni. f^. il p. Ca-
simiro da Roma, Memorie storiche
delle chiese , e dei conventi de frati
minori della provincia romana ^
|loma 1744-
I Cardinali titolari di quando in
quando non mancarono di abbellire,
e ristaurare questa chiesa. II Car-
dinal Giulio Antonio Santorio nel
iGoi fece sull'altare maggioi'e un
nobile ciborio sostenuto da quat-
tro colonne di porfido; e con di-
segno di Martin Lungo, vi fece di-
pingere la tribuna , edificò 1' altare
della Madonna, oltre il soffitto do-
ralo. Il Cardinal Tarugi ripose in
CHI
detto, altare molte rehquie , e col-
locò quelle di s. Paolino in una no-
bile cappella. Il Cardinal Tonti, al-
tro litolare, ornò le cappelle; e nel
1625 colle limosine del Cardinal
Trcschio, e del capitan Zanelli fu
dorato il soffitto, e fatto l' organo ,
concorrendovi pure il Cardinal Cien-
fuegos titolare.
L' ingrandimento del convento di
s. Bartolomeo si deve al Cardinal
Francesco Barberini, prolettore dei
francescani, e ne fu benemerito an-
che il Cardinal Antonio Barberini. La
facciata esteriore, decorata con quattro
colonne di granito , fu architettata
dal mentovato Martin Lungo. L'in-
terno della chiesa è diviso da tre
navate, con ventiquattro colonne, la
maggior parte di granito , che ap-
paitennero forse ad alcuno dei tre
templi summentovati. La festa di
s. Bartolomeo vi si celebra a' 25
agosto. Non si deve poi passare sot-
to silenzio, che nelle vicende poli-
tiche e repubblicane del 1798, a-
vendo la licenza militare profanato
e derubato la chiesa , i venerandi
corpi dei ss, Bartolommeo , Adal-
berto, Paolino, Esuperanzio, e Mar-
cellino ec., furono traspoitati nella
basilica di s. Maria in Trastevere,
da dove poi con solennissima pom-
pa, che descrive il num. 69 del
Diano di Roma del 1800, regnan-
do Pio VII, furono a' 24 agosto
riportati a questa loro chiesa, in
memoria del quale avvenimento dai
minori osservanti si rilasciò alla ba-
silica una reliquia insigne di s. Bar-
tolomeo.
S. Bernardino. V. Francescane Mo-
nache del terzo Ordine.
S. Bernardo alle Terme ^ titolo
Cardinalizio^ con parrocchia, in
CHI
cura de^ monaci Cistercìensi, nel
rione Monti.
Il sitOj ove si trovano la chiesa e
il monistcro di s. Bernardo, col
giardino annesso, quello ov' è pre-
sentemente la chiesa di s. Maria
degli Angeli, colla Certosa ed altre
adiacenze, è quel medesimo nel qua-
le un dì sorgevano le vaste terme
dell'imperatore Diocleziano, inzup-
pate dal sudore e dal sangue dei
martiri, che vi furono destinati al
lavoro, e poscia trucidati. Rovinate
le terme dai barbari, e dall'ingiu-
ria del tempo, l' immenso terreno
che le sostenne, dopo varie vicen-
de, fu acquistato nel secolo XVI dal
Cardinal Giovanni Bellay porporato
di Paolo III, il quale lo ridusse a
deliziosa villa, che prese il nome
dal fondatore, ed è conosciuta sot-
to la denominazione di Orti Belle-
jani. Dopo la morte di lui, T acqui-
stò per ottomila scudi il Cardinal
s. Carlo Borromeo, ma il di lui zio
Pio IV, avendolo fatto reintegrare
dalla camera apostolica , di tutto
fece amplissima donazione ai certo-
sini, erigendovi la sontuosa chiesa
di s. Maria degli Angeli. Indi i
certosini ritennero il possesso degli
Orti Bellej'ani sino al i5g3, nel
qual anno li vendettero a Caterina
de' nobili Sforza, contessa di Santa-
fiora, parente di Giulio III, la qua-
le, a' 3 I gennaio 1 594, ne fece ir-
revocabile donazione inter vivos ai
religiosi cistcrciensi dal p. d. Gio-
vanni de la Barriere, fondatore dei
bernardoni, o congregazione de'Fo-
glianti, ne' termini, e colle condizio-
ni che riporta Nicola Ratti, Della
Famiglia Sforza, parte II, pag. i g i ,
e seg. Quindi ai medesimi cister-
cicnsi, che da s. Vito erano passali
a s. Pudenziana, la pia contessa in
CHI 299
un antico calidario, o sferisterio del-
le dette terme, unico avanzo di es-
se, nel 1598, fece generosamente
fabbricare una nobile chiesa in o-
nore di s. Bernardo, abbate di Chia
ravalle con comodo e contiguo mo-
nistcro ; fabbriche, eh' ebbero com-
pimento nel 1600. In quell'anno,
essendo morto ai 25 aprile il fon-
datore p. la Barriere, la contessa
Sforza gli fece celebrare solennissi-
me esequie nella chiesa di s. Ber-
nardo, ove restò sepolto. Venendo
poi anch'essa a morire ai 12 di-
cembre i6o5, volle essere sepolta
in questa sua chiesa, di cui fu bene-
fattore anco il di lei figlio Cardinal
Francesco Sforza, il quale dispose
essere tumulato sotto l' aliare di
s. Bernardo. Rotonda pertanto è la
figura di questa chiesa nell' intor-
no, e i due grandi altari laterali
sono decorati da quattro colonne
di verde antico. Oltre a ciò, nell'an-
nesso giardino, la medesima contes-
sa eresse una cappella o oratorio ,
in onore di s. Caterina vergine e
martire, la quale ora non più e-
siste.
Avendo il Pontefice Clemente IX,
nel 1669, soppresso il titolo Cardi-
nalizio di s. Salvatore in Lauro, il
di lui successore Clemente X lo tras-
ferì nel 1670 alla chiesa di s. Ber-
nardo, conferendolo pel primo al
celebre Cardinal Giovanni Bona, ab-
bate generale della stessa congrega-
zione de' Foglian ti , il quale aveva già
ottenuto da Clemente IX, pei benefizi
ricevuti dal popolo romano da s. Ber-
nardo, nell' epoca in cui visse, l'an-
niversaria offerta del calice di ar-
gento, con quattro torcie di cera, ai
16 giugno 1669, cioè prima ancora
che da lui venisse creato Cardina-
le. Questo amplissimo personaggio
beneficò largamente il suo titolo, ac-
3oo CHI
crebbe i sedili del coro, collocb nn
elegante tabernacolo sull' altare, e
sulla tribuna eresse l' organo. Donò
alla sagrestia varie suppellettili sa-
gre, ingrandì il monislero, lo arric-
chì della sua biblioteca, e volle es-
sere seppellito nel coro. Da ultimo
la chiesa di s. Bernardo, nel 1824,
fu da Leone XII dichiarata par-
rocchia, ed in essa ai. 20 agosto si
celebra la festa del santo titolare,
'nel qual giorno tuttora si fa la sud-
detta offerta.
S. Behnabdo al foro Trajano _,
dell' arci confraternita del ss. No-
me di Maria. Vedi.
S. Bugio dell' Anello, già tito-
lo Cardinalizio, ora non piìi esi-
stente.
Fu così chiamata questa chiesa ,
o dal conservarvisi 1' anello del san-
to titolare, ovvero dall' anello di
bronzo, che pendeva dalla cima del-
l'arco de'Catinari, il quale venne
chiuso nell'area della chiesa e colle-
gio di s. Carlo de' Catinari. Dice il
Panciroli che Gregorio XIII diede
la sua cura parrocchiale ai chierici
regolari barnabiti, per cui alcuni
di questi religiosi passarono ad a-
bitare una specie di canonica, o col-
legio presso questa chiesa. A' i5
giugno 1587, Sisto V eresse la
chiesa in titolo Cardinalizio, di cui
successivamente furono decorati ot-
to Cardinali. Il primo fu il Cardi-
nal Ippolito de Rossi. Clemente YIII,
nel 1 596, lo diede al Cardinal Fer-
dinando Ninno de Guevara; ma a-
vendolo trasportato Paolo V alla
chiesa di s. Carlo a' Catinari, il se-
sto litolare fu il Cardinal Ottavio
Bel mosto, che ne prese possesso ai
16 novembre 1616. Quindi dallo
CHI
stesso Pontefice, s. Biagio fu con-
cesso contitolare alla chiesa di 8.
Carlo, cioè ai 2 1 maggio 1 6 1 8, on-
de da questo giorno la chiesa di s.
Carlo fu chiamata de' ss. Biagio e
Carlo ai Catinari. L' ultimo titolare
fu il Cardinal Giovanni Delfino ,
vescovo di Vicenza, che ne prese il
possesso ai 2 settembre 1622, giac-
ché Urbano Vili, ai 6 ottobre 1627,
trasferì il titolo alla chiesa di s.
Carlo al Corso. Ma a quest' epoca
già la chiesa di s. Biagio avendo
sofferto in un incendio era stata
demolita, e in parte della sua area
eravi stato edificato il collegio dei
barnabiti di s. Carlo. Paolo V tras-
ferì poi i privilegi, onori, preroga-
tive, e rendite della chiesa di s.
Biagio a quella di s. Carlo a' Cati-
nari, in uno alla confraternita del
ss. Sagramento, che sotto Gregorio
XIII era stata istituita in s. Biagio.
S. Biagio della Pagnotta degli ar-
meni. V. Ospizio della nazione ar-
mena.
S. BiBiANA all'Orso pileato, del ca-
pitolo di s. Maria Maggiore^ nel
rione Monti.
Nel luogo detto anticamente ad
ursian pileatum, per un orso di
marmo ivi esistente con un cappel-
lo in capo, presso il palazzo del-
l'imperatore Licinio zio di Costanti-
no, Olimpia matrona romana, verso
l' anno 363, eresse una chiesa in
onore di s. Bibiana, ov' era la casa
di questa vergine e martire. Il Pon-
tefice s. Simplicio, nell'anno 4^7,
la consagrò, ma cadendo in rovina,
Onorio III la rifabbricò, e nel 1224
la consagrò nel giorno della sua sta-
zione, cioè il venerdì dopo la quar-
ta domenica di quaresima. Quindi
CHI
fu magnificamente riedificata nel
1625 da Urbano Vili, coli' opera
del cav. Bernini, il quale vi rinno-
vò pure la facciata , venendo da
quel Papa decorata di stimabili pit-
tuie. E siccome i corpi delle ss. Bi-
bìana, e Demetria sorelle, nonché
della loro madre Drafosa dall' anti-
ca chiesa erano stati portati per
ordine di Eugenio IV nella basilica
di s. Maria Maggiore, il Papa so-
lennemente li fece trasferire alla
nuova chiesa, e vi ripose la stazione,
che per lo stato deplorabile della
chiesa era stata tolta, e messa a s.
Eusebio. 11 suo interno è piccolo a
tre navi separate da otto colonne
antiche, sei delie quali sono di gra-
nito. Sull'altare maggiore evvi la sta-
tua di s. Bibiana, eh' è una delle
più belle opere del detto Bernini.
Presso la porta si vede una colon-
na di marmo di rosso antico, alla
quale vuoisi fosse legata la santa ,
quando fu uccisa a colpi di flagel-
li piombati; e nella chiesa si ve-
nera un'antica immagine del Salva-
tore.
Sotto questa chiesa evvi il cimi-
lerio di s. Anastasio Papa, detto pu-
re ad ursuììi pìleatunij ove fu se-
polto in uno al Pontefice s. Innocen-
zo I, ed a Bifì^ martiri, oltre le don-
ne e i bambini. Questo cimiterio fu
fatto nella persecuzione di Giuliano
apostata da s. Flaviano, che studio-
samente vi seppelliva i santi martiri,
ciò che continuarono a fare s. Bibia-
na sua figlia, e s. Demelria sorella
di questa, le quali poi vi furono se-
polte insieme alla loro madre in
un' ui'na di granito orientale dai ss.
Giovanni e Pigmenio preti. E sic-
come s. Anastasio I restaurò la chie-
sa e il cimiterio, e vi si fece sep-
fiellire, fu chiamato col suo nome.
Si sa pure, che anticamente in que-
CHI
3oi
sto luogo v' era un monistero di
monache, edificato dalla stessa O-
limpia, ov'ella santamente visse e
morì. In progresso l'abitarono le
domenicane, ed ancora si vedono
relative memorie nel pavimento del-
la chiesa. Mancando ancora queste, per
lo stato rovinoso in cui trovavasi la
chiesa, Eugenio IV fece trasportare
a s. Maria Maggiore, come dicem-
mo, il corpo di s. Bibiana, e nel
1439 unì la chiesa a quella basili-
ca, il cui capitolo si reca ad uffi-
ciarla il giorno della stazione, e ai
1 dicembre festa della santa. Nel
1627 Domenico Pedini dedicò ad
Urbano VIII, e pubblicò colle stam-
pe la vita di s. Bibiana vergine e
martire romana^ ed a pag. Sy e
seg. , riporta la storia di questa
chiesa.
S. BoNAVENTUHA de' Lucchesi. V.
Chiesa di s. Croce e di s. Bona-
ventura de' Lucchesi, e Confra-
ternita DI TAL NOME.
S. Bonaventura alla Polveriera.
V. Francescani Alcantarini.
S. Caio, già titolo Cardinalizio, delle
monache Carmelitane della ss.
Incarnazione, dette le Barberine.
Il santo Pontefice Cajo, zio di
s. Susanna, il quale fu martirizzato
a' 2 aprile dell'anno 296, sotto Dio-
cleziano, di cui era nipote, fu sepolto
nel cimiterio di Calisto. Quindi im-
mediatamente la sua casa fu consa-
grata in chiesa, facendosi poi altret-
tanto coir altra parte di essa, in
onore di s. Susanna; il perchè am-
bedue queste chiese furono dette :
ad duas domos; cioè nella prima
chiesa eravi la casa di s. Cajo, nella
3oi CHI
seconda, quella del suo fratello s.
Gabino, padre di s. Susanna. Sì vuole
pertanto, che quel Papa in questa
sua casa, nel tempo delle perse-
cuzioni esercitasse segretamente le
funzioni sagre e pastoi'ali di capo
della Chiesa , e forse fu anco ivi
dove pati il martirio, sebbene alcuni
vogliano , che si sostenesse da lui
nelle catacombe di s. Sebastiano,
dopo quello del fratello e nipote.
S. Silvestro I ridusse poscia in mi-
glior forma tanto la chiesa di san
Cajo, che quella di s. Susanna, giac-
ché per lo avanti, benché consagra-
te , si tenevano occulte per timore
de' gentili. In ambedue fu posta la
stazione nel medesimo giorno, cioè
nel sabbato dopo la terza domenica
di quaresima. Cos\ fu posto il titolo
Cardinalizio in tutte e duej unione,
che durò sino a s. Gelasio I, il
quale li divise, e ne formò due,
uno col nome di s. Cajo Pontefice
e martire, l'altro de' ss. Gabino e
Susanna, come rilevasi dalle sotto-
scrizioni dei titolari ne' concili, per
cui si legge un Asello prete de' ss.
Gabino e Susanna, ed un Benedetto
prete di s. Cajo, un Agatone arci-
prete della chiesa de' ss. Gabinio e
Susanna, ed un Severo arciprete
dell'altra, nell'anno 494-
Tuttavolta si ha, che s. Gregorio
I, nell'anno 600, trasferì il titolo
di s. Cajo nella chiesa de' ss. Quat-
tro, ovvero, come dice il Piazza,
in quella di s. Calisto; mentre per
r ingiuria de' tempi essendosi rovi-
nata la chiesa di s. Cajo, Pio IV
ne trasportò la stazione in quella
vicina di s. Maria degli Angeli. Non
sapendosi poi l' area ove avesse esi-
stito la chiesa di s. Cajo, nel pontifi-
calo di Urbano Vili, alcuni nobili
dulmatini recatisi in Roma, fecero
ricci che della medesima, afliuc di
CHI
onorare il santo Pontefice loro con-
nazionale, ed in rendimento di gra-
zie pei benefici ricevuti da Dio a
sua intercessione. Locché saputosi
da Urbano Vili, ne agevolò il pio
desiderio, ed incominciati gli scavi,
si rinvennero indubitati segni del-
l'antica chiesa, e persino delle reli-
quie di s. Cajo, e del fratello san
Gabinio, che il generoso Pontefice
nel rifabbricare dai fondamenti la
chiesa con architettura del Paparelli,
e di Vincenzo della Greca, ripose
con gran pompa nell'altare mag-
giore della medesima. Non restituì a
quel luogo 1' antico titolo Cardinali-
zio, ma la sola stazione, nel suin-
dicato giorno, che tuttora vi si ce-
lebra. Quindi lo stesso Urbano Vili
uni questa chiesa al contiguo moni-
stero delle carmelitane della ss. In-
carnazione del Verbo divino [F^edi),
chiamate le Barberine. Ridolfino Ve-
nuti, tom. I, pag. 179, dice essere
stato Alessandro VII, che concesse
la chiesa di s. Cajo alle dette mo-
nache, le quali ai 22 aprile ne ce-
lebrano la festa, f^. Godefr. Hen-
schenii. De s. Cajo Rom. Pont. M.
Commentar, in tom. Ili 3 aprii.
Bolland. pag. i3. F. C, e Carlo
Bartolomeo Piazza, Eorterologio,o\-
vero le Sagre stazioni di Roma,
pag. 2 1 8, e seg.
San Calisto, titolo Cardinalizio,
in cura dei monaci Cassinesi, nel
rione Trastevere.
Nel medesimo luogo ov' era la
casa di Ponziano nobile romano, e
presso la chiesa di s. Maria in Tras-
tevere eretta dal Pontefice s. Cali-
sto 1 , questi si ritirava in tempo
delle persecuzioni. Avvenne poi nel-
l'anno 226, che fu gettato con un
sasso al collo ucl pozzo, che trovasi
CHI ,
in una cappella di questa chiesa ,
donde dopo dieci giorni, cioè ai i4
ottobre, Io trasse uno de' suoi preti
chiamato Astei'io, il quale accompa-
gnato dal clero della Chiesa Romana
lo seppelFi appresso s. Calepodio nel
cimitei'io detto di s. Pancrazio, da
dove venne trasportato alla basilica
di s. Maria in Trastevere. Nel luogo
pertanto ove s. Calisto patì il mar-
tirio, ed ove adunavasi coi cristiani
per celebrare i divini ufllzi, fu eretta
in venerazione della sua memoria,
sotto r invocazione appunto di san
Calisto, una piccola chiesa o orato-
rio, ove, ad onta delle persecuzioni,
si ritiravano i cristiani travagliati
da esse, come vi si rifugiarono i
ss. Mario e Marta persiani. Laonde
questa piccola chiesa può conside-
rarsi come una delle prime di Ro-
ma , e della crescente cristianità
nella regione di Trastevere, stata
abitata da s. Pietro, allorché giunse
a Roma. Per le quali venerande
memorie, la chiesa di s. Calisto dal
santo Pontefice Gregorio III, verso
l'anno 74 1> fu restaurata. Siccome
la detta chiesa di s. Maria in Tras-
tevere per essere stata edificala da
Calisto I, fu detta titolo di Calisto,
non si deve confondere con questa
chiesa , la quale soltanto da Calisto
III fu dichiarata titolo Cardinalizio
nel 1458, in luogo di quello sop-
presso di s. Cajo. E ciò fece Calisto
IH in onore del piedecessore di cui
era divoto, e per rinnovare la me-
moria dell'antico titolo di Calisto,
che non piìi con esso, ma con quel-
lo di s. Maria in Trastevere nomi-
navasi. Pel primo lo conferì al Car-
dinal Ludovico Milano spagnuolo,
figlio di una sua sorella. Osserva il
Panvinio, che Calisto HI fu il pri-
mo Papa, il quale dopo s. Grego-
rio I, aggiungesse nuovi titoli al
CHI 3o3
numero de' ventotto. Così deve an-
coi'a avvertirsi, che il palazzo fab-
bricato dal Cardinal Giovarmi Mo-
roni presso s. Maria in Trastevere,
di cui era titolare, poscia fu abita-
zione de' successori , non dei titolari
della chiesa di s. Calisto, come per
Io più scrissero gli autori. Che poi
tal palazzo sia diverso da quello
unito alla chiesa di s. Maria in
Trastevere, lo dicemmo all'articolo
Cassinesi, che lo eressero, dopo che
Paolo V, in compenso del monistero
cui avevano perduto sul Quirinale,
per ampliare il palazzo apostolico,
nel 1608, diede loro la chiesa di
s. Calisto, e il palazzo del Cardinale
Moroni , assegnando in vece ai Car-
dinali titolari di s. Maria in Tras-
tevere che l'abitavano, annui scudi
quattrocento venti per indennizzo.
Il Piazza, parlando del titolo di
s. Calisto , dice a pag. 562 , che
questo titolo per qualche tempo ri-
mase vacante sino a Paolo V, ii
quale, dopo aver dato ai cassi nesi
la chiesa di s. Calisto, ne ristabilì
il titolo col conferirlo nel 1608 al
celebre Cardinal Lanfranco Maigotti,
che da aiutante di camera del Car-
dinal Cinzio Aldobrandini , lo eia
divenuto con Clemente VHI, e con
Paolo V, riunendo la qualifica di
segretario, siccome valente nello stile
epistolai'e , e d' animo grande , ad
onta della sua bassa nascita. Quindi
r ebbero i seguenti porporati , le
notizie de' quali si riportano ai ri-
spettivi articoli: Vincenzo Costaguti,
Tiberio Cenci, Prospero CalFarelli,
Pietro Vidoni, Fabrizio Spada, Gian-
nantonio Davia, Prospero Maiefo-
schi, d. Leandro Porzia cassinese,
Enrico Osward de la Toui- d'Au-
vergne de Buglione, d. Fortunato
Tamburrini cassinese, Uibano Pa-
racciaui, d, Gregorio Barnaba Ghia-
3o4 CHI
ramontì , cassinese , poi nel 1 800,
Pontefice Pio VII, Carlo Giuseppe
Filippo de Martiniana, Domenico
Spinucci, d. Mauro Cappellari camal-
dolese, ora regnante Sommo Ponte-
fice Gregorio XVI, il quale nel i83i
creando Cardinale pel primo Luigi
Lambruschini barnabita, gli conferì
lo stesso suo titolo, e poi lo fece
segretario di stato, con le altre ca-
riche , che registrammo all' articolo
Barnabiti.
Non solo Paolo V diede in com-
penso ai cassinesi il suddetto palaz-
zo, e la custodia della chiesa di san
Calisto, ma, affinchè rimanesse que-
sta in maggior vista, e più comoda
al popolo, apri due lunghe strade,
una che conduce a s. Francesco a
Ripa, ed a porta Portese, l'altra
alla chiesa di s. Cosimato, ossia ss.
Cosma e Damiano. Di poi la con-
gregazione cassinese nell'edificarvi il
vasto e contiguo monistero, coli'ope-
ra dell'architetto Orazio Torregiani,
che lo fu pure del monistero, riedi-
ficò ancora la chiesa, e l'ampliò
alquanto, rinchiudendo in una cap-
pella il mentovato pozzo ove fu
precipitato s. Calisto, pozzo, che
prima era fuori della chiesa, ed a
cui andava il popolo ad attinger
r acqua , anco per divozione al battesi-
mo dato con essa da s. Calisto I a
Palmazio ed altri martiri, i quali
si numerano fino a quaranta. La
chiesa, è ornata di pitture, cioè
quelle del soffitto, e dell'aitar mag-
giore colla beata Vergine ed alcuni
santi, che sono di Avanzino Nucci.
Negli altari laterali, il quadro col
martirio di s. Calisto, è di Giovanni
Bellinert fiorentino, e quello di san
Mauro è del cav. Pierleone Ghczzi,
I benedettini cassinesi ufficiano que-
sta chiesa nell'estate, perchè nelle
altre stagioni dimorano nel moni-
CHI
stero presso la basilica di s. Paolo,
celebrando la festa del santo ai i4
ottobre. V. Pietro Moretto ; De snncto
Callixto Papa et M. ejusque basilica
s. Mance trans Tyberim nuncupata^
Romae , 1 752 , massime il capo
Vili, Aliamne ecclesiam extnixerit
trans Tfben'ni s. Callixtus? ed a
pag. 3 18, 319, e 320, ove riporta
le visite fatte in questa chiesa da
Clemente XI.
Ss. Carlo al Corso. V. Ss. Ambro-
gio E Carlo.
S. Carlo alle quattro Fontane ^ det-
to volgarmente s. Carlino, dei re-
ligiosi Trinitari scalzi. Fedì.
S. Carlo a' Catinart, con parroc-
chia in cura de" religiosi barna-
biti, nel rione s. Eustachio.
I chierici regolari barnabiti, che,
come diremo, eransi stabiliti in Ro-
ma nella chiesa di s. Paolino, o s.
Paolo decollato a piazza Colonna,
volendo pei primi erigere una chie-
sa in onore di s. Carlo Borromeo
Cardinal di s. Chiesa, e nipote di
Pio IV, acquistarono diverse case
nelle vicinanze de' Catinari e della
chiesa di s. Andrea della Valle dei
religiosi teatini, che per alcune ra-
gioni vi si opposero, mentre giti i
barnabiti abitavano la casa o cano-
nica presso la chiesa di s. Biagio
dell'Anello, la cui cura parrocchia-
le da Gregorio XIII era stata loro
conceduta. Questa chiesa appellavasi
dell' Anello per l'anello di bronzo, che
pendeva dalla cima dell'arco de'Cati-
nari, che andò chiuso nell'area della
chiesa e collegio di s, Carlo. Successe
però una pacifica comjxìsizionc, com-
prando i teatini le case di s. Biagio,
ma mentre erasi stabilita l' area per
CHI
edificare la chiesa, cioè nelle case
pi'esso s. Sebastiano alla Cloaca, si
manifestò un furioso incendio, che
distrusse varie case senza mai pro-
pagarsi in quelle destinate per la
fabbrica della nuova chiesa; e fu
mirabile che gli abitatori di esse nel
difendersi dal fuoco, altro non sa-
pevano dii'e che : ajutaci s. Carlo.
Dopo tale avvenimento, i religiosi
presei'o possesso delle case compe-
rate, cioè del palazzo Orsini, che
occupava una parte del teatro di
Pompeo e delle isolette presso l'ar-
co de' Gatinari, chiuso il vicolo che
le divideva, lo che fecero ai 29 set-
tembre 1 6 1 1 , inalberando sul pa-
lazzo una gran croce, in segno che
era destinato ad uso sagro, secondo
il disegno di Gaspare Guerra ar-
chitetto. Quindi privatamente fu get-
tata ne' fondamenti la prima pietra
dal p. Costantino Palamolla prepo-
sto di s. Biagio, ma la solenne po-
sizione della lapide fondamentale fu
fatta nel 1612 nei pilastroni della
cupola. Poscia in questa chiesa ven-
ne solennemente esposto uno sten-
dardo coir immagine di s. Carlo,
dato da Paolo V, che lo avea ca-
nonizzato nel 16 IO, venendo poi
trasportato alla nuova chiesa appe-
na incominciata sotto la direzione
dell' architetto e scultore Rosato Ro-
sati di Macerata. L'edifizio fu eret-
to con vistose somme date genero-
samente a' barnabiti da molti fa-
coltosi milanesi ; ma il principale fu
il Cardinal Gio. Battista Leni, no-
bile romano. Il tutto venne esegui-
to coir autorizzazione di Paolo V, il
quale decretò il trasfei'imento in que-
sta chiesa di tutti i privilegi, ono-
ri, titoli, ed entrate di s. Biagio del-
l'Anello. Compito l'edifizio, fu de-
dicato al santo Cardinal Carlo Bor-
romeo, E siccome nella contrada
VOL. XI.
CHI 3o5
eranvi de' fabbricatori di catini di
terra cotta, prese la volgare deno-
minazione di s. Carlo a^ Catinari .
L'interno venne formato d'ordine
Corinto, decorato di eccellenti pittu-
re, con vasta cupola: e la facciata
è di Giambattista Soria, che l'ar-
chitettò con due ordini, uno corin-
tio, l'altro composto. L'altare mag-
giore decorato con quattro colonne
di porfido, ha il quadro di s. Car-
lo dipinto da Pietro da Cortona,
Nella crociata disegnata da Carlo
Rainaldi, vi è la cappella di s. Bia-
gio, il cui quadro fu dipinto da
Giacinto Brandi. Quivi si venera
una insigne reliquia di tal santo, in
onore del quale ogni anno, ai 3
febbraio, il magistrato romano fa la
ofTerta nella festa di un calice d'ar-
gento e quattro torcie.
Paolo V, nel 16(6, soppresse il
titolo Cardinalizio di s. Biagio del-
l' Anello, istituendo invece quello di
s. Carlo a' Catinari, che conferì al
Cardinal Ottavio Belmosto genovese,
il quale prese possesso nella chiesa di
s. Carlo a' 16 novembre. Ma dipoi
Urbano Vili, nel 1627, soppresse
il titolo Cardinalizio di s. Cai'lo dei
Catinari che, sino dai 21 maggio
1618, si dava pure come contito-
lare dei ss. Carlo e Biagio dell'A-
nello, ed invece pose quel titolo al-
la chiesa de' ss. Ambrogio e Carlo
al Corso, ove pure poco vi rimase,
come meglio dicesi all'articolo Chie-
sa m s. Biagio dell'Anello.
Neil' antica chiesa di s. Biagio
dell' Anello fu eretta nel pontificato
di Gregorio XIII la compagnia in ono-
re del ss. Sacramento, e per la conver-
sione de' peccatori, ma distrutta che
fu la chiesa, venne trasferita in questa
di s. Carlo. Conta fra i suoi Car-
dinali protettori Benedetto Odescal-
chi, il quale eletto sommo Pontefi-
20
3o6 CHI
ce nel 1676, e preso il nome di
Innocenzo XI, ebbe ad approvarla
, con breve de' 5 maggio 1677. p^.
Piazza Opere prc di Ronia^ pag.
543, Del ss. Sacramento in s. Car-
lo de' Catìnari. Tale arciconfrater-
nita esiste tuttora in questa chiesa,
anche col titolo di s. Maria della
Neve, Il medesimo autore, alia pag.
708, capo X, tratta della congre-
gazione dell' Umiltà di s. Carlo, ap-
provata da Paolo V in s. Carlo ai
Catinari.
L' illustre, e benemerita congre-
gazione ed accademia romana di s.
Cecilia de' virtuosi di musica, della
quale si tratta all' articolo Musica
SAGRA, istituita nel i566, sotto s.
Pio V, e canonicamente approvata
nel i584 ^^ Gx'egorio XIII pel
nobile e religioso scopo, che la mu-
sica sacra sia corrispondente alla
santità delle chiese, e alle divine
lodi, risiedette in varii luoghi sotto
la protezione di un Cardinale, dei
quali il primo fu il Cardinal Gia-
como Savelli romano, e l'odierno è
il Cardinal Antonio Tosti pure ro-
mano. Prima la congregazione fu
stabilita nel collegio de' barnabiti in
s. Paohno, o s. Paolo decollato a
piazza Colonna , e presso quel col-
legio, racconta il Panciroli, Tesori
nascosti j p, 648 , che i religiosi
avevano edificata una chiesa. Poscia
volendo in questo sito Alessandro
VII innalzare il palazzo, che tutto-
ra ivi si ammira, tanto i barnabi-
ti, che la congregazione dovettero
partirne nell'anno 1659, e la con-
gregazione passò a risiedere nel con-
vento di s. Maria Maddalena. Va
qui notato, che i barnabiti incomin-
ciarono l'erezione del collegio con-
tiguo alla chiesa di s. Carlo verso
il 1620, e lo compirono nel pontifi-
cato di Alessandro VII, quando ap-
CHI
punto dovettero abbandonare quel-
lo di s. Paolo in piazza Colonna.
Il Papa diede loro in compenso la
chiesa e parrocchia di s. Benedetto
in Clausura a piazza de' Catinari, la
cui parrocchia, beni e ragioni furo-
no incorporati in quella di s. Carlo ;
ed avrebbe dato maggiori compensi,
se nel 1667 non fosse stato colpito
dalla morte.
Finalmente, sul declinar del seco-
lo XVII, la detta congregazione di
s. Cecilia si riunì ai barnabiti nel
collegio di s. Carlo a' Catinari, ove
ottenne da essi il sito della cappella
del ss. Crocefisso, presso quella di
s. Biagio, e fece costruire una nuova
cappella a proprie spese, cui dedicò
a s. Cecilia protettrice della musica,
facendone dipingere il quadro da
Antonio Gherardi. In questa chiesa,
oltre la festa del santo titolare a' 4
novembre, si solennizza ancora con
gran pompa la festa di s. Cecilia
dalla prelodata congregazione dei
musici, con musiche appositamente
scritte ogni anno, e ciò accade
nei giorni 21 e 22 novembre.
Il pio istituto, che tanto onora
la curia Romana, al quale articolo
ne parleremo, sotto il nome di s.
Ivo, e della ss. Concezione, per la
generosa difesa, che prende nei tri-
bunali dei poveri, ebbe pure inco-
minciamento nel XVI secolo nella
suddetta chiesa di s. Paolo decolla-
to, e nel iGTg, anch'esso seguì i bar-
nabiti alla chiesa di s. Carlo ove ha
un oratorio.
Da ultimo faremo menzione della
magnifica ed elegante cappella, che
ora è stata riedificata, né riuscirà
discaro, che qui se ne faccia una bre-
ve descrizione. All'antica e venerala
immagine di Maria Santissima, che
dal 1734 in poi era conosciuta sot-
to il nome di Matcr Divinae prò-
CHI
vì'dentiacj con breve di Benedetto
XIV de' 25 settembre dell' anno
1744» fu eretta una confi-aterni-
ta, o pia confederazione. Costan-
te fu la divozione del popolo verso
di essa, ma tal divozione si è dipoi
accresciuta nel i 799, e specialmente
nel 1814, al ritorno glorioso di Pio
VII, il quale a' 2 febbraio del se-
guente anno, si recò a visitarla, ne
dichiarò privilegiato l' altare, e com-
partì al popolo la benedizione col
ss. Sacramento. Il regnante Pontefi-
ce le concesse un nuovo titolo, cioè
Auxiliuni Christianorunty erigendo-
vi e rinnovandovi la pia confedera-
zione di Maria ss. Ausiliatrice come
tjuella di Monaco in Baviera, di-
chiarando poi nel 1839 arciconfra-
ternita il sodalizio mentovato, ed
eretto in questa cappella, colla pre-
rogativa di centro, e capo di tutte le
altre; la qual confraternita va sem-
pre più propagandosi. Nel detto an-
no la miracolosa immagine fu da
mano sacrilega derubata de'suoi pre-
ziosi ornamenti. Laonde diversi ge-
nerosi e illustri benefattori in rein-
tegrazione vollero magnificamente
rifare l'altare, e la cappella, la qua-
le coir architettura del romano Lui-
gi Boldrini, è riuscita ricca, elegan-
te, e decoratissima di scelti e va-
riati marmi, intagli, dorature, e pit-
ture, metalli dorati, in una parola
è un complesso di belle cose; e quel
che più rende venerato il santua-
rio, evvi un deposito di reliquie in-
signi.
S. Caterina de' Funarì. V. Con-
servatorio m s. Caterina dei
FuNARI.
S. Caterina della Rota, parroc-
chia del capitolo valicano^ nel
rione Regola.
CHI 307
Fino dall' anno 1 1 ^Q questa pic-
cola chiesa è parrocchia, unita al
capitolo di s. Pietro, il quale ai 25
ziovembre (festa titolare della santa)
vi si reca per la celebrazione dei di-
vini uiFizii. Ha questa chiesa qualche
pregio per marmi e pitture, nonché
varie lapidi sepolcrali di uomini il-
lustri. Il quadro dell'altare maggio-
re è di Giacomo Zuccari.
S. Caterina da Siena al monte
Magnapoli. V. Domenicane mo-
nache.
S. Caterina da Siena a strada
Giulia, nel rione Regola.
Nel i5i9, sotto Leone X, alcuni
sanesi eressero l' arciconfraternita in
onore di s. Caterina loro connazio-
nale, nella chiesa di s. Nicola degli
Incoronati, prossima al Tevere nella
medesima regione, che vuoisi edi-
ficata dalla romana famiglia Incoro-
nati, e poi divenne anche parrocchia.
Quindi, nel 1 526, il sodalizio acqui-
stò questo locale , e vi fabbricò la
chiesa, l'oratorio, e le case annesse.
Timoteo delle Vite vi dipinse a fresco
le pareti , e Girolamo della Genga
il quadro della risurrezione ; poscia,
nel 1760, venne la chiesa ristaurata
ed abbellita con istucchi e dorature.
Il sodalizio è uno di quelli, che in-
trodussero in Roma l'esposizione del
ss. Sacramento in forma di qua-
rantore, e gode il privilegio concesso
da Pio II, fino dal i4^8, alla sua
nazione sanese, di mandare alcuni
deputati a sostenere per un tratto
di strada le aste del baldacchino
nella solenne processione, che cele-
bra il Papa nella festa del Corpus
Domini. La festa poi della santa è
celebrata dall'arciconfraternita ai 3o
aprile. V. Carlo Bartolomeo Piaz-
3o8 CHI
za, Opere pie di Roma, p. ^76,
cap. VI, Di s. Caterina di Siena
de' sanesi.
S. Caterina a Tor de' Specchi. V.
Confraternita delle ss. Orsola e
Caterina.
S. Cecilia i titolo Cardinalizio , in
cura delle monache benedettine
Cassinesi, nel rione di Trastevere.
Questa insigne chiesa fu eretta
nella stessa casa della santa, della
nobilissima famiglia de' Metelli, ed
a* suoi prieglii dal Pontefice s. Ui*-
bano I "verso l'anno i3o, che pure
la consacrò, prima che s. Cecilia,
posta nel vicino bollente bagno, ve-
nisse dal carnefice percossa. In que-
sto luogo ei'a pui'e il foro degli
ebrei sino dal tempo di s. Pietro,
giacché è noto essere il principe de-
gli apostoli arrivato in Roma l'an-
no 4^> e siccome ebreo, essere su-
bito stato albergato in questo sito,
da Augusto già concesso a quelli di
sua nazione. Quivi fu ch'egli prin-
cipiò in Roma a predicare l'evan-
gelo. Verso l'anno 55^2, mentre il
Papa Vigilio celebrava la festa di s.
Cecilia in questa stessa sua chiesa,
coU'asSislenza di tutto il clero, e distri-
buiva i donativi o limosine , fu
violentemente trasportato in Costan-
tinopoli, per ordine dell'imperatrice
Teodora, a cagione dei tre capitoli.
Vuoisi, che s. Gregorio I l'abbia
ristaurata e nuovamente consacrata
ponendovi la stazione XV di qua-
resima nel mercoledì dopo la secon-
da domenica. Ma minacciando rovi-
na, s. Pasquale I splendidamente la
rifece dai fondamenti, e mentre se
ne stavano eseguendo i lavori, ebbe
una rivelazione della santa, la quale
lo avvertì, che il di lei corpo giace-
CHI
va nel cimiterio di Pretestato, e di
Calisto, ed in fatti lo ritrovò in esso
insieme a quelli dei ss. Valeriano
suo marito, Tiburzio suo cognato,
e Massimo, e dei ss. Pontefici Ur-
bano I e Lucio 1, non che insieme
ai corpi di novecento altri martiri.
Il Papa portò con molta solennità
questi santi corpi alla chiesa di s.
Cecilia, alla quale concorse la mag-
gior parte del popolo romano, e li
collocò nella confessione sotto l'al-
tare principale colla dovuta venera-
zione, ornò la chiesa con magnifi-
cenza, e le fece preziosissimi doni.
Quindi di nuovo solennemente la
consacrò nell'anno 821, dedicandola
a Dio, alla beata Vergine, ai ss. apo-
stoli Pietro e Paolo, ed alle ss. Aga-
ta e Cecilia, ed in memoria di que-
sta riedificazione, fece eseguii'c in
mosaico la di lui effigie, non che
quella somigliantissima di s. Pietro,
oltre quelle di s. Paolo, di s. Ceci-
lia, e del Salvatore, ec. Tuttora si
ammira pertanto nella tribuna il
bel mosaico, lavoro di scuola greca
rappresentante il Salvatore con cin-
que santi, il Papa s. Pasquale I, che
regge la Chiesa cui indica questo
edifizio, e sotto gli agnelli, ed una
epigrafe metrica. Vi è di singolare
nel mosaico, che i detti agnelli sono
quasi in atto di uscire dalle porle
di una città rappresentata nell'an-
golo donde comincia la linea del-
l'abside , e gli edifizi rappresentati
in essa città possono servire di nor-
ma per dare un' idea delle fabbriche
antiche. Oltre di che si vogliono ad-
ditare le mura della celeste Geru-
salemme per le pietre ivi adoperate
di diverso colore, allusive alle pietre
preziose, nominate da s. Giovanni
nell'Apocalisse.
Inoltre il Pontefice s. Pasquale I
nel luogo chiamato Proto e Giacin-
CHI
to, contiguo alla chiesa, fabbricò un
monistero, che chiamò de' ss. Andrea
e Gi'egorio, in memoria delle bene-
ficenze da s. Gregorio 1 fatte a
questa chiesa, la quale venne da lui
affidata alla cura dei monaci bene-
dettini, applicandole le rendite del-
l'ospedale di s. Pellegrino, che sta-
va vicino alla basilica vaticana, per-
chè ufììziassero con decoro ecclesia-
stico. Sino dalla sua erezione era
questa chiesa titolo Cardinalizio, e
di essa si fa menzione nel concilio
romano celebrato nel 499 th^l Pon-
tefice s. Simmaco, in cui si sotto-
scrissero Bonifazio, e Marziano, pre-
ti di s. Cecilia, dicendosi in un an-
tico epitafio, che la chiesa aveva un
arciprete verso l'anno 619. Nella
parte sinistra della porta d'ingresso
fu sepolto il Cardinal Mosco, che
visse nel pontificato di s. Gregorio
III creato nel 78 1. Il suddetto ti-
tolare di s. Cecilia Bonifacio si vuo-
le, che sia il Pontefice s. Bonifacio
III, eletto l'anno 53o. Lo furono
ancora il Cai'dinal Stefano, che nel
768 divenne Papa col nome di Ste-
fano III detto IV, mentre abitava
nel contiguo luogo, come antica-
mente facevano i Cardinali titolari,
e il Cardinal Desiderio, che nel 1086
fu eletto Pontefice col nome di Vit-
tore III. L'antipapa A'^ittore IV, det-
to V, era stato Cardinale titolare
di s. Cecilia, e nel i i5g divenne
pseudo-Pontefice. Il Cardinal Simo-
ne di Brlè, nel 10.61, fu esaltato al-
la cattedra apostolica col nome di
Martino IV. Questi beneficò larga-
mente la chiesa, ne abbelPi il pres-
biterio, con sedia di marmo, nella
quale sedette nelle solennità per la
celebrazione delle ftmzioni , e col-
l'assistenza de' Cardinali ; perocché
anticamente il Papa col sacro Col-
legio si recava in questa chiesa a
CHI 309
tenervi cappella. Finalmente gli al-
tri titolari di questa chiesa subli-
mati al triregno sono Innocenzo
Vili, Cibo, nel i484j ^ Gregorio
XIV, Sfomlrati, nel iSgo. Antica-
mente il Cardinal titolare di questa
chiesa dovea risiedere nel martedì
pi'esso la basilica vaticana , incom-
bendogU l' uffiziatura.
In seguito la chiesa dai benedet-
tini fu data in custodia a' sacerdoti,
o canonici secolari riuniti in colle-
giata, con un arciprete. Ad essi
Innocenzo III diresse la sua lettera
96, sebbene alcuni vogliono che vi
passassero ad uffiziarla i canonici
regolari. Poscia fu data, in uno al
contiguo monistero, ai religiosi Umi-
liati ( Vedi), finché Clemente VII,
mentre stava assediato in Castel s.
Angelo, a' 25 giugno i527, la con-
cesse ad alcune monache benedetti-
ne di Campo Marzo, che assunto
l'abito bianco secondo il colore di
quello degli Umiliati, per le bene-
ficenze di Maura Magalotta dama
romana, che avea loro ottenuto dal
Papa la chiesa, e il monistero, po-
terono ingrandire , e ristaurare il
monistero medesimo. Tuttora vi fio-
riscono queste monache sotto la di-
rezione di un Cardinal protettore ,
che talvolta è il Cardinal titolare:
tanto asseriscono l'Ugonio, l'Alveri ^
tom. II, p. 382, e il Piazza nel suo
Emerologio, tom. II, p. 699. Da
questo monistero nel i585 prese
Sisto V tre monache, e le pose qua-
li maestre nel monistero da lui isti-
tuito, presso la chiesa di s. Vito,
poi trasportate a s. Susanna.
Per gran ventura di questa chie-
sa, il mentovato Gregorio XIV nel
1590 creò Cardinale il suo nipote
Paolo Emilio Sfondrati, e gli diede
questo titolo, da lui già occupato
nel Cardinalato, Appena egli ne fu
3io CHI
titolare, l'ivolse l'animo suo gene-
roso a rista urarlo, ed a nobilitarlo
splendidamente senza risparmio di
spesa , e conservando le forme anti-
che come oggi si ammira. Fabbricò
la sagrestia, istituì quattro cappel-
lani, e due chierici in servigio della
chiesa, ampliò il presbiterio, l'ornò
con preziosi marmi j e rese più ma-
gnifico il ciborio fatto da Martino
IV. Volle Dio premiare tanta pietà
generosa col ritrovamento de' corpi
santi summentovati , a' 22 ottobre
i599, con tripudio de' romani e di
Clemente Vili, che per celebrare
s"i fausto avvenimento, dopo aver
fatto esporre per un intero mese
alla divozione del popolo il corpo
di s. Cecilia vergine e martire, ai
23 novembre con quarantadue Car-
dinali vi si recò a celebrare la mes-
sa, ed a tenervi cappella Papale,
dopo di che quattro Cardinali diaco-
ni portarono il corpo della santa alla
confessione, aiutando Clemente Vili
a porlo in una cassa di argento.
Quindi il Papa ordinò al magistra-
to romano, che nella festa di s. Ce-
cilia dovesse fare l'offerta in questa
chiesa di un calice d'ai'gento, e di
quattro torcie di cera, il che tutto-
ra ogni anno eseguisce. Inoltre il
Cardinal Sfondrati, dal celebre scul-
tore Stefano Maderno fece rappre-
sentare la santa in candido marmo
nella positura, che si trovò nel se-
polcro, e la pose sulla confessione.
Di piti destinò un fondo perchè
in perpetuo le ardessero intorno
cento lampade; ed in morte volle
essere sepolto ai piedi della santa.
Non si deve tacere, che al ritrova-
mento del corpo di essa, fu con-
temporaneo pure lo scavo del cele-
bre bagno appartenente alla di lei
casa, che per le forme conservatesi,
ed in ispecic pei tubi metallici, che
CHI
ancora vi si osservano, posti dietro
a grandi lame parimenti di metal-
lo, è interessantissimo, per avere
una giusta idea del modo, che ten-
nero gli antichi per edificare i ba-
gni. Nel secolo decorso furono be-
nemeriti e splendidi benefattori di
questa chiesa, e del monistero, i Car-
dinali Francesco, e Trojano Acqua-
viva, ambedue titolari di s. Cecilia,
la qual chiesa prima aveva la par-
rocchia, con parroco eletto dalle
monache, ed approvato dal Cardi-
nal titolare.
Entrati nell'atrio, che precede
r ingresso architettato dal cav. Fu-
ga, si vede un gran vaso di mar-
mo, notabile per la sua grandezza ,
e bella forma. 11 portico ha quattro
colonne, due delle quali sono di
granito rosso. La chiesa nell' interno
ha tre navi, e siccome le colonne
accoppiate non erano più atte a sos-
tenere il peso delle pareti, da ul-
timo il Cardinal titolare Giorgio
Doria Pamphily le fece attorniare
da pilastri , decorati di dorature.
Quattro superbe colonne di marmo
proconesio bianco e nero, sostengo-
no il baldacchino sull'altare mag-
giore. Sotto di esso si scende nella
cappella sotterranea, dove sono quat-
tro altari, ed ivi riposano i corpi
de'santi Pontefici Urbano, e Lucio ^
e de' ss. Valeriano, Tibuxvio, e Mas-
simo. Le pitture del soflltto della
nave principale sono del Conca, quel-
le delle navi minori sono del Zan-
na, del Conti, e del Tarquinio vi-
terbese ec. Neil' annesso oratorio
eretto da s. Pasquale I, si uni la
confraternita sotto l'invocazione del
ss. Sacramento, di santa Cecilia, e
di s. Andrea nell' anno i5j^. Ai
22 novembre si celebra in questa
chiesa la festa della santa titolare.
La storia del martirio di s. Cecilia^
CHI
vergine e martire, e de* ss. Valeria-
no, Tiburzio e Massimo fu pubbli-
cata in Roma nel 1721. Abbiamo
inoltre da Antonio Bosio, Historia
passionis b. Caeciliae virginis, Va-
hrìaniy Tihurtii, et Maxìmi mar-
tynim, nec non Urbani ^ et Liicii
Ponlificuvi, et mari., etc. Romae
1600; e da Giacomo Laderchi,
j4cta s. Caeciliae v. et m. , et trans-
iyberìana basilica saeculorum sin-
gulorum monnmeniis asscrta, ac il-
Listrata, Romae 1722. Da ultimo
l'attuai titolare della chiesa, e in-
sieme protettore delle monache be-
nedettine cassinesi, Cardinale Gia-
como Luigi Brignole di Genova,
lesse nell'accademia pontifìcia di Ar-
cheologia, un'erudita, e dotta disser-
tazione su questa insigne chiesa.
Ss. Celso e Giuliano in Banchi^
collegiata e parrocchia nel rione
Panie.
Dicesi questa chiesa in Banchi ,
dal nome della via ove fu edificata,
perchè nel medio evo eranvi in essa
diversi banchieri, e mercanti di fon-
daco. Attualmente vi è il banco di
di s. Spinto. L'antica chiesa fu ivi
fabbricata nel luogo ov' era l'abita-
zione di Marciano padre di s. Celso,
cioè quando i corpi de' ss. martiri
Celso e Giuliano furono trasportati da
Antiochia in Roma, presso il ponte
s. Angelo, afiìne di riporveli decen-
temente insieme a quello di s. Ba-
si lissa moglie di s. Giuliano. Ab im-
memorabili y fu decorata del titolo
di parrocchia, e si crede consacrata
dal Pontefice s. Celestino L II do-
cumento più autentico, che si abbia
di questa chiesa, è una bolla di
Onorio HI de' 25 maggio dell'an-
no 12 18, in cui conferma altra
bolla del di lui predecessore Inno-
CHI 3ii
zo TU, risguardante i privilegi della
medesima, e le chiese filiali , dichia-
rando di averla sotto l'immediata
sua protezione , e come si ha per
tradizione, la dichiarò eziando cap-
pella Papale nell'occasione, che por-
tandosi la notte del ss. Natale a s.
Pietro per pontificare, sopravvenen-
do un' acqua dirottissima, credette di
non piìi inoltrarsi, ed entrò in que-
sta chiesa col suo seguito, ove pon-
tificò assistito dai canonici, come
quella che già era collegiata. Dipoi
Papa Innocenzo Vili, con bolla dei
24 agosto 148G, smembrò la cui'a
di s. Salvatore in Lauro, e l'uni a
questa di s. Celso.
Questa chiesa a tempo di Alessan-
dro VI, o, secondo altri, di Giulio
II, fu ristretta per aprire la strada
de' Banchi, mentre allora si esten-
deva alla metà di detta strada.
Perciò fu ridotta ad una navata
lunga palmi novantanove, larga pal-
mi trentasette, alta palmi trentatre.
Era soffitta la, vi erano sette altari,
otto sepolture, e campanile con
quattro campane, la maggiore delle
quali fusa nel i442- Oltre a ciò
apprendiamo dal Piazza, Opere Pie
di Roma, pag. 535, che in detta
chiesa fu eretta nel i56o sotto Pio
IV la confraternita del ss. Sacra-
mento, e nel i566 nel pontificato
di s. Pio V, quella dell' ineffabile
Nome di Dio, le quali poi si riuni-
rono in vma. Clemente Vili, nel
1595, fece riportare i santi corpi
di Celso e Giuliano alla loro chiesa,
dalla basilica di s. Paolo ove erano
slati collocati in deposito, dopo che
da Antiochia erano stati portati a
Roma. Tuttavolta dovendosi riedifi-
care la chiesa, prima di demolirla,
i detti corpi furono riportati a san
Paolo ove ancora stanno, ed il ca-
pitolo fu costretto per alcun tempo
3l2
CHI
a formare degli altari in alcune
case contigue per celebrarvi i santi
misteri, finché Clemente XII, nel
lySG, compì l'erezione dell'elegante
chiesa esistente, fabbricata con dise-
gno di Carlo de Dominicis. Il suo
interno di forma ovale, ornato di
pilastri scannellati, è d'ordine com-
posto. Racchiude sette cappelle, tre
grandi e quattro piccole, la mag-
giore delle quali è decorata egual-
mente alle altre due, ed ha la tribu-
na col coro. La festa dei santi tito-
lari si celebra a'g gennaio. Non deve
tacersi, che presso questa chiesa
eravi un arco innalzato dagl' impe-
ratori Graziano , Valentiniano , e
Teodosio, per ornamento dell' in-
gresso d'un magnifico portico, il qua-
le da esso principiava e passava sul
ponte s. Angelo, seguitando sino alla
basilica di s. Pietro per difesa dei
pellegrini , tanto ne' tempi di piog-
gia, come di caldo. Nel gettar poi
le fondamenta della chiesa , furono
trovate alcune colonne di verde an-
tico, ed altri marmi preziosi.
Da ultimo il Pontefice Pio VII
concorse al suo lùattamento, siccome
avevano fatto i suoi predecessori,
dappoiché è ad essi immediatamente
soggetta. Il capitolo si compone di
otto canonici, primo de'quali è l'ar-
ciprete, che è sempre il parroco, di
quattro cappellani, e di altri addetti
al divino servigio, tutti di nomina
del Papa. I canonici hanno per di-
stintivo sì nell'estate, che nell'in-
verno, e nelle altre stagioni le al-
muzie di pelli di armellino con code
nere. P)encficò questo capitolo Leone
XII coU'accordargli un'abbazia delta
priorato de' ss. Gervasio e Protasio
fuori di porla Portese, migliorando
le prebende canonicali. In ogni qua-
driennio per la festa di s. Liborio,
il senato romano fa a questa chiesa
CHI
l'offerta d'un calice d'argento, e di
quattro torcie di cera.
S. CksareOj diaconia Cardinalizia
nel rione Ripa^ detto in Palatium^
in Monasterium Corsarum^ ovvero
di Tiirri nella via Appia.
Questa è una delle nove chiese,
che Ic^ pietà de'romani eresse a san
Cesareo diacono e martire, prima
di arrivare alla porta s. Sebastiano
presso il palazzo imperiale, cioè di
quel palazzo ove abitava 1' impera-
tore quando arrivava in Roma redu-
ce da qualche guerra, trattenendosi
fino al giorno del suo trionfo, dopo
aver .ivi ricevuto le congratulazioni
del senato, e degli ambasciatori.
Que.slo palazzo, secondo il Marliano,
fu eretto da Autonino Caracalla, e si
vedono ancora gli avanzi anche delle
sue terme. Sulla porta della chiesa
si legge l'antica inscrizione, s. Cae-
sarli in palalio. L'Anastasio chiama
questa chiesa, in Monasierio s. Cae-
sareij quod ponitur in palatioj ed
eziandio ad Corsas , e de Corsis
presso s. Sisto, per un monistero
fabbricato per le i-eligiose dalla no-
bihssima famiglia Corsa, la quale
fu cosi potente in Roma, e così
fedele a s. Gregorio VII, che nelle
vertenze con Eux'ico V, le sue case
sotto il Campidoglio furono bruciate,
e distrutte dai fondamenti. Per ri-
guardo al monistero si sa, che Leone
IV lo restaurò, e in progresso di
tempo le monache furono unite a
quelle di s. Sisto. Siccome poi il
celebre oratorio di s. Lorenzo nel
palazzo lateranense fu chiamalo da
alcuni col titolo di s. Maria a Ce-
sareo in Palalio, vi fu qualche scrit-
tore, che il confuse colla chiesa di
s. Cesareo. Finalmente fu detto an-
cora s. Cesareo in Tonv, per una
CHI
contigua torre, che prima eravi ap-
partenente al palazzo.
Questa atiticliissitna chiesa fu de-
dicata a s. Cesareo diacono di s.
Chiesa, nel luogo dove diede sepol-
tura a s, Flavia Domitilla martire
ed a'suoi eunuchi, e dove s. Cesareo
fu pure sepolto. 11 Pontefice s. Gre-
gorio I la dichiarò diaconia Cardi-
nalizia, sebbene vuoisi che già lo
fosse quando egli, nel Sgo, fu crea-
to Papa. I primi ad uffiziarla fu-
rono i monaci basiliani greci fug-
gili dall' oriente nella persecuzione
delle sacre immagini. Ed avendovi
essi eretto accanto un monistero ,
altri dicono, che perciò si dicesse s.
Cesareo in monistero. Divenne la
prima delle venti abbazie maggiori
di Roma, i cui abbati godevano il
privilegio di assistere il Papa quan-
do celebrava pontificalmente. 11 Pan-
ciroli dice, che quivi, a' 1 5 dicem-
bre dell'anno 687, fu eletto Pon-
tefice s. Sergio I ; ed il Novaes ag-
giunge, che nella chiesa fu creato
Pontefice, a' 26 o 27 febbraio 1 1^5,
Eugenio III, sebbene non Cardina-
le, perchè ivi eransi radunati i sa-
cri elettori. In seguito, essendo rovi-
nata la chiesa, i monaci ne partii-o-
no, ed il corpo di s. Cesareo fu
trasportato all' altare maggiore del-
la basilica di s. Croce in Gerusa-
lemme. Tuttavolta Leone X resti-
tuì a questa chiesa la diaconia Car-
dinalizia, la quale in progresso più
volte divenne titolo. Per addurnc due
esempi, Paolo III nel i SSg creò Cardi-
nale prete di s. Cesareo Domenico
Guidiccioni, uomo sommo; e poi nel
i544) Cristoforo Madrucci prete
Cardinale di s. Cesareo, detto il
gran Cardinale di Trento, Di nuo-
vo la diaconia restò soppressa sotto
Sisto V, finche il Pontefice Clemen-
te VIII, Alclobr andini j fece restau-
CHI 3i3
rare la chiesa, e nel concedere quel-
la di s. Vitale ai gesuiti pel novi-
ziato, soppresse il titolo Cardinalizio,
e invece tornò ad erigere s. Cesareo
in diaconia Cardinalizia verso l' an-
no 1600, affidandola in custodia ai
p. Somaschi a vantaggio del collegio
dementino [Vedi), al quale donò
tutte le possessioni spettanti alla
chiesa di s. Cesareo. Dipoi il Car-
dinal Baccio Aldobrandini nipote di
Clemente Vili , sebbene non ne fos-
se titolare, continuò a ristaurare la
chiesa, e vi fece un nobilissimo sof-
fitto con vaghissime dorature, e pit-
ture della scuola del cav. d' Arpi-
no, il perchè sopra il rastro, e stel-
le, stemma della sua famiglia, in-
gegnosamente scherzò il p. Adami
gesuita, coi versi che leggonsi in
Ciacconio.
L' ingresso di questa chiesa è de-
corato al di fuori di due colonne
di granilo; il suo interno è interes-
sante per l'antichità di alcune par-
ti. La tribuna, la confessione e il
presbiterio sono decorati di mosaici.
Il baldacchino viene sostenuto da
quattro colonne di broccatello: l'ab-
side è coperto in alto di mosaici
eseguiti in una maniera grandiosa
appresso i cartoni del nominato cav.
d'Arpino, da uUimo rislaurati. Da
un lato evvi il pulpito, o ambone,
decorato di pietre e mosaici ; e gli
altari laterali hanno colonne di pao-
nazzetto. Oggidì l' ha in cura un
eremita, e nel sabbato precedente
la domenica delle palme. Clemente
Vili vi pose la stazione coll'indul-
genza plenaria, ad onta che già fos-
se nella vicina chiesa di s. Giovan-
ni a Porta Ialina. La festa di s.
Cesareo è dal Piazza registrata al
primo di novembre, perchè in un
sacramentario di s. Gregorio si ri-
leva, che in tal giorno, oltre la
3i4 CHI
solennità degli Ognissanti, si faceva
solo quella di questo santo martire.
S. Chiara al Quirinale. ^.Cappuc-
CIXE MONACHE.
S. Chiara della confraternita di s.
Gregorio Taumaturgo. Vedi.
S. Ciriaco alle Terme^ chiesa con
titolo Cardinalizio non più esi'
stente.
Tal chiesa esisteva da antichissi-
mo tempo nelle terme Diocleziane,
ove ora è la chiesa di s. Maria degli
Angeli (Vedi), demolita per vec-
chiezza. Il perchè Sisto IV, nel
1478, trasferì il suo titolo Cardi-
nalizio a ss. Quirico e Giulitta, di-
stribuendo le sacre reliquie, che in
essa veneravansi, a varie chiese di
Roma. Tuttavolta il titolo durò sino
a Paolo III, essendone stato ultimo
titolare il celebre Cardinal Pietro,
che fu fatto da quel Pontefice dia-
cono Cardinale di s. Ciriaco. In
detto luogo fu la casa del santo do-
ve battezzava i fedeli. Di tal titolo
si fa menzione nel sinodo romano
celebrato da s. Gelasio I l'anno 494>
con queste parole: Martianus pres-
hyter in titulo s. Ciriaci in Ther-
mis Diocletianis, nonché ne' titoli
registrati dall'Anastasio sotto s. Igi-
no, creato Papa nell'anno i54. Chia-
mossi basilica dall'Anastasio in Gre-
gorio I, Adriano I, Leone III, Pa-
squale I, e Benedetto III, i quali
tutti per la venerazione in cui la
tennero, la l'estaurarono ed abbelli-
rono. Abbiamo ancora che, nel 1 142,
Innocenzo II creò Cardinale diacono
Nicolò, che poi Celestino II dichia-
rò prete Cardinale di questa chiesa.
Innocenzo III, nel 12 ti, conferì il
titolo al Cardinal Giandomenico
CHI
Trinci; e Clemente V, nel i3o5>
lo diede al Cardinal Stefano de
Suisi, che mori in Avignone nel
i3ii. Nella vigna de' certosini vi è
qualche avanzo della casa, e chiesa
di s. Ciriaco, e del suo battistcrio.
S. Claudio de' Borgognoni V. Bor-
gogna.
S. Clemente, titolo Cardinalìzio y
in cura dei pp. predicatori irlan-
desi, presso il Laterano, nel rione
Monti.
Questa chiesa, una delle piìi an-
tiche di Roma, ad onta dei ristauri
che, come diremo, nel decorso se-
colo vi furono fatti, ancora conser-
va r intera forma delle primitive
chiese de' cristiani, il perchè volle il
dotto archeologo A. Nibby pren-
derla a modello della sua erudita
dissertazione sulle antiche forme dei
templi cristiani. Iil questo luogo ,
parte del monte Celio nella via
Labicana, eravi la casa paterna del
Pontefice s. Clemente 1, a cui fu de-
dicata, e perciò una delle prime
chiese, che vennero erette in Roma,
anzi, secondo il Piazza, fu convertita
in chiesa, e consacrata dal medesi-
mo Pontefice. Ivi si vuole, che s.
Clemente I ricevesse l' apostolo s.
Barnaba quando si recò in Roma,
e dopo che il santo Pontefice, nel-
r anno gS di Cristo, mori sommer-
so nel mare della piccola Tartaria,
vi fu trasportato da s. Cirillo, vesco-
vo di Schiavonia, il suo corpo nel
pontificato di Adriano II, e con o-
nore venne ri posto nella chiesa già per
avanti a lui dedicata. Altri poi di-
cono, che lo stesso Adriano II lo
donò almeno in parte all' imperato-
re Lodovico II pel monistero di
Casaure da lui fondato nell'Abruz-
CHI
zo. Su quest' argomento tratta il
Novaes, nella vita di s. Clemente I,
riportando le diverse opinioni. In
appresso vi fu collocato il corpo di
s, Ignazio di Antiochia, che soffrì il
martirio nel Colosseo. Anche su que-
ste reliquie va letto quanto dice lo
stesso Novaes nel tomo XTI p. 233.
Vi fu deposto poi anche il corpo
del mentovato s. Cirillo.
In questa chiesa, già risarcita da
s. Silvestro I e da Costantino, nel-
r anno 4 "7» Papa s. Zosimo pro-
nunziò il giudizio contro l' eretico
Celestio compagno di Pelagio, e seb-
bene Celeslio abjurasse ivi l'errore,
tornò poscia a seguir Pelagio. S.
Leone I, del 44o> ristaurò la chie-
sa, che sino dai primi secoli era
titolo Cardinalizio ; e quando s. Gio-
vanni nell'anno 532 fu eletto Pon-
tefice, era prete Cardinale di s. Cle-
mente. Egli pure vi operò dei ri-
stauri. A' tempi di Gregorio I, era
in sì grande venerazione, che vi
pronunziò quel Pontefice l'omelia 33
sugli evangelii nella festa di santa
Maddalena, e la 38 nella domenica
vigesima dopo la Pentecoste, sull'e-
vangelo di s. Matteo. Vi pose la
stazione nel XIII giorno di quare-
sima, e v'istituì la processione di
penitenza ; e siccome era uffiziata
dal clero secolare, la diede in cura
ai monaci benedettini. Quindi la ri-
fece Adriano I, e s. Nicolò I l'ab-
bellì, e mentre n'era titolare il Car-
dinal Raniero di Bieda, a' i3 ago-
sto 1099, vi furono celebrati i sa-
cri comizi, ed eletto Papa col no-
me di Pasquale li, poi l'abbel-
lì, e ne fu beneflittore. Il Car-
dinal titolare di questa chiesa avea
l'obbligo di cantare la messa nel-
r altare pontificio di s. Maria Mag-
giore in tutti i sabbati; ed il Car-
dinal Giacomo Touwnaso Gaetano
CHI 3i5
d'Anagni, che avea ricevuto quel
titolo dal suo zio Bonifacio Vili,
nobilmente rifece la chiesa, come
in appresso si dirà. Eugenio IV ,
quando nel i43i fu creato Ponte-
fice, era titolare di questa chiesa ,
ed in essa in luogo de' benedettini ,
collocò i religiosi di s. Ambrogio ad
Nemus (Fedi), e Paolo IV, Caraf-
fa, sublimato al triregno nel i555,
egualmente n' era stato titolare. Il
suo pretlecessore Giulio HI, mentre
n' era titolare il Cardinal Giovan-
ni Al va rez, unì questo titolo nel i55o
a quello di s. Pancrazio; ma nel-
r anno seguente il separò, e rimase
com' era prima, come meglio si di-
ce a Chiesa, di s, Pancrazio. Essen-
do stati soppiessi i monaci di s.
Ambrogio ad Nemus ^ la chiesa pas-
sò in custodia ai domenicani irlan-
desi sotto Urbano Vili, i quali vi
stanno tuttora, giacché se Pio VII,
nel 1818, li avea trasferiti alla chie-
sa di s. Maria della Pace, Leone
XII veli ritornò nel 1824. Nel se-
colo decorso il Pontefice Clemente
XI ridusse la chiesa nello stato in
cui si ammira con architettura di
Carlo Fontana, e ne portò il tito-
lo anche in commenda il Cai'dinal
Annibale Albani, suo nipote.
L'ingresso dell' ati'io è decorato
di quattro colonne di granito , e
l'atrio medesimo di diciotto colonne
della stessa specie. S. Gregorio scris-
se , che sotto questo vi stette per
quasi tutta la sua vita s. Servolo
paralitico, con mirabile pazienza.
L'interno, che conserva la sua in-
tegrità per riguardo alle forme delle
prime chiese, colle parli analoghe
alle cerimonie ed ai riti che prescri-
veva l'antica liturgia, ha tre navate
formate da sedici colonne di vari
marmi ; e in quella di mezzo si ve-
de ancora esistere il recinto detto
3i6 CHI
pi'esbiterio, più elevato, cliiuso nel-
r interno e diviso dal popolo , con
due ordini di sedili di marmo greco
pei sacerdoti, avente l'altare mag-
giore isolato, coperto di baldacchi-
no, sostenuto da quattro colonne di
paonazzetto. Vi sono altres"i i due
pulpiti, detti amboni, ornati di an-
tichi intagli, e di mosaici, dai quali
si leggevano l'epistola, e il vangelo.
Questo recinto fu fatto costruire da
Giovanni Vili, Papa che fiorì nel-
l'anno 872, ma i mosaici della tri-
buna furono eseguiti per ordine del
mentovato Cardinal Gaetani, qftindi
ristorati nel pontificato di Urbano
Vili, però le pitture vennero ristau-
rate sotto Giovenale da Orvieto,
che visse nel declinai'e del secolo
XIV. Oltre le altre pitture di va-
lenti artisti, le quali adornano que-
sta chiesa , merita special menzione
la cappella intitolata della Passione,
e di s. Caterina, che si trova a de-
stra nell'entrare per la porta late-
rale, la quale è tutta ornata all' in-
terno di eccellenti pittvu-e a fresco
del Massaccio, uno de' primi ristau-
ratori della pittura, che maestrevol-
mente vi espresse la passione di
Gesù Cristo, ed alcuni fatti della
vita e morte di s. Cateiina; pitture
che incise da Carlo Labruzzi , nel
1809, furono pubblicate in Roma
da Gio. dall'Armi. In questa chiesa
si celebra la festa di s. Clemente I
a' i3 novembre, e quella di s. Igna-
zio vescovo e martire il primo fel>
braio, V. Filippo Rondinino, De s.
Clemente Papa et jnariyre ejusque
basilica in urbe /?omrtj Romae 1706,
opera che dedicò a Clemente XI.
In questa chiesa nel di della festa
del santo titolare, ogni quadriennio
il senato romano fa l'oflcrta di un
calice d'argento, e di quattro torcie
di cera.
CHI
Ss. Concezione dei pp. cappuccini.
V. CAPPuccmi.
Il senato romano in ogni qua-
driennio, per la festa di s. Felice da
Cantalice, fa in questa chiesa l'obla-
zione d' un calice d' argento , e di
quattro torcie di cera.
iS"^. Concezione a Campo Marzo.
V. Benedettine monache, e ciuesa
m s. Maria sopra Minerva.
Per la festa della ss. Concezione,
ma a' 9 dicembre, in ogni quadrien-
nio il senato romano fa alla chiesa
delle monache l'offerta d' un calice
d'argento, con quattro torcie di cera.
Ss. Cosma e Damiano j diaconia
Cardinalizia^ in cura dei pp. del
terz' Ordine di s. Francesco , al
foro ronianOy nel rione Monti.
Il vestibolo di questa chiesa, di
forma rotonda, vuoisi che fosse eret-
to dai romani alla memoria di Re-
mo. Il suo pavimento era coperto
di gran lastre di marmo, su cui era
incisa la pianta di Roma coi nomi
di Severo, e di Caracalla, per aver
essi riedificato il medesimo tempio.
Questa pianta di Roma si vede in
vari pezzi incassata nelle pareti del-
la scala del museo capitolino. Ana-
stasio bibliotecario racconta, che san
Felice III, creato Papa l'anno SaG,
nel sito d'un altro antico tempio
quadrilungo ad esso contiguo, che
si crede fosse dedicato a Venere e
a Roma, eresse e dedicò una chiesa
in onore de' due santi fratelli Cosma
e Damiano , dandole per vestibolo
questo tempio di Remo. Il Fioren-
tini , in Adnot. ad Martyrol. Hie-
ronyniianuni V kal. oct. pag. 879,
e Bona, Rer. Lilurg. cap. 12, § 3,
CHI
scrìvono che tre coppie di santi si
trovano dell' istesso nome Cosma o
Cosimo e Damiano : una coppia di
martiri nell'Arabia, altra di confes-
sori nell'Asia, la terza di martiri,
che patirono in Roma. Tutti erano
medici di professione, e senza mercè
curavano gli ammalati. A' santi ro-
mani, de'quali senza dubbio si fa me-
moi'ia nel canone della messa, fu
da s. Felice IV dedicata appunto la
detta chiesa, ponendovi alcune reli-
quie per purgarla dalle profanità
gentilesche. Vuoisi ancora, che la de-
dicasse ai detti due santi fratelli ge-
melli, per sostituirli alle superstizio-
ni di Romolo e Remo, ed a quelle
di Castore e Polluce, altri gemelli
che avevano pure qui i loro simu-
lacri.
Nell'anno 590, s. Gregorio Magno,
per sottrarsi al pontificato cui si vo-
leva esaltarlo, si nascose in questa
t;hiesa ; ma scoperto da una colomba
volata sopra di esso, fu condotto a
s. Pietro, e consacrato. Egli ebbe
particolar divozione all' immagine
della b. Vergine, che ivi venera vasi,
per avere a lui parlato, anzi con-
cesse al di lei altare il privilegio di
liberare un anima dal purgatorio
colla celebrazione della messa; ri-
staurò la chiesa, e vi pose la sta-
zione nel giovedì dopo la terza do-
menica di quaresima . Inoltre egli
ordinò nella istituzione della proces-
sione delle litanie maggiori, che il
clero partisse da questa chiesa, dicen-
doci egli stesso, che da qui partiva
pure la processione delle ancelle del
Signore. San Sergio I, del 687, la
fece coprire di lastre di bronzo,
eresse nell'interno gli amboni, e il
ciborio dell'aitar maggiore. Adriano
I, nell'anno 780, la elevò al grado
dì diaconia Cardinalizia, sebbene
alcuni ciò attribuiscano a s. Grego-
CHI 3r7
l'io T, le stabilì alcune rendite, le
fece diversi doni, la riedificò, e fece
porre al vestil)olo le porte di bronzo
antiche, che il Piazza dice, nel suo
Eorterologio, a pag. 208, dì aver
fatto venire da Perugia, insieme al
fregio ed agli stipiti dì stupendo
lavoro di marmo, e alle due colonne
di porfido , esistenti tuttora. San
Leone III, nell'anno 800, rifece il
tutto, e compartì vari donativi. In-
di, neir827, s. Gregorio IV, stiman-
dosi indegno della suprema dignità,
si occultò dentro questa chiesa, do-
ve trovato dal clero, e dal popolo.
a forza vi fu estratto e collocato
solennemente sulla sedia dì s. Pietro.
S. Pasqviale I, suo predecessore, fu
largo di doni con questa chiesa, e
dalla basilica, che nella via Aurelia
avea fabbi'icato s. Felice II, vi tras-
portò il venerando corpo di quel
santo. Contiene inoltre questa basi-
lica tesoi'i di reliquie de' ss. martiri.
Il gran Rolando Bandinelli, Car-
dinale diacono di questa chiesa, nel
111^9, divenne il celebre Alessandro
IH. Dipoi Papa Onorio III approvò
la donazione, che fece a questa ba-
silica il Cardinal dì s. Prassede Gio.
Colonna, d'un territorio nella dio-
cesi dì Calcedonia, mentre trovavasi
in quelle partì legato apostolico. In
seguito Alessandro VI creò Cardinale
diacono de' ss. Cosma e Damiano
Alessandro Farnese, il quale ottenne
da Giulio II, nel i5o3, che la
chiesa, la quale era collegiata, per
avere soli sei canonici, fosse data ai
fiati del terzo Ordine di s. Fran-
cesco, che poi vi edificarono il con-
tiguo convento, e vi dimorano. Nel
i534, il detto Cardinal Farnese fu
eletto. Papa, e prese il nome di
Paolo III.
Disputandosi in tempo di Grego-
rio XIII fra i due Cardinali Baro-
286030
3i8 CHI
nio, e Santorio, se dovevasi, o no,
ritenere il nome di Felice II nel
martirologio romano come Pontefice
e come martire, a' 28 luglio i589,,
vigilia della sua festa, fu ritrovato
per puro accidente il corpo di lui
in questa chiesa, con un'iscrizione,
che dichiarava esser egli stato Pon-
tefice e martire. La storia di questo
ritrovamento vedesi appreso il pad.
Maffei , negli Annali di Gregorio
XIII, tom. II, lih. XI, num. 18,
pag. 275. Angelo Pontonaro, ap-
presso Sangallo, tom. Ili, pag. 5o5
dice invece, che il corpo di s. Fe-
lice II si conserva nella chiesa di
s. Antonio di Padova. Vicino al
corpo di s. Felice II, nella stessa
chiesa de' ss. Cosma e Damiano,
furono in pari tempo trovati i corpi
de' ss. Marco e Marcellino, e di san
Tranquillino prete, non che quelli
de'ss. Abbondio, ed Abbondanzio, che
Gregorio XIII solennemente fece
trasportare alla chiesa del Gesìi.
Quindi lo stesso Gregorio XIII ri-
fece il mosaico della tribuna, ove
essendo guasto il ritratto di s. Felice
IV, fondatore della chiesa, vi fece
surrogare quello di s. Gregorio I,
di cui era divotissimo. Tal mosaico
rappresenta il mistico agnello fra
sette candelabri , con vari angeli ,
che gli fanno corona, mentre quel-
lo dell' abside rappresenta il Salva-
tore con vari santi, e fu di recente
accomodato. Poscia fu benemerito
ristauratore della chiesa Clemente
Vili, finché il Pontefice Urbano
Vili con pontificia munificenza, nel
CHI
i63a, la ridusse nello slato attua-
le con disegno dell' Arrigucci. Es-
sendo poi soggetta la chiesa a
nocevolc umidità, venne alzato il
pavimento con quattro sotten'anei
piastroni, oltre ai pilastri minori.
L' antico tempio di Remo, che ser-
ve di vestibolo, fu alzato nella vol-
ta. Urbano VIII adornò la chiesa
di belle pitture, con soffitto dorato,
e persino il chiostro a belli freschi.
Si discende nell'antica chiesa sotter-
ranea per comoda scala allato della
tribuna, essendovi ancora in questo
sotterraneo l' altare maggiore isola-
to, sotto cui riposano i corpi dei ss.
martiri, le cappelle, e alcuni ornati
e dipinti. Da questo sotterraneo si
cala in altro più profondo, dove si
vede r altare in cui s. Felice IV
celebrava, avente incontro una sor-
gente d' acqua detta di s. Felice.
Di questa insigne chiesa fu Car-
dinale diacono Benedetto Odescal-
chi, che nel 1676, divenne Papa
Innocenzo XI ; ed in essa a' 27 set-
tembre si celebra la festa dei due
santi titolari. Antonio Poma scrisse
della Diaconale basilica dei ss. Co-
sma e Damiano nel romano foro,
detto volgarmente Campo Vaccino,
Roma 1727, e Bernardino Mezza-
dri, Disquisitio historica de sanclis
viarlyribus Cosma et Damiano, in
diias partes distributa, in quaruni
prima S.S. M. M. acta continentnr^
in altera expendunlur monumenta
lasìlicae, Romae i747-
Le notizie sulle altre chiese di Ro-
ma, si leggeranno nel volume seguente.
FINE DEL VOLUME UNDECIMO.
BX 841 .n67
1840
SMCR
Moroni , Gaet
ano.
1802-1883.
Di z i onar i o d
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AFK-9455 (awsk)